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Vaticano corrotto, Vaticano misogino

di Barbara Mapelli
31 maggio 2012

Tutte e tutti leggiamo in quiesti giorni quel che accade al Vaticano: ogni giornale ne parla e vi dedica molte pagine oltre la prima, se pure con diverse intonazioni secondo gli oruientamenti politici, religiosi o laici.
Si tratta, lo sappiamo, di una lunga storia questa degli scandali intorno ai Papi e alla complessa organizzazione economica, finanziaria e di potere della Cattedra di Pietro. Finora più o meno felicemente opacizzate da un’omertà che sembrava senza falle le illegalità, le corruzioni, le illecite e prepotenti scese in campo e pressioni politiche, le lotte intestine e, certamente non ultimi, gli episodi numerosi di abusi sessuali.

Ora l’omertà appare non più strumento efficace, sintomo questo non tanto di una ricerca di trasparenza quanto di scontri interni tra diversi potentati che superano la cortina che un tempo li ha resi invisibili o poco visibili aglio occhi degli osservatori e delle osservatrici esterne.
Ora un uomo molto vicino al Papa viene arrestato, a casa sua si trovano faldoni di carte probabilmente molto pericolose, nel frattempo si riapre il caso di Emanuela Orlandi e, per la prima volta nella storia, un Pontefice viene contestato publicamente perché non pronuncia neppure una parola per ricordare un evento e una sparizione mai risolti.

Molti, moltissimi i commenti della stampa, talvolta seri, più spesso prudenti. E io mi chiedo: perché non dare anche una lettura di genere a questi eventi? A ciò che accade nella cittadella più misogina che vive all’interno di un Paese, il nostro, che già offre  vistose e clamorose dimostrazioni di misoginia? In un Vaticano che amministra un potere che, in alto e in basso, è tenuto saldamente in mani tutte maschili?

Mi ha colpito nei giorni scorsi la frase di una studentessa, una domanda che mi ha rivolto mentre in una scuola milanese svolgevo un dibattito sull’educazione di genere, notevolmente carente nei nostri istituti scolastici. La ragazza, sedicenne e di origine latinoamericana mi chiede a bruciapelo: “ Ma perché nella Chiesa cattolica non ci sono sacerdoti donne visto che davanti a Dio siamo tutti uguali?”. La domanda della studentessa  non ha un’intonazione provocatoria, ma pone un quesito ‘vero’, sentito, come spesso accade tra i giovani e le giovani. Il tono è piuttosto addolorato, perché lei probabilmernte è credente e cattolica.

Io, che non sono né credente né cattolica, le do alcune risposte abbastanza ovvie, che si rifanno anche alla storia della Chiesa e lascio poi che il dibattitto si sviluppi. Le insegnanti mi spiegano poi che il tema è già stato argomento di discussione e mi chiedono di mandare loro un mio scritto dal titolo Non possumus, già pubblicato tempo fa su zeroviolenzadonne e che trattava problemi simili.Le docenti hanno bisogno di spunti e stimoli per proseguire il discorso che è, sembra, molto sentito soprattutto tra le studentesse. Questo mi pare un buon segnale, che indica una soglia di attenzione molto alta da parte di chi è ancora a scuola  rispetto a un tema che, sbagliando, ritenevo non fosse di alcun interesse per i giovani e le giovani.

Mi sembra che tutto ciò indichi soprattutto due cose: più in generale – e me lo insegna la mia attività di pedagogista – che i ragazzi e le ragazze sono più sensibili ai grandi temi che investono la nostra società di quanto noi adulti e adulte siamo disposte a riconoscere loro, più in particolare che le ineguaglianze, discriminazioni di genere – clamorosa quelle della Chiesa Cattolica – non solo li e le vedono attente e attenti, ma anche pronte e pronti a denunciarle, a porsi una serie di quesiti, certamente non ideologici, ma reali, poiché investono le loro vite, esperienze, valori e credenze.

Un segnale importante, credo, e serio, che merita risposte serie dalla società adulta, ma soprattutto aperte al confronto, anche da parte delle gerarchie ecclesiastiche. La Chiesa è in crisi, lo sappiamo, sono in crisi e in drastica diminuzione le vocazioni al sacerdozio, tanto che esistono, poco noti perché tutti interni, dei servizi di aiuto psicologico per i preti che se ne vogliono andare o per quelli che vorrebbero restare, ma dichiarando e praticando anche il loro diritto a una vita affettiva e famigliare normale. Questo è al momento proibito, come sono proibite le presenze femminili all’interno della gerarchia: le donne devono, a qualunque titolo, restare fuori. Ma se potessero finalmente entrare dentro, le cose non andrebbero meglio?  
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