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Violenze senza nome a donne e bambini. Dall'Ottocento in poi...

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Noi Donne
23 08 2013

L'ultimo libro di Fiorenza Taricone: "Ottocento romantico e generi. Dominazione, complicità, abusi, molestie" (ed Aracne). Un’inchiesta storica, agile come un romanzo

Fiorenza Taricone indaga un nuovo aspetto poco noto dell’Ottocento: le violenze di genere e sui minori.
Con la sua solita perizia storica e abilità narrativa Fiorenza Taricone ci regala ancora una volta uno straordinario ritratto della donna e delle relazioni umane, tra Ottocento e Novecento e tra Occidente e Oriente nel suo ultimo libro Ottocento romantico e generi. Dominazione, complicità, abusi, molestie, edito da Aracne (2013).
Dopo averci fatto riscoprire la fitta rete di attività sociali e politiche femminili a cavallo dei due secoli e averne rintracciato il sotteso pensiero politico nelle numerose precedenti pubblicazioni, con questo lavoro equiparabile a un’inchiesta storica ci svela il dramma della violenza di genere e sui minori, che vede nella donna, sin dalla tenere età, la vittima privilegiata ma, spesso, anche la carnefice.

In un volume agevole e di facile lettura, da sembrare un romanzo, si delinea l’affresco di una realtà drammatica. Attraverso la testimonianza di molte protagoniste, da quelle che direttamente hanno subito violenze sessuali da bambine, a quelle che hanno praticato l’aborto o l’infanticidio, a quelle che hanno lottato per una migliore condizione femminile e dell’infanzia, sembra di fare un bagno di umanità che genera a tratti sgomento, a tratti incredulità. Eppure tutto quello che viene descritto è normalità quotidiana. Infatti, come la stessa autrice evidenzia, il lavoro più difficile è stato rintracciare le forme di una violenza che nell’Ottocento e buona parte del Novecento non ha nome, perché spesso non è percepita nemmeno come tale. Mancano del tutto categorie concettuali come abusi sessuali, pedofilia, mobbing, stalking con cui oggi si indicano fenomeni che anche allora erano diffusamente praticati. Categorie che fanno riferimento a prassi che si connotano con significati differenti nei vari periodi storici. La violenza è percepita in quanto tale e genera denuncia in casi minoritari, nella maggior parte invece, quando è riconosciuta, è accettata con rassegnazione. Per cui non si avrà mai contezza della dimensione del fenomeno.

La violenza è connaturata alla famiglia e ne è spesso l’unica modalità di comunicazione. È insita nei matrimoni, specie se combinati, nei quali le donne sono costrette a concedersi pur non volendo, tanto da poter identificare il matrimonio con il meretricio. E quando decidono di difendere la propria dignità, il prezzo che queste donne (come Ernesta Napollon, Sibilla Aleramo e tante altre) finiscono con il pagare è quello della “maternità”, poiché costrette ad abbandonare i figli o a vederseli sottrarre (in Italia la potestà genitoriale è esclusivamente dell’uomo).

Cultura, legislazione e condizione socio-economica favoriscono la consuetudine della violenza e la deriva della prostituzione. La cosiddetta “doppia morale” riconosce il legittimo diritto dell’uomo al soddisfacimento dell’istinto sessuale ma condanna come indegne, emarginandole, le prostitute o le sedotte e abbandonate, spesso ingravidate. Fenomeno, quest’ultimo, diffuso sui luoghi di lavoro, dalle fabbriche alle scuole sperdute nelle campagne o nei paesini dove le donne insegnano, alle abitazioni presso le quali sono a servizio. Lusingate con promesse di matrimonio, minacciate di licenziamento o prese con la forza, la conseguenza spesso è l’aborto (pratica diffusa anche tra i ceti popolari come contraccettivo, posta in essere a causa delle difficoltà economiche) o l’infanticidio e l’alternativa la prostituzione o il suicidio. A questo c’è chi ricorre anche per aver subito mobbing. In particolare la categoria delle maestre è facilmente sottoposta a soprusi e ostruzionismo di ogni genere, a maldicenze e pregiudizi che ne distruggono la vita.

