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BACI PER UNA NOTTE

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27 4 2010


YOANI SANCHEZ
Indossa una maglietta attillata, ha i capelli coperti di gel e offre il suo corpo per soli venti pesos convertibili a notte. Mostra un volto con zigomi sporgenti e occhi di taglio cinese, caratteristiche comuni tra chi proviene dalle zone orientali del paese. Gesticola molto, ostenta un mix di lascivia e di innocenza capace di provocare al tempo stesso pena e desiderio. Rientra nel consistente gruppo di cubani che si guadagnano la vita con il sudore pelvico, vendendo sesso a stranieri e connazionali. A Cuba l’industria dell’amore rapido e delle brevi carezze è cresciuta in modo considerevole negli ultimi vent’anni. In certe zone dell’Avana sembra di respirare aria da bordello, soprattutto se passiamo da calle Monte all’incrocio con Cienfuegos. Donne giovani che vestono abiti appariscenti, ma un po’ scoloriti, offrono la loro “mercanzia” specialmente quando scende la notte. Con il favore delle tenebre gli elastici dei vestiti non sembrano così allentati e le occhiaie del volto si notano meno. Queste ragazze non possono pretendere di accalappiare un gestore d’azienda statale o un turista, non avranno mai un cliente che le porti in hotel e che il giorno dopo offra una colazione a base di latte. Non usano profumi di marca e svolgono il loro lavoro nella squallida camera di una povera abitazione o in un sottoscala. Trafficano con gemiti, scambiano momenti di piacere per denaro. Questi uomini e donne - commercianti del desiderio - evitano di imbattersi nei poliziotti che controllano la zona.
Cadere nelle mani di uno di loro può significare una notte in galera o la deportazione nella provincia di origine, per chi vive illegalmente in città. Tutto può finire bene se il poliziotto è sensibile alla visione di una coscia scoperta e accetta di non redigere la lettera di avviso in cambio di qualche minuto di intimità. Alcuni agenti dell’ordine torneranno spesso a riscuotere il loro pedaggio - in moneta o in servizi - per consentire a questi esseri notturni di continuare gli adescamenti agli angoli delle strade. Se una donna rifiuta di pagare il prezzo pattuito può finire in un istituto di rieducazione per prostitute, mentre un uomo può essere accusato del reato di pericolosità sociale. Si completa in questo modo il ciclo del sesso per denaro, in una città dove il lavoro onesto è una reliquia da museo e la stringente necessità convince molte persone a vendere il corpo, a mettersi in mostra nella speranza di ricevere un’offerta.
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/generaciony/grubrica.asp?ID_blog=272&ID_articolo=224&ID_sezione=597&sezione=

IL BACIO GAY CHE IMBARAZZA BOLLYWOOD

  • Nov 30, -0001
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24 04 2010

La risposta indiana a Brokeback Mountain sfida i pregiudizi
GIUSEPPE BOTTERO

Il film è pronto, la locandina pure. Resta da vedere come reagiranno gli indiani. “Dunno Y”, prima pellicola “made in Bollywood” a mostrare un bacio gay, sta per sbarcare nelle sale, preceduta da un codazzo di polemiche e minacce. I critici l’hanno bollata come la risposta indiana a “Brokeback Mountain”, la storia dei cow boy innamorati che nel 2005 ha sbancato l’Academy portandosi a casa tre premi Oscar. In realtà, a parte l’amore omosessuale, i punti in comune sono pochi. “Dunno Y” racconta le difficoltà di un modello che tenta la fortuna trasferendosi a Mumbai sfidando i pregiudizi e lasciandosi coinvolgere dal variopinto universo omosex indiano, quasi clandestino eppure vivo e pulsante. Gli attivisti che hanno visto il film in anteprima l’hanno promosso ma temono le rappresaglie dei conservatori. «Il film funziona perché mostra le difficoltà dell’essere gay in India, un Paese in cui i tabù sono ancora fortissimi. Speriamo che aiuti a cambiare le cose», dice Ashok Row Kavi, direttore del “Bombay Dost”, la più famosa rivista gay indiana.

