Mobbing e famiglia: realtà incompatibili

MobbingSimona Napolitani, Zerviolenza
5 novembre 2014

Recentemente la Corte di Cassazione ha reso una sentenza a dir poco singolare: non si può estendere il reato di mobbing all'ambito familiare. Il caso concreto riguardava una donna che aveva accusato il marito di comportamenti mobbizzanti, per indurla a lasciare la casa coniugale: provocazioni, umiliazioni, continue offese, insomma una vita impossibile.

I giudici hanno escluso non solo l’ipotesi di addebito - perché tale condotta sarebbe riconducibile ad un periodo in cui il rapporto era ormai deteriorato - ma anche la sussistenza di un reato di mobbing.

Secondo i Giudici per fare allontanare da casa un coniuge indesiderato, è sufficiente chiedere la separazione, non occorre fare riferimento a reati penali, in particolare, sempre secondo i Giudici di legittimità, il mobbing può realizzarsi in ambito lavorativo, dove esiste una diversa collocazione professionale tra i soggetti (datore di lavoro - impiegato); le situazioni patologiche possono cioè sorgere “quando c’è un dislivello tra gli antagonisti, dove la vittima si trova in posizione di costante inferiorità rispetto a un’altra”, mentre in famiglia vige il principio di uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi.

Certamente, in linea di principio tra i coniugi esiste il principio di uguaglianza, ma come possono rispondere allora i Giudici ai tanti uxoricidi, che tempestano le cronache dei nostri giornali? Anche in queste ipotesi esiste il principio di uguaglianza? I mariti assumono molto spesso condotte oltraggiose e minacciose, che pur-troppo pongono in essere proprio quel rapporto tra vittima e carnefice, che la Cassazione esclude possa esistere in famiglia.

Un passo indietro rispetto ad una or-mai datata sentenza del 2000, con cui la Corte di Appello di Torino, con una impor-tante innovazione culturale, aveva accusato l’uomo di un comportamento mobbiz-zante nei confronti della moglie. Speriamo nei corsi e ricorsi.

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