Donne in sciopero, l'aborto non è peccato, né reato

  • Martedì, 04 Ottobre 2016 06:23 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
Sciopero aborto PoloniaBia Sarasini, Il Manifesto
4 ottobre 2016

Un lunedì nero in Polonia. Nero per il colore del lutto proclamato dalle donne polacche per protestare contro il progetto di legge, presentato in parlamento da gruppi pro-vita, che vieta ogni possibilità di aborto, e anzi lo rende un reato, punibile con cinque anni di carcere.

A Varsavia, sulle tracce dell'Europa

  • Mercoledì, 03 Giugno 2015 12:52 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
03 06 2015

WE, the PRECARIAT: un campagna sociale per denunciare le trasformazioni del lavoro che in Polonia stanno facendo del precariato una condizione sociale sempre più diffusa della forza lavoro metropolitana, tanto nei settori dei servizi quanto nei settori classici dell’industria.

MY PREKARIAT: la prima manifestazione sul precariato, poco più di una settimana fa, nella Varsavia porta dell’est Europa, promossa da un’interessante quanto originale coalizione tra il sindacato indipendente Workers Initiative e Krytyka Polityczna, un’organizzazione politica che gestisce una casa editrice e che, negli ultimi anni, sta lavorando con particolare attenzione al tema dei beni comuni a livello urbano e metropolitano.

Dalla piazza antistante il ministero del lavoro, dopo gli interventi di apertura di attivisti e lavoratori, tra cui il laboratorio dello sciopero sociale di Roma e i lavoratori tedeschi in mobilitazione di Amazon, il corteo si è mosso per le vie del centro città, per concludersi di fronte al palazzo presidenziale. Nel mezzo della manifestazione altri interventi hanno animato questa iniziativa, tra cui gli studenti che, proprio qualche settimana fa, con i professori dell’Università di Varsavia hanno dato vita alla più grande protesta studentesca dalla fine degli anni Ottanta.

Parlando con molti dei partecipanti è emerso come in Polonia, in particolare nell’ultimo anno, ci sia una conflittualità sempre più crescente e diffusa, accompagnata alla crescita di collettivi e di un nuovo protagonismo di “sinistra”, certo non facile nel Paese dove le ultime elezioni sono state vinte dall’ ultranazionalista Andrzej Duda, conservatore e euroscettico. Un dato elettorale, quest’ultimo, che allontana la Polonia un po’ più dall’Europa, e che rende questa manifestazione un evento ancora più prezioso.

Di questa giornata sono stati molti i toni capaci di richiamare un percorso che, nei prossimi mesi, potrebbe virtuosamente intrecciare quanto si sta facendo a livello transnazionale sulle pratiche dello sciopero. Un inizio, anche se molto fragile, che deve trovare la forza per continuare e per crescere; un’occasione per ripensare la stessa categoria di precariato nei territori della traduzione tra esperienze politiche e sociali differenti.

Un inizio, speriamo, utile per pensare una scala delle lotte, anzitutto a partire dalla mobilità interna della forza lavoro, accentuatasi in Europa durante la crisi. Come spazializzare le lotte sociali a partire dalle migrazioni interne tra Sud e Nord, tra Est e West, di quella forza lavoro che l’Europa la sta materialmente costruendo? Seguire le tracce dal Sud e dall’ Est Europa di quei lavoratori giovani, qualificati e precari, e fare di questa mobilità interna la bussola della dimensione transnazionale delle lotte sul lavoro, i saperi e il welfare, è forse il metodo per costruire l’Europa politica di oggi.

Ogni anno, a marzo, in Polonia e in Russia viene pubblicato un sondaggio sociologico da cui si può desumere cosa pensino gli uni degli altri i russi e i polacchi e come valutino la situazione internazionale. L'analisi è commissionata dal centro per il dialogo polacco-russo. Quest'anno gli autori del sondaggio sono scivolati su una domanda riguardante l'Ucraina
Pawel Wronski, La Stampa ...

