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I social network: confessionali di verità?

di Lea Melandri, La 27esima ora
12 novembre 2012

Le giovani donne usano internet per trovare un contatto più umano, più profondo di quello che non hanno nella realtà, e che non cercano neanche.   
La modificazione dei confini tra privato e pubblico sembra aver spalancato le porte di casa e spinto la vita intima del singolo a esporsi fuori da ogni pudore allo sguardo di molti.

Un profluvio di esperienze personali, confidenze, fantasie e sentimenti tenuti a lungo segreti anche ai propri famigliari, scorre incessantemente a ogni ora del giorno sugli schemi televisivi, nei social network, nei programmi radiofonici, e ci segue persino nei nostri tragitti urbani attraverso le voci concitate dei cellulari.

Vuol dire che il mondo interiore, il “mare ribollente” delle cose che ci teniamo dentro inespresse, è stato prosciugato dalla società dei consumi?

Già nel ’68, lo psicanalista Elvio Fachinelli constatava che al declino dell’autorità paterna stava via via subentrando l’immagine o il fantasma di società che

    mentre promette una sempre più completa liberazione dal bisogno, nello stesso tempo minaccia una perdita dell’identità personale” (E.Fachinelli, Il bambino dalle uova d’oro, Feltrinelli 1974).

Al culmine del suo sviluppo la società industriale veniva configurandosi come una “madre saziante e insieme divorante”, che offre cibo in cambio di dipendenza incondizionata. Da allora, il fantasma primordiale della onnipotente genitrice sembra aver allargato le sue braccia a dismisura confondendosi con l’intricata rete della comunicazione virtuale.

Alessandra Ghimenti, regista, autrice del cortometraggio Ma il cielo è sempre più blu  (il cui trailer apre questo post) giorni fa a proposito di una inchiesta che sta facendo tra ragazze trentenni sue coetanee, mi scriveva:

    “Non ricordo di aver mai voluto troppo portare i miei problemi alla ribalta, ritenendoli poco importanti e poco interessanti per le altre. Figurati che ho cominciato a farlo su internet riguardo alla mia sessualità, e da allora mi si è aperto un mondo! E qui si aprirebbe anche la grande parentesi di internet. Le giovani donne usano internet per trovare un contatto più umano, più profondo di quello che non hanno nella realtà, e che non cercano neanche, forse. I social network sono confessionali di verità che non si trovano da nessuna parte. E’ un bene? E’ un male? Quale è la causa? Quale è il significato?

Eppure di cose non dette ce ne sono ancora tante, come si può capire dalla raccolta di saggi di recente pubblicazione curata da Barbara Mapelli e Stefano Ciccone, Silenzi. Non detti, reticenze e assenze di (tra) donne e uomini, Ediesse, Roma 2012 (leggete qui l’introduzione).

C’è il silenzio su come si è venuto trasformando l’economia e di conseguenza l’occupazione. Se chiedi a una giovane precaria “che lavoro fa”, può capitare che ti risponda come Chiara Martucci, una delle autrici del libro:

    “Che lavoro faccio non lo so. Disoccupata di lusso o freelance della ricerca? Da quando ho finito il dottorato, vivo di marchette piccole e grandi nell’area del lavoro intellettuale: articoli da scrivere, libri da recensire, questionari da somministrare, progetti da progettare, lezioni e interventi da preparare, idee da inventare, ricerche e ricerchino. Il tutto a titolo spesso gratuito, o decisamente sotto-retribuito (…) Nessun diritto a quanto pare: non alla disoccupazione, perché non vengo mai assunta; non alla maternità, semmai valutassi di riprodurmi; nessuna agevolazione fiscale o abitativa e nessunissima speranza di accedere, un giorno lontano, alla fantozziana pensione”.

C’è poi la difficoltà a fermare lo sguardo sulla violenza crescente degli uomini sulle donne, l’età degli aggressori che si abbassa sempre di più, e i motivi che appaiono sempre più “futili”: la rottura di un fidanzamento, un rifiuto, il sospetto di un altro amore.

