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Si impicca in cella: l’opg di Reggio Emilia colpisce ancora

  • Gen 23, 2015
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Cronache del Garantista
22 01 2015

Ennesima tragedia all’interno dell’oramai famigerato ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. Un detenuto, un cinquantenne italiano, si è suicidato con un cappio ricavato dalla sua maglietta. Per farlo ha aspettato la fine dei controlli giornalieri. Dopodiché ha scambiato due parole con un infermiere e ha guardato gli agenti e il personale allontanarsi dalla cella. Poi, una volta rimasto solo, si è tolto la maglietta intima e l’ha trasformata in un cappio da legare alle sbarre della cella. L’ennesimo dramma è accaduto i primi di gennaio, ma la notizia è emersa ed è stata confermata solo in questi giorni.

Un caso che va ad allungare una lista nera, composta di suicidi, morti che potevano essere evitate – come il caso del ragazzo 29enne morto per soffocamento proprio nel medesimo opg – e tentativi di togliersi la vita, ma anche di gesti di autolesionismo e aggressioni.

«Noi continuiamo a ribadire la necessità di creare una stanza di decompressione, priva di suppellettili, imbottita. Per evitare il peggio e fare attività di prevenzione». A parlare è Michele Malorni del sindacato degli agenti penitenziari Sappe. Che pone l’attenzione su una questione che appare sempre più confermata e ineludibile: «Non si può paragonare un opg a un ospedale. Non si può paragonare una cella a una stanza di ricovero. Qui le stanze sono di cemento armato. Qualche tempo fa avevamo avuto un caso di un internato che continuava a sbattere la testa contro il muro. Sono gesti di autolesionismo che è difficile contenere!».

Oggi nei sei reparti dell’opg di Reggio Emilia sono ricoverate 142 persone (fino a qualche anno fa erano più del doppio), tutti uomini. Ma di questi sono trenta quelli sistemati nel reparto di stretta sorveglianza, guardati a vista 24 ore su 24, e sempre accompagnati negli spostamenti anche dalla polizia. «La struttura del carcere, con le inferriate e le celle, non è adatta a tutti. Alcuni di loro – fa notare sempre Michele Malorni -, quelli che si dimostrano più aperti al dialogo e più collaborativi, dovrebbero essere sistemati in ambienti diversi, dove possano essere curati e riabilitati. Vanno pensate soluzioni alternative».

Ma la storia sulla chiusura e alternativa all’opg è fatta di scadenze non rispettate, infinite proroghe e continue promesse. L ’ultima proroga aveva sollevato reazioni, in particolare quella dell’ ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel firmare il decreto legge aveva espresso «estremo rammarico, per non essere state in grado le Regioni di dare attuazione concreta a quella norma ispirata a elementari criteri di civiltà e di rispetto della dignità di persone deboli». L’ex capo dello Stato aveva comunque «accolto con sollievo interventi previsti nel decreto legge per evitare ulteriori slittamenti e inadempienze, nonché per mantenere il ricovero in ospedale giudiziario soltanto quando non sia possibile assicurare altrimenti cure adeguate alla persona internata e fare fronte alla sua pericolosità sociale». Il decreto legge del marzo scorso, infatti, prescrive che «il giudice disponga nei confronti dell’infermo o del seminfermo di mente l’applicazione di una misura di sicurezza diversa dal ricovero in opg o in una casa di cura e di custodia, a eccezione dei casi in cui emergano elementi dai quali risulti che, ogni altra misura diversa dal ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario non sia idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla sua pericolosità sociale».

Il ministro della giustizia Andrea Orlando però ci prova a far rispettare i termini e ci ha messo la faccia durante la sua relazione al Parlamento sull’amministrazione della Giustizia nel 2014, illustrata tre giorni fa alla Camera. «Quanto al tema degli ospedali psichiatrici giudiziari – ha detto il ministro durante la relazione – il superamento di questo modello ha, purtroppo, subito una proroga, per la complessità delle procedure necessarie alle Regioni per realizzare le strutture sanitarie sostitutive ». E ha sottolineato che «l’impatto delle innovazioni legislative sugli opg viene costantemente monitorato attraverso la rilevazione delle presenze degli internati negli opg del territorio nazionale e attraverso l’analisi delle ordinanze emesse dall’autorità giudiziaria. E ciò al fine di rilevare le condizioni di perdurante pericolosità degli internati, confermando o revocando in ragione di ciò le misure di sicurezza». Infine ha concluso: «È stato costituito presso il ministero della salute l’Organismo di coordinamento per il superamento degli opg: l’obiettivo è quello di evitare ulteriori ritardi e arrivare entro il termine stabilito alla chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici giudiziari».

Ma c’è gran scetticismo nell’aria. Alcuni dati fanno emergere che la promessa sarà difficile da mantenere. Se si considera che attualmente la regione Piemonte ha già previsto che dovranno passare altri 24 mesi per la realizzazione della struttura sanitaria alternativa, si arriverà dunque a fine 2016 per abolire l’opg in quella regione. Ancora peggio per la struttura sanitaria di Abruzzo e Molise: sono stati stimati 2 anni e 9 mesi. Si arriverà, in questo caso, all’estate del 2017. Ci sarà l’ennesima proroga, oppure il commissariamento delle regioni non in regola come prevede il nuovo decreto legge del marzo scorso?

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