Ho perso un lavoro per un tweet

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Minima e Moralia
11 05 2015

Lo scorso 27 aprile, mentre Teju Cole, Rachel Kushner e altri scrittori ritiravano la propria partecipazione dal galà del PEN in seguito alla decisione del comitato di assegnare il Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, in un’altra parte della galassia, e con molto meno clamore, io perdevo una collaborazione di lavoro con una testata per aver manifestato tramite un tweet la mia perplessità nei confronti degli insulti che questi scrittori stavano ricevendo: è una circostanza strana quella di dileggiare la libertà di opinione altrui quando lo si fa per difendere la libertà di opinione di chi nell’esercizio di questa pratica è morto.

Ora, un direttore ha il diritto di selezionare e scartare ogni collaboratore nella maniera che preferisce o per le ragioni che ritiene più opportune, anche per un tweet di cui non condivide il contenuto. Il collaboratore, dalla sua, ha la facoltà di raccontare la propria esperienza, soprattutto se questa svela alcuni meccanismi che ritiene di interesse comune.

Quello che vorrei fare è analizzare questo episodio non per erigermi a paladina della libertà di opinione, battaglia che non posso permettermi e che troverei fuori proporzione. Credo, tuttavia, che sia rivelatorio di una serie di fragilità a cui chi fa il mio mestiere si ritrova esposto, soprattutto se è molto presente sui social network.
Quello che mi lascia perplessa non è la conclusione di un rapporto che non posso definire neanche di lavoro. In un contesto editoriale in cui incarichi, regole e compensi sono spesso informali, la mia presenza su quella rivista era una “consuetudine”: a loro piacevano i miei articoli, a me piaceva scriverci.

Prima o poi poteva finire: il giornalismo è un ambiente promiscuo e pur divertendomi su quelle pagine, mi era chiara la natura transitoria del mio passaggio, se non altro per ragioni di banale turnover. Forse nel lungo periodo ci saremmo sentiti a disagio entrambi, forse i miei pezzi sarebbero risultati sempre più stanchi e insoddisfacenti.
Non ho mai pensato che scrivere per questa rivista implicasse il mio allineamento ideologico, tanto più che la linea editoriale era spesso agli antipodi del mio pensiero politico e sociologico. Ciò non ha impedito che scrivessi gli articoli che volevo e non ho mai subito censure. Per questo è disorientante che la libertà di cui godevo nei miei pezzi – per farla breve in quello per cui venivo pagata – fosse una libertà sconveniente fuori, nel mondo di Twitter, in una sfera che non era sotto la giurisdizione della testata, non era definita da un rapporto economico ed esulava dalla conversazione direttore-collaboratore.

Sul mio profilo Twitter non c’è scritto «views are my own»: uno perché la dicitura mi fa sorridere, due perché non ritengo che sia sufficiente a proteggermi. Può avere senso per un editorialista forte, legato da un contratto formale a una testata che ha interesse a limitare il suo raggio di azione o ad affrancarsi dalle sue opinioni, ma questo non era chiaramente il mio caso. Né per fama, né per situazione contrattuale (non mi veniva corrisposto un compenso per rappresentare la testata online, ma per recensire libri): io ero, come tanti altri collaboratori, una consuetudine.

La domanda è: sapendo a cosa sarei andata incontro avrei detto lo stesso la mia sulla decisione del PEN? La risposta onesta è no. Me lo sarei risparmiato. Avrei tutelato una fonte di reddito, l’avrei protetta; vivo in uno stato di necessità e devo difendermi. Se le regole fossero state chiare, mi sarei comportata di conseguenza. È una questione di responsabilità: vorrei essere sempre padrona delle mie scelte, sapere cosa rischio e cosa no. Ma come si tutela un collaboratore quando il contesto è opaco e le informazioni di cui dispone sono poche?