Per l’industria del cinema locale, però, “Dunno Y” è una sorta di affronto. «Nonostante fossi preparato girare le prime scene è stato imbarazzante», dice Kapil Sharma, fratello del regista e attore principale. Il poster promozionale, linkatissimo sui forum, mostra due ragazzi nudi che si abbracciano: un sasso scagliato contro il perbenismo e l’ipocrisia, dopo che per anni Bollywood ha censurato anche i baci eterosessuali, tagliando le scene più pruriginose ed edulcorando la realtà fino a trasformarla in cartone animato.

Il film “Love Sex aur Dhokha” (Amore, sesso e tradimento), uscito la scorsa primavera, è stato il primo a infrangere il muro del sesso sul grande schermo, scatenando discussioni accesissime e rischiando il boicottaggio. «Prima il sesso stava dietro porte chiuse, adesso le cose stanno cambiando», dice il regista Dibakar Banerjee. Fino a dieci anni fa, quando una coppietta appartata stava per baciarsi sul grande schermo, l'immagine si sarebbe dissolta su due fiori che si sfiorano o su degli uccellini che si scambiano effusioni con il becco. Non è più così. «La rivoluzione sessuale è stata ignorata per mezzo secolo- si sfoga sul Guardian il critico Anupama Chopra-. Finalmente i giovani registi l’hanno affrontata, e gli spettatori, soprattutto i ragazzi, si sono fatti trovare pronti». L’omosessualità, però, continua a rimanere un terreno scivoloso nonostante dal luglio scorso non sia più considerata un reato. L’Alta Corte infatti ha sconfessato la legge ereditata dagli ex colonizzatori britannici dichiarandola «lesiva dei diritti umani».

Il regista di “Dunno Y” Sanjay Sharma è consapevole delle difficoltà ma ha fiducia nei giovani: «Penso che il pubblico ormai sia sufficientemente maturo- dice alla Bbc- e per il momento non ho subito pressioni politiche». La censura a Bollywood è severissima. Su 248 film prodotti a Mumbai nel 2009, solo 93 sono stati dichiarati visibili a tutti; 92 sono stati vietati ai minori di 12 anni e 63 sono stati dichiarati solo per adulti. “Dunno Y”, in uscita all’inziio di maggio, ha il compito di scompaginare definitivamente le carte. «Io non ho paura- dice Sharma-. Vado avanti per la mia strada».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/201004articoli/54384girata.asp

FUMO, GLI UOMINI SMETTONO MA LE DONNE NON SANNO DIRE NO

  • Nov 30, -0001
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23 04 2010

Veronesi "Consumi in aumento perché il fumo è diventato un simbolo di potere" 
 
 
TORINO
C’era una volta una ragazza ambiziosa che frantumò una tradizione durata 1600 anni. In cambio, per tutta la vita, fu costretta a indossare abiti da uomo e la tipica barba finta da faraone. Era il 1562 a.C., lei si chiamava Hatshepsut, si autoproclamò «re» d’Egitto e per poter regnare legò la sua immagine a caratteristiche maschili. Status symbol - si direbbe oggi - necessari per restare al vertice senza il disagio di sapersi femmina.

Paradossi della storia? Tutt’altro. Sono trascorsi 3500 anni e le donne, in cima alla scala sociale, ancora si comportano così. Massacrano la loro salute dopo essersi appropriate del più malsano degli stereotipi: l’uomo arrivato in alto, con la sigaretta accesa. Questa la «ragione bizzarra», il «meccanismo complesso» - le definizioni sono di Umberto Veronesi, oncologo di prestigio mondiale - alla base dell’atteggiamento femminile nei confronti del fumo: «Nonostante campagne di sensibilizzazione - spiega - le donne non solo non riescono a smettere, ma superano gli uomini per consumo. Incominciano prestissimo, a 11, 12 anni. Ci siamo chiesti perché, e abbiamo scoperto che se per le femmine il fumo è sinonimo di potere, per i maschi è una valvola di sfogo».

