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Violenza sulle donne, quante scuse

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L’Espresso
25 11 2014

Dal frequente "nel mio quartiere non succede", al sottinteso "le ragazze esagerano", fino all'onnipresente "se a una non piace, se ne può sempre andare": l'Espresso pubblica due sondaggi sui pregiudizi più diffusi a proposito di abusi di genere. Che qui una professoressa di Filosofia smonta. Mostrandone le radici profonde.

«Lui ha perso il controllo, e l'ha uccisa». «Era pazzo di gelosia». «L'aveva picchiata, ma lei non è scappata. E alla fine...». Quante volte tornano queste frasi negli articoli e nelle discussioni sulla violenza di genere. Quante volte, dando conto di una fidanzata ammazzata di botte, spunta un commento sull' "in fondo se l'è andata a cercare" perché flirtava con l'amico, perché non si occupava di casa...


Questo questionario, elaborato nel 2003, riporta alcuni dei più assodati luoghi comuni sulla violenza di genere, in particolare quella che avviene fra le mura di casa. I grafici che potete vedere come risultato sono l'esito delle risposte di tutti i lettori de l'Espresso che partecipano al sondaggio

Sono questi i pregiudizi che permettono alle violenze di non diminuire. Di resistere. Di avere uno spazio "d'onore" fra i reati che mobilitano, in questo caso molto, ma ad oggi con pochi risultati , l'opinione pubblica. Le espressioni più frequenti dei preconcetti sulla violenza di genere, specialmente quella domestica, che avviene cioè fra le mura di casa, sono state elencate da un ricercatore dell'Università del Maine in un test che è già stato ripreso da numerose ricerche scientifiche. E che l'Espresso mette a disposizione dei lettori.

Per spiegare cosa si nasconde dietro queste convinzioni, dove stia l'errore, ma anche quali siano le radici che le rendono così impermeabili ai cambiamenti, interviene qui Valeria Babini, professoressa di filosofia all'Alma Mater di Bologna e promotrice del primo seminario obbligatorio sul problema della violenza di genere in università.

Sondaggio/1: Violenza domestica, a chi attribuiamo la colpa?
Questionario/2: Violenza sulle donne, i miti da sfatare

Prima del dibattito, però, i numeri. Quelli non contestabili del ministero dell'Interno. I più aggiornati fotografano la situazione al 31 luglio del 2014. E riportano aumenti. Aumenti di morti e di botte nonostante le nuove norme: 153 le donne uccise in un anno, contro le 149 del precedente. Gli omicidi in generale calano, non quelli di donne. E in particolare di mogli e fidanzate: sono stati 72 dall'agosto 2013 al luglio 2014 contro i 45 dei 12 mesi prima.

Poi, ci sono le denunce per stalking: 51.079 dall'introduzione della legge nel 2009. Nel 77,5 per cento dei casi le vittime sono di sesso femminile. E infine i provvedimenti amministrativi, che secondo molti esperti possono funzionare più delle lunghe indagini penali, se ben applicati e fatti rispettare: 1.125 ammonimenti; 189 allontanamenti dal nucleo familiare; 5.890 divieti di avvicinamento.


Questo questionario, elaborato nel 1994, fotografa l'attitudine delle persone ad attribuire la responsabilità delle violenze agli aggressori, alle vittime o al contesto, assolvendo quindi in parte gli autodi di violenze. I grafici che potete vedere come risultato sono l'esito delle risposte di tutti i lettori de l'Espresso che partecipano al sondaggio

Questi dati, da soli, dovrebbero mostrare quanto sia distorto in partenza il primo di questi preconcetti, l'idea consolidata che «La violenza domestica non è poi così diffusa ». Ma non è così. Le statistiche non bastano. Allora ecco le spiegazioni più profonde, secondo l'analisi di Valeria Babini.


PRIMO MITO: «La violenza domestica non è poi così diffusa», «Nel mio quartiere gli episodi di violenza domestica sono rari»

Risposta: La violenza domestica è di fatto molto diffusa anche se non sempre riconosciuta. Nella maggioranza dei casi la si ammette/confessa/denuncia solo quando si manifesta in modo eclatante e ripetuto, e, anche in questo caso, viene spesso sottovalutata o addirittura non percepita: difesa, per così dire, sotto la rubrica del “privato”. Spesso anche i segni lasciati sul corpo dalle violenze domestiche vengono nascosti e giustificati in modi diversi (caduta dalle scale, malesseri, ecc.).

