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LA STAMPA

Al Qaeda conquista Mosul la seconda città dell’Iraq

  • Giu 10, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
10 06 2014

L’avanzata delle milizie jihadiste sunnite spaventa l’Iraq. I guerriglieri di Al Qaeda hanno preso il controllo di gran parte di Mosul, città della provincia settentrionale di Ninive. 
 
Con uno spettacolare colpo di mano contro il governo di Baghdad a guida sciita, gli uomini dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) si sono impadroniti di alcuni edifici-chiave, di fatto assumendo il controllo della città che si trova 400 chilometri a nord di Baghdad. I ribelli hanno anche preso il controllo del carcere, da cui sono evasi 2.725 detenuti. 
Il governatore locale, Ethal Nujaifi, è riuscito a fuggire, ma da una località sconosciuta ha confermato che l’esercito iracheno è «crollato» e si è ritirato praticamente senza dare battaglia. Il governo è sconvolto e il premier Nuri al-Maliki ha ha chiesto al Parlamento di dichiarare lo stato di emergenza. I miliziani avevano già il controllo di Falluja e di alcuni quartier di Samarra, sacra agli sciiti. 
 
La cattura di Mosul da parte dell’Isis, una delle molteplici sanguinarie espressioni di al-Qaeda, segue quattro giorni di feroci combattimenti nella città e in altre zone nel nord. La città ha un milione e mezzo di abitanti, per lo più arabi sunniti ma anche minoranze turche, turcomanne e cristiane, e la sua conquista assesta un duro colpo agli sforzi di Baghdad di combattere i miliziani sunniti, che hanno riguadagnato terreno in Iraq l’anno scorso e si sono spinti su Mosul nei giorni passati. Non solo: sull’altro lato del confine, in Siria, il Paese da tre anni sconvolto da una guerra civile di cui non si vede la fine, i combattenti di Isil, una delle forze ribelli che stano cercando di cacciare il presidente Bashar al-Assad, hanno preso il controllo delle fasce di territorio orientale, proprio al confine con l’Iraq. Il gruppo jihadista sta cercando di istituire uno Stato islamico collegando il territorio a cavallo tra la Siria orientale e l’Iraq occidentale. 

La Stampa
05 06 2014

È accaduto in alcuni ospedali inglesi. Somministrato via flebo un medicinale nutrizionale che si è rivelato mortale.

Un neonato è morto e 14 lottano per la vita dopo che in alcuni ospedali inglesi è stato loro somministrato via flebo un farmaco nutrizionale che si è rivelato letale. Conteneva infatti un batterio che ha scatenato nei prematuri, che ricevevano alimentazione assistita nei reparti di neonatologia, una grave forma di setticemia.

Il piccolo è deceduto domenica al St. Thomas Hospital di Londra. È stata immediatamente sospesa la somministrazione e l’autorità sanitaria inglese, ha avviato una inchiesta.

La ditta produttrice è la Iht Pharma, con sede a Londra, che si è detta profondamente rammaricata per l’accaduto e pronta a collaborare. Secondo il Daily Telegraph, è stata avviata una indagine su un incidente, una probabile contaminazione, che sarebbe avvenuta la settimana scorsa negli stabilimenti della Ith.

Il batterio `killer´ è il `Bacillus cereus´, che contamina frequentemente alimenti a base di riso, e occasionalmente pasta, carne e vegetali, prodotti lattiero-caseari.

La Stampa
03 06 2014

La priorità degli egiziani oggi è la sicurezza. L’elezione di Sisi alla carica che fu di Mubarak e di Morsi sta lì a dimostrarlo. Garantire quella stabilità che possa far recuperare al Paese il terreno perduto in questi tre anni è la sfida del nuovo governo, una sfida multipla di cui il Sinai infiltrato di jihadisti rappresenta uno dei fronti più caldi. Alla luce di questo scenario va letto il progetto per la costruzione di un muro di 320 chilometri per proteggere dal terrorismo il Canale di Suez, uno dei principali asset nazionali. I cantieri, prossimi all’apertura, dovrebbero ultimare nel giro di 8 mesi la barriera alta dai 4 ai 6 metri, sovrastata da filo spinato e sensori notturni ed eretta sui due lati del corso d’acqua artificiale scavato nel XIX secolo per collegare il Mediterraneo col Mar Rosso. Costo previsto: 200 milioni di dollari.

