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Lettera delle rifugiate eritree alla Presidente della Camera Laura Boldrini
22 04 2013

Illustre Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati,

Siamo un gruppo di 45 donne eritree rifugiate politiche. Tra di noi ci sono anche 2 donne incinta e 4 bambini. Siamo arrivate a Lampedusa ad Agosto 2012, da lì siamo state trasferite in un centro di accoglienza a Tivoli, vicino Roma.

La posizione del centro era completamente isolata dal centro abitato di Tivoli, mal collegata con Roma e strutturalmente inadatta ad assicurare condizioni di vita decenti: i muri perdevano continuamente acqua perché le condutture erano rotte, i termosifoni non funzionavano e c’erano solo 4 bagni chimici per un totale di 79 ospiti.

C’era una mancanza di servizi: all’interno della struttura, nessun dottore è mai venuto a visitarci; per molto tempo non abbiamo avuto nemmeno la possibilità di ricevere trattamenti medici nelle strutture esterne al centro perché, senza documenti, non potevamo chiedere la carta sanitaria; molto spesso gli operatori amministravano le medicine per le nostre malattie ma, ovviamente, non erano persone competenti a comprendere i nostri dolori e spesso davano a tutti noi le stesse medicine.

Nonostante queste povere condizioni, siamo state in grado di assicurarci i diritti minimi: carta sanitaria e registrazione dei nostri figli a scuola, ma non un servizio di trasporto.

A dicembre, senza alcun avvertimento, come se non avessimo il diritto di essere consapevoli delle nostre vite, la cooperativa ha deciso di metterci su un autobus e “spedirci” in un altro centro, quello dove siamo oggi, a Ponton dell’Elce, una frazione del comune di Anguillara, ancora più isolato e collegato male con il centro abitato e con Roma. All’inizio eravamo 110 persone di diverse nazionalità.

Per arrivare alla fermata dell’autobus dobbiamo camminare per un’ora in una strada buia e senza marciapiede. Per la seconda volta siamo state costrette a subire lo stesso trattamento: lunghe attese per avere un dottore nel paese più vicino, mesi di attesa prima di raggiungere un accordo con la cooperativa per mandare a scuola i nostri figli, nessun servizio di trasporto per assicurare almeno una connessione con i servizi essenziali come scuole e ospedali.

Una situazione molto difficile che è stata aggiunta al nostro stato di stress e alla nostra attesa preoccupata per l’intervista con la Commissione e per il risultato finale.

Ancora una volta ci siamo organizzate da sole e, dopo aver fatto molte pressioni sulla cooperativa, abbiamo ottenuto l’assistenza medica e l’iscrizione dei nostri figli a scuola.

Ma, come se non fosse abbastanza, a marzo la cooperativa ha deciso di farci partire di nuovo per tornare al centro di Tivoli, senza darci nessuna spiegazione. A quel punto alcune di noi hanno deciso di dire che era abbastanza e hanno rifiutato di essere trattate come “pacchi”, scegliendo di continuare a rimanere nel centro, nonostante l’opposizione della cooperativa.

Dopo di questo, siamo state abbandonate a noi stesse, senza operatori e senza medicine. Nel centro abbiamo soltanto l’operatore che viene giornalmente a portarci il cibo.

Oggi, per la terza volta, la cooperativa ci ha informato che lunedì (22 aprile) dovremmo lasciare il centro per essere trasferite ancora una volta a Tivoli. Nonostante il centro in cui viviamo non sia per niente un luogo degno e nonostante le condizioni non siano delle migliori, durante questi mesi siamo state capaci di costruire un’interazione con gli abitanti del paese e di costruire qualche tipo di relazione con il territorio. Inoltre, siamo sicure che le condizioni del centro di Tivoli non sono migliori.

Vogliamo soltanto i nostri documenti e chiediamo solo di essere trattate come esseri umani e di essere libere di determinare le nostre vite. Chiediamo un trattamento dignitoso e di essere accolte in strutture che non si siano situate fuori dalla società.
Rifugiate eritree di Anguillara

Lettera delle rifugiate eritree a Laura Boldrini

  • Lunedì, 22 Aprile 2013 09:45 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Melting Pot Europa
22 aprile 2013

La risposta di Laura Boldrini
La lettera delle rifugiate eritree

InfoMigrante ha seguito sin dall'inizio la questione dell'emergenza Nord Africa e come questa, ancor di più con la fine dei finanziamenti programmati, si ripercuota drammaticamente sulle vite dei migranti che si trovano in Italia ospiti nei Centri d'Accoglienza. ...