In Italia i decessi per patologie correlate al fumo sono 90 mila all’anno, di cui un terzo rappresentate da tumori. In media, un individuo che fuma per tutta la vita ha il 50% di probabilità di morire per un disturbo legato alla nicotina, per lo più in un’età tra i 45 e i 54 anni. E la percentuale più ampia, di anno in anno, riguarda le donne. Che si «aggrappano» alle sigarette con un atteggiamento mentale resistente, difficile da scardinare nel momento in cui decidono di smettere.

Per capire bisogna immaginarsi due piramidi: una rappresenta le donne e l’altra, capovolta, gli uomini. Le basi racchiudono il maggior numero di fumatrici e fumatori: «Per il sesso femminile - aggiunge Veronesi - le più accanite sono quelle che rivestono un ruolo sociale di prestigio, possiedono un patrimonio solido, sono professioniste in carriera. In cima alla loro piramide, quelle che appartengono alle classi sociali più basse». Opposto il discorso per gli uomini: gli incalliti, i più, sono persone che stentano ad arrivare a fine mese. Si preoccupano della salute, hanno fatto tesoro delle notizie sulla dipendenza da nicotina, invece, gli uomini in carriera, capitani d’industria, avvocati, primari e professori.

«Da almeno dieci anni - dice ancora l’oncologo - le donne hanno cominciato a fumare pesantemente. Per loro conta di più l’affermazione sociale che la salute. È come se stessimo assistendo a un suicidio collettivo».

Perciò, d’ora in poi, i medici cambieranno strategia: per le campagne anti-fumo, sarà un altro l’input per convincere le donne a smettere. Fallito il tentativo che faceva leva sulle conseguenze per la salute, si proverà a insistere sul senso di responsabilità sociale, facendo diventare le sigarette una questione femminile, un «problema rosa». Come dire: se proprio non riuscite a farlo per voi, fatelo per le più piccole che con la paghetta anziché pensare alla maglia alla moda vanno dal tabaccaio per il primo pacchetto da dieci.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/201004articoli/54353girata.asp

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22 4 2020


La crociata contro il velo integrale
DOMENICO QUIRICO
CORRISPONDENTE DA PARIGI
Alla fine Sarkozy ha deciso, dopo interminabili tentennamenti: velo integrale vietato, totalmente, su tutto il territorio francese. In consiglio dei ministri ha ribadito l’imputazione che, a suo parere, lo rende incompatibile con la Repubblica: «attentato alla dignità della donna che è indivisibile».
Il governo è quindi invitato a presentare entro maggio il relativo progetto di legge. Il portavoce Luc Chatel ha aggiunto: «Stiamo legiferando per il futuro. Portare il velo integrale è un segno del ripiegamento comunitarista e del rifiuto dei nostri valori». Aggiungendo poi prudentemente che «tutto deve essere fatto in modo tale che nessuno si senta stigmatizzato per la sua fede religiosa». Il divieto si è caricato, in un momento in cui Sarkozy sterza ancor più a destra, di pericolosi significati simbolici e preventivi: lo ha ammesso lo stesso portavoce, ricordando che il burqa è un capo di abbigliamento portato da non più di duemila donne integraliste (o obbligate a esserlo) in tutto il Paese. Giovedì toccherà al Belgio sanzionare il divieto assoluto: Sarkozy è soddisfatto, la Francia almeno in questo è all’avanguardia dell’Europa.
Il presidente corre comunque dei rischi: di tipo costituzionale. Il Consiglio di Stato ha dato un parere sfavorevole al divieto totale. Ha sottolineato che vietare il burqa in tutti i luoghi pubblici «non ha fondamenti giuridici incontestabili» e resta fragile di fronte a un probabilissimo ricorso. Davanti all’organo costituzionale francese, ma soprattutto davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Per il Consiglio deambulare in burqa non mette in pericolo l’ordine pubblico. Ne era nato un progetto minimalista, ovvero vietare solo negli edifici pubblici nei trasporti, nelle gioiellerie e nelle banche. Un po’ ipocrita, ma certamente più facile da attuare e giustificare. Ancora ieri il mediatore della Repubblica, Jean-Paul Delevoye, ha ribadito: «Amo la legge ma non amo il divieto assoluto». Aggiungendo una significativa domanda: «Come pensate di comportarvi con le signore saudite che vengono a fare compere sugli Champs Elysées?».
C’è un dettaglio costituzionale interessante: Sarkozy ha optato per un progetto di legge, percorso più solenne, rifiutando di scegliere la «proposta di legge» come gli suggerivano alcuni della sua maggioranza: più svelta nelle procedure e che evita il passaggio pericoloso davanti al Consiglio di Stato. Sfida coraggiosa ma arrischiata. Già ieri SOS Racisme parlava di «semplicismo populista contrario alla Costituzione e alla Convenzione dei diritti umani ». Le reazioni vanno dalla prudenza all’entusiasmo. Anche nella maggioranza c’è chi pensa che il dibattito su un problema così numericamente marginale si sia caricato di simboli troppo onerosi. E’ il caso di Bernard Accoyer, presidente dell’Assemblea nazionale, che non ha voluto fissare una data per l’esame del testo: «Ci sono cose più pressanti, che sono il lavoro e il potere di acquisto».
Una volta tanto Marine le Pen non rampogna il presidente. Solo che vuole di più: il ritiro del diritto di soggiorno per tutte le donne straniere che lo portano. Al settimo cielo l’associazione femminista «Ni putes Ni soumises», che ha salutato l’annuncio come una vittoria delle donne: «È l’inizio di una nuova pagina di emancipazione per le donne dei quartieri popolari, cui si va a offrire qualcosa di diverso dalla detenzione casalinga o dalla morte sociale».