Questa confusione è anche imputabile all’uso della violenza genitoriale come mezzo di educazione per i bambini; seppure sempre più raro, resta comunque un elemento contraddittorio dentro i vissuti famigliari soprattutto nella nostra società in bilico tra rifiuto della violenza domestica e tolleranza verso il suo (blando) uso pedagogico.

Un esempio. Risulta psicologicamente difficile accusare il partner di violenza domestica se si è stati educati dal proprio padre (o madre) a “dar retta” a forza di schiaffoni; qui la lezione di Alice Miller e il suo concetto di pedagogia nera hanno ancora qualcosa da insegnarci. Inoltre il legame amore/ violenza rischia persino di rovesciarsi di segno, come nel caso di quella paziente di Freud che si lamentava che il marito non l’amava più perché aveva smesso di bastonarla quotidianamente.


SECONDO MITO: «Quando un uomo è violento, è perché ha perso il controllo», «La violenza domestica accade se si ha un carattere irascibile», «Gli uomini violenti perdono il controllo a tal punto da non sapere più cosa stanno facendo»

Questa affermazione è forse la più complessa e pericolosa: la più insinuante. Tra le righe si afferma l’esistenza di un corredo pulsionale violento che ciascuno di noi (ma allora le donne?) deve contenere e controllare. È una tesi storica (dalla bête humaine di Zola alla pulsione di morte di Freud) ancora presente anche se spesso male interpretata e divulgata, ma non condivisa da tutti. Veicola inoltre l’idea di una patologizzazione del soggetto violento. Imputando l’azione violenta sulla donna al bagaglio biologico e/o caratteriale del partner, in qualche modo lo discolpa, ne fa una vittima della sua stessa “natura”. Si passa così dal piano morale e giuridico, dove il soggetto ha proprie responsabilità, a quello medico e psichiatrico, in cui le condizioni psicologiche del soggetto momentanee (perdita del controllo) o permanenti (carattere irascibile) possono valere come attenuanti.


TERZO MITO: «Se una donna continua a vivere con un uomo che la picchia, allora è colpa sua se lui le mette ancora le mani addosso», «Odio ammetterlo, ma una donna che resta con un uomo che la picchia, alla fine si merita quello che le accade»

Anzitutto non si tratta di colpe, ma di violazione di diritti umani. Quale che sia la causa o la cosiddetta ragione, picchiare la propria partner è non rispettare la integrità fisica della sua persona. È azzittire, togliere la parola, impedire il dialogo, rinunciare alla forma del confronto verbale, ma è anche minare il corpo umano che è il sostrato della persona, come si evince chiaramente dalla Dichiarazione universale dei diritti umani (1948).

La donna che resta con un uomo che la picchia va comunque rispettata per la sua decisione, sia che ciò avvenga per la paura di essere poi perseguitata (cosa frequente), sia per l’amore che ancora la lega al partner. Deve trovare lei la forza e la convinzione, anche grazie all’aiuto dei Centri antiviolenza ormai presenti in tutta Italia, per affrontare il suo dramma e risolverlo nel modo migliore.

Spesso la donna vive drammaticamente proprio questa contraddittorietà tra la sconvolgente violenza del partner e il dichiarato sentimento d’amore in ragione del quale il partner giustifica spesso la sua aggressione (per gelosia, ad esempio). L’ambivalenza del sentimento del partner la disorienta e, disorientandola, la paralizza. In più resta il retaggio culturale di una concezione della femminilità come dedizione assoluta alla vita altrui, da cui anche la speranza di poter “salvare” il partner restandogli vicino.


QUARTO MITO: «Far ingelosire un uomo significa andarsela a cercare», «Le donne che flirtano se la vanno a cercare»

Quella della gelosia è un’altra delle ragioni più frequentemente addotte per giustificare la violenza maschile sulle donne: ancora una volta accusate di stimolare la reazione dell'uomo e quindi di essere di fatto la causa scatenante della violenza subita. È dell’estate scorsa il caso di una donna violentata in Trentino mentre faceva jogging dopo cena vicino a un bosco: i commenti più diffusi erano: «Cosa va a correre di notte da sola nel bosco? Per forza la violentano!».

