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Quei rifugiati salvati dal teatro

  • Mercoledì, 21 Maggio 2014 09:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

L’Unità
21 05 2014

Il progetto delle teatro Cargo con i giovani rifugiati è nato spontaneamente, strada facendo. Abbiamo iniziato nel 2011 a lavorare con un gruppo di ragazzi, appena arrivati da soli da Paesi lontani nello spazio, ma soprattutto nella mentalità. I ragazzi erano ospitati a Genova in 2 comunità d’accoglienza per minori non accompagnati e richiedenti asilo. Questi ragazzi nel tratto hanno avuti un incontro importante e il teatro ha avuto un incontro importante grazie a loro

Le persone e la dignità
29 04 2014

Esplora il significato del termine: Sapete quanti soldi ha dato l’Unione europea alla Grecia per aiutare questo paese di frontiera a tenere lontani dall’Europa migranti e rifugiati? 227 milioni e mezzo di euro, dal 2011 al 2013. Nello stesso periodo, Atene ha ricevuto meno di 20 milioni di euro per l’assistenza alle operazioni di accoglienza.

Ricordiamocelo, quando parliamo di crisi. Ricordiamoci quanto costa violare i diritti umani. E teniamo a mente il “costo” in vite umane: solo nel mar Egeo, tra agosto 2012 e marzo 2014, sono annegate o non sono state più ritrovate 188 persone, tra cui bambini e neonati.

Un nuovo rapporto diffuso questa mattina da Amnesty International, dopo quello del luglio 2013, presenta ulteriori prove e testimonianze sul vergognoso e illegale trattamento che la Grecia riserva a persone che rischiano la vita (e non poche volte la perdono) per cercare riparo in Europa.

La detenzione dei migranti e dei richiedenti asilo, i 10 chilometri e mezzo di muro alla frontiera terrestre, i respingimenti a questa stessa frontiera e a quella marittima, chiamano dunque in causa l’Unione europea. Per questo, Amnesty International ha sollecitato Bruxelles ad avviare un procedimento legale nei confronti della Grecia per violazione degli obblighi che ha sottoscritto. I respingimenti (l’Italia ne sa qualcosa, essendo stata condannata nel 2011 dalla Corte europea dei diritti umani) violano il diritto comunitario e quello internazionale, per non parlare di quello interno.

Il rapporto di Amnesty International descrive casi di persone che, invece di trovare un riparo all’ingresso in Europa, subiscono violenze e intimidazioni: con le armi puntate addosso, sono obbligate a spogliarsi e rapinate di tutti i loro beni prima di essere respinte oltre il confine con la Turchia.

La Grecia è uno degli stati di frontiera della “Fortezza Europa”. Gli stati dell’Ue hanno il dovere di controllare i loro confini ma non devono mai farlo a scapito della vita e della sicurezza di persone alla disperata ricerca di protezione o semplicemente di una vita migliore. Invece, la Grecia lo fa coi respingimenti, espulsioni collettive di migranti lungo la frontiera che hanno appena oltrepassato, verso il luogo dal quale provengono. Si tratta di deportazioni illegali di gruppi di persone senza che siano state esaminate le situazioni individuali, negando dunque la possibilità di chiedere asilo.

Tra settembre 2012 e aprile 2014, Amnesty International ha incontrato 148 migranti e rifugiati che hanno riferito l’esperienza traumatica e spesso violenta fatta nel tentativo di entrare in Grecia. Poco meno della metà di loro ha denunciato di essere stata respinta dalla Grecia verso la Turchia, in alcuni casi più di una volta.

I respingimenti si verificano regolarmente lungo la frontiera terrestre della regione di Evros, nella Grecia nordorientale, pattugliata da migliaia di guardie di frontiera e in parte protetta dalla barriera lunga oltre 10 chilometri. Altre persone vengono respinte dalle isole di Lesbo, Chios e Samos, nel mar Egeo.

Ecco tre storie tratte dal rapporto di Amnesty International.

