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LA STAMPA

La Stampa
01 10 2014

Adesso che sta al bar sorride. «È andata così», dice. Prima, però, c’è stato il mal di stomaco che ti sbrana, le notti senza chiudere un occhio. Otto anni fa Federica era appena uscita dalla scuola per geometri. Aveva scartato l’università, lavorato due anni a zero euro per terminare il tirocinio. Aveva affrontato le spese per l’esame e quelle di iscrizione all’albo. Infine, l’offerta dello studio di professionisti, lo stesso del praticantato: una partita Iva mascherata da contratto. Otto euro all’ora. Da cui, ovviamente, sottrarre tasse e contributi.

«Solo per l’Inps ne spendevo 3300 l’anno», racconta. È andata avanti per tre anni, poi è arrivato l’impiego al caffè della piscina del paese, ma solo durante i fine settimana. «A un certo punto i titolari del locale mi hanno proposto un contratto vero, il primo della mia vita. E ho mollato lo studio, il sogno di disegnare». Adesso ha uno stipendio fisso, contributi, 800 euro che entrano in tasca ogni mese.

Federica si definisce «sfigata», per i ricercatori del Cnel, invece, si tratta di una «working poor»: l’esercito di italiani che hanno un posto ma guadagnano meno di 6,9 euro l’ora. Sono tanti, e soprattutto in crescita: l’11,7% degli occupati. Una percentuale che vola al 15,9% quando si parla di autonomi: 756 mila persone che, semplicemente, non ce la fanno. Non solo giovani, ma anche trentenni, quarantenni.

Sono stati precari, poi i pilastri instabili della «generazione mille euro». Adesso sono cresciuti e, banalmente, si sono trasformati in poveri. Senza accorgersene, rimbalzando da un contratto all’altro. Pagati pochissimo. E dire che, per un periodo, lo stipendio basso sembrava un grimaldello per aprirsi le porte delle aziende. S’è trasformato in una trappola, spiega il rapporto presentato ieri nella sede del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Quasi quattro «working poor» su dieci, infatti, non escono dalla loro condizione perché hanno trovato un posto migliore, ma perché sono spariti dal mercato del lavoro. Inattivi, scoraggiati.

«I working poor sono prevalentemente i lavoratori meno qualificati, con bassi livelli di istruzione e occupati in settori a bassi salari. A differenza del passato, ora tale fenomeno riguarda anche lavoratori autonomi con dipendenti e i lavoratori più istruiti» spiega la dottoressa Silvia Spattini, ricercatrice del centro studi Adapt. Artigiani, commercianti, architetti: rischiano tutti.

«Lavoravo in una multinazionale, mi hanno tagliato assieme ad altri colleghi», racconta Stefano, fuga in Austria dopo la trafila di curriculum senza risposta e offerte di stage. «Adesso collaboro con una piccola azienda che produce software per autoscuole, ho dovuto accettare per non rimanere ancora a spasso». Ha trentadue anni. «Lo stipendio? Mai guadagnato più di 1100 euro al mese, se non avessi i genitori ancora vivi sarei alla Caritas». Papà e mamma sono stati per anni il vero ammortizzatore sociale, ma ora rischiano di trasformarsi in concorrenti. «E’ una guerra strisciante», spiega Ugo Testoni, 61 anni, copywriter di Varese che ha fondato Acta. L’associazione riunisce formatori, ricercatori, informatici, creativi e altre categorie di consulenti. In pratica, dice Testoni, «cittadini di Serie B ma contribuenti di serie A, che adesso rischiano di restano tagliati fuori».

È una battaglia, racconta, e il campo sempre più affollato: i nuovi arrivati sono i cinquantenni usciti dal lavoro e pronti a mettersi in proprio, con un tesoretto in tasca e la possibilità di giocare sui prezzi, abbassandoli sempre di più. «Alle aziende che cercano collaboratori fanno gola, soprattutto in questo momento in cui si tira a campare: costano poco, hanno esperienza». Eppure «una struttura occupazionale che invecchia ha effetti deleteri sull’evoluzione della produttività - spiegava ieri il Cnel - perché frena il cambiamento tecnologico, l’innovazione, e si riflette in maniera sfavorevole sulla posizione competitiva delle imprese».