Nello specifico, poi, ci sono altri aspetti da considerare, sulla gelosia. Da un lato si sopravvaluta – soprattutto in Italia – la sua valenza amorosa: della serie “chi ti ama deve essere geloso” o “se non è geloso, non ti ama”- quindi se ti picchia o ti insulta è perché tiene molto a te. Inoltre c’è una sorta di confusione tra gelosia e possesso: dove la paura di perdere l’altro ha più spesso a che fare con una ferita narcisistica, del proprio orgoglio di uomo, piuttosto che con il dolore di perdere concretamente l’amore e la compagnia della partner.

Nella società contemporanea, in cui la competizione e dunque il confronto e l’immagine di sé sono diventati dei valori, il rischio di essere traditi può essere percepito come un segno di debolezza più che (o oltre che) un dolore personale e intimo. Così, paradossalmente, la cornice antropologico-sociale che giustificava fino al 1981 (anno della sua abrogazione dal Codice penale) il delitto d’onore nell’Italia del Sud, ha cambiato solo di abito, e trova nuovo spazio e nuovi proseliti.

 

QUINTO MITO: «Numerose donne in fondo desiderano essere controllate», «Molte donne hanno un desiderio inconscio di essere dominate dal proprio partner»

Queste affermazioni, che forse hanno anche radici nelle teorie psicologiche/psicoanalitiche, non possono diventare degli assiomi, delle leggi. Possono valere in alcuni casi, dove la storia personale rende ragione di quell’affermazione. Se affermate come universali, riferite a tutti, si rivelano sbagliate e ideologiche. Di fatto si rifanno a un'idea, ma meglio sarebbe dire a una costruzione scientifica della femminilità come passività che è stata sì dominante nel ‘900 (da Cesare Lombroso a Freud) ma ampiamente messa in discussione non solo dal femminismo, ma anche in campo scientifico e specificamente psicoanalitico.


SESTO MITO: «Molte violenze accadono perché le donne continuano a criticare i loro compagni», «La maggior parte dei casi di violenza domestica implicano una violenza reciproca dei due partner»

Sotto questa affermazione si nascondo ordini diversi di considerazioni. Anzitutto si tende a centrare l’attenzione su chi ha subìto la violenza piuttosto che su chi l’ha agita: passa così l’idea di una violenza per reazione con un’implicita assoluzione dell’aggressore che, a quel punto, avrebbe agito per una causa a sua volta scatenata dalla vittima.

L’affermazione ha un risvolto chiaramente ideologico, in quanto si vuole di fatto sostenere che le donne, rivendicando i loro diritti di pari dignità anche nella vita famigliare e domestica, finiscono per suscitare la violenza maschile come risposta - come dicessimo che molti licenziamenti accadono perché i lavoratori continuano a pretendere stipendi adeguati al lavoro realmente svolto.

Dall’altra parte si vuole sottolineare che un rapporto caratterizzato da forte conflittualità reciproca può essere alle origini della violenza domestica, trascurando il fatto, indiscutibile, che la violenza domestica resta pur sempre prevalentemente maschile.


SETTIMO MITO: «Se a una donna non piace, se ne può sempre andare», «Le donne possono evitare gli abusi fisici se accadono solo saltuariamente»

Il “saltuariamente” è di fatto la china su cui scivola frequentemente la violenza domestica perpetrata sempre più insistentemente. Quanto alla libertà di interrompere la relazione e sottrarsi, anche in questo caso l’affermazione è semplicistica e per così dire astratta.

Una relazione amorosa diventa un legame sempre più complesso e doloroso da recidere a mano a mano che il tempo ha intrecciato esperienze, vissuti, ricordi, che costituiscono il tessuto della vita sentimentale della persona.

Si confonde spesso il comprendere con il perdonare e dunque con il continuare a sperare: e fa parte dei sentimenti e della loro complessità anche l’attesa di un cambiamento da parte dell’altro e la fiducia che ciò possa avvenire. Non è un caso che si consigli di interrompere la relazione al primo esempio di violenza, quando è più facile rinunciare all’altro.

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