×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

di Riccardo Noury

Il 2013 è stato l’anno delle spaventose crisi dei diritti umani della Siria e della Repubblica Centrafricana e ora del Sud Sudan, dei naufragi di centinaia e centinaia di migranti e rifugiati nel Mediterraneo e nell’Egeo, delle brutali repressioni delle manifestazioni in Turchia, Brasile ed Egitto, degli attentati in Kenya, Iraq, Russia ecc.
Ma ci sono 12 buone notizie, una per mese, che l’ultimo giorno dell’anno vale la pena ricordare. Sono il risultato delle pressioni delle attiviste e degli attivisti per i diritti umani, dell’attenzione dei mezzi d’informazione, dell’azione di organi giudiziari coraggiosi.

Eccole:

29 gennaio: la Corte europea dei diritti umani stabilisce che l‘Ungheria ha violato la Convenzione europea sui diritti umani segregando bambini rom in scuole speciali. La sentenza arriva al termine di una battaglia legale intrapresa nel 2006 da due giovani rom ungheresi, István Horváth e András Kiss, che erano stati obbligati a frequentare una scuola speciale per alunni con “disabilità mentale”.

9 febbraio: in Vietnam l’avvocato per i diritti umani Le Cong Dinh torna in libertà in anticipo rispetto alla condanna a cinque anni che gli era stata inflitta nel gennaio 2010. Le Cong Dinh, prigioniero di coscienza di Amnesty International, era stato arrestato nel luglio 2009 in base all’articolo 88 del codice penale, che sanziona la “propaganda contro lo stato”.

15 marzo: il Maryland diventa il 18esimo stato abolizionista degli Stati Uniti d’America.

2 aprile: con 154 voti a favore, tre contrari (Corea del Nord, Iran e Siria) e 23 astensioni, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva un Trattato sul commercio di armi che vieterà agli stati di trasferire armi convenzionali quando sapranno che, nei paesi destinatari, quelle armi saranno usate per compiere o facilitare genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra.

2 maggio: in Italia, la Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato il 15 febbraio 2012 dal governo italiano, con il quale si richiedeva di cassare la sentenza del Consiglio di stato che nel novembre 2011 aveva dichiarato l’illegittimità della cosiddetta “emergenza nomadi” sul territorio italiano.
10 giugno: il Regno Unito fornisce le scuse ufficiali per le violenze inflitte negli anni Cinquanta nel corso della protesta anticolonialista dei mau mau in Kenya. Il governo annuncia 19,9 milioni di sterline di risarcimenti per le 5200 persone sopravvissute ai campi di prigionia britannici in Kenya.

23 luglio: viene rilasciato Abdul Ilah Haydar Shayi, giornalista dello Yemen adottato da Amnesty International come prigioniero di coscienza. Arrestato nell’agosto 2010, era stato condannato il 18 gennaio 2011 a cinque anni di carcere per presunti legami con al-Qaeda. È stato il primo giornalista a rivelare il coinvolgimento degli Usa in un attacco missilistico che, nel 2009, uccise almeno 41 civili – tra cui 21 bambini e 14 donne – ad Abyan.

23 agosto: Shi Tao, prigioniero di coscienza della Repubblica Popolare Cinese adottato da Amnesty International, viene rilasciato con 15 mesi di anticipo sulla scadenza della pena. Giornalista e poeta, Tao era stato arrestato nel novembre 2004 e condannato a 10 anni di carcere per aver inviato un’email che riassumeva le indicazioni diffuse dal dipartimento centrale della propaganda cinese su come i giornalisti avrebbero dovuto trattare il 15° anniversario della repressione del movimento per la democrazia del 1989.

18 settembre: Nasrin Sotoudeh (nella foto), avvocata per i diritti umani dell’Iran, prigioniera di coscienza adottata da Amnesty International, viene rilasciata dopo tre anni di carcere. Nel settembre 2010 era stata condannata a sei anni a causa delle sue attività in favore dei diritti umani.

30 ottobre: in Messico Alberto Patishtán, un insegnante nativo dello stato del Chiapas, ottiene la grazia presidenziale. Patishtán ha trascorso 13 anni in carcere, dopo essere stato condannato a 60 anni di carcere al termine di un processo irregolare per vari reati tra cui omicidio aggravato e rapina nel contesto di un’imboscata durante la quale, nel 2000, erano stati uccisi sette agenti di polizia. Amnesty International aveva sempre ritenuto che Patishtán non avesse mai preso parte a quell’azione.