La Stampa
25 09 2014

Il giornale greco Kathimerini ha rilasciato lo scorso lunedì un video che mostra apparentemente uno dei leader di spicco di Alba Dorata, partito con 18 seggi nel Parlamento greco ed accusato di far capo a decine di attacchi razzisti contro gli immigrati, insegnare a due bambini come fare il saluto nazista e gridare “Heil Hitler”.

Il video pubblicato sul sito internet del quotidiano sembra esser stato girato dal telefono cellulare del vice leader del partito Christos Pappas e fa parte delle prove raccolte per l’imminente processo contro i maggiori esponenti del partito molti dei quali sono stati arrestati lo scorso settembre con l’accusa di aver formato un’organizzazione criminale e per l’uccisione del rapper antifascista Giorgos Roupakias.

Nel video un ragazzino vestito in bianco, con un fascia nazista al braccio e un gagliardetto , viene incoraggiato da Pappas a cantare “Heil Hitler”, e fare il saluto nazista. In una seconda scena, una giovane ragazza canta e saluta ripetutamente.

La Stampa
18 09 2014

Vi ricordate il mostro di Milwaukee, Jeffrey Dahmer? Confessò di aver assassinato e smembrato 17 uomini e, in alcuni casi, di aver commesso atti di cannibalismo. Da bambino, nel suo cortile, Dahmer impalava cani e conficcava chiodi nei gatti. E Edmun Kemper? fu condannato nel 1973 in seguito a 8 imputazioni per omicidio di primo grado (8 donne, inclusa sua madre). A 13 anni uccideva i gatti del vicinato (a volte seppellendoli vivi), metteva le loro teste su dei pali e compiva riti con i suoi “trofei”. E Albert Desalvo, lo “Strangolatore di Boston”? Uccise 13 donne tra il 1962 e il 1963. Da giovane catturava gatti e cani richiudendoli in gabbie e si divertiva lanciandogli contro delle frecce attraverso le sbarre.

Ci sono alcune decine di casi come questi nel Rapporto che il Corpo Forestale dello Stato, insieme all’associazione Link-Itralia (che si occupa di diritti degli animali) ha illustrato stamattina. Facendo riferimento ad uno studio americano (da qui l’esemplificazione tutta relativa agli Stati Uniti) il Rapporto sottolinea come nell’esperienza di un serial killer, di uno mostro, di uno stupratore e in genere di una persona violenta, ci sia sempre un «apprendistato» fatto ai danni degli animali. Attenti dunque – è il messaggio che il Corpo forestale vuole diffondere – a chi da bambino (l’età in cui la tendenza comincia a manifestarsi è sei anni) si dimostra violento con gli animali: da grande avrà forti probabilità di sviluppare comportamenti aggressivi e criminosi.

E questo per dire della pericolosità sociale di simili soggetti. Senza dire che la violenza su queste creature è di per sé un abominio, che il Corpo Forestale contrasta come può. Negli ultimi dieci anni oltre 15 mila animali sono stati sottratti a chi li maltrattava, soprattutto cani (9.500), ma anche gatti (poco più di mille), cavalli e una quantità di animali esotici come pappagalli, leoni, coccodrilli, serpenti di varia natura, perfino un leone marino. Sono stati sequestrati 123 immobili destinati a pratiche seviziatorie: non solo canili lager, ma anche gabbie, scantinati per combattimenti tra cani, box, vere camere di tortura.

Tra i reati più diffusi la zooerastia, cioè i rapporti sessuali con gli animali, la bestialità, cioè il filmarsi mentre si infliggono torture agli animali, i crush videos in cui si vedono cuccioli uccisi con ferocia … e via elencando. Il tutto con l’aggravante della diffusione di questo materiale via social network o youtube.

