Carcere, per i disabili la pena è doppia

L'Espresso
28 05 2014


Disabile al cento per cento, affetto da disturbi psichiatrici, ha tentato il suicidio due volte in pochi mesi. La sua cartella clinica parla chiaro: “E’ totalmente incompatibile con la condizione carceraria”. Però, nonostante un ordine di scarcerazione ben preciso, da otto mesi continua a rimanere dietro le sbarre perché “mancano istituti sanitari che possano accoglierlo”.

Quella di Stefan, nome di fantasia di un detenuto di 28 anni di origine romena, è solo una delle tante storie di malagiustizia e malasanità che affollano silenziosamente le nostre carceri. Il suo, però, sta diventando un piccolo caso diplomatico proprio perché a lanciare l’allarme – stavolta – non sono le associazioni a tutela dei detenuti o i familiari del detenuto, ma lo stesso direttore del carcere che lo accoglie, l’istituto penitenziario di Opera. Che ora chiede l’intervento delle istituzioni.

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“Il magistrato di sorveglianza otto mesi fa ha disposto il rinvio dell’esecuzione della pena per le sue condizioni di grave infermità fisica incompatibili con il carcere”, denuncia il direttore di Opera Giacinto Siciliano, “ma noi non possiamo scarcerarlo perché non si trova una struttura deputata ad accoglierlo”.

Conferma Alessandra Naldi, garante dei diritti delle persone private di libertà del Comune di Milano: “E’ una situazione molto seria che rischia di precipitare, anche perché attualmente questo ragazzo si trova in infermeria, aiutato da un piantone, ma le sue condizioni sia fisiche che psicologiche sono critiche, non può restare in carcere. E’ una situazione della quale si devono fare carico in parte il Comune in parte la Regione. Bisogna trovare un posto in una residenza sanitaria”.

Di casi come questi, solo in Lombardia, se ne contano quasi cinque all’anno. Detenuti che non hanno una famiglia o persone che possano garantire loro un domicilio alternativo al carcere, e che quindi devono rimanere a scontare la propria condanna – anche quando minima – fra le mura carcerarie inadatte ad accoglierli. Ad aggravare il problema, poi, c’è la carenza cronica di strutture sanitarie. Si contano sulle dita di una mano, soprattutto quelle per pazienti affetti sia da disabilità fisica che da patologie mentali. “Un circolo vizioso del nostro sistema penale”, spiega ancora Alessandra Naldi.

Per altri, invece, il problema è a monte: il Tribunale di sorveglianza respinge le istanze di scarcerazione, anche di fronte a condizioni cliniche oggettivamente gravi. E allora il detenuto si ritrova a dover scontare la propria condanna in condizioni precarie, aggravando la propria salute.

La vicenda del giovane detenuto di Opera apre uno squarcio su una delle questioni più controverse del sistema penitenziario italiano: la presenza dei disabili in carcere. In tutta Italia sfiorano quota mille, anche se i numeri sono impossibili da quantificare. Esiste però un unico carcere in tutto il Paese (Parma) privo di barriere architettoniche. Tutti gli altri sono inadeguati. Basti sapere che in tutto San Vittore si conta una sola cella senza scalini e con porte abbastanza larghe da ospitare detenuti su sedia a rotelle. Poi si arriva ai paradossi. Perché alcuni penitenziari vantano invece reparti modello adatti ai disabili, ma mai utilizzati. Come Busto Arsizio (Varese), dove un reparto nuovo di zecca attende ormai da cinque anni di essere inaugurato.

E le tragedie sono dietro l’angolo, in tutta Italia. Una delle situazioni più disastrose viene segnalata nel carcere romano di Rebibbia. “Il piano terra del reparto G 11 del Nuovo Complesso”, tuona il garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, “viene di fatto utilizzato come centro clinico senza averne le caratteristiche tecniche e strutturali e senza, soprattutto, la presenza di personale medico e paramedico adeguato”. “Trattandosi di una soluzione di ripiego”, aggiunge Marroni, “la situazione è rapidamente degenerata diventando, oggi, drammatica. Il reparto non ha le condizioni strutturali per ospitare detenuti affetti dalle più disparate patologie e con scarse o nulle capacità deambulatorie. Celle e servizi non sono adeguati per ospitare persone disabili”.

Mancano le carrozzine, dunque. Così spesso i detenuti sono costretti a stare tutto il giorno in cella. Fra le situazioni denunciate a Rebibbia c’è quella di Emilio T., che ha la poliomielite alla gamba destra, ed è a rischio di amputazione. Diabetico, è costretto a fare punture di insulina quattro volte al giorno. Nella sua cella di 10 mq non c’è spazio per la carrozzina. Per questo è costretto a stare a letto 24 ore al giorno.

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