Nel venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, il terremoto geopolitico del 1989 che avrebbe dovuto seppellire sotto le macerie della Guerra Fredda l’era dei muri (e secondo l’economista Francis Fukuyama anche la Storia), sembra essere tornata in voga l’antica vocazione alla separazione difensiva tra nemici. Se l’Egitto vuole tutelare le navi in transito nel Canale di Suez dai lanciarazzi del gruppo qaedista Ansar Beit al Magdis (autore di numerosi attentati contro le forze di sicurezza del Cairo costate la vita a 500 persone in un anno), altri paesi, dalla Grecia alla Bulgaria, hanno adottato e stanno adottando la medesima linea difensiva contro altre minacce.

Fino a pochi anni fa infatti, dicevi Muro e pensavi automaticamente ai circa 700 chilometri di cemento e reticolato costruiti nel 2002 da Israele lungo il confine con i territori palestinesi occupati di Cisgiordania. Un serpentone ben visibile da ambo i lati, definito dagli israeliani “barriera difensiva dai kamikaze della seconda intifada” e dai palestinesi “muro del nuovo apartheid”. Quel muro ha acceso dibattiti infiniti che hanno visto sul fronte dei critici le maggiori organizzazioni umanitarie internazionali e artisti come l’iconosclasta Banksy (anche il quasi ex presidente israeliano Simon Peres è sempre stato scettico) e sul fronte opposto grandi intellettuali israeliani pacifisti come Abraham Yehoushua, tra i primi sostenitori della necessità di una separazione fisica tra israeliani e palestinesi per dare ai primi sicurezza e ai secondi la piena sovranità su un territorio ben definito (a favore del muro si è espresso in passato Elie Wiesel mentre lo scrittore David Grossman è contrario). Il punto però è che quel dibattito appare decisamente superato (Israele ne sta costruendo anche un altro di 250 km lungo il confine con il Sinai egiziano) alla luce dei nuovi muri come quello che “protegge” le enclave spagnole di Ceuta e Melilla dal Marocco e soprattutto degli immigrati che dal Marocco vorrebbero sbarcare sulle due isole alla volta dell’Europa.

Chi è stato almeno una volta a Ceuta e/o Melilla non se ne dimentica. C’è un braccio di mare strettissimo (la costa marocchina è visibile dall’altra parte) illuminato a giorno anche di notte e presidiato da sensori, barriere elettriche lunghe 8 km a Ceuta e 12 km a Melilla e alte 6 metri, mezzi militari, controlli e check point di standard più che israeliani (ricordano il blindatissimo valico di Erez da cui si accede a Gaza). Il “Muro” di Ceuta e Melilla è stato costruito nel 2005 al costo di 30 milioni di euro per fermare l’accesso all’Europa di immigrazione clandestina e contrabbando (nel 2005 molti migranti morirono sotto i colpi della polizia marocchina nel tentativo di forzare i blocchi ma gli incidenti si ripetono di continuo).

Ma non finisce qui. Un anno e mezzo fa, di fronte al trasformarsi della guerra civile siriana in un esodo di disperati in fuga dalla mattanza, la Grecia, a sua volta nel pieno di un tsunami economico, ha ultimato la costruzione di una barriera lunga 10 km e alta 4 metri al confine con la Turchia accessoriata di filo spinato e tecnologie super moderne al prezzo totale di 3 milioni di euro per bloccare gli immigrati irregolari in arrivo attraverso il fiume Evros dalla Siria ma anche dall’Africa e dall’Asia (oltre 100 mila erano stati arrestati lungo quella frontiera nel 2011). Grossomodo nello stesso periodo si è allineata la Bulgaria che al costo di 2,5 milioni di euro ha tirato su un muro di 3 metri lungo 33 dei 274 chilometri del confine bulgaro-turco da cui entrano l’85% dei rifugiati siriani (la Bulgaria ne ospita circa 10 mila). Anche la Turchia, inizialmente il maggior hub della resistenza siriana (armata e non) comincia a cautelarsi e alcuni mesi ha deciso di eirigere un muro di 2 metri nel distretto di Nusaybin, un piccolo tratto dei 900 km di confine con la Siria.