La prima è di due sorelle in fuga dalla guerra della Siria, che hanno descritto ad Amnesty International il trattamento cui sono state sottoposte, insieme ad altre 40 persone, dopo aver attraversato il confine con la Turchia:

“La polizia ci insultava e ci spingeva. Ci ha consegnato a persone che indossavano cappucci neri e uniformi nere o blu. Questi ci hanno preso soldi e passaporti. Poi a gruppi ci hanno fatti salire su queste piccole imbarcazioni e portati oltre il confine con la Turchia, con solo i vestiti addosso”.

Un gruppo di 12 afgani e siriani, tra cui otto bambini, ha perso la vita il 20 gennaio 2014 quando un’imbarcazione con a bordo 27 persone è affondata nei pressi dell’isola di Farmakonisi. Due dei sopravvissuti, che hanno perso i familiari con cui viaggiavano, hanno raccontato ad Amnesty International che l’affondamento è avvenuto dopo che la guardia costiera aveva agganciato l’imbarcazione e aveva iniziato a trainarla, ad alta velocità, con manovre a zig-zag che sollevavano alte onde, in direzione della Turchia. Le autorità hanno negato che si sia trattato di un’operazione di respingimento.

Il 6 marzo 2014 la guardia costiera greca ha sparato proiettili veri contro una piccola imbarcazione diretta, con 16 siriani a bordo, verso l’isola di Oinousses. Tre persone sono rimaste ferite. La guardia costiera ha dichiarato di aver agito per autodifesa poiché l’imbarcazione dei rifugiati stava cercando di abbordare le loro. Le persone a bordo hanno smentito questa ricostruzione, sostenendo che avevano alzato le mani per mostrare che erano prive di armi e che non avevano intenzioni aggressive.

“Pensavo fossero proiettili finti, fino a quando non ho sentito un urlo, mi sono girato e ho visto una ragazza coperta di sangue. Abbiamo provato terrore. Era come se non avessimo mai lasciato la guerra” – ha dichiarato una delle persone che erano a bordo.

Il caso della Grecia dimostra quanto le attuali politiche dell’Ue siano profondamente orientate verso la deterrenza e la prevenzione dell’immigrazione irregolare piuttosto che verso la protezione di coloro che ne necessitano.

Amnesty International Italia sta prendendo parte alla campagna “SOS Europe” per chiedere all’Unione europee l’adozione di politiche che diano priorità alle persone, e poi alle frontiere.

Nell’ambito di questa campagna, il 26 aprile a Bari gli oltre 300 partecipanti alla XXIX Assemblea generale di Amnesty International Italia hanno preso parte a una mobilitazione per denunciare la “Fortezza Europa” e chiedere il rispetto dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati. Qui potete vedere le immagini.Sapete quanti soldi ha dato l’Unione europea alla Grecia per aiutare questo paese di frontiera a tenere lontani dall’Europa migranti e rifugiati? 227 milioni e mezzo di euro, dal 2011 al 2013. Nello stesso periodo, Atene ha ricevuto meno di 20 milioni di euro per l’assistenza alle operazioni di accoglienza.

Ricordiamocelo, quando parliamo di crisi. Ricordiamoci quanto costa violare i diritti umani. E teniamo a mente il “costo” in vite umane: solo nel mar Egeo, tra agosto 2012 e marzo 2014, sono annegate o non sono state più ritrovate 188 persone, tra cui bambini e neonati.

Un nuovo rapporto diffuso questa mattina da Amnesty International, dopo quello del luglio 2013, presenta ulteriori prove e testimonianze sul vergognoso e illegale trattamento che la Grecia riserva a persone che rischiano la vita (e non poche volte la perdono) per cercare riparo in Europa.

La detenzione dei migranti e dei richiedenti asilo, i 10 chilometri e mezzo di muro alla frontiera terrestre, i respingimenti a questa stessa frontiera e a quella marittima, chiamano dunque in causa l’Unione europea. Per questo, Amnesty International ha sollecitato Bruxelles ad avviare un procedimento legale nei confronti della Grecia per violazione degli obblighi che ha sottoscritto. I respingimenti (l’Italia ne sa qualcosa, essendo stata condannata nel 2011 dalla Corte europea dei diritti umani) violano il diritto comunitario e quello internazionale, per non parlare di quello interno.

