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"La Polizia ha fallito"

Diario (Anno VI–numero 4)
Luglio 2006

Giovanni Aliquò non è sospettabile di simpatia per i duri dell’antagonismo. Il segretario dell’Associazione nazionale funzionari di Polizia (Anfp), a Genova era in piazza con casco e manganello. E nei punti più caldi: in via Tolemaide il 20 luglio, in piazza Kennedy il 21. Ha partecipato agli scontri, ha compiuto arresti, in ufficio conserva ancora una bandiera presa a un militante del Tikb, i comunisti rivoluzionari turchi (il simbolo è falce, martello e mitra). Eppure afferma che per la Polizia italiana quel G8 «è stato un sostanziale fallimento».

Aliquò parla innanzitutto di «assoluta confusione nella catena di comando, con troppi galli a cantare e il questore, vero e unico responsabile per legge, che si sentiva espropriato del potere di direzione dell’ordine pubblico». Per l’attività di indirizzo operativo si sono proposti dirigenti «che non conoscevano Genova», in più i sistemi di comunicazione erano «inaffidabili», e lo sono ancora oggi. Quando, anche a causa di cattive comunicazioni, vi fu all’improvviso l’attacco ai Disobbedienti in via Tolemaide, ricorda Aliquò, si disse che «Andreassi si infuriò». Bolzaneto doveva essere organizzato e curato meglio, «visto il precedente di Napoli».

E l’operazione Diaz, «ammesso che dovesse davvero essere fatta, e nessuno ci ha riflettuto abbastanza, soprattutto alla luce dei qualificati dubbi che nella fase organizzativa erano emersi», doveva essere «naturalmente» condotta ed eseguita da personale della Digos, non da altri. Pur nel rispetto delle professionalità e della buona fede di ognuno, le mentalità e gli approcci operativi tra Digos e Mobile sono diversissimi. «In Italia ci sono 103 uffici Digos, è possibile che siano tutti degli inetti?», chiede. «Al G8 l’attività di prevenzione è stata affidata invece alle Squadre mobili, come se fosse un problema di criminalità comune.

Alla Diaz era presente la crema dellaPolizia giudiziaria, invece doveva esserci la crema di quella politica. Certo, La Barbera era il capo della Direzione Centrale della Polizia di prevenzione (l’ex Ucigos), ma il problema è: perché La Barbera, avendo fatto tutta la sua carriera in altri campi, la comandava?». La risposta è che al vertice della Pubblica sicurezza c’è una visione «poliziagiudiziariocentrica», allora come oggi. «Si vede dal mix di promozioni: sono andate avanti persone che hanno commesso errori marchiani – e riguardo a Genova parlo di errori, al di là delle eventuali responsabilità penali – mentre è rimasto fermo chi ha fatto cose egregie.

Si sono promossi e gratificati funzionari che con la loro condotta creano turbamento e danneggiano l’immagine della Polizia. Se, in condizioni di manifesta superiorità numerica, pesti un manifestante inerme a terra sbagli. Se poi lo fai davanti a una telecamera, induci la gente a credere che tutti si comportino così. E questo non è vero, anche se poi chi, davanti agli occhi del mondo, mal si è comportato può anche essere premiato se è funzionale a determinati interessi “politici”. In Polizia, come in altri corpi, ci sono cordate», continua il segretario dell’Anfp, «tu mi hai protetto ieri e io ti gratificherò domani. Questo è un veleno che rischia di distruggere l’Istituzione».

La politica, chiarisce il dirigente, dovrebbe stare fuori anche dalle sale operative. «Non credo che, a Forte San Giuliano, Fini abbia dato indicazioni, ma a posteriori la sua sola presenza è stata nociva a una gestione ottimale dell’ordine pubblico, delegittimando le autorità tecniche. Un estraneo non può stare in sala operatoria nel corso di un intervento, neppure se è il padrone della clinica».

Se la Polizia ha le sue colpe, Aliquò punta il dito anche contro il movimento. «Sabato 21 sono andato a vedere la testa del corteo prima degli incidenti. I potenziali violenti si vedevano subito e infatti sono stati segnalati. Ma non si potevano enucleare senza la collaborazione degli altri manifestanti. Da parte del movimento è mancata una risposta corale e netta contro questi gruppuscoli, che invece c’è stata alla grande manifestazione di Firenze l’anno dopo».

Come tra i manifestanti, anche in Polizia esiste una sorta di reducismo genovese. In molti «resta una sorta di macigno morale, un’epopea tragica e difficile, ci si interroga ancora perché mancano delle risposte. A scuola ci insegnano che un’operazione di ordine pubblico è andata bene solo se non è successo niente». In questi cinque anni, lamenta il segretario dell’Anfp, nessuno si è messo a riguardare i documenti e i filmati di quei giorni, «invece il G8 doveva diventare un caso di studio per evitare gli stessi errori in futuro».

E, a sorpresa, chiude il ragionamento invocando la Commissione parlamentare d’inchiesta tanto cara al movimento: «Tra quelli che hanno avuto un impegno di ordine pubblico nessuno la teme, perché ci sono stati errori tecnici senza risvolti penali. E resta aperto il problema politico: mi auguro che la Commissione si faccia, che accerti la grande difficoltà del contesto di Genova, ma soprattutto che serva a rimuovere le cause, prossime e anche remote, che hanno portato a certi errori».
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