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LA STAMPA

La Stampa
13 03 2014

Dalla sosta a sorpresa in un negozio di Gap, per comprare abiti alla moglie e alle figlie, fino all’ordine esecutivo di aumentare il pagamento degli straordinari ai lavoratori americani. Sono tutte mosse che rientrano nella lotta alla diseguaglianza economica, lanciata dal presidente Obama per fare giustizia, recuperare popolarità e aiutare i democratici nelle elezioni midterm di novembre.

Martedì scorso, venendo a New York per due eventi di raccolta fondi elettorali, il capo della Casa Bianca si è fermato dentro un Gap sulla 42esima strada di Manhattan e ha speso 154 dollari. Forse Michelle, Malia e Sasha non avevano proprio bisogno di vestiti nuovi, ma lui aveva bisogno di sottolineare l’apprezzamento per questa catena di negozi, che ha deciso autonomamente di aumentare il salario minimo dei propri dipendenti a 10,10 dollari l’ora.

E’ la stessa soglia che Obama ha proposto per tutto il paese, per aiutare la classe media e l’economia, mettendo più soldi nelle tasche delle famiglie che poi li spenderanno.

Lo stesso discorso vale per un’altra iniziativa voluta dal presidente, che stavolta riguarda gli straordinari. La legge americana consente di non pagarli ai lavoratori definiti come executive o professional, cioé dirigenti o specializzati di qualunque tipo. Le aziende ne hanno approfittato per negare le integrazioni della paga anche ai semplici capi squadra, che magari hanno solo il compito di supervisionare un turno di pulizie dentro una fabbrica.

Il capo della Casa Bianca ha deciso che questa prassi non va bene, perché aumenta la diseguaglianza crescente negli Stati Uniti. Da una parte, infatti, tali regole consentono alle aziende di fare grandi profitti, ma dall’altra penalizzano la classe media e bassa, che non partecipa alla redistribuzione dei ricavi. Le compagnie così incassano, tengono i soldi in banca o li restituiscono agli azionisti, e i dipendenti restano all’asciutto.

Per aggirare l’ostacolo, Obama ha scelto di usare un’antica legge del 1938, che si chiama Fair Labor Standards Act. Questo testo dà al presidente l’autorità di intervenire sulle regole del lavoro per equità, e imporre alle aziende di riconoscere gli straordinari a certe categorie di dipendenti.

Lo scopo del provvedimento è mettere più soldi nelle tasche della classe media e bassa, favorire i consumi che aiutano la ripresa dell’economia, e guadagnare punti in vista delle elezioni di novembre.

Gli avversari del presidente, infatti, già mettono le mani avanti, e avvertono che le aziende reagiranno male alla sua iniziativa, abbassando i salari o addirittura licenziando. Se però questo davvero avvenisse, magari con il supporto del Partito repubblicano, i democratici poi potrebbero denunciare il Gop davanti agli elettori, accusandolo di penalizzare la classe media in favore dei pochi super ricchi del paese.

Paolo Mastrolilli

La Stampa
11 03 2014

L’ha uccisa a calci e pugni, poi, dopo essersi liberato del cadavere
buttandolo in un container all’esterno di un casolare abbandonato di Cene, in valle Seriana, nel bergamasco, si è allontanato.

Ma, percorsi soltanto pochi chilometri,Isaia Schena, di 37 anni, che avrebbe ucciso così brutalmente una prostituta di origini albanesi, si è schiantato in auto. L’uomo, già noto alle forze dell’ordine è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario.

Il delitto si è consumato sul monte Bue: ha ucciso la giovane prostituta dopo averla caricata in auto in zona ed essersi spinto verso via Zeno Capitanio, una strada isolata e a fondo chiuso, dove si è consumato il delitto e dove il trentasettenne, di professione camionista, si è poi liberato del corpo ormai senza vita della giovane donna albanese.

