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Da 15 anni mi prostituisco e non me ne pento

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Abbatto i muri
10 07 2015

Ho iniziato a prostituirmi 15 anni fa e ancora non mi pento della scelta che ho fatto. All’epoca non era come adesso. Non c’era un uso allargato di internet e i divieti sembravano moltissimi. In cambio, però, c’erano in giro meno abolizioniste che oggi sembrano ossessivamente concentrate sull’idea di redimerci e salvarci anche quando non abbiamo alcun bisogno di essere salvate. Nei paesi in cui la prostituzione era un mestiere regolarizzato si poteva stare bene e non c’era quell’enfasi dedicata alla guerra contro la prostituzione che c’è adesso.

Le prostitute si proteggevano, l’un l’altra, e avevano anche una sorta di accordo con le forze dell’ordine, per cui si pattugliavano da sole, potevano stare insieme, potevamo vivere insieme, cosa molto importante se vuoi evitare che un cliente violento possa farti male senza che nessuno lo veda. Quando ho iniziato avevo poco più di 20, un matrimonio sbagliato alle spalle e un figlio. Non ho mai pensato che la prostituzione, al contrario del mio matrimonio, fosse un lavoro umiliante. Non lo pensavo allora e non lo penso neanche adesso. Era ed è un lavoro che mi ha permesso di emanciparmi dal bisogno, di mantenere mio figlio e di fare cose che altrimenti non sarei riuscita a fare.

Ho comprato casa, ho viaggiato, ho anche vissuto relazioni amorose intense e positive, finite per altre ragioni che non c’entrano con il mio mestiere. Quello che so è che il più delle volte mi sono divertita, a prendere in giro, bonariamente, i clienti che avevano senso dello humour, a fotografare l’animo di tanti esseri umani e a osservare le esperienze da un punto di vista privilegiato. Non hai modo di conoscere bene qualcuno fin quando non ci vai a letto. Così ho visto la parte vera di certi esseri umani e ne ho goduto, perché a me chiedevano altrettanta franchezza e non c’è mai stato un solo cliente che da me si sia sentito giudicato.

Con me finiva l’ansia da prestazione, la preoccupazione di non essere all’altezza, o quella di dover per forza erigersi sull’attenti in vista dell’amata. Io sono stata in grado di confortare molti uomini e perfino alcune donne. Li ho tirati fuori da una zona buia della loro vita. Li ho rifocillati di umanità ed empatia. Li ho baciati nei punti sensibili, quelli delicati, dove fa più male. Sono stata e sono ancora la loro confidente, amica, amante, psicologa, un’ascoltatrice attenta ai loro bisogni e una terapeuta dell’aspetto più importante e bistrattato per molti esseri umani: la sessualità.

Voi non potete immaginare quanti uomini siano impreparati, imbranati, impauriti, perché non hanno la più pallida idea di come vivere una gioiosa sessualità. Chi dice che i clienti di una prostituta sono tutti violenti non ha mai fatto il mio mestiere perché altrimenti saprebbe che gli uomini, in gran parte, stanno a testa bassa, ad aspettare inutilmente un’erezione o a chiedere soltanto di non essere derisi perché la pressione è troppa. La cultura che fa male a tutti noi fa male innanzitutto a loro. Hanno il dovere di essere machi, riusciti, efficienti, dall’erezione e dalla prestazione perfetta. Ma sul serio credete a tutte le parole vuote che vengono diffuse da uomini spocchiosi che si vantano di aver “trapanato” questa o quella?

Dopo essere stati con una come me potranno anche dire di averle “sfondato il culo” perché è questo che si aspettano gli amici, i colleghi, gli altri uomini, tutti a mentirsi gli uni con gli altri, ma quasi mai è vero. Le donne sanno, ne sono certa, che dietro tanta sfrontatezza spesso c’è una montagna di insicurezza. A letto vedi gli uomini per quel che sono in realtà: fragili, impauriti, bisognosi d’affetto, di carezze, di rilassarsi, perché sempre sotto pressione per un motivo o per un altro. Non sto dicendo che la fragilità sia esclusiva degli uomini ma, secondo il mio punto di vista e secondo la mia esperienza, le donne sono più abituate a renderla evidente, gli uomini invece no.

Molti sono ancora tristemente vittime di una cultura maschilista che li vuole a misurarsi, l’un con l’altro, il pene per fare a gara a chi ce l’ha più lungo. Sono terrorizzati all’idea che si scopra che non ce la fanno ad avere una normale erezione e temono di essere etichettati come “froci”, perché per loro l’omosessualità significa il fallimento più assoluto. Sono perciò uomini, influenzati in larga parte da una cultura omofoba, come se essere froci volesse dire essere “impotenti”, che temono di essere fallimentari in quanto maschi. Non ce la fanno a dire a se stessi che il valore della propria vita non si misura dalla buona riuscita di un’erezione o dalla durata della stessa.

Mi hanno parlato di relazioni monche, donne con le quali non riuscivano a parlare abbastanza o che avevano troppi guai e troppe incertezze per pensare pure a quelle dei mariti, fidanzati, conviventi. Le prostitute diventano l’ultima risorsa, a volte anche la prima, per una larga schiera di uomini che sono troppo umiliati per fingere di voler fare i cavalieri e i nostri salvatori, giacché solo un misogino, autoritario e sovradeterminante, può ritenere di voler salvare una donna che non vuole essere salvata. Diventano una risorsa per uomini che hanno soltanto bisogno di rilassarsi e respirare, in piena libertà, senza temere giudizi e sentenze.

Ho avuto clienti di ogni tipo e alcuni volevano soltanto imparare a ridere di sé. Altri volevano essere cullati o volevano fare sesso eccitandosi per il baratto di intimità più che per la vista di due tette e un culo. Noi prostitute siamo sempre state viste come nemiche dalle altre donne, quelle che hanno bisogno di segnare limiti sulla morale sessuale di ciascuno per evitare di sentirsi inadeguate. Sono quelle che giudicano le altre, i propri compagni, se stesse e non sanno farne a meno. Sono le vittoriane del secolo corrente, le moraliste, le bacchettone che non hanno la più pallida idea di quel che noi viviamo e di quali siano davvero le nostre esigenze. Oggi potete chiamarle fanatiche, neofondamentaliste, proibizioniste o abolizioniste.

Io so solo che dopo 15 anni non ho ancora deciso di smettere e che ho ancora tanta strada davanti. E chi lo sa: un giorno, forse, potrei scrivere un libro per dire com’è stata la mia vita. Nessun@ però provi a prevedere quel che scriverò o ad immaginare la firma di una vittima. Io non lo sono e non lo sono stata. Non tutte vivono un’esperienza grama. Dunque perché non accettare che prenda voce anch’io?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata.

laglasnost

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