Dall’altra parte del mondo c’è poi ovviamente la barriera tra Stati Uniti e Messico, il Muro di Tijuana avviato nel 1994 e ultimato nel 2012 al costo di 6 miliardi di dollari (ma c’è chi dice molto di più, fino a 30 miliardi di dollari), uno dei confini più presidiati del mondo nonostante le difficoltà poste da oltre 3000 km di frontiera. E se non ancora muri veri e propri, ci sono tentazioni “murarie” negli Emirati Arabi Uniti, tra l’Arabia Saudita e lo Yemen, il Botswana e lo Zimbabwe, la Cina e la Corea del Nord.

Un paio d’anni fa fece molto discutere un libro dell’intellettuale francese, già amico di Che Guevara, Regis Debray intitolato “Eloge des frontieres”, in cui l’autore invitava a riscoprire le frontiere in funzione anti-muri. La tesi era più o meno lo smantellamento dell’illusione di un mondo che “senza frontiere” sarebbe felice e cancellerebbe ogni diversità: “Viviamo una situazione schizofrenica. Da un lato si fa l’ elogio dell’universalità e della globalizzazione che trascendono i confini, dall’ altro, dal 1990 ad oggi, abbiamo creato 29.000 chilometri di nuove frontiere, ai quali vanno aggiunti 18.000 chilometri di barriere elettroniche in costruzione. Quasi tutte le guerre in corso nascono da problemi territoriali e la questione della frontiera è cruciale perfino in Europa, come dimostra la crisi del Belgio. Insomma, tra il discorso dominante, pieno di buoni propositi e ideologie nascoste, e la realtà concreta, la distanza è sempre più grande. Per questo, è urgente ripensare senza paure e senza tabù la problematica della frontiera, una problematica che in passato è stata spesso connotata negativamente rimossa”. Nel mondo che abolisce l’idea di frontiera, sostiene Debray, viene meno l’antitesi dentro/fuori e va in crisi l’idea di identità con il risultato che, spesso, s’innalzano i muri. Con buona pace della fine della Storia.

India, stuprate e impiccate dal branco

  • Mag 29, 2014
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La Stampa
29 05 2014

India, stuprate e impiccate dal branco. La tragica fine di due adolescenti

Due cugine adolescenti indiane “dalit” (senza casta) di 14 e 15 anni sono state violentate nelle ultime ore da una banda di balordi in un villaggio dell’Uttar Pradesh (India nord-orientale) e poi impiccate ad un albero di mango. Lo riferiscono i media indiani sottolineando che per 7 persone, fra cui due agenti, è scattato il mandato di arresto.

L’agenzia di stampa Pti scrive che le violenze sono avvenute nel villaggio di Katra e che le due ragazzine vivevano nella stessa casa da cui sono misteriosamente scomparse ieri sera. Gli abitanti del villaggio hanno allora avviato una caccia all’uomo per trovare le tracce delle due ragazze ma purtroppo, indica l’agenzia, sono arrivati solo in tempo per scoprire i cadaveri che pendevano da un mango nell’area di Ushait.

All’inizio la polizia è sembrata restia a registrare la denuncia della scomparsa, ma poi per la pressione popolare è stata costretta a farlo. Una rapida indagine ha permesso di ricostruire la storia, confermando il rapimento, lo stupro collettivo e la denuncia di sette persone, fra cui due agenti di polizia, Sarvesh Yadav e Rakshapal Yadav. Uno degli accusati è stato arrestato, ma molti altri sono latitanti.

La popolazione ha bloccato per qualche ora la strada Ushait-Lilawan attraverso cui i due cadaveri dovevano transitare verso l’obitorio, poi la situazione si è calmata e il traffico è stato ripristinato.

Fecondazione e legge 40: il rischio di nuove crociate

  • Mag 23, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
23 05 2014

La fecondazione eterologa? C’è rischio di incesto. La Corte costituzionale ha appena rispedito al mittente la disastrosa legge 40, e l’onorevole Roccella ci riprova. Del resto, le 630 caselle dei deputati, virtuali e non, son lì per quello, perchè non utilizzarle, si deve esser chiesta. Si prepara, e dobbiamo prepararci, una nuova crociata dell’ex sottosegretaria al Welfare con delega “all’Etica” dell’ultimo governo Berlusconi, che fu tra le più tenaci ispiratrici del «decreto Englaro» col quale Palazzo Chigi avrebbe voluto per l’appunto imporre la «vita» a una cittadina italiana in stato vegetativo da diciassette anni, e che oltretutto prima del coma aveva tra l’altro lasciato chiara volontà di rifiuto di accanimento terapeutico.