Il cadavere è stato però ritrovato quasi subito e immediato è scattato l’arresto del trentasettenne. L’uomo è stato portato in ospedale per le cure dopo l’incidente, ma le ferite riportate non sono gravi. L’arrestato aveva tra l’altro già aggredito, alcuni anni fa, un’altra prostituta.

La Stampa
05 03 2014

“Abbiamo diritto ad essere considerate cittadini come tutti gli altri”: è la tesi che ha spinto un gruppo di attiviste saudite ad inviare una petizione al Consiglio della Shura in Arabia Saudita chiedendo “la fine del dominio maschile e l’estensione dei diritti delle donne”.

Le 25 firmatarie del documento includono alcune docenti universitarie del regno wahabita che hanno deciso di compiere tale passo in coincidenza con l’8 marzo ovvero la Festa della Donna. Azizah al-Yousif, che ha aderito al documento, afferma a “Saudi Gazette” che l’”intenzione del nostro gruppo è di essere ascoltati” affinchè i “diritti delle donne vengano messi in cima alle priorità del Consiglio della Shura”, all’interno del quale vi sarebbero almeno due componenti favorevoli a discutere gli argomenti sollevati.

Il Consiglio della Shura è un organismo consultivo, composto da 150 membri, il cui mandato è proporre nuove leggi e correggere quelle esistenti, sebbene rimanga il sovrano l’unica autorità cui spetta emanarle e ordinarne l’applicazione. In particolare, la petizione delle femministe saudite suggerisce alcuni emendamenti “da adottare il prima possibile” che riguardano la fine dell’obbligo per le donne di avere un’”autorizzazione del guardiano maschio” per completare la propria istruzione, per lavorare o viaggiare. Le donne vogliono anche vedersi riconosciuto il diritto di essere parte civile nei processi, di ricevere trattamenti medici, chiede l’emissione di carte di identità e passaporti senza dover dimostrare di avere il consenso degli uomini. Il riferimento alle cure mediche ha a che fare con le vittime degli abusi domestici - donne e bambini - che chiedono di avere il diritto di farsi ricoverare in ospedale senza essere obbligati ad avere l’autorizzazione di mariti e padri che a volte sono gli stessi autori di tali violenze. Un’altra delle firmatarie, Haya al-Manee, in un articolo sul giornale “Al-Riyadh”, afferma che “il problema alla radice di tali carenze di diritti sta nel considerare le donne come dei minori che hanno bisogno di un’autorizzazione per ogni azione di rilevanza sociale” mentre “le donne saudite meritano di essere trattate da cittadini come tutti gli altri”.

La Stampa
26 02 2014

In Italia i matrimoni forzati non esistono. A differenza di tutti gli altri Paesi europei, non sono previste misure specifiche per contrastarli. Persino le statistiche li ignorano. Se accade qualcosa valgono le leggi generali, il divieto di sposarsi fra minori con l’unica eccezione dell’autorizzazione da parte del Tribunale dei Minori a chi abbia almeno sedici anni.

In realtà i matrimoni forzati esistono, eccome. Si tratta di casi che talvolta finiscono alla ribalta della cronaca nera, quando le giovani che vogliono sottrarsi vengono punite con violenze fisiche, persino uccise, oppure tentano il suicidio. In molti altri casi le giovani semplicemente spariscono da scuola o dall’Italia, senza che la loro richiesta di aiuto sia stata accolta o senza aver trovato il coraggio di chiedere aiuto.

L’associazione Trama di Terre se ne sta occupando da alcuni anni, e ha aperto la prima casa-rifugio per le donne che riescono a fuggire. Dal 2011 l’associazione ha accolto dieci ragazze, quattro dal Pakistan, due dall’India mentre le altre vengono da Bangladesh, Sri Lanka, Tunisia e Albania, hanno dai 17 ai 24 anni.
Venerdì a Bologna in un convegno sulle conclusioni del progetto ‘Contrasto ai matrimoni forzati nella provincia di Bologna’, promosso da Trama di Terre in collaborazione con ActionAid Italia e finanziato dalla Fondazione Vodafone, saranno presentate le prime Linee guida realizzate in Italia.