Il rapporto di Amnesty International descrive casi di persone che, invece di trovare un riparo all’ingresso in Europa, subiscono violenze e intimidazioni: con le armi puntate addosso, sono obbligate a spogliarsi e rapinate di tutti i loro beni prima di essere respinte oltre il confine con la Turchia.

La Grecia è uno degli stati di frontiera della “Fortezza Europa”. Gli stati dell’Ue hanno il dovere di controllare i loro confini ma non devono mai farlo a scapito della vita e della sicurezza di persone alla disperata ricerca di protezione o semplicemente di una vita migliore. Invece, la Grecia lo fa coi respingimenti, espulsioni collettive di migranti lungo la frontiera che hanno appena oltrepassato, verso il luogo dal quale provengono. Si tratta di deportazioni illegali di gruppi di persone senza che siano state esaminate le situazioni individuali, negando dunque la possibilità di chiedere asilo.

Tra settembre 2012 e aprile 2014, Amnesty International ha incontrato 148 migranti e rifugiati che hanno riferito l’esperienza traumatica e spesso violenta fatta nel tentativo di entrare in Grecia. Poco meno della metà di loro ha denunciato di essere stata respinta dalla Grecia verso la Turchia, in alcuni casi più di una volta.

I respingimenti si verificano regolarmente lungo la frontiera terrestre della regione di Evros, nella Grecia nordorientale, pattugliata da migliaia di guardie di frontiera e in parte protetta dalla barriera lunga oltre 10 chilometri. Altre persone vengono respinte dalle isole di Lesbo, Chios e Samos, nel mar Egeo.

Ecco tre storie tratte dal rapporto di Amnesty International.

La prima è di due sorelle in fuga dalla guerra della Siria, che hanno descritto ad Amnesty International il trattamento cui sono state sottoposte, insieme ad altre 40 persone, dopo aver attraversato il confine con la Turchia:

“La polizia ci insultava e ci spingeva. Ci ha consegnato a persone che indossavano cappucci neri e uniformi nere o blu. Questi ci hanno preso soldi e passaporti. Poi a gruppi ci hanno fatti salire su queste piccole imbarcazioni e portati oltre il confine con la Turchia, con solo i vestiti addosso”.

Un gruppo di 12 afgani e siriani, tra cui otto bambini, ha perso la vita il 20 gennaio 2014 quando un’imbarcazione con a bordo 27 persone è affondata nei pressi dell’isola di Farmakonisi. Due dei sopravvissuti, che hanno perso i familiari con cui viaggiavano, hanno raccontato ad Amnesty International che l’affondamento è avvenuto dopo che la guardia costiera aveva agganciato l’imbarcazione e aveva iniziato a trainarla, ad alta velocità, con manovre a zig-zag che sollevavano alte onde, in direzione della Turchia. Le autorità hanno negato che si sia trattato di un’operazione di respingimento.

Il 6 marzo 2014 la guardia costiera greca ha sparato proiettili veri contro una piccola imbarcazione diretta, con 16 siriani a bordo, verso l’isola di Oinousses. Tre persone sono rimaste ferite. La guardia costiera ha dichiarato di aver agito per autodifesa poiché l’imbarcazione dei rifugiati stava cercando di abbordare le loro. Le persone a bordo hanno smentito questa ricostruzione, sostenendo che avevano alzato le mani per mostrare che erano prive di armi e che non avevano intenzioni aggressive.

“Pensavo fossero proiettili finti, fino a quando non ho sentito un urlo, mi sono girato e ho visto una ragazza coperta di sangue. Abbiamo provato terrore. Era come se non avessimo mai lasciato la guerra” – ha dichiarato una delle persone che erano a bordo.

Il caso della Grecia dimostra quanto le attuali politiche dell’Ue siano profondamente orientate verso la deterrenza e la prevenzione dell’immigrazione irregolare piuttosto che verso la protezione di coloro che ne necessitano.

Amnesty International Italia sta prendendo parte alla campagna “SOS Europe” per chiedere all’Unione europee l’adozione di politiche che diano priorità alle persone, e poi alle frontiere.