In uno scenario editoriale in cui le risorse sono limitate, allocate secondo una vasta gamma di criteri che vanno dal talento al merito, dal favore alla precettazione, senza che la nostra lettura del sistema sia univoca, senza che sia possibile trarne delle regole, il fatto di aver collaborato con una delle poche testate che paga regolarmente ha una discreta influenza sul modo in cui questo episodio viene assimilato e affrontato. Introduce un elemento di condizionamento – quello del compenso in uno scenario competitivo – che mi impedisce di rinnegare quel luogo, quel modo di fare giornalismo, perché per un anno me ne sono servita. Ed è anche per questo che vorrei si evitasse di strumentalizzare la questione come una guerra tra due schemi ideologici e professionali opposti, perché non lo è, o non del tutto.
La mia sensazione, a giorni da quanto accaduto, è che siamo tutti più deboli e scoperti di quanto ci piaccia pensare.

Parlando con i miei colleghi, ho riscontrato reazioni tutte a loro modo interessanti: solidarietà, raccapriccio, ironia, disagio per la propria vicinanza alla sottoscritta, timore di dover fare gesti eroici al seguito, coraggio, ilarità pura, indignazione, incredulità, inviti a lasciar perdere, «quel direttore deve essere punito», «quel direttore deve essere lasciato in pace», «quel direttore ti fa trovare la testa di cavallo nel letto», «quel direttore può fare quello che gli pare», conversazioni che nel più cupo dei casi ricordavano le macchinazioni di House of Cards e nel migliore quelle dell’Ordine della Fenice per far fuori Voldemort. Finché non ho capito che la storia non era quella.
La storia è che viviamo in un momento professionale in cui non ci sentiamo abbastanza forti o convinti da difendere un’idea o un principio per i quali cui abbiamo iniziato a fare questo mestiere – o quantomeno molti di noi lo hanno fatto – il che aumenta la consapevolezza di quanto sia ironico difendere la libertà di opinione di Charlie Hebdo quando siamo sottoposti a una serie di condizionamenti o di paure molto più immediati e di rifiuti per l’opinione altrui molto più epidermici e istintivi.
Cerco di non di ridurre la questione a me, a questa testata particolare e al suo direttore.

Penso che sarebbe in qualche modo inopportuno se andasse così, e avrei parzialmente fallito gli intenti di questo articolo, o come vogliamo chiamarlo.
E quindi? E quindi quella rivista andrà avanti secondo la linea editoriale che il direttore ritiene più consona, nella sezione culturale continueranno a scrivere firme che stimo e io continuerò a collaborare con altri giornali.
Restano però delle domande, che fino a qualche giorno fa non mi ponevo.
Nell’ovvia asimmetria di potere tra direttore e collaboratore, in un contesto arbitrario e opaco che espone un giornalista a una fragilità estensiva, fino a che punto il collaboratore deve essere responsabile delle proprie opinioni? Qual è il limite del suo raggio di azione, del campo in cui ci si aspetta che tale collaboratore sia questa cosa o quest’altra cosa ancora?

Per citare Conrad che non sapeva come spiegare alla moglie che anche mentre guardava dalla finestra stava lavorando, come facciamo a dimostrare che quando stiamo su Twitter o Facebook NON stiamo lavorando? E questo è sempre vero? Come si regolano dinamiche del genere?
Il tuo comportamento in rete fa sì che tu possa essere selezionato ed espulso dal sistema dell’informazione. È la stampa bellezza, e questa storia non è la mia perdita dell’innocenza: quella, se avessi voluto preservarla, avrei fatto un altro mestiere. Ma è sicuramente una storia che mi spingerà a essere più cinica e calcolatrice, quando credevo di esserlo diventata già abbastanza; un episodio che affligge il residuo marginale di ideale con cui affronto la pratica giornalistica, seppure in maniera informale.
E, soprattutto, è una storia che mi spinge a pensare che io Twitter devo continuare a usarlo per postare le foto dei posti fichi in cui sono stata e dei libri interessanti che ho letto.

Nel dirlo mi rendo conto di aver perso qualcosa.
Spero di non metterci anni a capire cos’è, e di non deprimermi troppo nel frattempo, nella consapevolezza che fa parte del gioco e posso accettarlo.
Prima, però, devo capire che si tratta di un gioco.

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