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Giappone, da 45 anni nel braccio della morte: e se fosse innocente?

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Corriere della Sera
14 10 2013

di Riccardo Noury

“Gentile Procuratore generale, le chiedo di sospendere l’esecuzione di Hakamada Iwao e di consentire che il suo appello vada avanti”.

È l’appello lanciato da Amnesty International per salvare l’uomo che, nel mondo, ha trascorso il maggior numero di anni in un braccio della morte: 45.
Quasi mezzo secolo trascorso da solo in cella, attendendo l’esecuzione (in Giappone, la data non è comunicata in anticipo: dicono che è più umano…), raggiungendo i 77 anni di età e con una salute psicofisica a pezzi.

Hakamada Iwao, sulla cui vicenda è stato girato un film bellissimo, mai distribuito in Italia, è nel braccio della morte dal 1968. È stato condannato all’impiccagione nel 1966, al termine di un processo iniquo che lo ha ritenuto colpevole dell’omicidio del direttore della fabbrica, presso la quale era impiegato, della moglie e dei loro due figli.

Hakamada si dichiarò colpevole dopo 20 giorni di interrogatori senza avvocato. È questo sistema di detenzione preprocessuale, in base al quale un sospettato può essere trattenuto fino a 23 giorni in una stazione di polizia, a garantire il massimo delle “confessioni” attraverso torture, percosse, intimidazioni, privazione del sonno e interrogatori estenuanti, senza pause.
Hakamada ritrattò ben presto la confessione iniziale, affermando di essere stato picchiato e minacciato. Nel 2007 uno dei giudici che emise la condanna ha ammesso di essere convinto dell’innocenza dell’imputato, a differenza degli altri due giudici.

I prigionieri in attesa di essere messi a morte possono essere tenuti in isolamento, anche per decenni. L’interazione con gli altri detenuti è limitata e i contatti col mondo esterno sono circoscritti a visite sporadiche e controllate coi familiari e gli avvocati. Non possono guardare la televisione o svolgere progetti o attività personali, ma possono fare lavori volontari. A eccezione dell’utilizzo del bagno e di due o tre sessioni di esercizi fisici alla settimana, della durata di mezz’ora, non devono muoversi all’interno delle celle e devono rimanere sempre seduti.
Il tribunale distrettuale di Shizuoka ha fissato al 16 dicembre un’udienza per decidere se permettere ad Hakamada Iwao di presentare appello contro la condanna.

Facciamo sapere al Procuratore generale del Giappone che la richiesta di Hakamada Iwao è sostenuta anche dall’Italia! Firmiamo l’appello di Amnesty International.
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