C’è poi un nesso tra maltrattamenti sugli animali e criminalità: la cosiddetta «pedagogia nera» secondo cui un criminale baby, per essere svezzato e iniziato alla malavita, deve cominciare con l’infierire sugli animali.

La risposta – in positivo – a questo fenomeno è, beninteso, la repressione a norma di legge (numero 189 del 2004), ma soprattutto una pedagogia positiva che spinga i piccoli (e i grandi) ad avere rispetto per gli animali: cibo, acqua, ambiente adeguato, considerazione delle loro esigenze … e non scambiare mai un cucciolo per un giocattolo con cui intrattenere i pargoli della specie umana.

Raffaello Masci

Sclerosi multipla: i cannabinoidi si dimostrano efficaci

  • Set 12, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
12 09 2014

L’utilizzo di derivati della cannabis è utile nell’alleviare i sintomi della malattia. Lo confermano i dati presentati al congresso Actrims-Ectrims di Boston

Nei giorni scorsi i ministri della Difesa e della Salute -Roberta Pinotti e Beatrice Lorenzin- hanno dato il via libera alla produzione di Stato della cannabis per uso terapeutico. Fugati gli iniziali dubbi, si temeva infatti da una parte della maggioranza che si aprissero le porte alla liberalizzazione delle droghe leggere, dal 2015 avremo a disposizione i primi farmaci italiani derivati dalle foglie di cannabis. Non un tentativo di mascherare l’utilizzo della marijuana bensì la possibilità concreta di trattare diverse malattie. Un esempio è la sclerosi multipla. Grazie all’utilizzo dei cannabinoidi è infatti possibile migliorare alcuni sintomi invalidanti della patologia. A confermarlo sono i dati di uno studio italiano dell’Ospedale San Raffaele di Milano presentati in questi giorni al congresso Actrims-Ectrims di Boston, il più importante appuntamento dedicato alla sclerosi multipla.

Quando i muscoli sono danneggiati
Uno dei sintomi più frequenti per chi soffre della malattia è un aumento a riposo del normale tono muscolare. I medici la chiamano spasticità, un fenomeno che colpisce quasi il 75 per cento dei malati e che limita fortemente le più banali attività quotidiane poiché i muscoli -soprattutto quelli degli arti inferiori-, oltre ad essere costantemente affaticati si trovano in una condizione di continua rigidità. Un problema non di poco conto se si considera che la sclerosi multipla si manifesta mediamente tra i 20 e i 40 anni di età. Ad oggi molti dei sintomi descritti riescono ad essere gestiti attraverso la somministrazione di alcuni farmaci e attraverso riabilitazione fisica. Purtroppo però non sempre le persone con spasticità riescono a rispondere in maniera soddisfacente alle terapie soprattutto andando avanti negli anni. Ecco perché in questi casi il trattamento con i derivati della cannabis potrebbe portare un vantaggio concreto.

Come agiscono i cannabinoidi
«I cannabinoidi -spiega la dottoressa Letizia Leocani, ricercatrice presso la Neurologia Sperimentale all’Ospedale San Raffaele di Milano- agiscono legandosi a particolari recettori posti sulla superficie delle cellule. Il legame, con una serie di reazioni a cascata, è in grado di influenzare il comportamento della cellula stessa. Nella sclerosi multipla ciò che avviene è un rilassamento della muscolatura e quindi una riduzione del fenomeno della spasticità». Da qualche anno sul marcato è presente un farmaco in formato spray, approvato anche in Italia dal 2013, in grado di alleviare i sintomi della malattia. Presidio, frutto del mix di delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD), approvato però solo sulla base dell’esperienza soggettiva dei pazienti.

Lo studio italiano
Lo studio presentato dai ricercatori italiani al congresso di Boston abbatte quest’ultimo limite. Gli scienziati sono infatti riusciti a dimostrare che l’effetto benefico di questo farmaco è oggettivo indipendentemente da quanto riferisce il paziente. «Ciò che abbiamo fatto -continua la Leocani- è stato verificare il reale effetto clinico della formulazione a base di cannabinoidi attraverso un test di misurazione della rigidità muscolare. Analizzando i dati abbiamo dimostrato per la prima volta che l’utilizzo di cannabinoidi è in grado di portare ad una riduzione della spasticità».

