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LA STAMPA

La Stampa
10 04 2014

Scoppia la polemica sul matrimonio gay riconosciuto dal Comune. La decisione con la quale il Tribunale di Grosseto ha disposto la trascrizione di un matrimonio contratto a New York fra una coppia omosessuale «suscita gravi interrogativi», afferma la Cei parlando di «strappo», «pericolosa fuga in avanti». Per i vescovi «il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna».

LA VICENDA

Per ordine del tribunale, le nozze celebrate a New York con rito civile fra due italiani sono state trascritte nel registro di stato civile di Grosseto. «È un precedente unico per il nostro Paese», ha commentato il senatore Pd Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay. I due sposi, ha spiegato Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia e storico esponente della comunità omosessuale italiana, «hanno ottenuto ciò che fino ad oggi è sempre stato negato dai Comuni e dai Tribunali: veder riconosciuto il loro status di coppia sposata in uno Stato estero”.

LA BATTAGLIA

Dopo essersi sposati con rito civile a New York, nel dicembre 2012, i due, 68 e 57 anni, chiesero al Comune di Grosseto di trascrivere le nozze nel registro di stato civile. L’Ufficiale si rifiutò, perché, sostenne, «la normativa italiana non consente che persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio». A quel punto, assistiti dall’avvocato Claudio Boccini, i due hanno fatto ricorso. Nonostante che anche il pm fosse contrario all’accoglimento, il giudice di Grosseto Paolo Cesare Ottati ha dato il via libera. Secondo Ottati, infatti, nel codice civile «non è individuabile alcun riferimento al sesso in relazione alle condizioni necessarie» al matrimonio. Nella sentenza, il giudice spiega che non è «previsto, nel nostro ordinamento» alcun «impedimento derivante da disposizioni di legge alla trascrizione di un atto di matrimonio celebrato all’estero». E poi, la trascrizione non ha natura «costitutiva, ma soltanto certificativa e di pubblicità di un atto già valido di per sé».

IL SINDACO

Il Comune di Grosseto, che a suo tempo ha scelto di non opporsi al ricorso presentato dalla coppia dopo il rifiuto dei nostri uffici, «si adeguerà da subito alle decisioni del tribunale senza alcuna opposizione». Lo spiega il sindaco Emilio Bonifazi dopo l’ordinanza con cui il tribunale. «Finalmente - aggiunge - arrivano indicazioni chiare ed inequivocabili sulle modalità alle quali gli ufficiali di stato civile devono attenersi di fronte a richieste come quella formulata da Giuseppe e Stefano. D’altra parte non spetta ai singoli Comuni ma allo Stato emanare norme precise in materia. L’auspicio è che il Parlamento italiano arrivi presto ad una legge nazionale che possa finalmente fare chiarezza». «La decisione del tribunale di Grosseto - spiega Bonifazi - costituisce un precedente storico nel riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso in Italia. Siamo consapevoli della portata di questa decisione, che ci consente di superare gli ostacoli e le difficoltà emersi fino a questo momento a causa della mancanza di norme chiare alle quali attenersi.
 
LE REAZIONI

La decisione del Tribunale di Grosseto «suscita gravi interrogativi e non poche riserve», sottolinea la Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana. «Riteniamo che, al di là degli aspetti tecnici da approfondire adeguatamente in tutte le sedi competenti, sia doveroso da parte nostra sottolineare alcune questioni di fondo. Con tale decisione - dicono i vescovi - rischia di essere travolto uno dei pilastri fondamentali dell’istituto matrimoniale, radicato nella nostra tradizione culturale, riconosciuto e garantito nel nostro ordinamento costituzionale. Il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna, che in forma pubblica si uniscono stabilmente, con un’apertura alla vita e all’educazione dei figli». Per la Cei «il tentativo di negare questa realtà per via giudiziaria rappresenta uno strappo, una pericolosa fuga in avanti di carattere fortemente ideologico. In tal modo perfino si riducono gli spazi per un confronto aperto e leale tra le diverse visioni che abitano la nostra società plurale».