“Abbiamo voluto fornire a operatori e operatrici indicazioni e strumenti utili a garantire l’effettiva protezione di donne e bambine, con la consapevolezza di essere solo all’inizio di un percorso complesso e poco esplorato in Italia” – spiega Tiziana Dal Pra, presidente di Trama di Terre – “Per questo vogliamo porre all’attenzione della politica italiana questo tema, portando il nostro contributo, frutto del lavoro sul campo fatto negli ultimi 5 anni. La prima necessità è quella di riconoscere i matrimoni forzati come una delle forme di violenza contro le donne: per farlo bisogna uscire da logiche relativiste e neutre che lo ascrivono solo a una problematica culturale. Chiediamo che il contrasto ai matrimoni forzati sia inserito come uno dei punti del Piano Nazionale antiviolenza che auspichiamo venga al più presto approvato”.

“I matrimoni precoci e i matrimoni forzati trovano profonde radici negli squilibri di potere tra donne e uomini e in stereotipi e leggi che rispecchiano l’idea che la donna debba ricoprire un ruolo sociale e familiare subalterno, regolato da modelli patriarcali” – sostiene Rossana Scaricabarozzi di ActionAid – “Per questo chiediamo all’Italia e agli altri paesi riuniti in sede delle Nazioni Unite che durante la prossima Assemblea generale si discuta di come inserire impegni specifici a contrasto dei matrimoni precoci e forzati nella nuova agenda globale per lo sviluppo dopo la scadenza degli Obiettivi del Millennio nel 2015”.

La Stampa
26 02 2014

“Le politiche di Israele nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania equivalgono all’apartheid”: l’atto d’accusa è contenuto nelle 22 pagine del rapporto sui Territori palestinesi redatto da Richard Falk, l’accademico americano inviato speciale delle Nazioni Unite. Il parallelo con l’apartheid nel Sudafrica bianco ai danni della maggioranza nera si spiega, per Falk, “con il fatto che Israele esercita una sistematica oppressione nei confronti del popolo palestinese”.

Il motivo è che “i diritti dei palestinesi nei Territori vengono violati da Israele che da un lato prolunga l’occupazione in Cisgiordania e dall’altro pratica la pulizia etnica a Gerusalemme Est”. A Gaza invece, afferma il rapporto di Falk, “l’intera Striscia resta occupata, nonostante il ritiro di Israele nel 2005, grazie ad un blocco terrestre, aereo e marittimo che nuoce in primo luogo ad agricoltori e pescatori”. Da qui il suggerimento di Falk agli Stati membri dell’Onu di “imporre il bando totale alle importazioni da Cisgiordania e Gaza” con un particolare appello a riguardo all’Europa “perché resta il partner commerciale più importante per Israele”. In un capitolo ad hoc, Falk si sofferma su alcune “politiche stile-apartheid” come il fatto di “applicare il diritto civile nei confronti degli abitanti degli insediamenti e quello militare verso i palestinesi”. Oppure “l’effetto combinato di misure che proteggono i cittadini israeliani, facilitano le loro aziende agricole, espandono gli insediamenti e rendono la vita impossibile ai palestinesi”. Il documento di Falk è destinato a rafforzare il movimento a favore del boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dalla Cisgiordania che durante questa settimana svolge attività di protesta in 19 atenei anglosassoni, da Oxford in Gran Bretagna al Michigan negli Stati Uniti”.

La Stampa
25 02 2014

Le buone pratiche ci sono anche in Italia, nascono dal basso, funzionano, ma poi non vengono adottate a livello nazionale.È il caso del codice rosa antiviolenza sviluppato dall’Asl 9 di Grosseto, insieme alla procura, alle forze dell’ordine e ai centri antiviolenza. Una stanza ”rosa” (come una rosa bianca) accoglie al pronto soccorso le vittime di violenza. Sono in maggioranza donne picchiate dai loro compagni e mariti o molestate, ma anche anziani, bambini, immigrati. Codice rosa offre assistenza, ascolto, raccolta delle prove per il processo. Una procedura che ha consentito di accelerare l’iter giudiziario e di aumentare la fiducia nelle istituzioni.