Sull’aborto, la frontiera dell’Europa dei diritti

  • Martedì, 22 Luglio 2014 14:08 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
22 07 2014

Polonia. I medici sottoscrivono una «dichiarazione di fede» per disattendere la già restrittiva legge. Viaggio nel Paese ipercattolico dove è legale solo l’interruzione di gravidanza terapeutica, eppure a causa dell’alta percentuale di medici obiettori di coscienza le donne sono alla mercé delle "mammane" o costrette a espatriare verso le cliniche slovacche. Ma stavolta il premier Donald Tusk ha richiamato i sanitari agli obblighi di legge. Un primo piccolo argine ai fondamentalisti

Tutto è pronto per par­tire. Le due pic­cole vali­gie sono state cari­cate nel por­ta­ba­ga­gli. Sarà un sog­giorno breve. Si tor­nerà a casa il più pre­sto pos­si­bile. Il viag­gio sarà lungo. Per arri­vare a Levice, una pic­cola città della Slo­vac­chia, da Var­sa­via ci vogliono 8–10 ore di mac­china. Piotr, 26 anni, stu­dente uni­ver­si­ta­rio, ha pen­sato che fosse meglio par­tire in prima serata, fare la strada con calma, magari una pic­cola sosta per sgran­chire le gambe e ripo­sare qual­che ora, così da arri­vare pun­tuali alla cli­nica. Con lui c’è Magda, la sua ragazza, 24 anni, anche lei stu­den­tessa uni­ver­si­ta­ria. Giun­gono a Levice alle 9,30. L’appuntamento era stato fis­sato per le 10 del mat­tino. Alla recep­tion, i due ragazzi ven­gono accolti da un’infermiera che li fa acco­mo­dare davanti una scri­va­nia con un com­pu­ter per esple­tare i docu­menti e pro­ce­dere al paga­mento dell’intervento: 350 euro. Subito dopo, Piotr viene cor­te­se­mente invi­tato a lasciare il reparto e tor­nare dopo le 2 del pomeriggio.

La cop­pia chiede di restare insieme, ma l’infermiera risponde che non è pos­si­bile per­ché in sala ope­ra­to­ria si trova un’altra ragazza, anche lei polacca, e per motivi di pri­vacy non è per­messo a nes­suno la per­ma­nenza. Lui abbrac­cia Magda e va fuori. Giu­sto il tempo di fumare un intero pacco di siga­rette e fare avanti e indie­tro lungo il via­letto che porta all’entrata della cli­nica e sono già le due. Piotr torna den­tro il reparto, e poco dopo esce insieme a Magda. L’intervento è pie­na­mente riu­scito. La tiene stretta a lui, la con­sola e gli asciuga le lacrime che le sol­cano il viso. Non c’è tempo per fer­marsi, devono subito ripar­tire per Var­sa­via.

Vi sem­bra una sto­ria roman­zata? Non lo è. Le uni­che parole di fan­ta­sia sono i nomi dei due ragazzi. Il resto è il rac­conto di una delle tante, tan­tis­sime cop­pie polac­che che ogni giorno affol­lano il reparto di gine­co­lo­gia della Medi­kli­nik di Levice. A prima vista sem­bra una cit­ta­dina ano­nima, fuori dai cir­cuiti turi­stici. Niente mera­vi­glie archi­tet­to­ni­che o musei da urlo, ma il cen­tro sto­rico è curato e le strade sono pulite, e c’è anche un grande parco pub­blico pieno di mamme con i pas­seg­gini, anziani che sie­dono sulle pan­chine e cop­piette di ado­le­scenti che amo­reg­giano. La cli­nica si trova a 10 minuti di mac­china dalla sta­zione fer­ro­via­ria, in una col­lina immersa nel verde e nella tran­quil­lità. E’ spe­cia­liz­zata in orto­pe­dia, chi­rur­gia este­tica e (da alcuni anni) aborto tera­peu­tico. Sul sito web (www.mediklinik.sk) è pos­si­bile leg­gere in polacco tutte le infor­ma­zioni neces­sa­rie. Basta tele­fo­nare, fis­sare l’appuntamento e pre­sen­tarsi in cli­nica. Tutti gli esami ver­ranno effet­tuati prima dell’intervento. Il tutto dura poche ore e poi si può tor­nare a casa. Il per­so­nale medico ed infer­mie­ri­stico parla polacco (slo­vacco e polacco in para­gone sono come spa­gnolo e ita­liano) e rende meno trau­ma­tica la degenza delle pazienti.