Le principesse pan si travestono da adolescenti

  • Apr 09, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 2178 volte
Antonella Amapane, La Stampa
8 aprile 2014

Si vestono come a quindici anni anche se l'adolescenza l'hanno superata da un pezzo. In America le chiamano "Principesse Pan". Vent'anni dopo la sindrome di Peter Pan che colpiva gli uomini reticenti a crescere, tocca alle donne rifiutarsi di diventare adulte. ...

La Stampa
09 04 2014

Procreazione assistita, bocciati gli articoli della legge 40 che proibiva il ricorso a un donatore esterno in caso di infertilità assoluta.

Il divieto di fecondazione eterologa è incostituzionale. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità della norma della legge 40 che vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta. Cade, dunque, l’ultimo “paletto” imposto dalla discussa normativa italiana.

Dopo aver affrontato la questione della conservazione degli embrioni, della diagnosi preimpianto e del numero di embrioni da impiantare nell’utero materno, per la seconda volta la Corte era stata chiamata a giudicare la legittimità costituzionale di quella che è stata definita dagli avvocati difensori delle coppie la norma “simbolo” della legge 40, cioè il divieto di fecondazione eterologa. Nel maggio 2012 la Corte costituzionale decise di restituire gli atti ai tribunali rimettenti, per valutare la questione alla luce della sopravvenuta sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla stessa tematica. Oggi la nuova decisione, dopo l’udienza pubblica di ieri mattina sulla questione, durata poco meno di un’ora e mezza e, nel pomeriggio, la Camera di consiglio proseguita questa mattina e terminata poco fa.

La Stampa
04 04 2014

Superata quota un milione di rifugiati, circa la metà sono minori.
La Rappresentante dell’Unicef nel Paese: “Gli istituti pubblici ne possono accogliere solo 100mila. Mandiamo scuole mobili nei campi fra le tende ma dilaga il lavoro minorile. È come se in Italia fossero arrivati 15 milioni di immigrati. Fra pochi mesi rischia di scoppiare la guerra per l’acqua”.

L’ultimo rapporto del Commissariato Onu per i Rifugiati lancia l’allarme Libano: un milione di profughi dalla Siria in guerra rischiano di provocare il collasso del Paese. E, dramma nel dramma, quello dei bambini: almeno 400mila in condizioni estremamente precarie, con solo 100mila che riesce ad andare a scuola. Un’emergenza «che peggiora di mese in mese», racconta da Beirut Annamaria Laurini, Representative dell’Unicef in Libano, da quattro anni in prima linea nella nazione più colpita dalla tragedia dei profughi siriani.

Quanto può ancora reggere un Paese comunque con risorse limitate come il Libano?

«Dobbiamo fare un paragone per capire la dimensione della crisi: è come se in Italia fossero arrivate 15 milioni di persone! Il Libano è un Paese di 10mila chilometri quadrati, con 4 milioni di abitanti. Il numero di bambini rifugiati è più vicino ai 600mila che ai 400mila ufficiali. Quelli in età scolare sono pari a quelli in età scolare locali. La richiesta di servizi scolastici è semplicemente raddoppiata, in un Paese dove per di più l’istruzione è quasi completamente privata».

Che cosa si può fare?

«Siamo riusciti a trovar posto a 100mila nelle scuole pubbliche, che rappresentano meno di una quarto dell’offerta scolastica. In parte nel turno del mattino, in parte in nuovi turni al pomeriggio. Uno sforzo enorme per un’istruzione pubblica poverissima: qui, chi ha due soldi, manda i figli nel privato, a prezzo di sacrifici altissimi. Nel pubblico parliamo di scuole senza bagni, senza banchi, lavagne. Forniamo kit, forniamo carburante per il riscaldamento, assistenza agli insegnanti. Ma è una lotta impari». 