Una cultura ipocrita ben espressa dai codici, in cui il legislatore parla di ordine della famiglia, non intendendo che «le famiglie dovessero essere ordinate, ma che non dovessero far trapelare all’esterno della loro ristretta cerchia il disordine». In cui si punisce l’aborto e l’infanticidio ma si vieta la ricerca della paternità, si privano le donne e i minori (equiparati nella “minorità”) di diritti, non possono querelare chi esercita su di loro abusi, non sono tutelati a lungo sui luoghi di lavoro, sottoposti a orari e mansioni faticosi, con stipendi più bassi rispetto agli uomini (la prima consistente legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli in Italia è del 1902).

Le condizioni economiche, i sovraffollamenti nelle abitazioni, la promiscuità sessuale favoriscono la vendita o l’affitto dei bambini (e in particolare le bambine diventano oggetto di molestie), l’induzione alla prostituzione, oppure nei casi migliori il loro abbandono presso istituti come l’Asilo Mariuccia. Gli abusi, le violenze hanno nelle stesse donne complici inconsapevoli o senza alternativa di scelta, vissute come il male minore o con una incoscienza che fa ugualmente ribrezzo.

In un saggio agile, Fiorenza Taricone riesce, al solito, a descrivere una galleria di personaggi e vicende, a condensare i molteplici aspetti della questione rappresentata. Oltre alle diverse forme di violenza, fino a quelle subite ed esercitate da donne e minori in Oriente (che conosciamo grazie alla narrazione di Cristina di Belgiojoso), l’autrice tratteggia le azioni svolte da donne e uomini, che individualmente o in associazioni e cavalcando posizioni differenti, si sono battuti per migliori condizioni di lavoro e personali di donne e minori, per abolire la schiavitù della prostituzione, per riconoscerne i diritti. Affronta il dibattito su malthusianesimo, educazione sessuale e morale sessuale, ampiamente trattati tra Ottocento e Novecento. Al centro di questa lettura emergono il ruolo della maternità (voluta, subita, inconsapevole, da difendere) e della sessualità delle donne che pur essendo dati privati, come sempre nella storia delle donne, hanno un riflesso pubblico e politico.

“Tappa fondamentale di questo processo di politicizzazione e inculturazione della maternità maturato dall’associazionismo femminile, arrivato quasi al suo massimo quando il fascismo consolidò il potere, - scrive l’Autrice- fu la consapevolezza del passaggio da un’opera di volontariato individuale e protezione della maternità a carattere caritatevole ed elemosiniero, ad una successiva in cui, avendo ormai ben chiare le valenze sociali e politiche della maternità, questa era collegata ad un ripensamento critico dell'organizzazione statale della carità, della pubblica assistenza, e della riforma sulla beneficenza. Ne sono un esempio, le parole di Giuseppina Le Maire, premiata con medaglia d'oro per le sue iniziative benefiche all'Esposizione Beatrice di Firenze nel 1890: La prima rintraccia e conforta occultamente le miserie e soccorre guidata dalla pietà; dona, curando solo l'effetto immediato del beneficio. Altra cosa deve essere la beneficenza pubblica, che deve prevenire i mali futuri, vincere la misera distruggendone le cause, non ottenere il vantaggio particolare dell’individuo, ma quello generale della società”. È facile scorgere in queste parole la consapevolezza di un diverso ruolo che le donne si attribuivano nell'esercizio di attività benefiche viste fino allora come il semplice prolungamento di compiti e ruoli svolti da sempre, soprattutto all'interno della famiglia: cura, assistenza, conservazione, previdenza.

Ma è anche agevole scorgere un taglio politico che non escludeva per le donne il privato, ma piuttosto trasportava il privato nel pubblico, cercando di eliminare una cesura che aveva avuto per i due sessi percorsi diversi: per l'uomo una circolarità che gli consentiva di uscire dal privato e tornarvi, trovando in entrambi legittimazione o sostegno; per la donna, una destinazione a priori non verificata dalla libertà di scelta, rimanendo la maternità e la famiglia destinazioni naturali, dove il pubblico si configurava come una conquista che talvolta comportava l’estraniazione dal proprio genere e l’omologazione all’altro» (pp. 33, 34, 35).

Rossella Bufano
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