La differenza con lo spinello
Un risultato importante che non deve però essere confuso con il via libera alla marijuana in maniera incontrollata. Il farmaco in questione infatti è ben lontano dall’essere simile allo spinello. «La molecola che causa effetti allucinogeni, il THC, nella formulazione spray si trova in quantità nettamente inferiori rispetto alla marijuana coltivata per altri scopi. Non solo, la presenza dell’altro cannabinoide (CBD) è fondamentale in quanto contrasta gli effetti collaterali di THC. Questo approccio, mi preme sottolinearlo, non ha nulla a che vedere con il fumo» conclude la Leocani. Ecco perché, a differenza di quanto si possa pensare, la coltivazione della cannabis deve essere effettuata secondo rigidi protocolli. Non tutte le piante infatti sono uguali. Quelle destinate all’uso terapeutico, che comunque non avviene mai per inalazione di fumo, devono avere una composizione di cannabinoidi ben precisa. Composizione finalizzata alla terapia e non ad ottenere altri effetti che poco hanno a che fare con la malattia.

Daniele Banfi

La Stampa
04 09 2014

Le ore più dure per Henry Lee McCollum, 50 anni, sono state le ultime 72. Insonne, nella cella del braccio della morte nel North Carolina, aveva paura che il sogno di essere liberato dopo 31 anni di carcere – per un delitto che non aveva commesso - potesse non avverarsi mai.

Ieri mattina alle 9,42, dopo un’altra notte d’attesa senza chiudere occhio, è stato accompagnato oltre il cancello di filo spinato dalle guardie. Libero, innocente, accolto dall’abbraccio dei genitori. Nel pomeriggio anche il fratellastro, Leo Brown è stato rilasciato. Erano stati condannati nel 1983 – quando avevano 19 e 15 anni – per lo stupro e l’omicidio di una bambina di 11 anni, Sabrina Buie, trovata morta in un campo nel North Carolina.

Avevano confessato il delitto – spaventati, confusi, dopo ore di interrogatori – con la convinzione che, ha ribadito il loro avvocato, firmando «quel foglio», la confessione, gli avrebbero permesso di andare a casa. Sia Henry che Leo sono disabili mentali, con un Qi di 51 (la media è 100). Nessuna prova li legava all’omicidio. Ora ne è arrivata una che li ha scagionati: un test del Dna su un mozzicone di sigaretta trovato sul luogo del delitto e conservato per 30 anni tira in ballo un uomo, un detenuto che sta scontando l’ergastolo per uno stupro e un omicidio avvenuto meno di un mese dopo con la stessa dinamica di quello di Sabrina Buie. Il killer Roscoe Artis, viveva a un isolato di distanza dal luogo in cui fu uccisa la ragazzina.

Per anni, da subito dopo il processo di primo grado, gli avvocati di Henry Lee McCollum e Leo Brown hanno presentato appelli e richieste di indagini supplementari, fino al 2003, quando la mozione per analizzare il mozzicone di sigaretta è stata accolta. La trafila è stata lunga: il test nel 2010, poi la commissione dello Stato, poi finalmente, a luglio, l’annuncio: Innocenti.

Henry Lee McCollum, «Buddy», per la famiglia, ha già una lista di cose da fare: «Voglio imparare a usare il cellulare e Internet», ha detto, mentre armeggiava, sull’auto dei genitori, con la cintura di sicurezza di cui non sapeva bene che fare. L’adolescente di 30 fa, invecchiato nel braccio della morte, non ha mai potuto accendere una lampada, aprire una porta, usare cerniere. «È terribile che il nostro sistema giudiziario permetta che due ragazzini disabili vadano in prigione per un crimine che non hanno commesso – ha detto al «Guardian» l’avvocato che li ha assistiti per 20 anni, Ken Rose- . Negli anni Henry ha visto decine di persone portate via per l’esecuzione. Era così sconvolto che lo hanno dovuto mettere in isolamento. È impossibile spiegare cosa hanno passato questi uomini e quanto hanno perso».

