Siria, l’inferno del silenzio

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Festival del giornalismo
26 04 2013

Tre relatori ed una sedia vuota nell’incontro di ieri pomeriggio al Centro Alessi dal titolo Siria, giornalisti nell’inferno di Assad.

A parlare di guerra, silenzio e atrocità, davanti ad una sala straordinariamente piena, Mimosa Martini, Amedeo Ricucci, rilasciato da pochi giorni dopo il essere stato fermato proprio in Siria insieme ad altri colleghi, e Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia, moderati da Emilio Fabio Torsello.

La sedia vuota, fortemente voluta dai relatori, è per Olivier Voisin, fotografo che avrebbe dovuto portare la sua testimonianza sulla guerra durante il panel e che, invece, in Siria è stato ucciso lo scorso febbraio. A lui e alla sua memoria è stato dedicato l’incontro, occasione per parlare di una guerra sanguinaria, atroce ma assurdamente silenziosa nell’indifferenza dell’occidente.

Proprio dal ricordo di Olivier è partita Mimosa Martini, giornalista e amica del fotografo, che da lui ha ricevuto una lunga lettera-reportage poche ore prima che venisse colpito da un colpo di cannone mentre si trovava in prima linea. I compagni di viaggio di Olivier hanno recuperato la sua macchina fotografica con gli ultimi scatti prima della morte e l’hanno portata al confine con la Turchia. Ed è con questi scatti dalla trincea concitati e terribili – montati in sequenza dagli amici del fotografo – che si apre il panel, in un silenzio assoluto ed emozionato.

È un inferno vero quello della Siria. Un inferno di cui nessuno parla e che è entrato già nel terzo anno.

“Quando un conflitto esplode, nel giro di 24 – 48 ore saltano tutti gli schemi. La guerra fa sprofondare qualsiasi valore umano, subito. In Siria questa situazione dura da tre anni”, dice amaramente Mimosa Martini, commentando l’atteggiamento colpevole del nostro paese nei confronti del conflitto siriano anche dal punto di vista mediatico . “È assurda l’indifferenza che c’è per questa guerra. L’Italia è un paese che tipicamente trascura la politica internazionale, un paese ripiegato sul proprio ombelico. Stavolta giornalisticamente c’è di più, non è solo la difficoltà di andare sul posto a fermare l’informazione”. Esiste una distorsione mediatica nel nostro paese ai danni del conflitto siriano. Sono bastati pochi giorni di guerra in Mali per cancellare le atrocità di Assad dai palinsesti.

“Ci dispiaceva essere diventati noi i protagonisti di questa vicenda, perché noi eravamo lì per raccontare la Siria” racconta Amedeo Ricucci, parlando della disavventura siriana che lo ha colpito insieme ad alcuni colleghi solo pochi giorni fa “Noi non siamo né eroi, né coraggiosi. Siamo stati tre settimane ad Aleppo sotto i bombardamenti, quando non ce l’abbiamo fatta più siamo andati via. Le famiglie siriane sotto le bombe ci stanno da dieci mesi, senza alcuna possibilità di spostarsi. Loro non hanno scelta. Noi giornalisti sì”.

Ricucci insiste nella denuncia del silenzio mediatico che avvolge questo conflitto. Quello siriano non è un evento sensazionale, è un massacro che dura nel tempo. “E un giornale non terrà mai la Siria in prima pagina per tre giorni rischiando di non vendere”.

Anche l’Unicef trova difficoltà a far parlare i media della guerra. “Noi siamo incazzati neri perché non si parla dei bambini”, commenta Andrea Iacomini “Da un anno e mezzo a questa parte noi denunciamo le violenze e i massacri sui minori. Un anno fa moriva in media un bambino al giorno. Oggi almeno dieci”. Iacomini parla senza nascondere indignazione e commozione di minori torturati, violentati durante le perquisizioni, uccisi da cecchini. E denuncia la necessità di raccontare, far sapere ciò che succede in Siria. “Quando le luci sono spente, noi dobbiamo parlare, urlare ai cittadini. Quando il mondo finalmente accenderà i riflettori su questo conflitto, solo in quel momento partiranno gli appelli, le gare di solidarietà”. Ma sarà troppo tardi.

Claudia Torrisi
@clatorrisi

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