Stavolta, fulmini e saette contro la cancellazione della legge sulla fecondazione assistita, le cui ultime righe sono state cassate dalla Corte Costituzionale il 9 aprile scorso. «Si è creato un vuoto legislativo», asserisce l’onorevole Eugenia, mentre notoriamente non è cosi: le sentenze della Consulta non lasciano mai vuoti nella legislazione, semmai è il Parlamento - e la politica - che può, se vuole, normare qualunque materia (ma il buonsenso in genere sconsiglia dall’andare in controtendenza rispetto alle linee date dalla Corte).

Poi, contrabbandando un patente, scandaloso e doloroso caso di malasanità quale quello dello scambio di embrioni al Pertini di Roma come qualcosa che possa esser pur vagamente connesso alla legge 40, lo definisce «una fecondazione eterologa involontaria», e chiediamo scusa noi alle vittime di quel caso di malasanità, cittadini italiani che stavano usufruendo di un servizio medico in un pubblico ospedale, se per dovere di cronaca dobbiamo riportare l’espressione usata dall’onorevole Roccella. Che ci mette anche il carico: “La madre biologica non è più certa, mentre il padre biologico sì, rovesciando cosí antiche tradizioni giuridiche» (come se fosse questo il problema, in quel grave caso di malasanità, anche per i giuristi!). Dunque, esorta l’onorevole Eugenia, «una nuova legge è inevitabile».

Perché? Qui viene il bello: lo Stato deve decidere se chi è nato con l’eterologa debba esserne informato o meno. Lo Stato deve conoscere l’identità del donatore, il cui nome deve essere iscritto in un apposito Registro. Lo Stato deve decidere in che caso, come e se debbano esser pubbliche queste informazioni. Perchè «occorre poter escludere eventuali parentele»: che è come dire - fuor di ipocrisia - che Roccella insinua il dubbio che nella fecondazione eterologa si nasconda il rischio di incesto.

C’è dell’altro, ovviamente paventando come già durante la sciagurata legge 40, i rischi di “eugenetica”.

A parte il non sopito, nonostante le sconfitte presso la pubblica opinione e nelle sedi istituzionali, furore mistico-ideologico della destra radicale italiana, quel che colpisce è lo statalismo pervasivo. Che può continuare a fare molti danni, specie se passa - come purtroppo sta accadendo tra le parlamentari Pd- la linea che “occorre porre rimedio al Far-West”. Una parola d’ordine sbagliata e invasiva di quello che è uno spazio privatissimo della libertà individuale e che, essendo già sottoposto a varie leggi ordinarie, non può vivere in un regime di imprimatur statale. E’ una parola d’ordine che servi’, a suo tempo, ad aprire la via proprio alla nefasta legge 40.

Antonella Rampino

L’odissea dei bambini sul barcone alla deriva

  • Mag 21, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
21 05 2014

Tante testoline bionde e scure, una accanto all’altra, sul barcone squassato dal mare in tempesta. Quando l’hanno visto, gli uomini della Marina hanno quasi creduto che fosse un abbaglio. Invece erano proprio bambini quelli stretti l’uno all’altro sul barcone in avaria, trascinato da un’altra carretta che procedeva a fatica, tra le onde a sud di Capo Passero, estremo lembo orientale della Sicilia. Una nave di bambini. Un’immagine mai apparsa in questo mare che pure si credeva avesse visto di tutto: morti, sangue, pianti, abbracci, famiglie separate e ritrovate.

Una nave di bambini in fuga dalla Siria, dove in tre anni di guerra civile in 7 milioni sono dovuti fuggire. Uno, due, tre, quattro. Li hanno portati uno per uno sulle navi Grecale e Foscari, mentre faceva sempre più buio e il maltempo peggiorava, tra le urla e il lancio di salvagenti. Alla fine ne hanno contati 133. I più piccoli di pochi anni, i più grandi adolescenti. Arriveranno domani al porto militare di Augusta insieme con le 64 donne e i circa 250 uomini che li accompagnavano.

