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QUANDO NON SI PUO' DIRE LA VERITA'. RIFLESSIONI SUL ROGO DELLA CONTINASSA

del Laboratorio Sguardi sui Generis
12 dicembre 2011

E' da sabato sera che ne parliamo fra noi, che scriviamo sms ai compagni, alle compagne, ai genitori, incapaci di stare ferme di fronte ad un fatto tanto orribile, tanto schifoso, tanto significativo dei nostri tempi. Ecco cosa succede quando non si può dire la verità, quando la morale ossessiona le famiglie sulla verginità delle figlie, tanto da obbligarle a frequenti visite ginecologiche per accertarne l’integrità.

Eppure la violenza è antecedente ai fatti accaduti, è già nata nella norma, morale o moralista che sia, per cui le donne devono essere perbene e, soprattutto, non devono avere una sessualità al di fuori dei sacramenti.

Ecco allora che lo stereotipo razzista prende forma, nel diverso, poco lontano: “se dirò che è stato un rom a violentarmi tutti ci crederanno, senza fare troppe domande”. E infatti nessuno chiederà delle prove “certe” che testimonino che la violenza sia avvenuta, come invece nel caso di Adama.

Temiamo che intorno a questa vicenda –  cavalcando l’invenzione dello stupro – qualcuno possa aprire strumentalmente falsi spazi di ambiguità sul tema della violenza contro le donne, dicendo fra sé e sé, o peggio pubblicamente, che forse la violenza contro le donne è spesso inventata, e dalle donne stesse! Da questo punto di vista ci teniamo a sottolineare che, dati alla mano, le violenze contro le donne vengono agite soprattutto fra le mura domestiche e  molto meno frequentemente da sconosciuti, indipendentemente dalla loro provenienza. Così come la violenza subita da qualcuno di conosciuto, un padre, un fratello, un ex fidanzato che sia, è anche quella più difficile da denunciare.

E' emblematico come, ancora una volta, soprattutto negli articoli pubblicati sabato, si parli poco o nulla della donna che dichiara di aver subito una violenza sessuale, mentre è in primo piano il ruolo del fratello, del quale viene lodato l'intervento nell'aver soccorso la sorella. E poi, non poteva mancare l'emergere forte dello stereotipo del rom violentatore, immagine che rimanda immediatamente al caso dell'omicidio di Giovanna Reggiani (moglie dell'ammiraglio Gumiero) del 30 ottobre 2007, attorno al quale si diede un dibattito mediatico incentrato principalmente sull'origine rom dell'aggressore Romulus Nicolae Mailat e che fu strumentalizzato per l'approvazione del pacchetto sicurezza contro i/le migranti.

Dal punto di vista mediatico anche in questo caso i media mainstream stanno facendo la solita becera figura, profondendosi in mille scuse perché loro per primi nella giornata di ieri hanno scritto titoli razzisti. Il mea culpa de La Stampa è offensivo e senza speranza, perché non considera il particolare che, anche se la notizia fosse stata vera, questo non avrebbe autorizzato nessuno a gettare fango strumentalmente sul popolo rom, primo dei capri espiatori,  per giocare sul corpo delle donne, per l'ennesima volta, il tema della sicurezza.

E poi c'è quel che ancora non è stato scritto attorno a questa vicenda.

È probabile che dietro al rogo del campo rom ci sia una regia fascista, non è infatti nuovo che attorno al movimento ultras juventino (su cui si stanno concentrando le indagini) i pochi nostalgici fascisti torinesi tentino di rimpolpare le loro fila. Combinata alla difficile situazione sociale del quartiere Vallette diventa comprensibile (ma non per questo giustificabile) l’esplosione di tanta rabbia xenofoba, di una ferocia che dell’attuale situazione economica e sociale ci dà un termometro chiaro e drammatico.

Se un centinaio di persone arriva a mettere volontariamente in pericolo la vita di uomini, donne e bambini, ne sconvolge l'esistenza distruggendo quel poco che hanno racimolato stando ai margini della società, significa che in qualche modo sentono di poterlo fare, oltretutto alla luce del sole. Non ci si preoccupa delle conseguenze dell'impedire l'accesso ai mezzi dei Vigili Del Fuoco, né ci si vergogna del fatto che magari in quel momento, in quelle roulotte in fiamme c'erano persone che bruciavano vive.

L'odio costantemente seminato da partiti xenofobi come la Lega Nord, le politiche governative sempre tese a respingere e criminalizzare, la prontezza della stampa nell'amplificare i fatti di cronaca nera che hanno immigrati per protagonisti, sono elementi che concorrono a rendere il razzismo socialmente accettabile. E gli ultras che, a quanto pare, hanno gettato benzina sul fuoco, progettando e guidando l'assalto (presentandosi a una fiaccolata con caschi, mazze e bombe carta), più che bianconeri sembrano neri e basta.

Certo è che le esasperanti condizioni di vita, il senso di impotenza di fronte all’inasprirsi di contraddizioni e disuguaglianze, cavalcati dalla spregiudicatezza di quanti auspicano piuttosto una guerra fra poveri che la ricomposizione di rivendicazioni comuni, diventano terreno fertile al dilagare del razzismo e della discriminazione.

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