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La Chiesa e l'omosessualità: mille anni di ipocrisia

  • Mar 12, 2013
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Il Grande Colibrì
12 03 2013

Quando, nel 1051, Pier Damiani pubblicò il suo "Liber Gomorrhianus" per denunciare la diffusione dell'omosessualità fra i chierici e i monaci della sua epoca, senz'altro non avrebbe mai pensato di inaugurare un nuovo genere di trattato morale: quello che ha come obiettivo principale di suscitare lo sdegno nei confronti dell'omosessualità e la riprovazione e lo schifo nei confronti degli omosessuali. Se infatti è vero che, prima di quest'opera, si trovano numerosi riferimenti all'omosessualità, è anche vero che sono contenuti in penitenzili e in collezioni canoniche che non hanno come obiettivo quello di fornire al lettore un "trattato" sull'omosessualità.

Lo storico inglese John Boswell fa riferimento a Pier Damiani inserendolo in quel "piccolo e rumoroso gruppo di asceti" che risvegliò la violenta ostilità che già si trova nelle opere di Giovanni Crisostomo, il quale affermava che gli atti omosessuali non solo erano peccaminosi, ma così gravi da essere paragonati più all'assassinio che alla golosità o alla fornicazione. Per tutta la loro vita questi uomini, continua Boswell, "lottarono per interessare la Chiesa istituzionale alla loro crociata, per cambiare le opinioni della gente e dei teologi in materia". Le autorità ecclesiastiche non stabilirono mai delle punizioni per il comportamento omosessuale e finsero di non sentire quelle poche lamentele che ricevevano dai riformatori.
Oltre a Damiani, che cercò, con scarso successo, di interessare al problema Leone IX e Alessandro II, lo stesso Ivo di Chartres denunciò a papa Urbano II, il pontefice che promosse la prima crociata, i nomi di alcuni prelati altolocati che erano ben conosciuti per essere coinvolti in attività omosessuali, ma anche la sua protesta cadde nel vuoto.

Quasi certamente nello stesso periodo, si cercò di introdurre in Inghilterra una legislazione ecclesiastica che definiva peccaminoso il comportamento omosessuale. Il concilio di Londra del 1102 prese delle misure per far sì che il pubblico venisse informato della scorrettezza di tali atti e dichiarò che la sodomia doveva essere confessata come peccato. Ma Anselmo di Canterbury si oppose alla pubblicazione del decreto e, in una lettera all'arcidiacono Guglielmo, scrisse: "Questo peccato è stato finora così comune che difficilmente si prova imbarazzo per esso e, perciò, molti sono caduti in tale peccato perchè erano inconsapevoli della sua gravità".

Lo stesso Boswell sottolinea giustamente che questa indifferenza della Chiesa istituzionale nei confronti dei comportamenti omosessuali è ancora più sorprendente perché si colloca in un periodo storico caratterizzato da uno sforzo enorme teso a dare vigore al celibato ecclesiastico e osserva come, nella stessa Chiesa dell'XI secolo, fosse attivo un altro gruppo di autori che sosteneva "il valore positivo delle relazioni omosessuali e le celebrò in una esplosione di letteratura gay cristiana" basata principalmente sull'esempio dell'amicizia fra Gesù e Giovanni.

Ed è alla luce di questa notizia che si comprende la risposta che Leone IX dà a Pier Damiani dopo aver ricevuto il suo "Liber Gomorrhianus". Pur condividendo, infatti, la sua "santa indignazione" per quello che anche il papa definisce "desiderio osceno", tanto più detestabile perché compiuto da persone consacrate, Leone continua la sua lettera scrivendo: "Noi, però, agiremo più umanamente" di fronte alle richieste di Pier Damiani, a cui dice chiaramente: "Hai scritto ciò che sembrava meglio per te", prendendo le distanze dalle conclusioni severe a cui arriva il suo interlocutore.

E infatti decide che gli ecclesiastici non coinvolti in attività omosessuali "da lunga abitudine o con molti uomini" rimangano nello stesso grado che occupavano quando erano stati dichiarati colpevoli, e che solo quelli in stato particolarmente peccaminoso vengano degradati dal loro rango.

Nelle parole di Leone si legge chiaramente un atteggiamento molto tollerante: se da un lato sembra voler accontentare Pier Damiani, comminando la degradazione laddove la gravità del peccato sia proprio innegabile, dall’altro lato non si inasprisce contro i peccatori ma, anzi, usa un tono comprensivo senza giustificare ulteriormente le sue affermazioni. Ci vorrà più di un secolo per arrivare alla condanna esplicita dei comportamenti omosessuali che si legge tra i decreti del III Concilio Lateranense: "Chiunque abbia commesso quella lussuria che è contro natura [...], se ecclesiastico sarà espulso dal clero o confinato in un monastero a fare penitenza, se laico sarà soggetto alla scomunica e sarà scacciato dalla congregazione dei fedeli".

A distanza di quasi un millennio sembra di rivedere nelle cronache dei giorni nostri le vicende che avevano opposto Pier Damiani a Leone IX: con alcuni che si danno da fare per documentare la presenza di una "lobby gay" in Vaticano e invocano provvedimenti severi e altri che invece negano l'urgenza di questi provvedimenti. In realtà sia i primi che i secondi dimenticano che il vero problema con cui deve fare i conti la chiesa cattolica per ritrovare quella fedeltà al Vangelo che sembra definitivamente perduta, non è tanto l'incontinenza sessuale dei suoi ministri, quanto l'ipocrisia con cui questi si muovono sia quando si tratta di arrivare a una condanna dell'omosessualità che quando si tratta di evitarla.

La domenica in cui sulla stampa iniziavano a circolare le prime voci su questo dossier, messo a punto dai cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi nominati da Benedetto XVI, in cui si denuncia la presenza di una vera e propria "lobby gay" all'interno della Chiesa, la liturgia ambrosiana proponeva ai fedeli l'episodio riportato da Giovanni in cui Gesù incontra la samaritana. Ed è sorprendente vedere come in questo episodio ci sia la risposta alle preoccupazioni di Pier Damiani, di Leone IX, di Benedetto XVI e dei cardinali da lui incaricati.

Basta osservare che, in seguito alla richiesta che Gesù le fa di andare a chiamare suo marito, quando la donna risponde: "Io non ho marito", Gesù le risponde dicendole: "Hai detto bene donna: 'Non ho marito'; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito", invitando la sua interlocutrice a dire fino in fondo la verità su se stessa e spingendola così ad aprirsi alla rivelazione definitiva, quella con cui Gesù si manifesta a lei come il Messia.

Solo chi ha il coraggio di ammettere la verità su se stesso, riconoscendo e raccontando le proprie debolezze e le proprie contraddizioni, può infatti aprirsi alla buona novella che il Vangelo proclama. Chi, al contrario, continua a dibattersi nell'ipocrisia di chi vuole nascondere i propri peccati o di chi, ancora più colpevolmente, non accetta la debolezza umana e usa le punizioni e le condanne per farli sparire tra le cose che non si dicono e che si raccontano con vergogna nel segreto del confessionale, non sarà in grado di riconoscere il messaggio dirompente di Gesù che ci dice che la nostra liberazione è proprio lui che ci parla.

D'altra parte non occorre fare molte ricerche per vedere che Gesù, nel Vangelo, mentre non parla mai di omosessualità, parla molto spesso di ipocrisia, condannandola duramente. Che sia quindi l'ipocrisia la nostra principale preoccupazione. Che sia quindi l'ipocrisia la principale preoccupazione della chiesa.


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