Nell’ambito di questa campagna, il 26 aprile a Bari gli oltre 300 partecipanti alla XXIX Assemblea generale di Amnesty International Italia hanno preso parte a una mobilitazione per denunciare la “Fortezza Europa” e chiedere il rispetto dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati. Qui potete vedere le immagini.

Si deve puntare sull'anticipazione delle procedure di richiesta e consentire a uomini, donne e bambini che cercano un'opportunità di vita nel nostro continente, di chiedere all'Italia e alle altre nazioni europee una misura di protezione temporanea già nei paesi di transito e in quelli dove si concentrano i flussi. ...

A Scampia nasce una fattoria didattica per bambini disabili

  • Venerdì, 18 Aprile 2014 09:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Redattore Sociale
18 04 2014

Su 25 ettari di terreno oltre 300 alberi di ciliegi e un centinaio di ulivi, prevista la produzione di miele, confetture, marmellate, sottoli per favorire l'inserimento di disabili e rifugiati. Inaugurazione il lunedì di Pasqua

A Scampia nasce una fattoria didattica per bambini disabili. Il lunedì di pasquetta alle ore 10 sarà inaugurata “Vodisca”, la fattoria didattica promossa dall’associazione Vo.di.Sca, Voci di Scampia. Estesa su 25 ettari di terreno all’interno del Parco delle Colline Metropolitane di Napoli, la fattoria ospita già oltre 300 alberi di ciliegio, qualità Recca, e un centinaio di ulivi e si prevede di produrre, nei prossimi mesi, miele, confetture, marmellate, sottoli. In particolare, si produrranno ortaggi in via d’estinzione o poco redditizi, dalle papaccelle al broccolo del Vomero. Il progetto è stato reso possibile grazie a un bando per la riqualificazione del territorio promosso dall’Acqua Bene Comune (ABC) Napoli, proprietaria dei terreni, e vinto dall’associazione di Scampia.

La produzione sarà realizzata in collaborazione con Legambiente e permetterà il reinserimento lavorativo di disabili e rifugiati politici. Tanti i percorsi didattici in cantiere, dalla realizzazione di aiuole a tema, fino all’osservazione degli uccelli che nidificano sulla vicina cava, il cosiddetto birdwatching. Ma anche percorsi fitness, pet terapy, arti orientali, solarium, tiro con l’arco, batbox e tanto altro.

L’associazione Vo.di.Sca, nata in memoria di Antonio Landieri, vittima innocente di camorra, ucciso a Scampia, da anni lavora sul territorio napoletano per offrire ai giovani possibilità di futuro attraverso la promozione di attività legate allo sport, al teatro, all’editoria, alla musica. Ha ormai da tempo acquisito la casa editrice Marotta&Cafiero e ha una scuola calcio che vede la partecipazione di centinaia di ragazzi. Recentemente ha aperto un’agenzia di comunicazione e due librerie, una a Scampia l’altra al Teatro Bellini. In passato, il gruppo aveva già coinvolto ragazzi disabili, rifugiati, ex detenuti, attraverso esperienze di inclusione sociale e lavorativa.

In occasione della festa di pasquetta (l’ingresso costa 10 euro ed è in via Comunale Margherita 132), si svolgerà una raccolta fondi che servirà a finanziate l’acquisto di un trattore e dell’attrezzatura indispensabile per portare avanti i progetti della fattoria.

L’iniziativa, organizzata in collaborazione con l’associazione Fantasmatica, sarà accompagnata da musiche tradizionali a ritmo di tammorra del gruppo la Compagnia do Tamurro e da antichi giochi di strada, come la corsa ai sacchi e il tiro alla fune. Dalla prossima primavera, annunciano gli organizzatori, saranno pronti anche spazi per ospitare gruppi e scolaresche.

La Stampa
04 04 2014

Superata quota un milione di rifugiati, circa la metà sono minori.
La Rappresentante dell’Unicef nel Paese: “Gli istituti pubblici ne possono accogliere solo 100mila. Mandiamo scuole mobili nei campi fra le tende ma dilaga il lavoro minorile. È come se in Italia fossero arrivati 15 milioni di immigrati. Fra pochi mesi rischia di scoppiare la guerra per l’acqua”.