Monica Perosino

La Stampa
03 09 2014

Inizia oggi a Colmar, nell’est della Francia, il processo agli attivisti di Greenpeace che il 18 marzo avevano tentato un’irruzione nella centrale nucleare di Fassenheim, in Francia. Tra gli imputati, in tutto 55, ci sono anche sette italiani.

In quella mattina di marzo, il gruppo di Greenpeace aveva forzato i cancelli d’ingresso. Alcuni di loro, armati di scale, erano saliti sulla cima dell’impianto per appendere uno striscione di 400 metri quadrati con la scritta “Stop risking Europe”, basta mettere a rischio l’Europa. Quasi tutti sono finiti in manette prima di concludere l’operazione, ma i pochi rimasti sul tetto sono riusciti ad esporre il cartello. Tra loro c’erano tedeschi, austriaci, ungheresi, francesi, turchi, un australiano e un israeliano. Questi ultimi, provenienti da paesi che non fanno parte dell’area Schengen, non possono rientrare in Francia. In segno di solidarietà, gli altri attivisti hanno rinunciato a presentarsi in aula in segno di solidarietà.

L’associazione ambientalista aveva preso di mira l’impianto, il più antico di Francia, per protestare contro i rischi causati dagli impianti atomici. Secondo Greenpeace, Fassenheim, sulle rive del Reno, è uno degli stabilimenti più a rischio d’Europa, perché situato in zona sismica e a rischio di inondazioni. Il presidente Hollande aveva già previsto la chiusura della struttura, ma non prima del 2016.

Ucraina, accordo Putin-Poroshenko per la tregua

  • Set 03, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
03 09 2014

Accordo tra il presidente russo Vladimir Putin ed il presidente ucraino Petro Poroshenko per «un cessate il fuoco permanente» a est. La conferma è arrivata attraverso una nota della presidenza ucraina, dopo che il Cremlino aveva dato notizia di un colloquio telefonico tra i due leader.

Poco prima Mosca era tornata ad accusare Kiev annunciando anche l’apertura di un caso penale, dopo la conferma della morte del fotoreporter Andrei Stenin, dell’agenzia di stampa russa Rossiya Segodnya. Il fotografo deceduto sulla strada Snizhne-Dmytrivka nel sud-est dell’Ucraina, e’ rimasto ucciso in un attacco dell’esercito ucraino su un convoglio di rifugiati, secondo il portavoce del potente comitato investigativo russo Vladimir Markin. “Gli investigatori hanno scoperto le circostanze della morte del giornalista: Stenin era in viaggio a Snizhne, in Ucraina, il 5 agosto”, ha detto il portavoce. Stenin era alla guida di una Dacia Logan, all’interno di un convoglio di rifugiati, lungo la strada Snizhne-Dmytrivka il 6 agosto. “Il convoglio era protetto da sei miliziani” ha precisato Markin.

In base alla ricostruzione di Mosca, Kiev avrebbe usato dei Bmp-2, un veicolo sovietico da combattimento di fanteria. Dei carri armati, insomma. Da questi, presumibilmente, della 79esima brigata dell’esercito ucraino, sarebbe stato aperto il fuoco a nord ovest di Dmytrivka. I ribelli sono poi riusciti a trasferire i corpi di cinque persone che si trovano nella Renault Logan agli inquirenti russi, solo il 27 agosto. “I resti sono stati esaminati da esperti russi, che ha detto che alcuni di essi appartenevano a Andrei Stenin”, ha detto Markin. Parlando delle circostanze della morte del giornalista, Markin ha detto che piu’ di dieci veicoli civili sono stati distrutti in questo attacco. “Diverse persone sono riuscite a fuggire e nascondersi tra gli alberi lungo la strada”, ha aggiunto.