11 novembre: la Corte suprema della Turchia conferma le condanne di 12 pubblici ufficiali per la morte di Engin Ceber, un attivista politico, avvenuta nel 2008 nel carcere di Metris, a Istanbul. Il direttore del carcere e due guardie penitenziarie sono condannati all’ergastolo per aver causato la morte di Ceber tramite tortura. Altri nove funzionari ricevono pene da cinque mesi a 12 anni e mezzo.

12 dicembre: la Corte suprema del Tennessee, negli Stati Uniti d’America, sospende l’esecuzione di Billy Ray, prevista il 15 gennaio 2014, a causa di contestazioni sul nuovo protocollo di esecuzione dell’iniezione letale adottato a settembre. Il nuovo protocollo si era reso necessario per l’esaurimento delle scorte del sodio tiopentato, sostituito dal pentobarbital, un anestetico solitamente usato nell’eutanasia degli animali.

Melting Pot
19 12 2013

Fuggono da guerre e persecuzioni ma una volta giunti in Italia solo il 32,4% di loro trova un luogo dove stare.

Sono i rifugiati. Riconosciuti come tali dalle istituzioni italiane ma poi confinati nella periferia dei diritti. Ma c’è chi non si arrende.
E’ successo anche stamane in via Tommaseo 90, a Padova, quando circa cinquanta rifugiati hanno occupato la vecchia sede di Meeting Service Spa, un palazzo vuoto da anni e finito all’asta dopo il fallimento della società.

Vengono dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Ghana, dal Mali, dal Senegal, dal Togo, dalla Nigeria. I loro lineamenti richiamano i volti che abbiamo visto scorrere nelle immagini girate all’interno del cpsa di Lampedusa negli scorsi giorni. I loro passaporti non sono diversi da quelli di altre migliaia di persone inghiottite dal Mar Mediterraneo in questi anni e che riescono a suscitare tanto cordoglio e indignazione.

Loro, che invece hanno avuto la fortuna di approdare vivi sulle nostre coste, sono poi stati abbandonati dalle istituzioni, come accade ad altre migliaia di titolari della protezione internazionale in Italia.

Hanno vissuto per mesi nei CARA o nel circuito dell’emergenza nordafrica, alcuni sono arrivati a Lampedusa solo poche settimane fa, altri hanno cercato di raggiungere il Nordeuropa rimanendo ingabbiati nelle incomprensibili leggi che limitano la circolazione interna all’Unione, altri ancora hanno trovato rifugio gratuito per mesi nei locali di via Gradenigo 8, l’Associazione Razzismo Stop.

Per troppo tempo sono stati dimenticati, celati agli occhi dei più, ignorati dalle amministrazioni e ricacciati, e oggi hanno scelto di non fuggire più.

Non chiedono assistenza, ma la possibilità di provarci, di costruirsi un futuro degno dopo che il loro passato è stato cancellato da conflitti e persecuzioni.

Intorno alle undici hanno raggiunto lo stabile insieme agli attivisti di Razzismo Stop, di Asc e del Centro Sociale Pedro e hanno riaperto uno dei tanti palazzi abbandonato al degrado dalla rendita speculativa. Uno tra i tanti immobili lasciati colpevolmente vuoti a fronte di centinaia, migliaia di persone, condannate alla precarietà abitativa.

Tra loro c’è Hassan, somalo, non più di diciannove anni, sul volto da bambino i segni di un percorso tortuoso alla ricerca di un fratello che prima di lui ha attraversato mezzo continente africano per raggiungere la Germania. E’ approdato a Lampedusa dopo essere passato per la Libia post-gheddafiana dove la violenza e la compravendita di esseri umani è all’ordine del giorno. Laciata Mogadisio ha raggiunto Nairobi, da dove è ripartito. Lì ha lasciato il padre. La madre non c’è più.