E gli altri bambini?

«In Libano l’emergenza è soprattutto urbana. Chi può si rifugia in città, paga affitti assurdi per sistemarsi in sottoscala, scantinati. Sono i più fortunati. Gli altri stanno formando specie di favelas nelle periferie. Campi non attrezzati di tende di fortuna. Per quelli abbiamo predisposto scuole mobili, con insegnanti che vanno sul posto. È fondamentale, perché i bambini nei campi sono quelli più a rischio di sfruttamento lavorativo e sessuale. Finché vanno in qualche modo a scuola riusciamo a controllarli e proteggerli. E possiamo avviare controlli psico-sociale per individuare i soggetti più traumatizzati».

Hanno sofferto molto?

«Un trauma ce l’hanno praticamente tutti. Strappati dal loro Paese, sotto le bombe... Vengono da Homs, Aleppo, Yabroud. Molte scuole in Siria sono state trasformate in centri di tortura. Molti sono stati abusati, al pari delle donne. Molti usati come scudi umani, da una parte e dall’altra. Dobbiamo impedire che subiscano altre violenze».

Quant'è diffuso il lavoro minorile?

«Un’enormità. Lavorano quasi tutti, nei campi, nei ristoranti. Ma andando nei campi riusciamo almeno a contrattare. Meno ore di lavoro, la mattina, o al pomeriggio, a lezione. Di più non si può. Il problema è anche che il Libano non autorizza i campi dell’Unhcr, per ragioni storiche: hanno già 300mila rifugiati palestinesi, da 40 anni, con tutto quello che ne è conseguito”.

Ci sono tensioni, siamo al punto di rottura?

«Ci sono tensioni nel mondo del lavoro: gli immigrati, e in special modo i bambini, sono una forza lavoro a basso costo per i posti non specializzati. Si abbassano i salari. E poi c’è competizione per i servizi scolastici e sanitari. Ma il Paese è stato comunque generoso: i rifugiati sono sia alawiti che sunniti ma finora la frattura etnica non è esplosa».

Ci sono emergenze sanitarie?

«La polio fa paura. Poi le malattie infettive perché i bambini sono debilitati dalla fame, hanno subito assedi terribili. Le madri spesso hanno partorito prematuramente. E poi c’è un problema enorme che incombe. L’acqua».

Cioè?

«In inverno è piovuto pochissimo, la metà del necessario. Rischiamo una guerra dell’acqua quest’estate, soprattutto nelle campagne».

Giordano Stabile

Kafka, bandiere palestinesi e diritti gay

  • Apr 03, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 2430 volte

La Stampa
03 04 2014

Ore 11, lezione di diritti umani. Nel campus di Al Quds, l’Università araba di Gerusalemme, si parla in inglese, si studia il diritto internazionale e si dibatte del futuro Stato di Palestina. Nel Bard College gli alunni di Nicola Perugini, docente di Legge Internazionale e Diritti Umani, si ritrovano in un’aula al secondo piano. Ognuno di loro ha un approccio diverso agli studi, ai propri sogni ed alla realtà che li circonda.

Ruba Imam, 21 anni, viene da Gerusalemme è rimasta colpita da alcuni viaggi di studio fatti a Hebron, in Cisgiordania, perché si è scontrata con una “realtà che non conoscevo” in termini di “carenza di rispetto dei diritti umani degli abitanti palestinesi a causa dell’occupazione israeliana”.

Vicino a lei Leith Abu Ziad, 22 anni, di Nasria, annuisce. La sua tesi di laurea sui diritti omosessuali nel mondo arabo descrive la maturazione nelle nuove generazioni di temi una volta tabù. Il focus a cui più tiene è quello dei “diritti” perché, dice, “sono la chiave di tutto”. Anche se si pone delle domande non facili: “Noi ci battiamo molto per ottenere un maggiore rispetto dei diritti umani da parte delle forze di occupazione israeliane ma mi chiedo se questo, alla fine non si trasformi in un boomerang, portando di fatto solo a migliorare il volto dell’occupazione stessa, che invece deve soprattutto finire”.

