A Gaza disoccupazione record, Obama manda nuove bombe a Israele

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Parkour a GazaMichele Giorgio, Il Manifesto
23 maggio 2015

Aziz Yia­zji non aveva biso­gno del rap­porto della Banca Mon­diale per cono­scere la con­di­zione eco­no­mica della Stri­scia di Gaza. La vive sulla sua pelle tutti i giorni. Da anni non rie­sce a tro­vare un lavoro che duri, nel migliore dei casi, più di qual­che set­ti­mana. "Sono laureato, parlo bene l'inglese, mi intendo abba­stanza di infor­ma­tica ma devo adat­tarmi a fare di tutto, per­chè non c'è lavoro per nes­suno a Gaza", ci rac­conta.

Il blocco israe­liano, pro­se­gue Yia­zji, «ha ucciso la nostra eco­no­mia e i bom­bar­da­menti (della scorsa estate,ndr) hanno can­cel­lato molte delle fab­bri­che ed imprese. I nostri con­ta­dini spesso non pos­sono andare alle col­ti­va­zioni per­chè sono vicine al con­fine dove i sol­dati israe­liani spa­rano a vista. E non puoi nep­pure sognare di andare via per­chè Israele ed Egitto non ci per­met­tono di lasciare Gaza». Chi è stato nella Stri­scia sa che que­sto qua­dro dram­ma­tico non è nuovo, esi­ste da anni, ed è stato aggra­vato dall’ultima offen­siva mili­tare israe­liana che ha fatto migliaia di morti e feriti e ridotto in mace­rie decine di migliaia di abi­ta­zioni ed edi­fici civili.

Eppure è impor­tante che un orga­ni­smo come Banca Mon­diale abbia denun­ciato, con un rap­porto reso pub­blico a metà set­ti­mana, che a Gaza la vita è impos­si­bile, evi­den­ziando un dato: il blocco israe­liano della Stri­scia, comin­ciato nel 2006 e ina­spi­rito dopo la presa del potere da parte di Hamas nel 2007, e le offen­sive mili­tari del 2008–9, del 2012 e del 2014, hanno reso Gaza la regione del mondo con la disoc­cu­pa­zione più alta.

Senza quelle offen­sive mili­tari e le con­se­guenze del blocco, sot­to­li­nea la Banca Mon­diale, il Pil di Gaza oggi sarebbe più alto di almeno quat­tro volte. Invece l’assedio israe­liano, aggra­vato dalle restri­zioni duris­sime impo­ste dall’Egitto alla fron­tiera di Rafah, ha ridotto il Pil del 50% e la disoc­cu­pa­zione è salita al punto da toc­care il livello più alto del mondo, il 43%. I gio­vani, che for­mano più della metà della popo­la­zione in que­sto faz­zo­letto di terra pale­sti­nese, sono i più pena­liz­zati: alla fine del 2014 il 60% era senza lavoro, il dato più alto del Medio Oriente.

Il Pil attuale è solo un paio di punti in più rispetto al 1994, men­tre nello stesso periodo la cre­scita della popo­la­zione è stata ver­ti­gi­nosa. Il rap­porto osserva che quasi l’80% degli abi­tanti di Gaza deve essere assi­stito e che circa il 40% della popo­la­zione vive sotto della soglia di povertà. Inol­tre la mag­gior parte dei quasi 2 milioni di abi­tanti vive con­fi­nata in appena 160 chi­lo­me­tri qua­drati (sui circa 400 kmq della Striscia).

A ciò da un anno si sono aggiunte le immense distru­zioni cau­sate dall’offensiva mili­tare israe­liana “Mar­gine Pro­tet­tivo” e la rico­stru­zione par­tita solo in minima parte. I miliardi di dol­lari pro­messi lo scorso otto­bre dai Paesi dona­tori si sono rive­lati, come pre­vi­sto con largo anti­cipo, sol­tanto delle parole che il vento ha già por­tato via. Israele da qual­che mese descrive con un taglio posi­tivo il suo atteg­gia­mento nei con­fronti dei civili pale­sti­nesi ma in realtà ha con­sen­tito sino ad oggi l’ingresso nella Stri­scia solo di una fra­zione minima dei mate­riali che occor­rono per la rico­stru­zione.

All’orizzonte non c’è nulla che fac­cia spe­rare in un cam­bia­mento vero della con­di­zione di Gaza, alla luce anche dell’atteggiamento a dir poco pas­sivo di Stati Uniti ed Europa. Anzi, si intra­vede un nuovo attacco mili­tare israe­liano «per chiu­dere i conti con Hamas», qual­cuno sostiene a cavallo tra 2015 e 2016 se non già la pros­sima estate. Ne par­lano e ne scri­vono gene­rali e uomini poli­tici di Israele lan­ciando l’allarme sull’esistenza pre­sunta di «nuovi tun­nel sot­ter­ra­nei e il riarmo di Hamas», lo temono gli abi­tanti di Gaza. Voci che con­tra­stano con quelle che girano da set­ti­mane su intese sot­ter­ra­nee tra Israele e il movi­mento isla­mico per tenere calma la situazione.

In ogni caso le bombe per una nuova guerra non man­che­ranno a Israele, per l’eventuale attacco a Gaza e anche per una cam­pa­gna con­tro il movi­mento sciita Hez­bol­lah in Libano, altro tema caldo tra gli ana­li­sti mili­tari. Come ave­vano fatto anche durante l’operazione della scorsa estate con­tro Gaza, gli Stati Uniti ven­de­ranno a Israele 8.000 bombe intel­li­genti e 14.500 sistemi di guida, 50 bombe bun­ker busters, 4.100 bombe “pic­cole” (solo 110 kg di esplo­sivo ma ad altis­simo poten­ziale) e 3.000 mis­sili Hell­fire per gli eli­cot­teri Apa­che. Il costo com­ples­sivo è di 1,8 miliardi.

Le bombe che si aggiun­gono all’aumento del numero dei bom­bar­dieri stealth F-35 che gli Usa con­se­gne­ranno a Israele. Il Pen­ta­gono ha annun­ciato che que­sta ven­dita riflette l’impegno ame­ri­cano per la sicu­rezza di Israele. In realtà è una delle tante forme di “risar­ci­mento” decise dalla Casa Bianca per per­sua­dere Israele ad accet­tare l’accordo sul pro­gramma nucleare ira­niano che gli Stati Uniti inten­dono rag­giun­gere entro il 30 giugno.

Ultima modifica il Domenica, 24 Maggio 2015 09:24
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