«E’ l’inizio del grande esodo delle famiglie siriane, d’inverno partono solo gli uomini e solo se costretti a lasciare subito il Paese. Per mettere sul barcone mogli e figli aspettano che il tempo migliori in primavera», spiegano gli osservatori di Lampedusa. Ma qualcuno immagina pure che il barcone dei bambini sia frutto della speranza di genitori che avevano un solo posto a disposizione e l’hanno dato ai figli, affidati ad amici e parenti.
Storie che potranno essere chiarite solo domani, allo sbarco, quando arriveranno i 488 profughi. Di sicuro c’è che sono tutti sani e salvi, e non è stato facile. Le operazioni di recupero, partite lunedì sera anche con l’aiuto di tre navi mercantili, si sono interrotte nella notte. Onde troppo alte, eccessivamente rischioso portare a bordo i naufraghi. In mattinata è ricominciata la conta degli uomini, delle donne, dei bambini da issare a bordo. Ma di sicuro c’è pure che, una volta giunti a terra, tutti questi bambini affidati al mare avranno un futuro incerto.
«Mille minorenni immigrati, fuggiti dai Centri di prima accoglienza dell’Isola, rischiano di cadere nella rete della criminalità», dice il presidente della commissione regionale Antimafia Nello Musumeci, secondo il quale «i ragazzi e le ragazze, quasi tutti in età adolescenziale, dopo aver vagato nei primi giorni per centri abitati e campagne, finiscono quasi sempre nelle mani di spregiudicati, non solo loro connazionali, dediti allo sfruttamento della prostituzione, allo spaccio di droga o al lavoro stagionale nei campi agricoli, vittime del capolarato». Sono 1.030, sostiene, citando il dato trasmesso alla commissione dal ministero delle Politiche sociali: «minori non accompagnati, sbarcati negli ultimi mesi sulle nostre coste e non identificati in tempo o registrati con false generalità». Da inizio anno, 1300. Un problema che in realtà riguarda soprattutto gli africani.

Ma certo è che i centri di accoglienza per gli under 18 allestiti in tutta Italia stanno scoppiando. E che i Comuni sono stati lasciati soli a gestire l’emergenza. Per legge, infatti, i minorenni senza genitori sono affidati ai sindaci, chiamati ad accoglierli e a sostentarli fino alla maggiore età: un costo che va da 80 a 100 euro al giorno, al quale l’anno scorso lo Stato ha contribuito con soli 5 milioni di euro. Un fondo lievitato a 40 milioni ma ancora non distribuito. La nave dei bambini arriva in questo caos. A puntare il dito su improvvisazioni, inadeguatezze, mancanze. A raccontare la distruzione di un Paese che perde i suoi figli. E la speranza di portarli in salvo, nonostante tutto.

La Stampa
20 05 2014

«Con tutto il rispetto per la First Lady, un «hashtag» non riporta indietro le studentesse nigeriane, né è vero che sono state rapite per non farle andare a scuola. E’ ora che si abbia il coraggio di dire quello che succede nel mondo, specie se si è autorità di un certo peso». E’ duro l’affondo di Rahel Raza, presidente del «The Council for Muslims Facing Tomorrow», attivista la cui lotta è raccontata nel film Honor Diaries.

Cosa non le è piaciuto di quello che ha detto Michelle Obama?
«Non è quello che ha detto, è quello che non ha detto, ovvero che quanto sta accadendo con il rapimento delle studentesse è figlio dalla Sharia, nel nome di una violenta interpretazione della religione, la stessa che sta mettendo in serio pericolo i diritti della Nigeria e di altre popolazione. Quello che intendo è che ciò che Michelle Obama dice è preso in grande considerazione dagli americani e dal resto del mondo, pertanto dovrebbe essere più attenta e coraggiosa. Quello contro cui noi musulmani moderati ci battiamo è l’applicazione della Sharia e la violazione dei diritti umani, argomenti che la First Lady dovrebbe menzionare quando parla del rapimento delle ragazze».

Un «#hashtag» non salva le vite insomma...
«#Bringsbackourgirls va benissimo ma da solo non porta a molto. Stiamo parlando di una questione ben più ampia e complessa, di ragazzine costrette a convertirsi all’Islam. Perché i media non affrontano la questione della Sharia e il fatto che alcuni Paesi, anche ricchi come il Brunei, la applicano in maniera spietata? Io vengo dal Pakistan, la terra di Malala, anche lì ci sono fanatici che vogliono imporre la Sharia con la violenza, come dimostra la storia della mia concittadina. La nostra è una battaglia in cui non c’è spazio per il “politically correct”, non dobbiamo certo inneggiare all’odio, ma dobbiamo parlare delle cose vere e di quello che accade realmente».