Dopo aver attraversato il Sudan è entrato in territorio libico. Lì ha aspettato uno dei tanti taxi che traghettano le persone nel deserto del Sahara. Ha avuto la fortuna di non incappare nelle bande che "presidiano" la frontiera a caccia di corpi umani da barattare con le milize libiche. Ma una volta raggiunta Bengasi tutto è diventato più difficile. Ha pagato centianaia di euro per rimanere un uomo libero. Lui che ancora uomo non è. I suoi occhi hanno avuto la sfortuna di vedere le violenze delle milizie, il suo corpo la fortuna di non esserne oggetto. E poi, ancora pagando, è riuscito a partire in uno di quei barconi che le immagini dei telegiornali proiettano ciclicamente al tg della sera.

Il viaggio estenuante, gli sos, i compagni di viaggio che non ce la fanno e poi Lampedusa. Il Centro di prima accoglienza e soccorso salito alla ribalta delle cronache per le immagini shock di questi giorni, il trasferimento al Cara di Mineo, la voglia di abbandonare quell’inferno in cui le palazzine tirate a lustro fanno da sfondo ad una vita di attesa disperata. Poi, dopo mesi di attesa arriva la tanto attesa decisione della Commissione.

Allora riparte, insieme al fratello che lo raggiunge a Napoli per portarlo con sé. Ma il loro progetto si ferma di fronte alle norme che impediscono di lavorare in un paese diverso da quello che ti ha rilasciato il permesso di soggiorno. Torna in Italia e raggiunge Padova, dove si unisce ad altre storie come la sua che oggi però, nella giornata di azione globale per i diritti dei migranti, hanno scelto di alzare la testa.

A via Trieste e via Salandra, si aggiunge così l’esperienza del terzo palazzo occupato a Padova, quello di via Tommaseo ribattezzato "Casa dei diritti Don Gallo".

Chissà che questa volta qualcuno si accorga di loro.

Amburgo, in piazza per rifugiati di Lampedusa

  • Venerdì, 13 Dicembre 2013 14:03 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
13 12 13

Ad Amburgo quasi quattromila studenti hanno scioperato in difesa dei diritti dei rifugiati di Lampedusa. Un fatto politico importante. Non solo Forconi nel mondo.

Tutto è cominciato con un raduno alla stazione centrale. Da lì, circa 3500 studenti si sono spinti verso la sede di Amburgo della Spd.

Chiedono sostegno e solidarietà nei confronti dei 300 rifugiati africani arrivati sull'isola di Lampedusa, prima in Italia e quindi nella primavera ad Amburgo.

I manifestanti chiedono un permesso di soggiorno per motivi umanitari per l'intero gruppo. Il Senato di Amburgo ritiene invece che non ci sia alcuna possibilità legale.

Per leggere l'articolo originale: 3500 Schüler gehen für die Flüchtlinge auf die Straße

Bulgaria, un mese di attacchi xenofobi

Il Corriere della Sera
04 12 2013

Chissà se la notte in cui l’hanno accoltellato, il 4 novembre, Alì ha pensato che, sì, forse avevano ragione i suoi aggressori: era meglio se rimaneva a casa sua. Sotto le bombe. Chissà se ha pensato che tanto valeva rischiare di morire a 17 anni quando un missile centra la tua abitazione in Siria piuttosto che di fronte a un centro per rifugiati a Sofia, la capitale della Bulgaria.

Degli oltre due milioni di rifugiati costretti a lasciare la Siria a causa di una guerra di cui non si vede la fine, una percentuale irrisoria è arrivata in Europa. In Bulgaria, è dello 0,45 per cento. Eppure ha colto del tutto impreparate le autorità. Un episodio di criminalità (l’accoltellamento di una donna da parte di un migrante irregolare algerino) è stato il pretesto per far esplodere la xenofobia.

Domenica notte, nel quartiere dell’ex raffineria dello zucchero, sono stati aggrediti altri tre siriani: a uno hanno rotto il naso, un altro lo hanno riempito di colpi alla testa e il terzo è riuscito a svincolarsi e a scappare. Gli aggressori erano otto secondo la polizia, 25 secondo testimoni oculari, armati di coltelli e tirapugni.

Così, il numero di attacchi xenofobi a Sofia è salito a sette in 30 giorni. Tra gli altri, oltre ai rifugiati siriani, sono stati aggrediti un ragazzo del Mali una donna del Camerun e un cittadino bulgaro di origini turche, in coma dal 9 novembre.