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15 4 2010

Voleva crescere il piccolo al riparo da ogni rischio ma lo ha reso incapace di ogni autonomia: a 13 anni non riesce ancora a camminare bene
PIERANGELO SAPEGNO
INVIATO A FERRARA
Il nonno, la nonna e la madre gli hanno dato troppo amore: per questo li hanno condannati. Lui oggi ha 13 anni, e vive a Ferrara. E’ un bambino molto intelligente: la sua maestra dice che è il primo della classe. Ma fino a 7 anni non camminava quasi e non riusciva nemmeno a salire le scale. Solo adesso ha cominciato a camminare. Però, non corre troppo bene.
Non ha mai fatto uno sport, niente, mai una gita, mai una corsa nei prati con gli amici. Non ha mai frequentato nessuno che non fosse la sua famiglia, suo nonno, la nonna e la mamma. Quando non va a scuola, sta chiuso nella sua stanza tutto il giorno, riempito di coccole e di amorevoli carezze, che suscitano lampi di mesta allegria nei suoi occhi di bimbo, neri come due bacche. Fuori, è come se tutto ribollisse dell’essenza pericolosa della vita, del magma recondito di una tragedia. Ha 13 anni, ma non riesce a fare la pipì da solo. Deve avere sempre accanto o sua mamma o suo nonno. E mangiare, può farlo soltanto a casa. Quando l’hanno costretto alla mensa della scuola, s’è chiuso in uno sgabuzzino senza nessuno, come ha raccontato Heinrich Stove, l’avvocato di suo papà. Il fatto è che non ce la fa a mangiare assieme agli altri compagni. Ha paura di loro, come ha paura della vita, perché, semplicemente, nessuno potrà mai amarlo come la sua famiglia.
Il troppo amore è una forma della vita. Molte volte l’abbiamo conosciuto nella cronaca. Genitori adottivi che hanno infranto le leggi, fidanzati impazziti che hanno perso il senso della realtà. C’era stata una mamma che non aveva mandato il figlio a scuola solo perché aveva paura che si ammalasse. L’avevano condannata. Ma questa volta il tribunale di Ferrara gli ha dato una connotazione penale ben precisa: è un maltrattamento di minore. Da oggi, anche per la Giustizia, il troppo amore è un reato, perché è un possesso che esclude il distacco, un affetto che ammorba la vita. Il nonno è stato condannato a tre anni e sei mesi, la mamma a tre anni, la nonna a due: il giudice Silvia Marini ha deciso pene molto più severe rispetto a quelle richieste dalla Procura. In realtà, come poi andrà davvero a finire questa storia, nessuno lo capisce ancora bene.
Il fatto è che il bambino ha paura di tutti, ma odia una sola persona: suo padre. Da dieci anni va avanti questa vicenda, e lui è convinto che è tutta colpa del babbo. La mamma gli ha detto una volta che lo voleva mandare in un istituto di handicappati. Lei non ha un lavoro e nemmeno una rendita, e vive assieme al nonno, che ha una cascina con l’aia alle porte di Ferrara: ci sono dei cani che ringhiano molto furenti dietro al cancello per proteggerli da chiunque voglia avvicinarsi. Lui, il papà, invece, è un signore distinto, che fa il manager a Milano. Il loro matrimonio è andato in crisi subito dopo la nascita del piccolo. E’ stato quasi subito annullato dalla Sacra Rota. Da allora, in dieci anni, l’uomo «è riuscito a vedere suo figlio soltanto tre volte, e di nascosto», come racconta Heinrich Stove. Per forza, dice che lo odia: gli hanno fatto una testa così. «Noi non volevamo creargli dei problemi sulla sua pelle. Noi volevamo liberarlo per il suo bene. Speriamo che quella famiglia si renda conto che non gli sta facendo del bene, e che questa sentenza permetta al Tribunale dei minori di intervenire».
Però, la verità è che per ora nessuno riesce ancora a portarlo via da quella casa. Lui lo ripete in continuazione, a tutti quelli che sono andati a trovarlo: «Io sto bene qui». Tutti, meno i giornalisti: loro, li hanno cacciati con i cani. Il parroco, invece, quando è venuto in aula a deporre, ha difeso la famiglia: «Sono brava gente». E in effetti «sono brava gente». Solo che stanno bene da soli. I loro difensori, gli avvocati Dario Bolognesi e Elisa De’ Giusti, dicono che «se il piccolo ottiene risultati così ottimi a scuola, questo vorrà pur dire qualcosa. In realtà, i suoi problemi sono quelli di molti bambini della sua età. E odia il padre non perché qualcuno l’abbia plagiato, ma perché è lui che ha voluto questo processo che gli sta rovinando la vita. Solo per questo».
La causa è arrivata per la prima volta dentro ai tribunali nel 2004, e dopo sei anni probabilmente non è ancora finita qui. Fra denunce e controdenunce varie, ha vissuto pure altre condanne. Questa però è la più pesante di tutte, perché stabilisce che il piccolo «è stato vittima di un amore malato, che lo ha iperprotetto senza permettergli di crescere, come i suoi compagni e i suoi coetanei». Non sappiamo se basterà davvero «a liberare» il bambino, se quando si alzerà in piedi riuscirà a guardare con benevolenza i volti intontiti e sazi degli spettatori, se saprà distinguerli, e capire che l’unica cosa che non porta l’amore è la paura. E’ una verità così semplice che siamo in tanti a non saperla.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201004articoli/54131girata.asp