La First Lady non ha voluto esporsi insomma?
«I fatti sono chiari, le studentesse di Chibok non le hanno rapite per non andare a scuola, come ha detto la signora Obama, la realtà è ben peggiore. Trattare le donne come oggetti e non esseri umani, è pratica diffusa in Brunei ed Iran, mentre in Iraq adesso si sta tentando di fa passare una legge per abbassare l’età delle donne, e sposarsi a nove anni. E’ indegno».

Il governo nigeriano ha responsabilità?
«Certo Goodluck Jonathan avrebbe dovuto proteggere i suoi cittadini ed invece ha fatto prevalere il clima di paura, quello che vogliono i terroristi. Allora a questo punto altri Paesi devono intervenire per garantire la protezione».

Intende forze di altri Paesi?
«Si, anche se questo è solo una parte del problema, bisogna anche urlare lo sdegno e raccontare chi sono i Boko Haram. L’informazione è importante ecco perché me la prendo con Michelle e certi media».

In America qualcuno però crede che molta responsabilità sia della Clinton....
«Ha perso tempo, avrebbe dovuto avere maggiore conoscenze su chi era questa formazione, ha dimostrato una scarsa visione e interpretazione della situazione in Nigeria. Questa è una crisi umanitaria e deve esserci una risposta all’altezza, ovvero forte?»

Cosa fanno i musulmani moderati per contrastare questa situazione?
«E’ importante, come racconto nel mio documentario, che chi ha la possibilità, si alzi in piedi e lanci il suo grido di sdegno e si batta per un cambiamento. E deve farlo anche per dar voce a chi non può parlare. A questo si devono aggiungere educazione e istruzione sostenuta anche dalle istituzioni occidentali che devono dire le cose come stanno, ecco, ripeto, perché Michelle Obama non ha fatto informazione giusta».

La comunità musulmana è pronta al cambiamento?
«No, è questo il problema. Gli estremisti non sono la maggioranza, sono la minoranza, ma fanno la voce grosse e incutono timore. La grande maggioranza dei musulmani è quella dei silenziosi, quella col bavaglio, questo è il problema. Quello che io credo è che la maia fede, la nostra fede, diventi più forte quando io dico quello che penso».

Alcune delle ragazze che sono riuscite a scappare hanno detto che non torneranno a scuola perché hanno paura…
«Sono addolorata, spero che col tempo qualcuno possa creare quel clima e quelle opportunità che permettano a queste giovani donne di convincersi a sedersi di nuovo tra i banchi di scuola, come ha fatto Malala, ma hanno bisogno del sostegno delle istituzioni. La Nigeria deve avere le sue 273 Malala».

Il cuore breve

  • Mag 15, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
15 05 2014

Dunque si potrà divorziare consensualmente in sei mesi. In teoria un pazzo, un serial-lover, un collezionista di scalpi emotivi potrebbe sposarsi dieci volte in cinque anni. Scandalo? E perché mai. La modernità è l’epoca della rapidità. Il Maigret di Gino Cervi impiegava dieci minuti per ispezionare la scena del delitto, Rivera dipingeva affreschi calcistici a passo di tango e l’assolo d’organo dei Pink Floyd in «Ummagumma» ingombrava mezzo solco di lp.

La rapidità consente di accumulare più esperienze. Non concede il tempo di gustarle e tantomeno di digerirle. Ma è nemica della noia ed è una acceleratrice fantastica di libertà. Di corsa sei più libero o comunque hai la sensazione di esserlo. Se un tweet, un dribbling, una canzone, un amore non ti piacciono, basta cliccare da qualche parte e sono già finiti. Senza strascichi, perché nuovi tweet dribbling canzoni amori si sovrapporranno immediatamente agli antichi, in un eterno presente a scorrimento veloce.

Sarebbe persino accettabile se la rapidità non avesse una sorellastra che nessuno è riuscito a uccidere nella culla. Si chiama precarietà. Tutto ciò che è rapido è precario e quindi instabile, superficiale, facilmente rimuovibile. Vale per gli amori come per i livori e purtroppo per i lavori. L’emozione fatica a diventare sentimento, come lo stage a tramutarsi in posto fisso. E’ difficile stare in equilibrio quando si va veloce. Ancora di più abbozzare progetti a lungo termine. Ma il rimpianto della lentezza è antistorico e sterile. La modernità è rapidità? E allora occorrerà adeguarsi, trovando rapidamente un altro modo di vivere, cioè un altro modo di pensare.