Lo Stato ci ha provato a estendere questa esperienza su tutto il territorio, all’interno dei sette tavoli formati dal ministero delle Pari opportunità per scrivere il Piano nazionale antiviolenza, previsto dal decreto Femminicidio. I tavoli dovevano portare a diversi protocolli/regolamenti su formazione degli operatori, rete di assistenza, intervento nei pronto soccorsi, raccolta dei dati, educazione nelle scuole, rinserimento delle donne nel tessuto lavorativo, rieducazione degli uomini maltrattanti.

Del codice rosa si è occupato un tavolo specifico. Vi sedevano tutti i ministeri coordinati dal dipartimento Pari opportunità e le associazioni femminili, Udi e Dire, in rappresentanza dei centri antiviolenza. Il lavoro si è avviato a ottobre, e poi si è rallentato fino a fermarsi. Il 14 ottobre, all’incontro “Great network” organizzato alla scuola di polizia di Roma la ministra della Salute Beatrice Lorenzin affermava: «In Italia non siamo all’anno zero, ci sono esperienze avviate e produttive, come quella del codice rosa di Grosseto». Il 25 novembre, giornata mondiale della violenza contro le donne lex viceministra con delega alle Pari opportunità Maria Cecilia Guerra era in visita a Grosseto. Si è trattato di un’investitura, i tempi sembravano maturi, ma passa dicembre, poi gennaio, a febbraio tutti i tavoli sono stati riconvocati, si voleva chiudere prima che cadesse il governo, ma del tavolo sul codice rosa non si è saputo più nulla, tutto bloccato.

Fonti interne al tavolo raccontano che il problema è stata l’accelerata del ministero degli Interni che voleva che il codice fosse coordinato dai prefetti, iniziativa presa senza consultare Pari opportunità e associazioni femminili. Il coordinamento ai prefetti, avrebbe riportato la lotta alla violenza a un approccio emergenziale, e non di tipo strutturale, raccontano dal tavolo. Si cerca una diversa soluzione che non si trova.

Nel frattempo si moltiplicano le iniziative locali per tamponare la situazione. Infatti, il sistema sanitario nazionale ancora non riconosce la violenza di genere che riconduce a “violenza privata” e non forma il personale. Se una donna arriva al pronto soccorso può solo augurarsi di trovare un medico attento e sensibile. In Lazio è stato lanciato da poco ‘percorso rosa’, un codice di pronto soccorso criptato che prevede «un percorso ad hoc nel caso di violenza sessuale o fisica con l’immediata attivazione della task force interistituzionale in cui entrano prefettura, questura, carabinieri e tutte le professionalità» spiega la sua ideatrice l’assessore alle Pari opportunità e sicurezza Concettina Ciminiello impegnata in questi giorni a chiudere il protocollo operativo. Ci sono poi esperienze più simili a quella di Grosseto in Veneto, in Lombardia, in Basilicata, in Puglia, promosse da singole realtà ospedaliere.

In Toscana, dove da quest’anno il codice è attivo in tutte le asl della regione i numeri parlano da soli: nel 2012, nelle 5 aziende toscane in cui il Codice rosa era già in funzione (Lucca Prato, Arezzo, Grosseto, Viareggio), sono stati trattati 1.455 casi di maltrattamenti e abusi su adulti e minori; da gennaio a settembre 2013, in 10 asl (si sono aggiunte Pisa, Livorno, Empoli, Careggi e Meyer a Firenze) i casi sono saliti a 2.259, di cui 2.139 maltrattamenti, 108 abusi, 12 maltrattamenti in seguito a stalking. Sappiamo anche che 2.006 erano adulti e 253 bambini. Le associazioni per questo chiedono una ministra delle Pari opportunità oppure che le deleghe rimangano al presidente del Consiglio in modo che il lavoro sul Piano antiviolenza possa concludersi.

