“Stop agli stupri come arma di guerra” L’evento in piazza a Roma e su Twitter

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La Stampa
20 02 2013

Ci sono le guerre e ci sono i cosiddetti “danni collaterali”, l’eufemismo che nell’era dei conflitti tecnologici e teoricamente meno cruenti del passato indica le vittime civili, quelle che armi sofisticate o meno soccombono lo stesso. Tra i “danni collaterali” che si allungano ben oltre il termine delle ostilità c’è la violenza sessuale sulle donne (ma anche sugli uomini e sui bambini), lo strumento più primitivo e più diffuso per distruggere, degradare e segnare il nemico, il gruppo etnico opposto, l’avversario politico. Anche quando si torna sia pur parzialmente alla normalità infatti, l’effetto della violenza sessuale continua a farsi sentire, accentuando le divisioni settarie e minando la ricostruzione dell’equilibrio sociale.

Le cifre da capogiro stimate dalle agenzie umanitarie internazionali sono inversamente proporzionali al numero dei colpevoli: in Bosnia solo poche decine di persone sono state al momento condannate per i circa 50 mila reati sessuali accertati durante il conflitto, in Ruanda il numero degli stupri raggiunge quota 400 mila e nella Siria lacerata dalla guerra civile le vittime di violenza sessuale sono grossomodo pari ai morti (al momento almeno 70 mila).

Impedire il reiterarsi dello stupro seriale sul modello della Bosnia, del Ruanda, della Siria, è impossibile: perseguitare la cultura dell’impunità no. In occasione del G8 del 2013 la Gran Bretagna, che ne avrà la presidenza, è intenzionata a sollevare il velo del silenzio producendo un appello ufficiale da sottoporre ai ministri degli esteri riuniti a Londra il 10 e 11 aprile prossimo.

I lavori per scrivere il j’accuse della comunità internazionale si tengono all’Ambasciata britannica a Roma la mattina (dalle ore 10) del 20 febbraio, dove l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il dipartimento Pari Opportunità di Roma Capitale, l’associazione Se Non Ora Quando, gli Avvocati Senza Frontiere, accademici e rappresentanti di varie Ong s’incontrano per stendere il documento da indirizzare a Londra.
L’evento sarà seguito su Twitter con hashtag #violenzasessuale.
Cambierà il destino di milioni di donne, uomini, bambini che mentre scriviamo vengono marchiate in modo indelebile dal nemico con o senza divisa? Oggi certamente no, domani chissà. Ma non è una ragione sufficiente per restare a guardare.

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