Non giocate con le nostre vite

  • Giovedì, 28 Marzo 2013 14:38 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
28 03 2013

La denuncia dell’associazione Yo Migro e le testimonianze video raccolte in collaborazione con Esc Infomigrante.

È primavera inoltrata, poco meno di un anno fa, quando riceviamo la prima telefonata. A contattarci è un’operatrice sociale. Sta lavorando in un centro per minori non accompagnati, ci spiega. Aggiunge che i ragazzi ospiti del centro sono tutti stranieri e che non si tratta di una casa famiglia per pochi ospiti, come prevedono le disposizioni in materia di tutela dei minori. È un centro grande, di recente apertura, in estrema periferia. La struttura è piccola e fatiscente, il personale carente. I ragazzi sono parcheggiati lì dalla mattina alla sera: nessuna assistenza legale e psicologica, nessun percorso formativo, attese lunghissime e dagli esiti incerti per concludere l’iter di regolarizzazione (tutela e permesso di soggiorno). L’operatrice ci chiede d’inserire un gruppo di ragazzi nei nostri corsi d’italiano. Creiamo un modulo ad hoc. I ragazzi aumentano di settimana in settimana, sono in maggioranza africani, arrivati durante la cosiddetta “emergenza Nordafrica”.

Ci attiviamo per avviare un percorso a tutto tondo, che li metta in condizione di costruirsi un futuro. Non facciamo in tempo. Con l’arrivo dell’estate, i nostri studenti si volatilizzano. Di starsene parcheggiati non ne volevano sapere. I centri percepiscono dai 50 agli 80 euro al giorno per “accoglierli”, ma solo per ottenere la tessera dell’autobus i ragazzi hanno dovuto fare uno sciopero della fame. Idem per avere dei pasti accettabili. E così, appena parte la stagione della raccolta agricola, i nostri studenti finiscono tutti al sud. Nuove prede per il caporalato.

Ma l’afflusso dei giovani alla nostra piccola scuola non si ferma. Con l’inizio dell’autunno la domanda s’impenna. Ci contattano altri operatori: stesso scenario, stessa richiesta. Altri ragazzi arrivano per passaparola, altri ancora li intercettiamo in strada, a Tor Pignattara. Vogliono venire a scuola, anche loro ospiti di un centro per minori. Un altro centro ancora, sempre in estrema periferia. Cambiano però le nazionalità di questi giovani: adesso sono quasi tutti bengalesi.

Cominciamo ad avere un quadro più preciso. Contattiamo altre associazioni, avvocati, operatori, componiamo una prima mappatura. A quanto pare, a Roma e solo a Roma, contestualmente all’emergenza Nordafrica il Comune ha aperto una quindicina circa di nuovi megacentri per minori non accompagnati. Dove con “minori” si sottintende “stranieri”. I ragazzi italiani continuano ad essere ospitati in case famiglia. Gli stranieri, finiscono nei megacentri. Impossibile sapere esattamente quante e quali sono queste nuove strutture, ma secondo le nostre stime dovrebbero essere circa duemila i giovani stipati al loro interno. Buona parte dei centri sono legati ai canali di finanziamento dell’emergenza Nordafrica, che finisce formalmente a fine febbraio 2013. E il rischio che si smantelli tutto ci sembra elevato. Cominciamo a organizzarci: assemblee con tutti i ragazzi, colloqui individuali. Per non lasciarli soli e fare fronte insieme a ogni evenienza.

Ma ancora una volta, la realtà supera le peggiori previsioni. L’allarme scatta a inizio marzo. I nostri studenti sono nervosi e preoccupati. La storia che ci raccontano sembra assurda, ma cerchiamo comunque d’informarci. E scopriamo che la loro angoscia è più che fondata. La macchina messa in moto dal Comune di Roma è metodica e implacabile: il venerdì un fax del Comune trasmette alla struttura di accoglienza un elenco di 5 o 10 ragazzi, convocati in dipartimento per il lunedì successivo. Qui ai ragazzi viene offerta la possibilità di dichiararsi maggiorenni, lasciare immediatamente il centro e beccarsi un espulsione. In caso di rifiuto, il giorno seguente vengono sottoposti ad una seconda visita medica di accertamento dell’età presso l’Ospedale militare del Celio, e lì dichiarati maggiorenni. Allontanati immediatamente dal centro con in tasca un provvedimento di espulsione e una pesante denuncia penale per esibizione di documenti falsi, falso ideologico e truffa ai danni dello Stato. Reati molto gravi: un’eventuale condanna significherebbe non avere mai più alcuna possibilità di vita regolare in Europa.