La Stampa
13 02 2014

Grave episodio di antisemitismo sul treno che collega Namur a Bruxelles, in Belgio. Le autorità stanno cercando di ricostruire l’accaduto: forse un gruppo di adolescenti è riuscito a impossessarsi delle chiavi del conduttore per intrufolarsi nella saletta da dove è possibile fare gli annunci con l’altoparlante.

Israele è una nazione abituata a riflettere con amarezza sugli episodi di antisemitismo che avvengono in Europa e c’è un diffuso sentimento di sfiducia sulla possibilità di estirpare il razzismo da città come Parigi e Londra. Dunque, raramente l’intolleranza contro gli ebrei in Europa attira l’attenzione del grande pubblico. A fare eccezione arriva però quanto avvenuto lo scorso 31 gennaio su treno Snbc in viaggio da Namur a Bruxelles, in Belgio.

A diffondere la ricostruzione è stata la stazione radio RTL secondo la quale verso le 17 uno dei passeggeri ha parlato nell’altoparlante del treno dicendo: “Gentili signore e signori, ci stiamo avvicinando ad Auschwitz, a tutti gli ebrei è richiesto di scendere e fare una breve doccia”.

Viviane Teitelbaum, deputata nel Parlamento della regione di Bruxelles, afferma di aver saputo da un testimone diretto che sarebbe stato un gruppo di adolescenti ad impossessarsi delle chiavi del conduttore per intrufolarsi nella saletta da dove è possibile fare gli annunci.

Il sospetto inoltre è che si tratti di un gruppo di giovani che già lo scorso anno fecero qualcosa di simile, salendo sullo stesso treno per poi annunciare dai microfoni “il treno arriva a Auschwitz, tutti gli ebrei scendano a Buchenwald”.

Resta da vedere se ora le autorità belghe riusciranno ad individuare gli autori del gesto di razzismo, punendoli in maniera tale da fare breccia nel pessimismo israeliano sulla capacità europea di reagire al ripetersi di tali episodi.

Maurizio Molinari

La Stampa
12 02 2014

Per la prima volta in Spagna, Salud, 15 anni, figlia di una morta ammazzata dalla violenza domestica, riceverà una pensione doppia, quella che gli spetta della madre perché è minorenne e quella di vedovanza del padre, che sconta in galera 20 anni affibbiatigli per l’assassinio della moglie ed il divieto di comunicare con lei.

Il caso, che crea giurisprudenza, è successo nella andalusa Almeria, dove la zia della adolescente ha vinto un ricorso giudiziario contro la Previdenza Sociale. In soldoni, la ragazzina riscuoterà 665 euro mensili e non più, come succedeva dal 2011, quando il padre ha strappato per sempre dalla sua vita la mamma, 262.

La significativa novità, che apre un nuovo orizzonte economico alle vittime under 18 del triste fenomeno ribattezzato giustamente in Spagna “terrorismo domestico” (e che solo nel 2013 ha provocato 43 nuovi orfani ), è frutto della Legge sulla Violenza di Genere varata nel 2004 dall’ex premier socialista Zapatero. La disposizione legislativa sancisce infatti la perdita della condizione di beneficiario della pensione di vedovanza per coloro che sono gli autori della morte di conviventi o mogli. “La Previdenza Sociale aveva interpretato male la legge”, sentenzia il giudice.

La Stampa
05 02 2014

J’accuse del Crc: il Vaticano ha «adottato politiche » che hanno portato a continuare le violenze. «Rimozione immediata di tutti i prelati coinvolti»

La S.Sede rimuova «immediatamente» dal loro incarico chi ha commesso abusi sessuali sui bambini, o che ne è sospettato, perché finora ha «adottato politiche e pratiche» che hanno portato a continuare abusi su decine di migliaia di bambini e all’impunità degli autori. Lo si legge nel rapporto del Comitato Onu sui diritti dei bambini.