Il “rancore maschile” di fronte alla libertà che le donne sono andate conquistando ci lascia increduli, senza parole e con un doloroso senso di impotenza. Eppure sappiamo che, interrogato, analizzato a fondo, potrebbe dirci molto sulla fragilità che gli uomini scoprono con fastidio in se stessi da quando sono venuti meno i riferimenti rassicuranti dell’autorità e del potere dei propri simili. La compagna -moglie, sorella, amante- che deserta il luogo o il ruolo in cui sono stati finora abituati a trovarla, o che dice di no là dove ci si aspettava consenso e sottomissione, è come se li mettesse di fronte a una dipendenza che sentono intollerabile. Più rassicurante è il pensiero che la reazione aggressiva che spesso ne consegue sia la donna stessa a provocarla o risvegliarla in loro.

Se ancora sembra così difficile trovare la strada per fermare la violenza, forse -come scrive Stefano Ciccone nel suo saggio Il rancore maschile - è perché gli uomini esitano a togliersi la maschera della neutralità e a vedere nell’abbandono di ruoli astratti e deformanti l’inizio di una propria liberazione.

    “E’ una tensione che emerge da una zona d’ombra che non riusciamo a frequentare e a riconoscere, che mescola smarrimento per la mancanza di riferimenti, estraneità ai modelli tradizionali di mascolinità e ricerca di autoassoluzione. Ma anche risentimento verso donne che non corrispondono alle proprie aspettative a cui non si può, o non si vuole più, corrispondere (…) espressione di una resistenza maschile alle trasformazioni in atto nelle relazioni tra i sessi, ma anche sintomo di un desiderio confuso di libertà, da affrancamento da ruoli e rappresentazioni stereotipate il quale, non trovando parole per esprimersi, si rivolge a narrazioni misogine e frustrate”.

La presa di parola su vicende solitamente custodite nel privato, il coraggio di parlare partendo da se stessi nei luoghi che sembrano essere stati pensati per alzare barriere contro la persona nella sua complessità – parlamenti, partiti, istituzioni accademiche, ecc., desta stupore, soprattutto se a rompere una ‘virile’ riservatezza è un maschio.

Andrea Bagni, docente di Italiano e Storia, dal 1987 è un insegnate consapevole dell’appartenenza a un sesso, a una storia di genere, a un dominio patriarcale che oggi viene messo in discussione, che non ha senso vivere come una colpa individuale, ma nemmeno rimuovere, far finta che in qualche modo non gli appartenga.

Ne è così convinto da voler tentare nel rapporto coi suoi alunni -come dice il titolo del suo saggio- Una didattica della liberazione dal potere maschile. Il giorno che un allievo nell’assemblea per le elezioni studentesche chiede il microfono e comincia a parlare di sé, del suo rapporto con la scuola, le prime a stupirsi e a dire “quelle cose non potevano essere dette” sono le ragazze.

    “La cosa che mi colpì era che tutta questa roba le ragazze non la consideravano qualcosa che si potesse dire in assemblea, pubblicamente; qualcosa che potesse essere la base del loro discorso politico. La politica erano i decreti e le riforme. La loro vita no. La scuola di tutti i giorni nemmeno (…) Una volta in classe mi hanno proprio detto ‘professore lasci stare quello che sentiamo dentro o pensiamo; ci dica quello che dobbiamo sapere per superare l’esame e basta. Alle nostre anime pensiamo noi, fuori di qui”.

Strano paese il nostro: attraversato da movimenti che esaltano la partecipazione diretta dei cittadini al governo della cosa pubblica e che, al medesimo tempo, si affidano alla guida di un capo carismatico; consumatore di talk show televisivi e social network, dove scorrono indistintamente vicende intime e malesseri sociali e, per un altro verso, incapace di fare della relazione con gli altri il luogo per mettere in comune bisogni e desideri, ascoltare ed essere ascoltati, intraprendere insieme azioni efficaci di cambiamento.

    Mi chiedo se i social network assomiglino più ai confessionali che hanno consolato e tuttora consolano tante solitudini o un agorà, una piazza, dove cominciano a comparire nuove e più complesse forme di socialità.
    Un dubbio che rimando a chi ci legge e ha voglia di commentare.

Ultima modifica il Lunedì, 12 Novembre 2012 17:53
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