ABUSI, IL PAPA: E' L'ORA DELLA PENITENZA

  • Nov 30, -0001
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15 4 2010  
 
"Il mondo ci attacca sui nostri peccati
Spesso abbiamo evitato il mea culpa"
CITTA' DEL VATICANO
Nonostante gli attacchi, è il momento della penitenza. Lo dice Benedetto XVI, investito dalle accuse sui casi di abusi commessi da sacerdoti. «Noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza», ma «adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter far penitenza è grazia e vediamo come sia necessario fare penitenza», ha detto il Papa nell’omelia della Messa celebrata, nella Cappella Paolina in Vaticano, con i membri della Pontificia Commissione Biblica. Il richiamo del Papa alla penitenza è giunto al termine di un ragionamento sul «primato» dell’obbedienza a Dio, che dà a Pietro - ha aggiunto richiamando le parole dell’apostolo davanti al Sinedrio - «la libertà di opporsi alla suprema istituzione religiosa» e sottopone tutti gli uomini al suo giudizio. Un giudizio che, in una prospettiva di vita eterna, non va inteso come un limite, ma come «la grazia» di una possibilità di rinnovamento.
In mattinata, c’era stata l’ennesima presa di posizione dei vescovi, che si sono detti disponibili a collaborare la con la magistratura. Per la Cei l’indicazione nei presunti casi dei pedofilia tra le fila del clero vale «l’indicazione generale che il Papa ha dato nella sua lettera agli Irlandesi e cioè la massima cooperazione che si esprime invitando le vittime o i colpevoli a denunciare e a non porre nessun ostacolo perchè la giustizia civile faccia il suo corso», ha detto Monsignor Crociata.
Il segretario generale della Cei ha risposto alle domande dei giornalisti che chiedevano come debba intendersi in Italia l’indicazione data nelle linee guida sui casi di pedofilia pubblicate sul sito del Vaticano lunedì scorso. Secondo tali linee guida infatti, «va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte», disposizioni che , evidentemente, sono diverse da Paese a Paese. «Mi riservo di tornare sull’argomento» ha poi aggiunto mons. Crociata incalzato dai giornalisti.