Il Comitato, che ha stilato le osservazioni finali in seguito all’esame del rapporto della Santa Sede sul rispetto della Convenzione sui diritti del fanciullo, si dice «seriamente preoccupato» dal fatto che la Santa Sede «non abbia riconosciuto la portata dei crimini commessi, non abbia adottato le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali su minori e per proteggere i bambini. Inoltre «ha adottato politiche e pratiche» che hanno portato alla prosecuzione di abusi e all’impunità degli autori.

Nel rapporto, inoltre, l’Onu chiede che vengano «immediatamente rimossi» e consegnati alle autorità civili tutti i prelati che siano coinvolti in abusi su minori o sospettati di esserlo. Il Comitato, che a metà gennaio aveva ascoltato i rappresentanti vaticani, ha anche chiesto alla Santa Sede di rendere accessibili i propri archivi in modo che chi ha abusato e «quanti ne hanno coperto i crimini» possano essere chiamati a risponderne davanti alla giustizia.

La Stampa
05 02 2014

La città di Raqqa, nel nord-est della Siria, la zona in cui quasi sette mesi fa è stato rapito il gesuita padre Paolo Dall’Oglio, è da mesi il nero avamposto delle milizie jihadiste che hanno affiancato prima e poi surclassato i ribelli anti Assad della prima ora (tra loro il famigerato ISIS, Islamic State of Iraq and Syria). All’ingresso in città un grande striscione annuncia che da lì in poi vige la sharia, legge islamica, in osservanza alla quale, per esempio, le donne locali sono obbligate a coprirsi interamente (volto compreso e guanti), fumare in pubblico la shisha (la pipa ad acqua) è proibito così come ascoltare musica in automobile o nei negozi.

Le regole rigidissime sono state imposte dall’ISIS alcune settimane fa quando alle signore è stato anche intimato di non alzare la voce per la strada e di girare sempre accompagnate da un uomo. Tra gli altri precetti il divieto di esporre fotografie nelle vetrine dei negozi e l’ordine di abbassare tassativamente le saracinesche dieci minuti prima dell’inizio della preghiera.

L’ISIS combatte la sua personalissima battaglia nel nome dell’islam più radicale in maniera ormai completamente autonoma tanto dai ribelli filo occidentali (con cui si scontra continuamente) quanto da altri gruppi jihadisti. La Turchia, il cui confine è poco distante da Raqqa, ha ormai pressoché sigillato le frontiere per paura del contagio terroristico. E nelle ultime ore perfino i vertici di al Qaida hanno preso nuovamente le distanze dichiarando di non essere stati neppure informati della nascita dell’ISIS e di non condividerne la tattica («Non siamo soddisfatti dell’ISIS e abbiamo ordinato la cessazione delle sue azioni. L’Isis non è una filiale di al Qaida e non siamo responsabili per le sue azioni e comportamenti»).

Il radicalismo assunto come mezzo e come fine dello scontro con il regime di Damasco e il ricorso alla violenza barbara e gratuita sta talmente minando l’immagine dell’opposizione (oltre alla sua compattezza) da far osservare ad alcuni analisti la coincidenza d’interessi tra l’ISIS e Assad. Ma tant’è. I feroci combattenti di Abu Bakr al-Baghdadi tirano dritto per la loro strada sulla quale, rivela il quotidiano Ashrq al Awasat, hanno appena messo in campo due battaglioni femminili per effettuare perquisizioni e arresti ai check point evitando ogni forma di promiscuità. Le due unità, che si chiamano “Al-Khansaa” e “Umm al-Rayan” “assumono” solo donne di età compresa tra i 18 e i 25 anni e rigorosamente single. C’è anche un salario mensile, 25 mila lire siriane (circa 200 dollari), poca roba ma pur sempre qualcosa nella Siria dove il prezzo del pane è aumentato del 300%.

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