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Ho per compagna una cicatrice e te la spiego, figlia mia

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Abbatto i muri
31 07 2015

Tutte le volte che guardo la mia cicatrice ricordo quello che è successo nel 1998. Sono trascorsi molti anni ma la cicatrice non mi permette di dimenticare. Perciò ho scelto di conviverci. C’è questa traccia qui con me e quasi le voglio bene. La capisco, mi commuove, è parte di me.

Era una sera di maggio. Avevo indossato un vestito nuovo. Mi piaceva e avevo abbinato un paio di scarpe che adoravo. Mi guardavo allo specchio e mi sentivo una gran figa. Mi sono truccata un po’, giusto un filo di colore sulle guance e sulle labbra. Un po’ di rimmel. Due orecchini che portavo sempre e una collana con un ciondolo di legno a forma di luna.

Sono andata a prendere la mia amica e poi siamo andate all’appuntamento con una comitiva di ragazzi e ragazze. Ci siamo visti davanti una gelateria. Poi siamo andati insieme a prendere una pizza. Mi sono ritrovata a fianco un tizio che non conoscevo. Era nuovo del gruppo. Abbiamo parlato tanto e dopo due birre e un paio di bicchieri di vino bianco io ero letteralmente ubriaca. Non reggo bene l’alcool anche se ero cosciente e quindi mi ricordo tutto.

Uscendo sono finita in macchina con il tizio e ho poggiato la testa sulla sua spalla. Mi girava la testa e avevo una gran nausea ma ridevo. L’alcool ti fa questo effetto a volte. Lui fece un giro lungo. Accompagnò a casa quelli che erano saliti con noi in auto e alla fine avrebbe dovuto accompagnare anche me. Invece mi portò in un posto, bello, se ci penso bene. In altre circostanze lo avrei proprio apprezzato. Un prato verde, una chiesetta con dei mosaici all’ingresso. Era una meta turistica e da lì vedevi tutta quanta la città.

Solitamente si andava in quel posto in estate perché solo lì riuscivi a respirare, con il vento fresco e le stelle attaccate al cielo. A maggio c’eravamo solo noi. Mi chiese di scendere e io ne approfittai per prendere un po’ d’aria. La nausea diminuiva e lui mi afferrò per la vita per impedirmi di cadere. Ridevo e rideva anche lui. Poi mi disse che sarebbe stato bello fare l’amore, lì, su quel prato. Dissi che, certo, sarebbe stato bello, ma era un’affermazione che non si riferiva a quel momento e certamente a noi.

Lui lo prese per un si, immagino. Dal bagagliaio prese una coperta, tenda, tessuto, non so dire. So che pungeva la pelle e mi dava un prurito enorme. Mi disse di stendermi e io obbedii. Chiusi gli occhi e ad alta voce cantavo una canzone. Una canzone stupida. Che idiota sono stata. Cantavo e ridevo, da sola. Lui cominciò a toccarmi e io ero infastidita. Non mi piaceva. Gli allontanai la mano e tentai di rialzarmi. Ripetevo “andiamo… andiamo…” e volevo mi riaccompagnasse a casa.

Per lui non era un’opzione valida. “Ma come, mi hai fatto arrivare fin qui. È tutta la sera che mi usi da stampella e non vuoi neppure ricambiare?” E io pensai, ma ricambiare come? Per cosa? Era lui che aveva scelto quella destinazione e se voleva sottrarsi al mio barcollare poteva andare via e basta. Mi tirò giù e si mise sopra di me. Rideva e nel frattempo mi tirava su il vestito. Gli dissi che stavo per vomitare e lui imperterrito continuò. Ero talmente rincoglionita da non riuscire neppure a spostarlo con le mani. Facevo gesti che non miravano giusto, ma lui sapeva che dicevo no.

Tolse le mutandine, mi penetrò, concluse e poi mi aiutò a rivestirmi e mi trascinò in macchina. Quando mise in moto ed era già per strada mi prese un moto di reazione e avevo voglia di scappare, non volevo stargli vicino. Aprii lo sportello della macchina e mi lanciai. Non riuscii a saltare perché lui mi trattenne, rischiando di fare un incidente. Io guadagnai un livido nella testa e un taglio all’altezza dell’orecchio. Era un taglio profondo, con tanto sangue che mi riempì la faccia. Mi accompagnò al pronto soccorso. Disse che ero la sua ragazza e che ero caduta non so dove. Mi ricucirono e mi mandarono via. Per la medicazione e per togliere i punti sarei dovuta ritornare qualche giorno dopo.

Quando arrivai a casa, tramortita, completamente rincoglionita, con i miei che facevano mille domande e il dolore che sentivo sulla tempia e all’orecchio, posai la testa sul cuscino e mi svegliai il giorno dopo. Elaborai tutto quello che era successo, chiamai un amico per farmi dare il numero del tizio. Gli mandai un messaggio: “tu sei uno stupratore”. E lui rispose che io ero pazza. Se non c’era lui sarei rimasta sanguinante in quel posto e non aveva nulla di cui scusarsi. A scusarmi dovevo essere io.

Non lo dissi a molte persone. Smisi semplicemente di frequentare quella compagnia. Non mi avrebbero creduto e poi mi avevano visto parlare con lui per tutta la sera. Avrebbero concluso che ero stata io a provocarlo o qualcosa del genere. Non ne ho ricavato un grosso trauma. Ho continuato a vivere. La cicatrice si fece via via meno visibile e io mi allontanavo sempre più da quella sera. Ho vissuto e vivo. Non mi lamento, non me ne frega niente di quel che avrà potuto dire lui. Io so qual è la verità e tanto mi basta.

Sono sposata. Ora ho una figlia. Non so come spiegarle che può accaderle qualcosa di brutto. Non voglio opprimerla con la mia ansia ma mi sono ripromessa che le racconterò come è fatto il sesso bello e condiviso e spero di evitarle un dolore. Ed è così che le donne, per tanto tempo, secondo me, si sono comportate, passando di mano il testimone, di madre in figlia, dolore su dolore, perché è un’eredità importante, l’esperienza, la consapevolezza, e quando quell’eredità diventa parte di te allora è più facile che tu riesca a riconoscere uno stronzo, quando ne vedi uno, e a reagire come ti piace. Se ne riconosci uno, figlia mia, mollagli un calcio anche da parte mia e poi torna a casa e abbracciami, perché io sono sempre qui per te e mai, ricorda, proprio mai dirò che è stata “colpa” tua.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata.

laglasnost

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