Turchia, il governo accusa gli Usa per il tentato golpe. "Ridateci Gulen"

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Turchia dopo il golpeIl Sole 24 Ore
18 luglio 2016

Tre giorni dopo il colpo di stato fallito in Turchia, prosegue la "normalizzazione" avviata dalle autorità di Ankara, che hanno invitato la popolazione a restare mobilitata mentre proseguono gli arresti nelle file dell'esercito e della magistratura, sotto lo sguardo preoccupato dei governi occidentali.

Diverse migliaia di persone, uomini, donne e bambini, si sono di nuovo radunate nella notte in piazza Taksim, a Istanbul, o in piazza Kizilay, nella capitale turca, per manifestare il loro sostegno al capo dello Stato, sventolando bandiere turche e ritratti di Erdogan.

Il premier turco Binali Yildirim si è presentato a sorpresa in piazza Kizilay nella notte e ha esortato i concittadini a restare mobilitati: «Il giorno andiamo a lavorare. La sera, dopo il lavoro, continuiamo la nostra veglia nelle piazze», ha detto il premier, citato dall'agenzia Anadolu. «Coloro che attaccano il loro stesso popolo non possono essere dei soldati turchi. Quelle persone sono dei mostri, dei terroristi che hanno indossato l'uniforme militare e pagheranno il prezzo più pesante», ha aggiunto. Circa 1.800 membri delle forze speciali della polizia si sono dispiegate nella notte a Istanbul per mettere in sicurezza i luoghi più sensibili della megalopoli sul Bosforo.

Ieri, inoltre, il ministro della Giustizia Bekir Bozdag ha rivelato che già 6mila persone sono in carcere, mentre lo stesso presidente Erdogan ha dichiarato che discuterà con le opposizioni il possibile ripristino della pena capitale.

Aggiornato anche il bilancio delle vittime del tentato golpe: secondo quanto dichiarato dal ministero degli Esteri almeno 290 sono le persone rimaste uccise:
«Oltre 100 golpisti» e «190 nostri cittadini hanno trovato la morte», si legge in un comunicato. Il precedente bilancio era di 265 morti.

Il fallito colpo di Stato in Turchia, però, rischia di scatenare una crisi internazionale con gli Stati Uniti, con Erdogan che si scaglia contro Washington, chiedendo l'estradizione di Fethullah Gulen, l'imam e magnate che accusa di essere la mente del tentativo di golpe. Toni che il segretario di Stato John Kerry respinge come «irresponsabili», invitando Ankara a fornire le prove del suo
coinvolgimento.

A lanciare le accuse più dure è stato il ministro del Lavoro turco, Suleyman Soylu, suggerendo apertamente che dietro il fallito golpe ci sia la mano di Washington. Un attacco diretto poi non rilanciato da altri membri dell'esecutivo, ma che dà il senso della tensione tra le cancellerie. Kerry ha replicato parlando di «pubbliche insinuazioni» e spiegando che i sospetti «sono totalmente falsi e danneggiano» i rapporti. Mentre Obama, almeno per il momento, ha preferito tacere in pubblico, sfogando con il suo staff tutta la sua delusione verso il presidente turco.

Gli Stati Uniti comunque, ha precisato ancora Kerry, non hanno ancora ricevuto alcuna richiesta formale di estradizione per Gulen. Dal 1999, l'imam e magnate vive in auto-esilio in una tenuta super-protetta in Pennsylvania, dove secondo analisti dell'intelligence turca avrebbe iniziato a pianificare il golpe già da 8 mesi.

Ultima modifica il Lunedì, 18 Luglio 2016 09:31
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