Zol­tan Csen­des, diret­tore della cli­nica, ci dice che l’80% di chi viene qui per l’aborto tera­peu­tico è polacco, ragazze tra i 20–25 anni. In media ven­gono effet­tuati 4 inter­venti al giorno. Il costo dell’operazione è la metà, rispetto ad una cli­nica pri­vata in Ger­ma­nia o Gran Bre­ta­gna, e vista la ristret­tis­sima legge polacca sull’aborto, sono tanti quelli che scel­gono di met­tersi in viag­gio per Levice invece di tro­vare un gine­co­logo com­pia­cente in Polo­nia per l’aborto clan­de­stino, il cui costo varia dai 2 ai 4 mila zloty (500–1.000 euro). Non esi­stono dati uffi­ciali, ma le asso­cia­zioni per i diritti delle donne cal­co­lano che in Polo­nia ogni anno ven­gono effet­tuati circa 180 mila aborti clan­de­stini. Nella mag­gior parte dei casi, l’intervento chi­rur­gico viene fatto in appar­ta­menti pri­vati, in un ambiente poco ste­rile e con l’ansia costante del medico che vuole por­tare a ter­mine l’operazione nel più breve tempo pos­si­bile. Se viene sco­perto, fini­sce in galera.
Tutto ciò, ovvia­mente, se hai i soldi per farlo. In caso con­tra­rio, ci sono le “mam­mane”. È nelle cam­pa­gne, lon­tano dalla moder­nità, che si con­suma la tra­ge­dia di tante gio­vani donne. «Molte arri­vano in ospe­dale quando ora­mai non c’è più nulla da fare per­ché hanno perso troppo san­gue», si con­fida il dot­tor M., che ci chiede l’anonimato. Lavora nel reparto di gine­co­lo­gia in un ospe­dale pub­blico di Poz­nan. «La situa­zione in Polo­nia è dram­ma­tica – con­ti­nua – non solo per le donne, ma anche per i medici. I diret­tori di molti ospe­dali sono legati a dop­pio filo alla poli­tica e hanno ami­ci­zie influenti nelle gerar­chie eccle­sia­sti­che. Sono loro che det­tano la linea, e se la poli­tica uffi­ciosa dell’ospedale è quella di dire no all’aborto, sem­pre e comun­que, anche i medici non obiet­tori sono tenuti a farlo. In caso con­tra­rio perdi il lavoro».

Abbiamo pro­vato a fare un giro negli ospe­dali di Var­sa­via e di Poz­nan, cer­cando di par­lare dell’argomento scot­tante con i dot­tori e gli infer­mieri in ser­vi­zio. «No com­ment», è l’atteggiamento gene­rale. Un’infermiera a Var­sa­via ha tagliato corto dicendo che «in que­sto ospe­dale siamo con­tro l’aborto, non ci inte­ressa altro». Ed è pro­prio da que­ste parole che viene fuori una realtà imba­raz­zante e para­dos­sale. Pur avendo una donna i requi­siti di legge neces­sari per poter chie­dere l’interruzione legale della gra­vi­danza, ciò viene siste­ma­ti­ca­mente igno­rato dalla mag­gior parte delle strut­ture sani­ta­rie nazionali.

L’aborto tera­peu­tico viene per­ce­pito come un cri­mine da una parte del mondo medico ed un serio osta­colo alla car­riera, salvo poi, per molti di loro, spar­tirsi senza rimorsi di coscienza il ghiotto mer­cato degli aborti clan­de­stini. Nel mese di mag­gio, 3 mila medici hanno fir­mato una «dichia­ra­zione di fede» in cui chie­dono gli sia rico­no­sciuto il diritto di ope­rare in linea con le pro­prie con­vin­zioni reli­giose e riget­tano alcune pra­ti­che medi­che come l’aborto, la con­trac­ce­zione, la fecon­da­zione in vitro e l’eutanasia. Un docu­mento for­te­mente appog­giato dalla Curia polacca e dal par­tito ultra­con­ser­va­tore Prawo i spra­wied­li­wosc (Pis, Legge e giu­sti­zia) che vuole ren­dere l’aborto com­ple­ta­mente ille­gale. Il governo polacco, sta­volta, non ha fatto orec­chie da mer­cante. Il pre­mier mode­rato Donald Tusk ha sot­to­li­neato che «i medici sono obbli­gati a rispet­tare la legge; ogni paziente deve essere sicuro che i dot­tori appli­che­ranno tutte le pro­ce­dure neces­sa­rie in accordo con la legge».
Che sia il primo stop con­tro l’invadenza della Chiesa Cat­to­lica nella vita pub­blica del Paese? Forse no, ma è un passo avanti.

Tutto ciò, ovviamente, se hai i soldi per farlo. In caso contrario, ci sono le "mammane". È nelle campagne, lontano dalla modernità, che si consuma la tragedia di tante giovani donne. "Molte arrivano in ospedale quando oramai non c'è più nulla da fare perché hanno perso troppo sangue", si confida il dottor M., che ci chiede l'anonimato. ...

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