Qusay Hammash, 21 anni, viene da Betlemme e ha un sogno “voglio fare il regista”. E’ convinto che realizzare film “qui in Palestina o in qualsiasi altro posto” possa aiutare “la società palestinese a crescere, maturare, essere più consapevole”. La determinazione con cui Qusay parla del “mio sogno” si ritrova nelle parole di Sonoos Saghadeh, 21 anni, di Gerusalemme che indossa l’hijab - come Ruba - e affronta con pari energia un tema assai diverso e più scottante.

“Quando mi ritrovo in casa, con mia nonna e mia madre parliamo dell’occupazione - racconta - e ognuna porta la sua esperienza, mia nonna ricorda di quando arrivarono i sionisti con le prime violenze, mia madre rammenta la guerra del 1967 e l’inizio dell’occupazione come oggi la conosciamo ed ora tocca a me descrivere ciò che sta avvenendo” ed a tale riguardo non è affatto ottimista “perché nei nostri quartieri, nelle nostre città, si moltiplicano gli edifici dei coloni ebrei, spuntano in ogni luogo e ciò preannuncia tensioni molto forti”. Da qui lo scenario di “un peggioramento” della tensione fra palestinesi ed israeliani anche se Sonoos, come i suoi compagni di classe, ribadisce che “non c’è alternativa alla soluzione dei due Stati”. Le parole di Sonoos sul “rischio di un peggioramento” pesano nella classe e Qusay, tiene a precisare di “essere contro la violenza, contro la lotta armata”.

Non ha intenzione di combattere. Sara Sharif, 21 anni, conferma che nel campus l’atmosfera non è quella di una nuova rivolta violenta, bensì di una battaglia “per i diritti umani contro gli strumenti della legalità internazionale” al fine di “far venir meno il muro e far nascere un vero Stato di Palestina che mi dia il passaporto, sia capace di proteggermi e di darmi un futuro”.

Le critiche nei confronti degli israeliani sono dure, aspre. Sonoos sottolinea come ha un fratello più piccolo che, studiando in una scuola pubblica a Gerusalemme, “ha dovuto memorizzare l’importanza della Dichiarazione Balfour che noi consideriamo invece l’origine di tutti i problemi che abbiamo” dice, riferendosi al documento con cui l’Impero britannico nel 1917 riconobbe il diritto degli ebrei a creare in Palestina un “focolare nazionale” legittimando il sionismo. Leith spera che “la campagna del boicottaggio” contro i prodotti israeliani che vengono dagli insediamenti in Cisgiordania “si estenda e riesca ad avere un vero impatto economico” mentre Sara quando parla di “occupazione” la paragona alla “segregazione” per via di “muri, barriere e posti di blocco che segnano la nostra vita quotidiana”.

Si parla anche dell’imminente visita di Papa Francesco e un po’ tutti si augurano che “con la preghiera aiuti davvero la pace”. “Questi ragazzi vivono immersi in una delle situazioni più difficili - spiega Perugini - e trovano nello studio dei diritti umani una strada da seguire nella speranza di costruire un mondo migliore”.

Il campus intanto è immerso nell’atmosfera dei party, fra politica e musiche, che vendono protagonisti i diversi gruppi di militanti: Hamas sfila con le bandiere verdi e il Fronte popolare con i drappi rossi. Entrambi catturano attenzione ed emozioni degli studenti anche se il leader più popolare resta Marwan Barghuti, detenuto in Israele per il ruolo che ebbe alla guida dei Tanzim di Al Fatah durante la Seconda Intifada. Prima di lasciare il campus c’è ancora tempo per seguire un’altra lezione.