I comandanti militari ucraini hanno visitato il sito dell’attacco il giorno successivo, secondo Mosca. “Hanno esaminato non solo le auto distrutte, ma anche, secondo testimoni oculari, gli effetti personali nelle auto distrutte e hanno cercato i corpi”. La conferma della morte di Andrei Stenin, e’ stata dato oggi da Dmitri Kiselev, capo dell’agenzia di stampa russa Rossiya Segodnya. Nata nel 1941, l’agenzia di informazione russa Novosti, conosciuta con il nome in inglese Ria Novosti e ora divenuta Rossiya Segodnya per decreto presidenziale, ha sin dalle sue origini il compito di confezionare reportage dal fronte e rappresenta uno degli archivi fotografici più ricchi della Russia.

 

La Stampa
29 08 2014

Una delle due donne è la madre naturale della piccola avuta all’estero tramite procreazione assistita eterologa. L’Italia si allinea così alle legislazioni già in vigore in Germania e Finlandia

L’adozione di un figlio da parte di una coppia omosessuale non è più un tabù. Almeno per il Tribunale per i Minorenni di Roma che ha riconosciuto l’adozione di una bimba che vive in una coppia omosessuale (lesbiche). La bambina è figlia biologica di una sola delle due conviventi, che sono libere professioniste. Le due donne, sposate all’estero, si erano rivolte all’Associazione italiana avvocati famiglia e minori, per procedere con il ricorso per l’adozione.

La coppia, che vive a Roma dal 2003, ha avuto una bimba all’estero anni fa con procreazione assistita eterologa per realizzare un progetto di genitorialità condivisa. Il Tribunale ha accolto il ricorso presentato per ottenere l’adozione della figlia da parte della mamma non biologica, la «stepchild adoption».

Per «stepchild adoption» si intende l’adozione del bambino che vive in una coppia dello stesso sesso, ma che è figlio biologico di uno solo dei due. Con questo provvedimento si rende possibile riconoscere ai i bambini nati e cresciuti in famiglie omogenitoriali gli stessi diritti di tutti gli altri bambini, a cominciare dal diritto di adozione da parte del genitore non biologico, così come già avviene nelle legislazioni tedesca e finlandese.

«Le due mamme hanno dapprima intrapreso e portato a termine un percorso di procreazione eterologa all’estero e, dopo la nascita della bambina, hanno stabilmente proseguito nel progetto di maternità condividendo con ottimi risultati compiti educativi ed assistenziali, nonché offrendo alla minore una solida base affettiva», spiega l’avvocato della coppia Maria Antonia Pili.
Il ricorso è stato accolto sulla base dell’articolo 44 della legge sull’adozione del 4 maggio 1983, n. 184, come modificata dalla legge 149 del 2001, il quale contempla l’adozione in casi particolari. «Ovvero - illustra ancora Pili - nel superiore e preminente interesse del minore a mantenere anche formalmente con l’adulto, in questo caso genitore `sociale´, quel rapporto affettivo e di convivenza già positivamente consolidatosi nel tempo, a maggior ragione se nell’ambito di un nucleo familiare e indipendentemente dall’orientamento sessuale dei genitori. La norma in questione infatti - ha aggiunto - non contiene alcuna discriminazione fra coppie conviventi siano esse eterosessuali o omosessuali».

Secondo Pili, dunque, il Tribunale per i Minorenni di Roma «ha correttamente interpretato la norma di apertura» già contenuta nella legge sull’adozione. «Non si è trattato, come ben argomenta sul punto la sentenza, di concedere un diritto ex novo, ovvero di creare una situazione prima inesistente, ma di garantire nell’interesse di una minore la copertura giuridica a una situazione di fatto già consolidata, riconoscendo così diritti e tutela a quei cambiamenti sociali e di costume che il legislatore ancora fatica a considerare, nonostante - ha concluso - le sempre più diffuse e pressanti rivendicazioni dei moltissimi soggetti interessati».