Massimo Gramellini

La Stampa
13 05 2014

Google & Co hanno anche dei doveri. La Corte di Giustizia europea ha emesso stamane una sentenza per dire che «il gestore di un motore di ricerca su Internet è responsabile del trattamento effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi».

Traducendo in un linguaggio comprensibile, cosa che dovrebbe fare l’ufficio stampa dell’istituzione e che non succede quasi mai, vuol dire che se un cittadino ritiene che alcune informazioni sulla sua vita ottenute “googlando” siano lesive della privacy, tocca al motore assicurare che i diritti siano rispettati e ripristinati. Chi gestisce la macchina, insomma, è responsabile della destinazione anche se non è lui a guidare.

A questa conclusione la più alta magistratura europea è arrivata dopo un reclamo spagnolo. A scatenare il meccanismo era stata una ricerca che aveva condotto a una notizia apparsa sul quotidiano la Vanguardia che conteneva informazioni che la persona in questione ha trovato lesive della sua vita privata. La Corte ha giudicato che la testata non fosse in primo luogo responsabile e, per far sopprimere il link, ha stabilito la facoltà di rivolgersi direttamente al gestore. Cioè a Google.

«Si tratta di una decisione deludente per i motori di ricerca e per gli editori online in generale», ha commentato un portavoce di Google. «Siamo molto sorpresi che differisca così drasticamente dall’opinione espressa dall’Advocate General della Corte di Giustizia Europea e da tutti gli avvertimenti e le conseguenze che lui aveva evidenziato. Adesso abbiamo bisogno di tempo per analizzarne le implicazioni.”

Nel caso in cui il gestore non dia seguito alla domanda, spiegano i giudici, la persona può comunque adire le autorità competenti per ottenere, in presenza di determinate condizioni, la soppressione di tale link dall’elenco di risultati. Tuttavia, poiché la soppressione di link dall’elenco di risultati potrebbe, a seconda dell’informazione, avere ripercussioni sul legittimo interesse degli utenti di Internet, la Corte constata che occorre ricercare un giusto equilibrio tra questo interesse e il diritto al rispetto della vita privata e il diritto alla protezione dei dati personali. Un passo avanti, certo. Ma con ancora qualche margine perché il cittadino resti a bocca asciutta.

Malati di Sla, è corsa contro il tempo

  • Mag 08, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
08 05 2014

Non hanno tempo i malati di Sla. Mesi ed anni sono i loro peggiori nemici, persino più pericolosi dei tanti governi con cui hanno dovuto trattare nei quasi quattro anni trascorsi dalla nascita del Comitato 16 novembre che li rappresenta. Mercoledì mattina sono scesi in piazza ancora una volta per chiedere al governo Renzi di mantenere le promesse che il governo Letta non aveva mantenuto sulla possibilità di ottenere fondi per l’assistenza a casa invece che in strutture pubbliche costosissime per le casse dello Stato. Gli hanno chiesto soprattutto di fare in fretta. Uno dei consiglieri, Raffaele Pennacchio, è morto lo scorso autunno proprio dopo un giorno di attesa di un incontro davanti al Ministero dell’Economia. La presidente, Laura Flamini, è arrivata in ambulanza e, distesa su una barella, è entrata nelle stanze del ministero per l’incontro fissato con i sottosegretari Franca Biondelli, Enrico Zanetti e Vito De Filippo.

Nonostante le loro condizioni erano in sciopero della fame e della sete. Senza paura. “Paura? Non mi passa per l’anticamera del cervello. Lotto ogni giorno con la morte” spiega Salvatore Usala, detto il ‘Capitano’, il segretario del Comitato, anche lui in sedia a rotelle.

Non hanno più altro da perdere se non il tempo hanno fatto capire ai sottosegretari durante l’incontro. Dopo oltre due ore hanno ottenuto l’impegno del governo a convocare entro 45 giorni un tavolo interministeriale, che include anche le regioni e aperto a tutte le associazioni, per la realizzazione di un piano nazionale per la non autosufficienza finalizzato alla domiciliarità indiretta, l’impegno a valutare con attenzione i riflessi dell’inclusione nell’Isee delle provvidenze sociali, assegni di cura, di invalidità, e sono stati chiariti i criteri di ripartizione del Fondo nazionale per la non autosufficienza, nel senso della destinazione ai malati gravissimi del 30% di 275 milioni più 75 già a tal fine vincolati, procedendo, dove necessario, all’apposita riformulazione del decreto interministeriale.

Flavia Amabile

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