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Il consigliere comunale: "Se non paga, chiudetela nella cella frigorifera"


Le intercettazioni choc del sistema Scalea - Antonio Crispino

«Qui la mafia non entra». Dove sia questa targa donata dal prefetto al sindaco di Scalea, in provincia di Cosenza, non lo sa nessuno. Lo chiediamo al segretario comunale, ai funzionari, agli impiegati. Niente. Eppure quella targa fu donata, con tanto di cerimonia. Doveva attestare l’estraneità della politica locale da ogni forma di malaffare. Non un dettaglio da poco. Anzi, forse la cosa più difficile e improbabile in una città in cui, il giorno dopo le elezioni, il corteo dei sostenitori era capeggiato da un noto ‘ndraghetista. Indossava una maglietta con frasi inneggianti il nuovo sindaco.

Per ricambiare l’”affetto”, il neo sindaco Pasquale Basile decide innanzitutto di pacificare la città. Vuole governare a lungo. E a lui non piacciono le liti di “famiglia”. Quindi asseconda la tregua tra le due ‘ndrine che da tempo si contendono il controllo del territorio: gli Stummo e i Valente. Li porta in giunta con sé. Quest’ultimo lo nomina assessore, il primo invece indica un nipote come suo rappresentante. Da lì, secondo la Procura di Catanzaro e il Comando provinciale dei carabinieri che hanno condotto le indagini, comincia la storia più incredibile e disinvolta della corruzione politica italiana. Perché non è l’amministrazione comunale a essere collusa o influenzata dalla ndragheta. No. «A Scalea è la ndragheta ad amministrare direttamente la città» dice il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli.

«Qualunquemente» sia l’appalto, la licenza, l’autorizzazione, il condono, la delibera da portare a termine, si succedono riunioni e scorrono “i piccioli”, migliaia di euro. La citazione del film di Cetto la Qualunque, noto personaggio di Antonio Albanese, non è casuale. Perché l’andazzo che segue l’amministrazione Basile rischia persino di irridere il personaggio del comico lecchese. «Un giorno il sindaco era incazzato nero a telefono - racconta un funzionario comunale -. Aveva notato che degli operai stavano installando cartelloni pubblicitari, quelli 6 mt x 3 mt , senza chiedergli nessuna autorizzazione». In effetti il sindaco chiama il comando dei vigili, è infuriato, chiede di intervenire immediatamente. Poi riceve una telefonata. «Ah, va bene... per il momento allora soprassediamo» pare sia stata la sua risposta. Gli fanno notare che a impiantare quei maxi tabelloni sono i suoi amici di Cetraro. A Cetraro c’è il capobastone delle ndrine che vanno dal confine con la Basilicata fino a Cetraro: Francesco Muto. A lui rispondono anche i “capizona” che sono nella giunta Basile, non gli si può dire di no. E infatti il primo cittadino non glielo dice. Anzi. Si ritrovano assieme in occasione di una maxi tangente da 500 mila euro per l’appalto rifiuti. Un capitolo che meriterebbe un film a parte. In sintesi: stabiliscono chi deve vincere l’appalto Rsu nella stanza di un avvocato, l’avvocato Nocito, che fa da mediatore tra l’amministrazione e la ndragheta; quantificano la tangente che deve pagare la società Avvenire s.r.l. - Balsebre (impresa partecipante) : 500 mila euro. All’apertura delle buste si accorgono che la società non ha le carte in regola. Mancano, secondo quanto denunciato dalla ditta concorrente, “l’iscrizione all’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali e il certificato camerale con la dicitura antimafia” nonché il piano per la raccolta rifiuti in tutto un quartiere di Scalea. Al Comune sospendono la procedura di assegnazione con una banale scusa, telefonano alla ditta, si fanno mandare via fax l’integrazione documentale (quello che c’è, il resto lo sistemano), rimettono tutto nelle buste e la ditta vince.

