Sapete che c’è un femminismo islamico? Rilegge il Corano dalla parte delle donne

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La 27 Ora
09 07 2015

Credo che molte e molti di noi, leggendo che le prime forme di movimento per la liberazione della donna nel mondo arabo sono nate tra fine Ottocento e inizi Novecento, più o meno contemporaneamente a quanto stava succedendo in Occidente, resteranno stupiti. A me è capitato sfogliando le prime pagine del volume Femminismi islamici (a cura di Ada Assirelli, Marisa Iannucci, Marina Mannucci, Maria Paola Patuelli, ed Fernandel). Stupore salutare per la nostra mente e il nostro giudizio perché avvia a scrostare dall’una e dall’altro i primi strati di persistenti stereotipi che accompagnano le nostre consapevolezze eurocentriche, l’orgoglio di chi ha la convinzione di detenere i soli primati di libertà e democraticità che illuminano il pianeta in cui viviamo. E nulla naturalmente voglio togliere o negare di questa libertà, che tra l’altro mi consente di scrivere senza alcun timore quel che penso, ma è sempre utile che le nostre coscienze occidentali (e femministe) vengano in contatto e si sforzino di comprendere, per quanto possibile, mondi differenti, per non ridurci a un unicum di pensiero semplificato e semplificante, che comprende anche chi si ammanta di veli di purezza e innocenza perché si indigna e si chiama fuori dalle ideologie e dai valori occidentali, di cui peraltro gode tutti i vantaggi.

Allora spazziamo la mente da pregiudizi di destra e di sinistra, apriamo gli occhi e leggiamo alcune pagine con l’umiltà di chi non sa già tutto, ma anzi spera ed è disponibile a lasciarsi disorientare.

Sappiamo, ed è innegabile, che nei paesi islamici le donne vivono limitazioni alla libertà personale e discriminazioni anche sul piano giuridico, oltre che condizioni di povertà, analfabetismo, disagio sociale superiore agli uomini, dai quali peraltro subiscono violenze soprattutto domestiche (ma questa è una storia nota anche per noi). Eppure, come già scrivevo, non è breve la storia che anche il mondo arabo può vantare di movimenti femminili e femministi, spesso nel Novecento affiancati alla lotta per la liberazione dai regimi coloniali. A quest’ultima le donne hanno partecipato attivamente, per poi, quando le cose sono terminate, essere lasciate a casa, ma anche questa è una storia che conosciamo bene.

Entriamo però meglio nelle situazioni della contemporaneità, partendo da un’affermazione necessaria e iniziale che ci consente uno sguardo più libero. Il mondo islamico non è un monolite uguale ovunque, ma è piuttosto un universo complesso, variegato, eterogeneo, nel quale la religione ha un ruolo centrale, ma non è l’unica causa della subordinazione femminile – lo sono ad esempio anche i regimi autarchici, autoritari che ancora vivono o sono stati recentemente rovesciati nel mondo arabo – e dell’impossibilità delle donne musulmane ad avvicinarsi alla modernità, ai mutamenti sociali, al sistema dei diritti. È questa una percezione riduttiva della realtà femminile araba, che paradossalmente accomuna il prevalente giudizio occidentale alle concezioni che guidano su questo terreno gli estremisti islamici, che impongono, in nome della loro religione, le condizioni di inferiorità e di esclusione, oltre che di ignoranza delle donne (ma a questo proposito cerchiamo di ricordare che dal mito della donna ignorante non siamo poi temporalmente troppo lontani neppure noi europei, italiani in particolare). Un buon sistema infatti per noi di contrastare gli stereotipi e liberarci progressivamente dagli strati di pregiudizio è quello di non dimenticare da dove veniamo, quali sono le culture che rappresentano la nostra storia, anche recente. Velo docet.

Torno alla storia dei femminismi islamici: gli attuali, dopo i movimenti di tutta la prima metà del Novecento, si sviluppano intorno agli anni Novanta dello scorso secolo e sono un movimento che si basa, pur con differenze interne, sulla rilettura del Corano in una prospettiva femminile e propone la riforma di leggi e istituzioni patriarcali in nome dell’Islam. La religione non rappresenta dunque per questi movimenti un ritorno al passato, ma una forma di reinvenzione individuale e collettiva che fa i conti con la società contemporanea e si propone di riscrivere le forme della modernità. Altro stereotipo che le donne islamiche ci aiutano a decostruire: il supposto contrasto tra tradizione e modernità. Ed è qui che ci si presenta il cuore e il significato centrale dei movimenti femministi islamici: il lavoro di reinterpretazione del testo sacro, del Corano, sottraendolo alla normatività dei contesti e culture storiche e patriarcali che l’hanno tradizionalmente interpretato.