Le lucciole di Pasolini e la mostra in prigione

  • Ago 26, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 2809 volte

La Stampa
26 08 2014


Prende ispirazione da un articolo di Pier Paolo Pasolini, nel quale la metafora della scomparsa delle lucciole rappresentava il disgregarsi della società contadina, la mostra presentata nella Prigione Sant’Anna di Avignone con le opere della Collection Lambert. In un dialogo con gli spazi claustrofobici che li ospitano, cento autori e 556 opere evocano il senso del tempo, della solitudine e dell’isolamento.

Le lucciole sparite ad Avignone

ELENA DEL DRAGO

C’è un rapporto ambivalente delle opere d’arte con i luoghi in cui vengono esposte: sempre in bilico tra l’essere esaltate o, al contrario, ridimensionate da un ambiente particolare, troppo forte o carico di significato. Una dinamica evidente non soltanto quando si tratta di musei che dovrebbero essere costruiti appositamente per accogliere arte e, invece, costituiscono sempre più spesso un intralcio alla visione, ma anche quando si ha a che fare con luoghi carichi di storia. È il caso della Prigione Sant’Anna di Avignone dove, per fascinazione e necessità, il direttore della Collection Lambert, Eric Mézil, ha orchestrato una sontuosa esposizione ispirata ad un celebre articolo di Pier Paolo Pasolini.

La disparition des Lucioles fa infatti riferimento allo scritto che Pasolini pubblicò sul Corriere della Sera nel 1975, nel quale identificava la scomparsa di questi minuscoli insetti luminosi con il parallelo disgregarsi della società contadina, della cultura più autentica e del progressivo spogliamento della natura. Una metafora talmente potente da potersi trasportare, quasi quarant’anni dopo, alla situazione attuale dove, tra «ritorni al verde» e modernità liquida, il processo sebbene avanzato, è ancora in atto.

Con il pensiero dunque alle ultime lucciole capaci di illuminare la nostra notte, si entra in questa prigione costruita nel XVIII secolo proprio a ridosso del palazzo dei Papi, e abbandonata appena dieci anni fa. Soltanto un decennio per cancellare secoli di storia, troppo poco, e infatti ciò che colpisce è innanzitutto la presenza ancora tangibile dei detenuti, uomini e donne che hanno occupato le celle. E dunque celle, corridoi, cortili in un continuum serrato e a tratti commovente in cui diversi temi sono individuati ed espressi attraverso le opere di moltissimi artisti, in gran parte raccolti da Enea Righi, straordinario collezionista italiano che stupisce per la sua assoluta visionarietà.

Da Adel Abdessemed a Chen Zhen, passando per Francis Alÿs, Jean-Michel Basquiat, Joseph Beuys, Marcel Broodthaers, Guy de Cointet, Anna Gaskell, Mona Hatoum, Candida Höfer, Jenny Holzer, Richard Long, Francesco Vezzoli, Franz Erhard Walther, Andy Warhol, Ai Weiwei, Rémy Zaugg, sono più di cento gli autori e 556 le opere, chiamati ad evocare il tempo nelle sue forme più differenti, la solitudine, l’isolamento, la difficoltà di non sentirsi un numero o forse, il desiderio di diventarlo. Artisti naturalmente molto lontano tra di loro, le cui sensibilità però ben si adattano ad instaurare un dialogo con gli spazi claustrofobici e quelli collettivi e soprattutto con il ricordo delle persone che li hanno abitati.

Che sono comunque talmente forti e presenti da condizionare chi guarda coinvolgendo in una nuova interpretazione i lavori in mostra. Probabilmente per esempio, il Self-portrait as Antinous Loving Emperor Hadrian, di Francesco Vezzoli, due busti in marmo che ritraggono l’ideale dei due celebri amanti raccontati da Marguerite Yourcenar . L’installazione dell’artista americana Kiki Smith in cui una giovane donna seduta è sormontata da un grande masso sospeso e assume immediatamente l’idea di una struggente, tangibilità incomunicabilità.