A Scalea ci sono le spiagge, solo una piccola porzione è “libera”. Sono state date tutte in concessione. Il mare è uno spettacolo, d’estate si contano migliaia di turisti. I lidi sono la principale fonte di guadagno per molti. Però capita che i gestori di alcuni lidi sapessero a chi rivolgersi per avere uno sconto sul canone di concessione. Così, tanto per citare uno dei tanti casi: un imprenditore in debito di 20 mila euro con il comune, riesce ad avere lo sconto del 50%. Una parte di quello che risparmia di tasse va ai clan Stummo-Valente. A sanare la situazione al Comune ci pensava l’avvocato di riferimento del clan, sempre quel Mario Nocito. Uno che prima di fare l’avvocato era pretore al vicino tribunale. Del resto, poi, l’assessore al Commercio è proprio il nipote del capoclan.
Chi si rivolge alla cricca, sa già di dover andare con il portafogli pieno. C’è il bando per il servizio di “pubblicità comunale”? «Ho pronti 150 mila euro per voi... mi dite chi fa il bando, gli consegno i soldi e abbiamo concluso». Parola di Agostino Iacovo, amministratore della Publidei che, secondo gli inquirenti, aveva cercato di instaurare il monopolio in questo settore . E così era per qualsiasi foglia si muovesse sul territorio. Nello studio dell’avvocato Nocito si riuniscono i boss e il sindaco. E lì decidono chi deve vincere gli appalti, quanto devono pagare di tangente o a quale ndrina deve andare il controllo di questo o quel settore amministrativo. Dalla monnezza all’edilizia, dalle licenze demaniali ai cartelloni della pubblicità. Quando gli affiliati vanno di fretta agiscono direttamente: chiudono strade, tagliano alberi, si impadroniscono di aree demaniali per farci un parco giochi o un ristorante.

ll 17 luglio scorso una signora ruba in un supermercato un pezzo di carne. Non sa che il proprietario è un consigliere comunale di opposizione: Luigi De Luca. Non uno qualunque. Vanta rapporti stretti con il capo di una delle ndrine e non guarda in faccia a nessuno. Insomma è uno dei tanti padroni di questa città. La signora la scoprono mentre sta infilando un pezzo di carne nella borsa. Ma De Luca e il fratello, che lavora con lui nella catena di supermercati, decidono di non chiamare i carabinieri. Ci vuole una punizione esemplare. Prima la insultano e poi la chiudono nella cella frigorifera della macelleria. Chiamano i parenti, gente povera, senza lavoro né casa. Gli intimano di racimolare da qualche parte 100 euro, ossia il triplo del valore di ciò che ha rubato. Altrimenti resterà nella cella frigorifera. Cosa fanno le forze dell’ordine? Cosa fa la polizia? Cosa fanno i carabinieri mentre le ndrine si spartiscono la città? Li seguono, li intercettano, si mischiano a loro. Ricompongono pezzo per pezzo tutta la rete mafiosa.

Quelli che si sono occupati di questa che è una delle più grosse indagini sulla ndragheta cosentina, sono «quattro gatti». Così li ha definiti lo stesso procuratore di Catanzaro. Ma non in maniera eufemistica. Sono proprio quattro persone che con turni anche di 12 ore hanno seguito gli indagati per tre anni di fila. Qui lo Stato sono soltanto loro. Sono quegli otto investigatori che svolgono funzioni di polizia giudiziaria su un territorio di 150 km gravemente infestato dalla criminalità organizzata. Lì dove ci sono solo due compagnie di carabinieri e un commissariato di Polizia. Dove, tra l’altro, da circa tre anni manca un dirigente della Squadra mobile (c’è un facente funzioni). La stessa compagnia dei carabinieri di Scalea è stipata al primo piano di un vecchio condominio. La segnaletica arrugginita “Carabinieri” è nascosta dietro a un albero. Sono anni che nessuno ci investe un euro per renderla più funzionale. Alcune porte le hanno aggiustate gli stessi carabinieri nel tempo libero.

Alla parte sana della Calabria restano spiragli come il procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri, come il Pm antimafia Vincenzo Luberto, il procuratore aggiunto di Catanzaro Giuseppe Borrelli, il colonnello dei carabinieri Francesco Ferace o il capitano Vincenzo Falce. Nomi che ai più non diranno niente ma che in terra di ‘ndragheta, dove il clima è asfittico e plumbeo, rappresentano l’unica ancora per chi non vuole emigrare. «Se sapessi che al capitano Falce o al giudice Luberto servisse un rene, mi offrirei volontario per l’espianto». Ce lo dice con le lacrime agli occhi uno degli imprenditori che per anni è stato vessato, minacciato e persino sequestrato da questo “sistema”. Lo Stato non si fa vedere nemmeno in occasione dei grandi arresti o magari per fare passerelle, per attestare una presenza, un’attenzione al problema. «Se non vengono credo sia perché sanno bene quali istanze si troverebbero di fronte. D’altronde da anni sono sempre le stesse» spiega Borrelli. Un ministro degli Interni o della Giustizia qui non l’hanno mai visto. Esattamente come quella targa donata dal prefetto.
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