L’ultimo rapporto del Commissariato Onu per i Rifugiati lancia l’allarme Libano: un milione di profughi dalla Siria in guerra rischiano di provocare il collasso del Paese. E, dramma nel dramma, quello dei bambini: almeno 400mila in condizioni estremamente precarie, con solo 100mila che riesce ad andare a scuola. Un’emergenza «che peggiora di mese in mese», racconta da Beirut Annamaria Laurini, Representative dell’Unicef in Libano, da quattro anni in prima linea nella nazione più colpita dalla tragedia dei profughi siriani.

Quanto può ancora reggere un Paese comunque con risorse limitate come il Libano?

«Dobbiamo fare un paragone per capire la dimensione della crisi: è come se in Italia fossero arrivate 15 milioni di persone! Il Libano è un Paese di 10mila chilometri quadrati, con 4 milioni di abitanti. Il numero di bambini rifugiati è più vicino ai 600mila che ai 400mila ufficiali. Quelli in età scolare sono pari a quelli in età scolare locali. La richiesta di servizi scolastici è semplicemente raddoppiata, in un Paese dove per di più l’istruzione è quasi completamente privata».

Che cosa si può fare?

«Siamo riusciti a trovar posto a 100mila nelle scuole pubbliche, che rappresentano meno di una quarto dell’offerta scolastica. In parte nel turno del mattino, in parte in nuovi turni al pomeriggio. Uno sforzo enorme per un’istruzione pubblica poverissima: qui, chi ha due soldi, manda i figli nel privato, a prezzo di sacrifici altissimi. Nel pubblico parliamo di scuole senza bagni, senza banchi, lavagne. Forniamo kit, forniamo carburante per il riscaldamento, assistenza agli insegnanti. Ma è una lotta impari». 

E gli altri bambini?

«In Libano l’emergenza è soprattutto urbana. Chi può si rifugia in città, paga affitti assurdi per sistemarsi in sottoscala, scantinati. Sono i più fortunati. Gli altri stanno formando specie di favelas nelle periferie. Campi non attrezzati di tende di fortuna. Per quelli abbiamo predisposto scuole mobili, con insegnanti che vanno sul posto. È fondamentale, perché i bambini nei campi sono quelli più a rischio di sfruttamento lavorativo e sessuale. Finché vanno in qualche modo a scuola riusciamo a controllarli e proteggerli. E possiamo avviare controlli psico-sociale per individuare i soggetti più traumatizzati».

Hanno sofferto molto?

«Un trauma ce l’hanno praticamente tutti. Strappati dal loro Paese, sotto le bombe... Vengono da Homs, Aleppo, Yabroud. Molte scuole in Siria sono state trasformate in centri di tortura. Molti sono stati abusati, al pari delle donne. Molti usati come scudi umani, da una parte e dall’altra. Dobbiamo impedire che subiscano altre violenze».

Quant'è diffuso il lavoro minorile?

«Un’enormità. Lavorano quasi tutti, nei campi, nei ristoranti. Ma andando nei campi riusciamo almeno a contrattare. Meno ore di lavoro, la mattina, o al pomeriggio, a lezione. Di più non si può. Il problema è anche che il Libano non autorizza i campi dell’Unhcr, per ragioni storiche: hanno già 300mila rifugiati palestinesi, da 40 anni, con tutto quello che ne è conseguito”.

Ci sono tensioni, siamo al punto di rottura?

«Ci sono tensioni nel mondo del lavoro: gli immigrati, e in special modo i bambini, sono una forza lavoro a basso costo per i posti non specializzati. Si abbassano i salari. E poi c’è competizione per i servizi scolastici e sanitari. Ma il Paese è stato comunque generoso: i rifugiati sono sia alawiti che sunniti ma finora la frattura etnica non è esplosa».

Ci sono emergenze sanitarie?

«La polio fa paura. Poi le malattie infettive perché i bambini sono debilitati dalla fame, hanno subito assedi terribili. Le madri spesso hanno partorito prematuramente. E poi c’è un problema enorme che incombe. L’acqua».

Cioè?

«In inverno è piovuto pochissimo, la metà del necessario. Rischiamo una guerra dell’acqua quest’estate, soprattutto nelle campagne».

Giordano Stabile

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