http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201004articoli/54147girata.asp

MATRIMONI GAY RESPINTI I RICORSI

  • Nov 30, -0001
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14 4 2010
  

 
UNIONI OMOSESSUALI
La Consulta rigetta istanze presentate
dal Tribunale di Venezia e dalla Corte
di Appello di Trento contro gli articoli
del codice civile che li impediscono
ROMA
La Corte Costituzionale ha rigettato i ricorsi sui matrimoni gay presentati dal Tribunale di Venezia e dalla Corte di Appello di Trento per chiedere l’illegittimità di una serie di articoli del codice civile che impediscono le nozze tra persone dello stesso sesso. I giudici della Consulta  nelle motivazioni della decisione presa stamane in camera di consiglio dovrebbero puntualizzare che compete alla discrezionalità del legislatore la regolamentazione dei matrimoni gay. A portare la questione all’ attenzione della Corte Costituzionale erano stati il tribunale di Venezia e la Corte di Appello di Trento chiamati a dirimere le vicende di tre coppie gay alle quali l’ ufficiale giudiziario aveva impedito di procedere alle pubblicazioni di matrimonio.
Nei ricorsi alla Consulta si ipotizzava il contrasto tra gli articoli del codice civile sul matrimonio con diversi principi sanciti dalla Costituzione. In particolare l’ingiustificata compromissione degli articoli 2 (diritti inviolabili dell’ uomo), 3 (uguaglianza dei cittadini), 29 (diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio) e 117 primo comma (ordinamento comunitario e obblighi internazionali) della Costituzione. I ricorrenti, in sostanza, affermavano la non esistenza nell’ordinamento di un espresso divieto al matrimonio tra persone dello stesso sesso e lamentavano l’ingiustificata compromissione di un diritto fondamentale (quello di contrarre matrimonio) oltre che la lesione di una serie di diritti sanciti a livello comunitario. Per non parlare poi - veniva fatto notare - della disparità di trattamento tra omosessuali e transessuali, visto che a questi ultimi, dopo il cambiamento di sesso, è consentito il matrimonio tra persone del loro sesso originario.
Nel corso dell’udienza pubblica a palazzo della Consulta, lo scorso 23 marzo, i legali delle coppie gay avevano sollecitato la Corte a dare una «risposta coraggiosa» che, anticipando l’intervento del legislatore, consentisse il via libera ai matrimoni omosessuali. Dal canto suo, invece, l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri, per conto della presidenza del consiglio, aveva ribadito che il matrimonio si basa sulla differenza tra sessi e aveva rivendicato il primato del legislatore a decidere su una materia tanto delicata. La Corte, nel dichiarare inammissibili e infondati i ricorsi, fa già intendere ciò che metterà nero su bianco tra qualche settimana e cioè che non è sua competenza stabilire le modalità più opportune per regolamentare le relazioni tra persone dello stesso sesso. Resta da vedere - ma questo si comprenderà solo dalla lettura delle motivazioni della sentenza che sarà scritta dal giudice Alessandro Criscuolo - se la Corte coglierà l’occasione o meno per sollecitare il legislatore a provvedere.
«Rimaniamo tranquilli perchè la battaglia per l’affermazione dei diritti non sarebbe comunque finita oggi ed oggi non finisce. C’è aspettativa rispetto alle motivazioni della sentenza, che conterranno anche le riflessioni della Corte». Così Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay, commenta la sentenza della Corte Costituzionale. «Non facciamo salti di gioia - prosegue - ma sappiamo che siamo dalla parte della ragione e del diritto e, prima o poi, questo diritto lo conseguiremo».

