Un mondo con le gonne, tutto maschile

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Barbara Mapelli, Zeroviolenzadonne
13 marzo 2013

Colpisce in questi giorni, in televisione e sui giornali, lo spettacolo sontuoso della coreografia organizzata intorno all'elezione del Pontefice. Il sapiente dosaggio tra cardinali leggermente trasgressivi o umanizzati dal fatto di andare in bicicletta o passeggiare semplicemente per strada e una ufficialità fastosa, accecante, ...
che stupisce gli occhi e preannuncia, lascia spazio all’immaginazione di quanto accadrà nel Conclave, che mantiene intatta la sua fascinazione perché segretissima.

Sopra abiti eleganti e gonne ampie spuntano volti anziani, sorridenti o meno, ben mantenuti o rugosi, di ogni colore, ma tutti maschili. Il grande evento è tutto per loro, costruito e amministrato, celebrato per e da soli uomini.

Eppure, veniamo a sapere, di donne per l’occasione ne sono arrivate molte a Roma e si affiancano alle suore già presenti nella Capitale. Cuoche, segretarie, addette alle pulizie e alla persona fanno quello che la donne hanno sempre fatto: si prendono cura degli uomini. Assolutamente ininfluenti rispetto alle grandi decisioni.

Le vocazioni femminili sono in netto calo, in tutto il mondo, l’esiguità dei numeri è impressionante, un articolo del settimanale del Corriere della Sera, Sette (8 marzo 2013), parla di circa 722.000 suore in tutto il mondo. E’ questa macanza di potere, di visibilità che fa diminuire i desideri delle donne rispetto alla vita monastica o missionaria cui consacrarsi prendendo il velo? Forse sì ma non così automaticamente come potrebbe sembrare. Certamente ci sono tra le suore coloro che desiderano poter divenire preti, ma “perché vogliono accedere al ministero in chiave di potere. Assumere questo modello, che secondo me tra l’altro è già marcio, è rischioso perché se una donna prende il potere nella maniera maschile fa ancora più danni.

Prima di assumere dei ruoli bisogna rigenerarne il senso e dare loro la piena gratuità, la figura autentica”. Le parole sono di Madre Ignazia Angelini, badessa di Viboldone, che narra di sé e racconta il suo pensiero in un libro bellissimo, a cura di Pierfilippo Pozzi, Mentre vi guardo. La badessa del monastero di Viboldone si racconta, Einaudi, euro 14.50. E prosegue la riflessione. “Esiste un approccio tipico della realtà, e al senso di Dio in particolare, nelle donne: esse riescono a recuperare la spinta vitale dei vari fenomeni umani nel livello radicale, germinale, cosa che gli uomini sono più ottusi a fare”.

A una lettura laica come la mia le pagine di Madre Ignazia si rivelano inaspettate, la donna che parla in lei non è tenuta nascosta, anzi diviene la misura della riflessione, della visione della realtà, delle relazioni e del loro valore. Diviene la qualità di una religiosità differente, che desidera liberarsi da concezioni di potere ed ideologiche che vincolano, hanno vincolato la vita della gerarchia cristiana e cattolica. Ma nella storia della Chiesa, scrive la badessa, ci sono stati momenti alti, proposti da donne che si sono sentite libere. “Ogni volta che siamo riuscite a emanciparci dalla tutela, o a incontrare uomini intelligenti che accettassero di stare in dialogo con noi, abbiamo avuto i momenti più belli dell’espressione femminile di vita monastica. Penso ancora a Ildegarda e Gertrude, ma anche a Teresa d’Avila…”.

Nello scorrere della sua riflessione Madre Ignazia libera anche noi da una serie di stereotipi: l’immaginario laico del monastero ad esempio, come scelta di chiudersi al mondo, di cercare l’isolamento. “Il portone del monastero non serve a ripararci o a escludervi: ogni volta che qualcuno bussa, infatti, viene aperto. La mura del monastero non servono a dividere lo spazio tra interno ed esterno: a ben vedere, infatti, sono trasparenti. La comunità monastica non nasce per garantire l’isolamento ma per cercare ogni giorno relazioni affidabili”. A Viboldone non ci sono grate, l’immagine delle donne velate, silenziose, separate e misteriose che affascina la fantasia di chi non conosce il convento né la vita e le attività che vi si svolgono, in realtà, come osserva il curatore del volume, “ dice molto di chi guarda ma molto poco di ciò a cui crede di guardare”.

“Siamo donne come le altre” scrive Madre Ignazia, ma intanto la sua critica va a fondo e chiarice a chi legge i bisogni di una vita religiosa diversa,i bisogni, più in generale, di una diversa relazione con il potere, di un ascolto più attento e sensibile al nuovo che forse – ma non si deve soffocarlo – sta nascendo. Le parole della badessa sono esplicite: “I monasteri delle donne vivono di più nel sottobosco della cultura, mentre le comunità monastiche maschili sono per la maggior parte clericalizzate, hanno un livello culturale magari più alto, ma spesso – almeno in Italia – non affrontano le sfide della subcultura che, secondo me, è il luogo dove si possono intuire i segnali della nuova cultura nascente.

Tra i monasteri femminili c’è un certo fermento di dialogo su questo fenomeno, ma siamo severamente guardate dalle congregazione vaticane che hanno diritto giurisdizionale sui monasteri. Per poter continuare a esistere, i monasteri femminili hanno bisogno di non avere addosso lo sguardo indagatore dei signori di curia, ma di avere un po’ più di spazio dialogico vitale nella Chiesa”.

Il saper proporre un’alternativa alle forme di cultura che legittimano il potere, quale conosciamo – e certamente non solo nella Chiesa - e a cui ci hanno abituato al punto da pensare che sia l’unico modo di stare e organizzarsi tra umani, un potere naturalizzato, quindi ancor più tenace, forte, il pensare un’alternativa a questo potere dunque non riguarda solo la comunità ecclesiale, ma ciriguarda, tutte e tutti, laici e credenti. E una delle proposte della badessa di Viboldone che mi sembra di aver colto come messaggio di possibilità e opportunità per ognuno e nel mondo, è quella della gratuità. La gratuità ci parla di un gusto e gioia della vita, di un’eccedenza di valore che riguarda molte forme del nostro esistere “che sia l’innamoramento, l’amicizia, una bellezza che si offre gratuita. La gratuità esce dalla logica della causa e dell’effetto, non considera categorie quali utile o inutile, migliore o peggiore. La gratuità non sa dare ragione di sé. Ha a che fare con il mistero della libertà”.

Un linguaggio e un pensiero che mi sono sentita di condividere e che ho desiderato condividere con altre e altri, soprattutto in questi momenti, davanti allo sfilare delle gonne porporate, degli anelli alle dita, della grandiosità di un potere che cerca ancora di sedurre e sedare con il fasto, la proposizione, sfacciata e fastidiosa, di un lusso che offende credenti e non.    
  
Ultima modifica il Lunedì, 18 Marzo 2013 11:31
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