Più diretti i lavori di Douglas Gordon, una fotografia con un uomo di spalle che nello specchio mostra un tatuaggio quanto mai esplicativo, Guilty, colpevole. O del polacco Miroslav Balka che sottolinea una finestra con le sbarre attraverso un’installazione di fili di plastica bianchi intrecciati: una rete insomma simile a quella di una porta di calcio che perde ogni accento ludico per trasformarsi in una metafora della costrizione. Ed è sempre di Balka una delle installazioni più riuscite della mostra. Intitolata Heaven si trova all’esterno e si tratta di molte, piccole eliche che riflettono la luce e si muovono con il vento. Sembrano pronte a prendere il volo, ma c’è una rete in alto ad impedire il loro movimento. Ancora una volta, a sorprendere in Balka è la capacità di ottenere un forte effetto emotivo con un dizionario davvero limitato.

Come sempre sospesi tra ironia e inquietudine i lavori dell’austriaco Markus Schinwald tra gli artisti più interessanti in circolazione, che cerca quadri antichi da dipingere, riuscendo con inserimenti sapienti e raffinati ad aggiungere suspense, sino a cambiarne nettamente il significato iniettando particolari rimossi e dettagli onirici. C’è Ivy, per esempio, che potrebbe essere un volto di donna qualunque, con lo sguardo perso e un po’ feroce, ma un rete quasi impercettibile le serra come un ricamo la parte inferiore, creando un’ennesima gabbia.

La Stampa
30 07 2014

Pensionate più «povere» dei pensionati maschi: nel 2012 - dice Istat - l’importo medio delle pensioni è più basso tra le donne (8.965 euro contro 14.728) e si riflette in un più contenuto reddito pensionistico medio, pari a 13.569 euro contro i 19.395 degli uomini. Le donne sono il 52,9% dei beneficiari ma agli uomini va il 56% della spesa.

Il numero di uomini (178 mila) con un reddito pensionistico mensile pari o superiore a 5.000 euro è cinque volte quello delle donne (33 mila). Le disuguaglianze di genere sono più marcate nelle regioni del Nord, sia con riferimento agli importi medi delle singole prestazioni sia in relazione al reddito pensionistico dei beneficiari. E’ quanto emerge dal rapporto Istat-Inps sui trattamenti pensionistici nel 2012. Nel 2012 sono stati erogati 23.577.983 trattamenti pensionistici: il 56,3% a donne e il 43,7% a uomini. Le donne rappresentano il 52,9% dei pensionati (8,8 milioni su 16,6 milioni), ma percepiscono solo il 44% dei 271 miliardi di euro erogati. L’importo medio annuo delle prestazioni di titolarita’ femminile e’ pari a 8.965 euro, il 60,9% di quello delle pensioni di titolarità maschile, che si attesta a 14.728 euro. Dei 626.408 nuovi pensionati del 2012, le donne rappresentano il 52% e percepiscono redditi più bassi (10.953 a fronte dei 17.448 degli uomini). Il numero di trattamenti percepiti dalle donne e’ mediamente superiore a quello degli uomini, di conseguenza il divario economico di genere si riduce al 42,9% se calcolato sul reddito pensionistico (pari a 19.395 euro per gli uomini e a 13.569 per le donne).

Tra il 2002 e il 2008, prosegue l’analisi Istat-Inps, la forbice reddituale tra pensionati e pensionate e’ aumentata di 2,1 punti percentuali (4,4 punti con riferimento agli importi medi delle singole prestazioni); a partire dal 2008 si e’ osservata una progressiva riduzione che tuttavia ha mantenuto i livelli di disuguaglianza superiori a quelli del 2004. Il rapporto tra il numero di pensionati residenti e la popolazione occupata - rapporto di dipendenza - è a svantaggio delle donne: 90,2 pensionate ogni 100 lavoratrici, a fronte di 56,5 uomini ogni 100 lavoratori. Anche il tasso di pensionamento (rapporto tra numero di pensioni e popolazione residente) e’ superiore tra le donne (43,1%) rispetto agli uomini (35,6%).

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