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14 4 2010


PARIGI
Le dichiarazioni di ieri del segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone che aveva collegato omosessualità e pedofilia sono definite un accostamento inaccettabile» dal governo francese tramite una nota del ministero degli Esteri.
Ieri, parlando dal Cile, il segretario di Stato della santa Sede aveva osservato che all’origine dei numerosi casi di pedofilia all’interno della chiesa non vi era il celibato dei sacerdoti quanto un problema di omosessualità.
«Numerosi psichiatri e psicologi hanno dimostrato che non esiste relazione tra celibato e pedofilia, ma molti altri - e mi è stato confermato anche recentemente - hanno dimostrato che esiste un legame tra omosessualità e pedofilia. Questa è la verità e là sta il problema», ha dichiarato il segretario di Stato vaticano rispondendo a un’intervista a una radio cilena.

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NELLE DIOCESI ARRIVA LA LINEA DURA

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8 4 2010

CHIESA E ABUSI
Il Vaticano prepara la "tolleranza zero": rimozione dei preti, denuncia obbligatoria, archivi aperti
GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO
Mentre divampano la bufera-pedofilia e le polemiche con gli ebrei per il paragone fatto dal cardinale Sodano tra Ratzinger e Pacelli «entrambi sotto attacco», scoppia uno scandalo «bustarelle» in Curia e Benedetto XVI unifica le norme delle Chiese nazionali contro gli abusi sessuali del clero. Il leader degli ebrei italiani Renzo Gattegna protesta ufficialmente con la Santa Sede: «Alcuni interventi inappropriati e inopportuni preoccupano ancor più in quanto provenienti da autorevoli esponenti della Chiesa e rischiano di creare pericolosi e fuorvianti paralleli storici». Durante il pontificato di Wojtyla, rivela l’autorevole «National catholic reporter», il fondatore dei Legionari di Cristo, Maciel «inviava flussi di denaro ai funzionari della Curia romana con lo scopo di comprare il sostegno per il suo ordine e difendersi dalle accuse di abusi».
Padre Maciel «aveva il sicuro sostegno di tre figure-chiave» della Santa Sede: Martinez Somalo (ministro dei Religiosi), il braccio destro di Giovanni Paolo II, Dziwisz e l’ex segretario di Stato Sodano. Testimoni riferiscono che Maciel faceva arrivare in Curia «ingenti donazioni». Da cardinale Ratzinger «rifiutò un finanziamento». Gli diedero una busta «per usi caritatevoli, ma non la accettò. Dopo che alcuni ex Legionari (vittime di violenze sessuali) sporsero denuncia canonica all’ex Sant’Uffizio contro Maciel, Sodano fece pressioni sul prefetto Ratzinger perché fermasse il procedimento, ma l’istruttoria andò avanti. Negli ultimi nove anni il Vaticano ha aperto un centinaio di procedimenti canonici contro preti pedofili messicani.
In altre Chiese nazionali regna il caos e le colpe del passato affiorano solo oggi. Ieri la Chiesa brasiliana ha fatto «mea culpa» per i quattro casi di pedofilia scoperti nella diocesi di Penedo ed è stato sospeso «a divinis» monsignor Barbosa (ritratto in un video mentre praticava sesso con un ragazzo) e tre prelati che dovranno rispondere a processi canonici. Intanto l’arcivescovo Luis Ladaria, segretario dell’ex Sant’Uffizio, lavora alla «tolleranza zero» che impedirà alle diocesi di insabbiare le violenze dei sacerdoti sui minori. Tra i provvedimenti in preparazione: la rimozione dall’incarico dei preti accusati di abusi, la denuncia obbligatoria alla magistratura, la piena collaborazione con le autorità civili (incluso l’accesso ai documenti e agli archivi diocesani), l’abolizione della prescrizione per i reati contro i minori, la riduzione accelerata allo stato laicale.
Le conferenze episcopali nazionali dovranno vigilare affinché ciascun vescovo applichi le linee-guida della Santa Sede negli scandali-pedofilia. Insabbiamenti, omissioni, interventi tardivi, mancata trasmissione al Sant’Uffizio degli atti sui reati contro i minori costeranno al vescovo le dimissioni. Giustizia civile ed ecclesiastica seguiranno ognuna il suo corso e cesserà l’attuale situazione a macchia di leopardo. Finora le Chiese nazionali hanno risposto in ordine sparso all’emergenza-abusi. I vescovi francesi hanno il dovere di portare dal giudice i preti pedofili, ai loro confratelli italiani è consigliato di farlo, in Austria e in Belgio operano commissioni di indagine per stabilire come far fronte agli scandali. «Il Papa vuole regole certe ovunque», spiega uno dei fedelissimi in prima linea nel «giro di vite». Il «pacchetto» dell’ex Sant’Uffizio uniformerà la strategia. Mentre le vittime di abusi lanciano una manifestazione mondiale a Roma il 31 ottobre.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201004articoli/53920girata.asp