L’aumento del numero di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Bulgaria ha dato vita a una serie di proteste da parte di gruppi di vigilantes, che presidiano ormai stabilmente alcune zone di Sofia, come Pirozka Boulevard. Il partito ultranazionalista Ataka, che ha 23 seggi in parlamento, ha raddoppiato i consensi in due mesi.

La retorica anti-immigrazione è stata fatta propria anche dal ministro dell’Interno Tsvetlin Yovchev, che nel mese di ottobre ha dichiarato: “Non c’è un solo paese che abbia mai beneficiato dal fatto che ci sono rifugiati sul suo territorio”.

Il presidente e il primo ministro della Bulgaria hanno condannato la xenofobia.

Contemporaneamente, tuttavia, il governo ha annunciato misure per fermare l’ingresso dei rifugiati nel paese. Il ministro della Difesa Angel Naydenov ha promesso di adottare “provvedimenti molto seri” alla frontiera meridionale con Grecia e Turchia.

Proprio alla frontiera con la Turchia, c’è un centro d’accoglienza che di accoglienza ne fa ben poca: Harmanli, dove sono detenuti 1000 rifugiati.

I rifugiati, molti dei quali in fuga dai conflitti armati di Afghanistan e Siria, sono trattenuti in container di metallo, tende ed edifici in rovina di un ex complesso militare.

Nonostante le condizioni agghiaccianti e il sovraffollamento, le autorità bulgare continuano ad ammassarvi altre persone, cui vengono forniti unicamente un materassino di gommapiuma e due coperte umide e sottili, materiale del tutto inadeguato a sopportare il clima gelido, considerando che i locali e le tende sono privi di riscaldamento.

Nel corso di una visita nel campo di Harmanli, Amnesty International ha trovato minori non accompagnati e donne incinte. Una di queste ultime, al sesto mese di gravidanza, dormiva su un materasso sul pavimento e non mangiava da due giorni.

Il campo di Harmanli è dotato di soli tre gabinetti e otto docce, che molti rifugiati rifiutano di utilizzare a causa della sporcizia. I detenuti non possono uscire dal campo in cerca di cibo e vengono alimentati con patate, riso e pane.

Alcuni rifugiati si trovano in queste condizioni da oltre un mese, senza poter incontrare un avvocato o un dirigente del campo che possa spiegargli cosa accadrà in seguito. Oltre alle associazioni per i diritti umani, si sta prendendo cura di loro l’ex campione di boxe Evander Holyfield. Ma né le une né l’altro hanno il potere di dare l’asilo politico.

Il direttore dell’agenzia statale per i rifugiati ha dichiarato ad Amnesty International che le autorità non registrano i richiedenti asilo “accomodati” ad Harmanli, i quali di conseguenza vengono privati del diritto a una procedura d’asilo.

Amnesty International ha chiesto alle autorità bulgare di adottare tutte le misure necessarie per fermare l’escalation di attacchi xenofobi e garantire, anche grazie al sostegno dell’Unione europea, un’accoglienza degna di questo nome ai richiedenti asilo e procedure adeguate per accertare le loro condizioni e fornire misure di protezione.

Amnesty International
01 11 2013

In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha dichiarato che è necessario il sostegno internazionale per aiutare la Giordania ad annullare le restrizioni poste alla sua frontiera nei confronti dei rifugiati in fuga dalla Siria. L'organizzazione per i diritti umani ha rilevato come centinaia di persone dirette verso la Giordania e altri paesi confinanti con la Siria vengano respinti. Decine di persone sono state rimandate in Siria e molte delle persone accolte hanno difficoltà nell'accedere ai servizi basilari.

"È inaccettabile che i paesi confinanti neghino l'ingresso a tante persone in fuga dalla Siria, comprese famiglie con bambini piccoli che cercano riparo dai combattimenti" - ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"La fuga dei siriani verso la Giordania e altri paesi della regione viene ostacolata dal rafforzamento delle restrizioni alle frontiere. Molte di queste persone hanno già perso tutto. Sollecitiamo i paesi confinanti a tenere le frontiere aperte a tutte le persone che scappano dal conflitto siriano e chiediamo alla comunità internazionale di accelerare gli sforzi per aiutare quei paesi".

Oltre due milioni di rifugiati hanno lasciato la Siria, dando vita alla peggiore crisi umanitaria del decennio. La maggior parte di loro ha trovato rifugio in Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto. Almeno altri 4,25 milioni sono sfollati all'interno della Siria.