Entriamo nell’aula di Nadim Khoury, docente di Letteratura, impegnato per l’occasione in una lezione su Kafka. La maggioranza dei suoi studenti sono ragazze, lui spiega con cura personaggi e situazioni tratti dai volumi dello scrittore ebreo praghese. La lezione si svolge in inglese mentre fuori suonano i motivi del Fronte Popolare. Alcune delle studentesse per un attimo di distraggono, poi tornano con gli occhi sulla lavagna luminosa. Khoury le riprende con un sorriso: “Adesso è il momento di Kafka, a lezione finita avrete tempo per pensare alla rivoluzione”.

Maurizio Molinari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Stampa
02 04 2014

Si celebra oggi, 2 aprile, la Giornata Mondiale dell’Autismo istituita nel 2007 dall’Onu. I tutto il mondo e anche in Italia numerosi gli appuntamenti e le iniziative per sensibilizzare, informare, ma soprattutto agire.

L’autismo, o i disturbi dello spettro autistico (Dsa), sono una condizione cronica che interessa lo sviluppo del sistema nervoso centrale. Si caratterizzano per essere a esordio precoce, per cui si manifestano principalmente tra i bambini. L’autismo causa una disabilità complessa che coinvolge diversi ambiti: da quello sociale a quello comunicativo e comportamentale.

I tassi d’incidenza dei disturbi generalizzati dello spettro autistico, secondo gli studi epidemiologici, sono in costante aumento. Le ipotesi circa le cause sono diverse, tuttavia non si è ancora compreso del tutto quale ne sia la reale origine. I dati relativi ai casi di autismo in Europa sono frammentari e non esistono stime ufficiali: si va da 1 caso su 133 a 1 caso su 86. Più precise sono le stime Usa: secondo il CDC, un bambino su 68 è affetto da Dsa.
Quello che si sa con certezza è che a esserne colpiti sono più i maschi, rispetto alle femmine, con 4,5 maggiori probabilità.

Ciò che può fare la differenza nei casi di autismo è la diagnosi precoce. Tuttavia, spesso passano due anni tra l’inizio di un accertamento da parte dei genitori di un bambino con Dsa e la diagnosi.
Ecco dunque perché è fondamentale promuovere la conoscenza di questa complessa condizione e sensibilizzare l’opinione pubblica.
Oggi è la Giornata Mondiale dell’Autismo, e sono molte le iniziative promosse in questo senso. Tra le tante, degno di nota è il progetto “Otto Passi Avanti”, un progetto che prende il via dalla città di Roma. Quale progetto pilota, è il primo a essere avviato, ma l’obiettivo è di estenderlo a livello nazionale.
Il progetto prevede l’istituzione di corsi di formazione a cascata, indirizzati a chi ha maggiore contiguità con i bambini tra 0 e 2 anni: le figure di riferimento sono dunque i pediatri, ma anche gli operatori degli asili nido.

I corsi di formazione per i pediatri e per gli operatori degli asili nido avranno inizio a settembre 2014, con la ripresa del nuovo anno scolastico. Parallelamente ci saranno anche delle giornate informative per i genitori dei bambini che frequentano gli asili nido.
Responsabile del progetto è Acp (Associazione Culturale Pediatri), a cui si affiancherà nella formazione l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Vi sarà anche il contributo dell’Istituto Superiore di Sanità che metterà a disposizione l’esperienza consolidata negli anni sui temi dell’identificazione precoce dei disturbi dello spettro autistico e sulla formazione degli operatori sanitari coinvolti.

«La diagnosi precoce è possibile – spiega all’AGI Stefano Vicari, responsabile Unità operativa Neuropsichiatria infantile del Bambino Gesù – il problema è che nelle Asl chiudono i servizi di neuropsichiatria infantile e mancano strutture pubbliche capaci di accogliere e fare una diagnosi».
Sul fatto che la diagnosi precoce sia determinante, specie entro i due anni di vita, sono tutti concordi, tuttavia, tra queste intenzioni e la fattibilità spesso si frappongono mille impedimenti, e così i bambini vittime dell’autismo e le loro famiglie restano in attesa di risposte.
Forse, ora, qualcosa sta cambiando.

