Black bloc e tenerezza

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di Enzo Baldoni, Diario (Anno VI–numero 4)
Luglio 2006

Sabato mattina. Cerco di riportare Bea al suo gruppo Arci, ma siamo persi tra i centocinquantamila che stanno invadendo Genova, ci infiliamo in un incrocio in cui stanno transitando un po’ di persone che vanno senza fretta verso il corteo. Tutto è tranquillo, l’aria è festosa e fraterna. D’improvviso, davanti a noi, una ragazza cade a terra con un grido e comincia a contorcersi dal dolore.

Metto lo scooter sul cavalletto e corro a vedere che succede.

Lei urla. «Ahi ahi ahi, la gamba, ahi la gamba! La telecamera, Gabriella, mi raccomando, la telecamera!».

La sua amica la conforta: «Stai tranquilla, la telecamera è al sicuro». La ragazza piange, a ogni movimento ha un dolore fortissimo: «Ohi ohi ohi! Aahhhiiiii!».

Le prendo la mano, cerco di radunare le mie nozioni di pronto soccorso, la metto in posizione di sicurezza, le faccio ombra, fermo i soliti volonterosi del cazzo che vorrebbero muoverla, bagnarle il ginocchio, farla bere, massaggiarla, curarla coi fiori di Bach, metterle un cataplasma o praticarle l’agopuntura.

Le chiedo: «Bene, adesso tranquilla, qui sei al sicuro, adesso arriva l’ambulanza, come ti chiami?».

«Mi chiamo… ohi ohi ohi… Sonia! Lavoro per Mediaset… mi raccomando, la telecamera, è mia personale, senza quella non posso lavorare!».

Le faccio vedere il badge da giornalista che tutti portiamo al collo: «Tranquilla, sono un collega. La telecamera è al sicuro. Adesso pensa a te. Cos’è successo?».

Qualcuno, in mezzo alla folla tranquilla, l’ha colpita a tradimento al ginocchio, di lato, probabilmente con una spranga di ferro. Le fa un male cane. Cerco di tenerla immobile. Si avvicinano due brutte facce, due Tute nere, teste rasate, piercing e tatuaggi inquietanti.

Quello più alto comincia a toccarle il ginocchio. Lei urla di dolore.

«Sta’ fermo!», gli dico. Cerco di mantenermi calmo: magari è proprio lui che ha dato la sprangata. «Così le fai solo male».

Lui mi guarda con disgusto, si tira sulla bocca una mascherina antipolvere e mi investe: «Eh, vabbe’, mi dispiace per lei, ma è colpa loro se dobbiamo andare mascherati! Sono servi del potere! Siete voi giornalisti che siete obiettivamente servi degli sbirri! È tutta una catena di poteri forti che schiaccia i deboli e…».

Non c’è alcuna possibilità di dialogo con questi stronzi. Ma non voglio rischiare di farmi massacrare di botte appena voltato l’angolo.

«Senti», faccio conciliante, «adesso non siamo più giornalisti o anarchici. Qui c’è una ragazza che sta male. Piange, non la senti? Lasciamola in pace e non stressiamola, che peggioriamo la situazione».

«E, vabbe’, che cazzo…», si alza e se ne va, mescolandosi tra la folla.

Ma l’altra Tuta nera, il piccolino, la faccia piena di anellini infilati dappertutto e uno strano piercing piramidale che gli spunta dal labbro, avvicina la testa a quella di Sonia. Mi insospettisco, lo tengo d’occhio. Che vuol fare? Lui comincia a carezzarle le gote e la testa, le dice frasi dolcissime: «Guarda, stai tranquilla, non è niente, anch’io mi sono rotto i legamenti una volta, ma poi passa, non è grave, stai tranquilla, sai? Io lo so che senti tanto male, ma fai la brava…».

Incredibile. La Tuta nera, il berretto a visiera lunga, i piercing, i tatuaggi, gli anfibi, la testa rasata: tutto ha l’aria feroce in questo ragazzo. Ma dalla sua bocca escono frasi di una grande tenerezza.

Sonia si rilassa, il ragazzo continua a coccolarla, arriva l’ambulanza, la caricano sulla barella a cucchiaio. Io e il ragazzo in nero le teniamo la mano fino all’ultimo.

Prima che si chiuda la porta dell’ambulanza Sonia gli chiede: «Ma come ti chiami?».

E lui: «Non ha importanza. Io sono uno dei tanti. Ma dillo, in giro, che non siamo tutti cattivi! Dillo, mi raccomando!».

E magari, un’ora dopo, è andato a sfondar vetrine. Le contraddizioni in cui ci dibattiamo.

Comunque alla sera Sonia, intervistata dalle reti Fininvest, ha parlato del ragazzo in nero che era capace di tanta dolcezza.
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