"Il flusso di rifugiati ha posto un enorme gravame sui paesi della regione. Le loro risorse sono inevitabilmente al limite. Tuttavia, ciò non dovrebbe essere usato come alibi per negare l'ingresso o rinviare a forza le persone in mezzo al conflitto e alla crisi umanitaria della Siria" - ha sottolineato Luther. "La comunità internazionale deve avere un ruolo importante nell'offrire sostegno ai paesi della regione che finora hanno sostenuto l'onere di ospitare i rifugiati siriani, con risorse minime a disposizione. Occorre un'azione immediata per rafforzare l'aiuto umanitario internazionale e i programmi di reinsediamento, al fine di evitare un ulteriore peggioramento della crisi".

Nonostante le dichiarazioni ufficiali secondo le quali il confine rimane aperto per tutti coloro che fuggono dal conflitto, le ricerche di Amnesty International hanno messo in luce che l'ingresso in Giordania viene negato ad almeno quattro categorie di persone: i palestinesi e gli iracheni rifugiati in Siria, le persone prive di documenti d'identità e gli uomini non accompagnati che non possono dimostrare di avere legami familiari in Giordania.

Le limitazioni imposte dalle autorità giordane alla frontiera, unitamente agli scontri in corso nelle zone di confine, hanno intrappolato a tempo indeterminato migliaia di sfollati nei pressi della frontiera con la Giordania. Famiglie hanno raccontato ad Amnesty International di essere state rimandate indietro dalle autorità di frontiera giordane.

Una donna con sei figli ha dichiarato che sul suo passaporto è stata stampata la dicitura "ritornare tra un mese". Lei e i suoi bambini sono stati costretti a dormire lungo la strada, nei pressi del confine, con altre 100 famiglie. Hanno lottato per sopravvivere mangiando la frutta degli alberi. Dopo un mese di attesa, sono stati nuovamente respinti alla frontiera e costretti a rientrare in una città siriana.

Per coloro che hanno ottenuto l'ingresso in Giordania, il rimpatrio forzato è un rischio ulteriore. Le autorità giordane hanno dichiarato ad Amnesty International che non avrebbero rimandato nessuno in Siria. Tuttavia, nell'agosto 2012, circa 200 persone sono state rinviate in Siria dopo una protesta scoppiata nel campo rifugiati di Za'atri. Da allora, anche altre sono state respinte.

"I rifugiati fuggiti dal conflitto siriano hanno diritto alla protezione internazionale. Rinviarli a forza in Siria è un'agghiacciante violazione dei diritti umani" - ha dichiarato Luther.

I residenti incontrati da Amnesty International a Za'atri, il più grande campo della Giordania dove si trovano attualmente 120.000 rifugiati siriani, hanno denunciato le difficoltà di accedere ai servizi fondamentali e a un adeguato standard di vita.

L'accesso all'acqua potabile, gli alti livelli di criminalità e la scarsa sicurezza sono tra i problemi più grandi. Solo la metà dei bambini in età scolare è stata iscritta alle scuole del campo. Amnesty International ha incontrato molti bambini, anche di 12 anni, che non andavano a scuola e lavoravano per aiutare le famiglie.

A Za'atri le donne e le ragazze vivono nel terrore di subire molestie e violenze sessuali. Molte hanno dichiarato di aver paura di andare ai gabinetti da sole di notte. I medici del campo hanno riscontrato un aumento delle infezioni alle vie urinarie dovuti al fatto che per lunghi periodi di tempo le donne non vanno in bagno.

Altre ragazze sono state avvicinate da uomini giordani in cerca di "spose". La giovane età e il percepito status inferiore in quanto rifugiate, mettono le ragazze richieste come spose, a volte anche per matrimoni temporanei, a rischio di sfruttamento.

Anche i rifugiati al di fuori del campo di Za'atri vivono in condizioni precarie.

"La situazione per le donne e i bambini è particolarmente difficile. Ai rifugiati scappati dai bombardamenti ora tocca continuare a vivere nel terrore di non poter avere accesso ai servizi di base necessari per condurre una vita normale" - ha concluso Luther.

Leggi le altre news sulla Siria

FINE DEL COMUNICATO Roma, 31 ottobre 2013
Per interviste: Amnesty International Italia
Ufficio Stampa - 06 4490224- 348 6974361
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

facebook