Occorre distinguere, insegnano le teologhe islamiche, tra il testo e l’esegesi, cioè l’interpretazione che se ne è fatta nella storia. La causa della discriminazione delle donne non è il Corano, ma la religione vissuta in società patriarcali che l’hanno interpretato secondo le culture dominanti e hanno creato una tradizione religiosa sessista. Le femministe islamiche, fin dalle pioniere dello scorso secolo, si sono impegnate nel lavoro di decostruzione delle precedenti interpretazioni maschiliste e di rilettura dei versetti con sguardo di genere. Ed è questa soprattutto la differenza con i movimenti dei femminismi occidentali, che per lo più si sono tenuti distanti dalla dimensione religiosa, anche se vi sono ormai in Europa e anche in Italia interessanti scritti e prese di posizione di teologhe femministe, e un coordinamento (CTI) che riunisce le diverse anime della teologia cristiana. Ma credo che questo discorso meriti un’attenzione a parte e una maggiore vicinanza, che il femminismo italiano, generalmente o prevalentemente considerato laico, dovrebbe approfondire.

In ogni caso, secondo i movimenti delle donne islamiche, la reinterpretazione del Corano ne svela il messaggio più genuino di sostanziale uguaglianza tra donne e uomini, «in verità non farò andare perduto nulla di quello che fate, uomini o donne che siate, che gli uni sono come gli altri» (Corano, III, 195), e la modernità del testo rispetto a temi controversi quali la poligamia o il divorzio, se collocato nei tempi in cui il Corano fu elaborato.

L’interpretazione femminista parte dal presupposto che il Corano sia un testo polisemico, suscettibile di varie interpretazioni, mentre risulta fuorviante il limitarsi a citazioni singole estrapolate dal contesto. Un esempio molto chiaro può riferirsi alla virilità prodigiosa del Profeta, molto citata naturalmente da alcune interpretazioni maschiliste: in una di esse si afferma che Maometto in una sola notte copulò con tutte e nove le sue mogli. Una potenza maschile che viene direttamente collegata al dono della profezia, come simbolo di una forza virile che può tenere a bada contemporaneamente molte donne. Eppure, sostengono le interpreti femministe, esistono nel Corano immagini di una ben diversa mascolinità, attenta, affettuosa, in grado di prendersi cura – e con reciprocità – della persona che ha accanto.

Il pensiero femminista islamico prende il nome di gender Jihad: potremmo tradurre il termine, semplificando e con qualche risonanza nella nostra storia, in «lotta femminista», con l’attenzione però che si tratta soprattutto di una lotta della mente, uno sforzo dell’anima e dell’intelligenza e del corpo delle donne per raggiungere l’obiettivo, attraverso la rilettura del Corano, di una società più giusta nei confronti dei soggetti femminili. Le femministe musulmane ci ricordano – è una lezione che risulta (o dovrebbe) molto utile anche a noi – che il luogo della maggiore problematicità nelle relazioni tra donne e uomini non è tanto lo spazio pubblico, quanto il privato, con i nodi assai difficili da sciogliere, per noi e per loro, nelle relazioni tra i due sessi. Ma anche molti uomini partecipano a questo sforzo dei movimenti femministi islamici, che sono – contro ogni residua credenza di contrasto tra modernità e tradizione – diffusi in tutti i paesi a maggioranza o comunque presenza significativa di musulmani (anche da noi quindi) e in rete tra loro.

Ancora due osservazioni prima di chiudere un discorso che in realtà andrebbe ulteriormente aperto. La distanza tra i femminismi islamici e i nostri. Non si tratta solo della centralità della religione per i movimenti musulmani, che in Europa è marginale, come già dicevo, ma di una posizione critica nei nostri confronti da parte delle donne musulmane e il desiderio e la pratica di offrire al termine femminista un’autonomia dall’accezione occidentale per sottolineare percorsi differenti, con obiettivi che si discostano dalle presunte libertà occidentali. Ricordiamo il famoso discorso di Fatema Mernissi sulla taglia 42, interpretata come il velo occidentale. E a proposito di velo l’ultima osservazione, anch’essa utile per proseguire il nostro lavoro di liberazione dagli strati sovrapposti di pregiudizio. Il velo è per noi donne occidentali il simbolo più evidente della subordinazione femminile – e ci dimentichiamo che solo un paio di generazioni fa una donna italiana non sarebbe mai uscita di casa senza nulla in testa.

Eppure il velo può essere interpretato in due modi opposti, così ci insegnano le femministe musulmane, può essere indossato per obbligo o passivo adeguamento, ma può anche essere scelto, per costume, per moda, per difesa da una società estranea o per affermare un’identità e un diritto sul proprio corpo, sottraendolo allo sguardo e alla volontà maschile, al modello occidentale di esposizione e di consumo del corpo femminile, quello che è stato definito il velo della nudità. L’uso del velo può essere inteso dunque come un atto politico, di dissidenza anziché di assuefazione a norme dettate da altri, così afferma la femminista marocchina Nadia Yassine.

E anche qui si riapre un discorso infinito, che può però esserci utile nel dialogo tra donne diverse, se ciascuna, dall’una e dall’altra parte, riesce ad ascoltare veramente, il più possibile libera da quei pregiudizi che nascono soprattutto dalla paura.


Barbara Mapelli

 

Ultima modifica il Giovedì, 09 Luglio 2015 09:17
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