RU486, PAROLA ALLE REGIONI

  • Nov 30, -0001
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7 4 2010


La pillola arriverà oggi a Bari, nei prossimi giorni in Sardegna, Toscana e Lombardia ma ogni giunta deciderà le procedure per la somministrazione
FLAVIA AMABILE
Decine di ordini sono stati inviati da Puglia, Toscana, Sardegna e anche dalla cattolicissima Lombardia. E da oggi le prime pillole di Ru486 arriveranno in Puglia, al Policlinico di Bari dove una giovane di 25 anni ha chiesto di abortire seguendo il metodo farmacologico. ??Difficile dire che cosa accadrà, se la somministrazione avverrà già oggi, o domani, molto dipenderà dall’ora di arrivo delle pillole tramite corriere. Difficile dire anche che cosa accadrà dopo la somministrazione, se la giovane dovrà restare in ospedale o potrà firmare una liberatoria e tornare a casa. Dipenderà dalle sue condizioni di salute e dalle decisioni dell’ospedale dove comunque la somministrazione avviene in forma sperimentale già da tre anni, oltre duecento interruzioni realizzate senza alcun problema, come ricordano i dirigenti della struttura. «Anche se lascia alcuni margini di discrezionalità alle Regioni - spiega Vitangelo Dattoli, direttore generale del Policlinico - l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) indica quale modalità principe per i pazienti sottoposti a trattamento Ru486 il ricovero. Per questo motivo noi ci atterremo a questa indicazione applicando il ricovero in regime ordinario». ??«Prevediamo - ha aggiunto Dattoli - che le richieste di questo tipo di trattamento aumenteranno nelle prossime settimane, per cui stiamo pensando ad una riorganizzazione dei servizi incrementando in particolare quelli legati alla ricezione delle stesse richieste». ??E’ già chiaro fin da ora che la legge verrà applicata in modo diverso in Italia. In Piemonte, le pressioni per limitare il più possibile l’uso sono molto forti, denuncia Silvio Viale, ginecologo e fra i primi a sperimentare l’uso della Ru486 al Sant’Anna di Torino dal 2005 mentre in queste ore si è visto bloccare dai vertici del suo ospedale gli ordini avviati. Dopo le dichiarazione del nuovo governatore Roberto Cota, ieri i vescovi ai nuovi consiglieri regionali per ricordare che la vita è un «valore intangibile» da difendere «comunque e tout court». I prelati richiamano «il grave dovere di avere assoluto rispetto della vita umana dal suo primo concepimento». «Staremo a vedere cosa farà l’amministrazione che deve ancora insediarsi», spiega l’arcivescovo di Torino, cardinale Severino Poletto. ??L’ultima parola spetta alle Regioni, infatti. «La prossima settimana ci sarà una riunione con medici ginecologi non obiettori che stenderanno delle linee guida per conto dell’assessorato sul corretto uso della pillola Ru486; non spetta alla politica, decidere queste cose», avverte Tommaso Fiore, assessore alle Politiche della salute della Regione Puglia. «Questi esperti - precisa Fiore - daranno ulteriori consigli sul corretto uso della pillola, rispetto a ciò che già si sa. Bisogna infatti che le amministrazioni delle Asl si organizzino».


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