Presi di mira sono, in questa prima fase, i “centri ordinari”: quelli finanziati direttamente dal Comune e non quelli aperti con l’emergenza Nordafrica – finanziati invece dal Ministero che, alla chiusura del pacchetto “emergenziale”, ha stanziato altri fondi per le strutture che accolgono categorie “vulnerabili” quali i minori stranieri non accompagnati.

Tutto giustificato, a quanto pare, da un’indagine avviata dalla Procura di Roma – con il pieno avvallo del Tribunale dei Minori e in accordo con il Comune – sui cosiddetti “finti minori”. Sembra s’indaghi su un nuovo e redditizio business, in un paese che non prevede nella sostanza alcuna effettiva via di regolarizzazione e continua ad alimentare l’ipocrisia della “lotta all’immigrazione clandestina”. Ovvero: come soddifare le pulsioni xenofobe e garantirsi al contempo uno sterminato bacino di manodopera priva di qualsivoglia diritto. E sarà esattamente questo l’effetto dell'operazione in corso.

Quello che lascia esterrefatti è che s’indaghi colpendo in primis e così duramente l’ultimo anello della catena, il più debole, chi dei traffici è innanzitutto vittima. Non ci risulta che dai ragazzi si cerchi di avere informazioni sull’ipotizzata truffa: una volta espulsi e denunciati, vengono semplicemente buttati in strada da agenti di polizia che non mancano di insultarli e terrorizzarli.

Intanto i circa 2000 ragazzi ospiti dei centri sono in preda al panico. È facile immaginare che, nel giro di qualche settimana, saranno tanti quelli che si allontaneranno, spaventati, dai centri per riversarsi per le strade della stessa città che ha speculato sulla loro “accoglienza”. E che adesso speculerà sulla loro condizione di irregolarità: lavoro al nero, posto letto al nero, vita al nero. Per la gioia di chi della tua clandestinità farà la sua fortuna.

Quando tutto questo sarà finito, quanti minori non accompagnati avranno ancora il coraggio di emergere? Quante giovani e giovanissime vittime di traffico o truffe saranno disposte a denunciare chi si è approfittato di loro? Sicuramente pochissimi. Gli altri troveranno nuovi faccendieri, pronti a vendergli a caro prezzo la speranza di un futuro migliore.

Con grande lucidità un ragazzo ci ha chiesto: perché giocano con le nostre vite?

Per maggiori informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Associazione di promozione sociale Yo Migro – Orgoglio Meticcio
Tra le attività settimanali di YoMigro presso il centro sociale Strike, la scuola di italiano per stranieri, lo sportello di consulenza amministrativa e legale e il centro di orientamento sanitario “Ambulanti”.

Si ringraziano Esc Infomigrante e Amisnet.org per il prezioso sostegno nella raccolta delle testimonianze.

Snobbate le richieste d’asilo per stupro

  • Venerdì, 15 Marzo 2013 13:40 ,
  • Pubblicato in Flash news

west
15 03 2013

In Inghilterra, le donne che richiedono asilo perchè vittime di violenze sessuali nei paesi d’origine per le autorità continuano a mentire. E’ questo l’atteggiamento mentale prevalente dell’UK Borders Agency (UKBA) per quelle immigrate che sostengono di aver subito abusi – anche quando arrivano da paesi come la Repubblica Democratica del Congo, descritta come la “capitale mondiale dello stupro” dalle Nazioni Unite. Un comportamento testimoniato più e meglio dai numeri offerti dal recente report pubblicato dall’organizzazione Aid Asylum. L’87% di domande inoltrate da questa speciale categoria di immigrate sono state inizialmente respinte dalle autorità amministrative. Anche se il 42% di questi dinieghi sono stati rovesciati in seguito da un giudice.

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Un miliardo 300milioni di euro in due anni dissipati, utilizzati per tenere i rifugiati del nord Africa parcheggiati negli alberghi a fare niente.
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