Il coro dell'Antigone

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Lipperatura
27 05 2014

“Consentitemi un riferimento a una delle grandi, forse la più grande, delle tragedie classiche, Antigone: non combattere battaglie che non sono le tue battaglie. Nella mia idea di Antigone, abbiamo Antigone e Creonte. Sono solo due sette della classe dirigente. Un po’ come Pasok e Nuova Democrazia. Nella mia versione di Antigone, mentre i due membri delle famiglie reali stanno combattendo tra loro, minacciando di mandare in rovina lo Stato, mi piacerebbe vedere il coro, le voci delle persone, uscire da questo ruolo stupido di mero commento saggio, impadronirsi della scena, costituire un comitato pubblico di potere del popolo, arrestare entrambi, Creonte e Antigone, e dare vita al potere del popolo”.

Così Slavoj Žižek due anni fa, in un intervento alla convention di Syriza ad Atene. L’auspicio è bello, ma quale è il lavoro da fare per arrivare a far sì che il coro sia in grado di darsi voce invece di essere contrappunto alle voci principali?
“Te lo si conta noi, com’è che andò. Noi che s’era in Piazza Rivoluzione”, direbbero i Wu Ming (e per motivi comprensibili non ho ancora parlato de L’Armata dei sonnambuli, che molto ha a che fare con i nostri tempi).

Ve lo conto io, allora, da oggi: o almeno ci provo, a giudicare da quanto ho visto in queste settimane.

C’è dunque una parte del coro che sembra parlare molto. E che anzi sembra non fare altro. E che anzi ancora piomba a capofitto dove si parla di più, gridando più forte fino a che non si riesce a cogliere una sola parola, ma che importa? Che importa se la discussione si perde, e la complessità viene ridotta a slogan, che importa visto che più del bersaglio conta quell’istante in cui verrà percepita la mia voce?

Questa è una delle problematiche più dolenti. Riguarda molto da vicino anche i femminismi, da ultimo: che in queste settimane, almeno in molti casi, hanno visto ridursi la complessità del pensiero appunto a slogan, e che dei narcisismi son stati, in alcuni casi, preda. Per il tempo e il modo, non per i contenuti: ma dal momento che tempo e modo contano assai, i contenuti stessi hanno perso forza. Almeno in rete, perché dal vivo (ve lo posso contar io, memore di una discussione non dimenticabile al Maurice di Torino) così non è. E su questo si tornerà, fatalmente e, visto che le apparenti libere scelte sono spesso una questione di potere, foucaultianamente.

Poi c’è un coro che tace perché nessuno ascolta, o se ascolta dimentica subito. Penso alle due anziane donne del Villaggio Lamarmora a Biella. Case popolari, una chiesa, slarghi con erba gialla. Due donne che sono salite da Salerno, anni e anni fa, e in famiglia siamo sette, e il lavoro, signora, non c’è. Penso alla ragazza di Novara, che pone una mano sul mio braccio e dice che sì, Amazon mette i braccialetti ai magazzinieri, ma anche qui, c’è un ipermercato sai?, fa la stessa cosa. I braccialetti che contano i passi, e valutano il ritmo, e se il ritmo cala, ciao, sei fuori. Penso a Maria Baratto di Acerra, anni 47, operaia in cassa integrazione del reparto logistico Fiat a Nola, suicida sette giorni orsono mentre noi si contava, e con noi tutti gli altri - inclusi i responsabili - che si è persa la dignità del lavoro. Penso al film dei fratelli Dardenne, e alla fabbrichetta di pannelli solari che deve ristrutturare, e dunque licenzia la dipendente e chiede ai colleghi di votare a favore del provvedimento in cambio di un bonus di mille euro. Due giorni, una notte, e la nostra fotografia: condannati a dire grazie in cambio delle briciole che cadono dalla tovaglia, e pensa se non ci fossero neanche le briciole, e poche fisime, per favore, che siamo in crisi.

Allora, per ridare parole a quella parte del coro che non le possiede, e per far sì che quella che dice di parlare in suo nome infranga lo specchio in cui viene condannata a riflettersi, il lavoro è lungo. E per proseguirlo bisogna ripulire l’aria dai veleni che siamo così abituati a respirare da considerarli la più fresca delle brezze. Fine primo capitolo, fine dell’Antigone originale:

I gran vanti
dei superbi, da duri castighi
colpiti, ammaestrano
troppo tardi, a far senno, i vegliardi.

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