La Stampa
28 03 2014

Cacciato dalla scuola e bandito dall’insegnamento perché picchia gli alunni, ma difeso a spada tratta tanto dalle vittime che dai loro genitori: è l’insolita condizione in cui si trova Moussa Daher, preside della scuola Mekassed nel villaggio di Daiat al-Arab, nel Libano del Sud.

La tempesta su Daher inizia a seguito della pubblicazione sul web di alcuni video nei quali lo si vede con chiarezza impartire punizioni corporali agli alunni. In particolare Daher li obbliga a togliersi le scarpe, li fa inginocchiare su una sedia e quindi colpisce le piante dei piedi degli alunni con un bastone, più volte, con forza crescente.

Nei video i bambini si ascoltano mentre piangono, strillano, implorano il preside di cessare i colpi. La diffusione di tali immagini ha creato forte imbarazzo nel governo di Beirut e il ministro dell’Educazione Elias Bou Saab ha prima ordinato un’inchiesta e poi - appurato che i ragazzi picchiati sono stati cinque - ha decretato nei confronti del preside l’”espulsione a vita da ogni scuola” e “la proibizione all’insegnamento” perché “la violenza contro gli studenti è proibita in ogni possibile forma e dobbiamo porre termine a tali comportamenti”.

Trasformato in una sorte di appestato, Daher si è recato davanti ai cancelli della scuola per rivolgersi a studenti e colleghi. “Ho sbagliato e chiedo il vostro perdono - ha detto - non l’ho fatto per cattiveria bensì solo per imporre disciplina ai ragazzi, pensando al loro futuro”.

E’ a questo punto che, nella sorpresa generale, uno degli studenti picchiati si è fatto avanti esprimendo comprensione per il preside-picchiatore. “Capisco perché lo ha fatto - ha dichiarato Mashour Ali al-Numeiri al Daily Star - i miei voti in inglese sono davvero molto bassi e lui vuole spingermi a dare il massimo, se riuscirò a prendere la maturità dovrò ringraziarlo”. Simile l’opinione di un altro studente picchiato, Ali Mohammad al-Numeriri: “Perdono il preside, giocavo troppo senza curarmi delle lezioni, gli ho promesso che studierò di più”.

E’ stato a questo punto che il comitato dei genitori della scuola, rappresentato da Khadja Tawba, ha deciso di prendere posizione, chiedendo al ministero dell’Educazione di cancellare l’ordinanza di espulsione a vita: “Il preside è una persona dalle maniere gentili, era sotto pressione a causa dell’eccesso di lavoro e solo per questo ha commesso errori per i quali si è esplicitamente scusato”.

Maurizio Molinari

Torna a crescere la pena di morte nel mondo

  • Mar 27, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 1493 volte

La Stampa
27 03 2014

778 esecuzioni contro 682, 22 Paesi contro 21. Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam che tornano ad affidarsi al boia. Ma i dati escludono le migliaia di persone che si ritiene siano state messe a morte in Cina, responsabile del maggior numero di esecuzioni rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo messi insieme, e dove la pena capitale è considerata segreto di Stato.

Secondo il rapporto annuale di Amnesty International, nel cammino verso l'abolizione della pena di morte il 2013 ha fatto peggio del 2012. Con l'esclusione della Cina, quasi l'80% delle esecuzioni è stato registrato in tre Paesi (Arabia Saudita, Iran e Iraq), ma Amnesty non possiede i dati su Egitto e Siria, entrambi dilaniati da disordini e conflitti civili.

Ciononostante, uno sguardo ai dati globali dimostra che il trend è comunque positivo. Sebbene gli Stati Uniti d'America restino l'unico Paese del continente americano a eseguire condanne a morte, il numero di esecuzioni continua a diminuire, e il Maryland è diventato il 18° Stato abolizionista.

