Il trattenimento dei cittadini stranieri nella nuova normativa italiana: vecchi e nuovi profili di incompatibilità con l’ordinamento europeo

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Meltingpot
25 02 2015

di Annapaola Ammirati

Riceviamo e pubblichiamo questo testo scritto da Annapaola Ammirati, che ringraziamo.

Tra le politiche di controllo rivolte ai migranti irregolari rientrano le misure privative della libertà personale, che, solitamente legate alla mancanza delle condizioni che autorizzano l’ingresso o il soggiorno del cittadino straniero sul territorio dello Stato, consentono agli Stati di ricorrere al trattenimento al fine di facilitarne il rimpatrio.

L’aumento dei flussi migratori e la crescente tendenza alla criminalizzazione dell’immigrazione hanno condotto ad un generale recupero della sovranità statale, concepita come necessità di garantire l’integrità territoriale. Il controllo delle frontiere è diventato quindi un aspetto essenziale della statualità moderna.

Anche il diritto dell’Unione europea, dove è comunque evidente il prevalere di una logica securitaria, prevede la possibilità di limitare la libertà personale degli stranieri presenti sul territorio degli Stati membri ma privi di un regolare titolo di soggiorno. Ciò è in ogni caso permesso entro determinati limiti, soprattutto al fine di realizzarne il rimpatrio.

Il 25 novembre scorso è entrata in vigore, nel nostro ordinamento, la legge 30.10.2014 n. 161 (legge europea 2013 bis) recante disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Il provvedimento, al fine di evitare l’avvio di ulteriori procedure d’infrazione, è volto ad adeguare l’ordinamento giuridico italiano a quello europeo, soprattutto nei casi di errato recepimento della direttiva rimpatri.

Con lo scopo di indagare la conformità delle norme di diritto interno alla disciplina comunitaria, si esaminano due significative pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea, su rinvii pregiudiziali di giudici nazionali. Si evince, tuttavia, che l’impianto introdotto presenta ancora notevoli profili di criticità rispetto alla normativa comunitaria, tanto da far ritenere che il processo di adeguamento della disciplina interna in materia di rimpatri possa considerarsi tutt’altro che compiuto.

Une delle principali novità della nuova normativa è la disciplina concernente i tempi di trattenimento nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), ridotti drasticamente da 18 mesi ad un termine massimo di 90 giorni. La durata della detenzione costituisce il punto critico della disciplina europea in materia. Infatti, una tal estensione del periodo di trattenimento non sembra coerente con la concezione dello stesso come risorsa di ultima istanza.

Nel frattempo, in questi giorni, la Grecia ha annunciato l’immediata chiusura del suo principale centro di identificazione ed espulsione, Amygdaleza, ed altre misure che portano a un radicale stravolgimento della sua politica verso gli immigrati, impegnandosi inoltre a esaminare l’opportunità di misure alternative alla detenzione nei centri. Proprio un Paese come la Grecia, dove le condizioni di detenzione degli stranieri, ripetutamente condannate anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, sono talmente spaventose che gli altri Stati europei non vi hanno più indirizzato i cittadini di Paesi terzi secondo quanto previsto dal Regolamento “Dublino III”.
Nelle politiche statali di gestione dei flussi il ricorso alla detenzione dovrebbe rappresentare l’ultima risorsa e ritrovare la connotazione di misura eccezionale. Resta il fatto che ogni privazione della libertà personale costituisce una grave intrusione nei diritti fondamentali dell’individuo e, da questo punto di vista, fin qui abbiamo sbagliato tutto. Chissà, che seguendo l’esempio greco, l’Italia e l’Europa, tutta, non si muovano nella giusta direzione, verso l’accoglienza e l’inclusione dei migranti, mettendo in campo misure alternative alla privazione della libertà.

Annapaola Ammirati

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