Nel 2013, inoltre, nessuna condanna a morte è stata eseguita in Europa e Asia Centrale: la Bielorussia, infatti, unico Stato della regione a utilizzare la pena di morte, per la prima volta dal 2009 non ha eseguito sentenze capitali.

Enrico Caporale

La Stampa
26 03 2014

Un’intera generazione di bambini va regolarmente in auto, al ristorante, in villeggiatura ma non è mai stata in una scuola in muratura, una di quelle con le pareti spesse, il portone, il tetto rivestito di tegole.

Sono i bambini dell’Aquila che da cinque anni al suono della campanella entrano in scatole di lamiera per restarci otto ore, a volte anche di più.

Sia chiaro, c’è lamiera e lamiera, e questa dei prefabbricati arrivati dopo il terremoto del 6 aprile è di prim’ordine. Ma dopo cinque anni anche la più solida e pregiata delle lamiere assomiglia più alla latta che all’acciaio e i problemi si sommano ai problemi, dai pavimenti tenuti con lo scotch ai soffitti che fanno acqua, le fogne che non funzionano, le finestre che non si possono aprire, i riscaldamenti che hanno provocato un’impennata di allergie e malattie respiratorie.

In Emilia Romagna dopo pochi mesi dal sisma sono state ricostruite 58 scuole. A L’Aquila e dintorni dopo qualche mese sono arrivati 31 Musp, sigla che in questa città di acronimi che è diventata il capoluogo abruzzese, sta per Moduli ad Uso Scolastico Provvisorio, volgarmente definiti containers. Per costruirli sono stati spesi 32 milioni di euro distribuiti a 52 imprese appaltatrici, e 154 ditte subappaltatrici. Cifre importanti che hanno permesso a oltre 6 mila bambini e bambine, ragazzi e ragazze di ricominciare ad andare a scuola. Ma cinque anni dopo a L’Aquila e dintorni ci sono gli stessi 31 Musp frequentati da oltre 6 mila studenti. Qualcosa non torna. Anche perché nel frattempo le scuole private sono state ricostruite. «Forse c’è un equivoco, si chiamano Moduli ad Uso Scolastico Provvisorio, la “p” non vuol dire permanente», ironizza Silvia Frezza, insegnante da cinque anni con i suoi alunni delle primarie in un Musp a Sassa, una frazione dell’Aquila.

Terrorizzati all'idea di questa latta provvisoria che lentamente si trasforma in permanente, gli aquilani quest’inverno hanno iniziato a far sentire la loro voce. Nei giorni scorsi Stefania Pezzopane - da un anno al Senato per il Pd ma durante il sisma presidente della Provincia dell’Aquila - ha scritto a Matteo Renzi per chiedergli di occuparsi anche delle scuole devastate dal terremoto, perché se l’edilizia scolastica italiana è uno scandalo le scuole del capoluogo abruzzese sono un buco nero non più sostenibile. Ieri il sindaco della città, Massimo Cialente, era a Palazzo Chigi per incontrare il sottosegretario Graziano Del Rio e il sottosegretario all’Economia Giovanni Legnini. Hanno ottenuto la promessa di una delibera del Cipe che assegnerà altri 180 milioni di euro e la possibilità che le risorse destinate alla ricostruzione dei Comuni terremotati possano essere escluse dal Patto di stabilità. Sono fondi da destinare alla ricostruzione in generale non solo alle scuole, ma è comunque qualcosa. Ed è probabile che Renzi sia a L’Aquila per l’anniversario del 6 aprile.

Qualcosa inizia a muoversi dopo anni di immobilismo? «Non sono d’accordo che non si sia fatto nulla - si difende Cialente -. Le scuole che potevano essere riparate le abbiamo riparate, ora stiamo avviando il recupero delle prime scuole che attendevano l’inizio dei lavori di ricostruzione e abbiamo un grande progetto, creeremo il primo campus per gli studenti medi. E comunque, nel frattempo, le scuole stanno funzionando».

Ma a L’Aquila non vogliono più sentir nominare la parola progetto. Di rinvio in rinvio, di promessa in promessa, chi era bambino durante il terremoto è diventato adolescente e chi aveva delle speranze ha fatto presto a vederle trasformarsi in delusioni. Perché è vero che gli studenti entrano ogni giorno in classe, trovano gli insegnanti, e fanno lezione come se tutto fosse normale ma di normale c’è poco in un Musp dove per quattro anni nessuno sa che agli aeratori vanno cambiati i filtri. «Poi c’è stato un allarme per le malattie respiratorie - racconta Silvia Frezza - e ora i filtri vengono cambiati ogni sei mesi». Né è normale che si debba studiare in luoghi dove i pavimenti sono coperti di scotch da imballaggio perché i moduli si stanno separando, e si deve usare il nastro adesivo per tenere insieme le connessioni e per evitare che i bambini si taglino con i pezzi staccati. Oppure che le finestre studiate per dei containers non garantiscano la sicurezza dei ragazzi e quindi debbano restare chiuse per l’intera giornata. «La ricostruzione delle scuole non è una priorità delle agende politiche dei responsabili di questa città, noi pensiamo invece che l’Aquila del futuro debba ripartire da qui», spiega Sara Vegni di ActionAid Abruzzo che nelle scuole sta portando laboratori, eventi e soprattutto che sulla ricostruzione sta facendo una forte pressione in città.

«Siamo in ritardo, è vero - ammette Cialente - ma è colpa della disastrosa gestione di Chiodi che quando era commissario ha escluso le scuole dell’Aquila dai 226 milioni di euro stanziati dal Cipe nel 2009, dandoli a tutto l’Abruzzo e non solo alle aree sismiche, anche per interventi su edifici che non erano scuole. In ogni caso ora stiamo recuperando: credo che fra tre anni avremo finito tutti i lavori».

La Stampa
26 03 2014

«L’acqua contaminata è stata distribuita in un vasto territorio e a circa 700 mila persone senza controllo e persino a ospedali e scuole». È il duro passaggio della relazione dell’Istituto Superiore di sanità che ha analizzato per l’Avvocatura dello Stato le acque contaminate dalla mega discarica di veleni tossici nel pescarese. «La qualità dell’acqua è stata indiscutibilmente significativamente e persistentemente compromessa», prosegue la Relazione dell’ISS depositata agli atti del processo di Chieti dove sono sotto processo i vertici di Montedison e Solvay con oltre 20 indagati dopo l’inchiesta del Corpo Forestale. Il guasto «per effetto dello svolgersi di attività industriali di straordinario impatto ambientale in aree ad alto rischio per la falda acquifera e per le azioni incontrollate di sversamento», spiega il documento.


«La mancanza di qualsiasi informazione relativa alla contaminazione delle acque con una molteplicità di sostanze pericolose e tossiche, solo una parte delle quali potrà essere tardivamente e discontinuamente oggetto di rilevazione nelle acque, ha pregiudicato la possibilità di effettuare nel tempo trattamenti adeguati alla rimozione delle stesse sostanze dalle acque». Così si legge nella relazione di 70 pagine che i consulenti tecnici dell’Avvocatura dello Stato Pietro Comba, Ivano Iavarone, Mirko Baghino e Enrico Veschetti hanno stilato sulla vicenda della mega discarica di veleni industriali di Bussi e sulla contaminazione delle falde acquifere della Val Pescara. «Del significativo rischio in essere non è stata data comunicazione ai consumatori che pertanto non sono stati in condizioni di conoscere la situazione ed effettuare scelte consapevoli», si legge tra le conclusioni.

Ci sono quindi «incontrovertibili elementi oggettivi coerenti e convergenti nel configurare un pericolo significativo e continuato per la salute della popolazione esposta agli inquinanti attraverso il consumo e l’utilizzo delle acque», chiude l’Istituto Superiore della Sanità.

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