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LA STAMPA TEDESCA RATZINGER SAPEVA

  • Nov 30, -0001
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21 03 10

Nuove rivelazioni dello Spiegel
sugli Anni 80:«Conosceva il caso
del prete pedofilo e non intervenne»

ALESSANDRO ALVIANI
BERLINO
Quando decise di accogliere padre Hullermann a Monaco, l'allora arcivescovo Joseph Ratzinger sapeva che quel sacerdote in arrivo da Essen era stato accusato di pedofilia. Eppure né lui né la sua arcidiocesi avvisarono la polizia o la magistratura. Così, proprio mentre a Roma veniva diffusa la sua lettera ai cattolici irlandesi, Benedetto XVI finiva nuovamente sotto accusa in Germania. Ratzinger, rivela il settimanale «Der Spiegel» domani in edicola, era più informato di quanto non si pensasse finora sul passato di Peter Hullermann, il prete che nel 1979 fu accusato di pedofilia a Essen e fu per questo spedito a Monaco per una terapia. In una lettera che la diocesi di Essen inviò all'arcidiocesi di Monaco si spiegava chiaramente che Hullermann aveva abusato di minorenni, riporta lo «Spiegel».

I vertici dell'arcidiocesi di Monaco si occuparono del caso il 15 gennaio 1980 in una riunione presieduta da Ratzinger. Stando al protocollo dell'incontro, Hullermann chiese «per un po' di tempo un alloggio» in una parrocchia di Monaco e si impegnò a seguire «un trattamento psicoterapeutico». «La richiesta viene approvata», si legge nel protocollo.

Pochi giorni dopo il vicario generale Gerhard Gruber assegnò nuovi incarichi pastorali a Hullermann (cosa che Ratzinger non avrebbe saputo). E questo malgrado lo psicoterapeuta che aveva in cura il sacerdote avesse espressamente sconsigliato di farlo lavorare di nuovo a contatto con minorenni. Nel 1986 Hullermann fu condannato per aver abusato di altri bambini a Grafing, in Baviera.

In Germania, intanto, la diffusione della lettera sui preti pedofili non ha placato le critiche al Papa. Sebbene il testo fosse rivolto in primo luogo ai cattolici irlandesi, molti si aspettavano un riferimento esplicito ai casi tedeschi e una parola anche sulle responsabilità della Santa Sede. «Siamo delusi: così l'autorità del Papa in Germania diminuisce», spiega Christian Weisner, portavoce del movimento del dissenso «Wir sind Kirche». Ieri i siti dei maggiori quotidiani tedeschi aprivano con titoli come «Il Papa tace sui casi di abusi in Germania» (Faz) o «Vergogna, rimorso, ma neanche una parola sui casi tedeschi» (Die Welt). Una lettura respinta dal presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Robert Zollitsch. Quello che il Papa dice ai cattolici irlandesi, dice, «vale per tutta la Chiesa ed è chiaramente anche un messaggio a noi in Germania».

Lo stesso Zollitsch deve intanto difendersi dall'accusa di aver occultato un caso di pedofilia. Secondo la tv pubblica Ard, tra il 1968 e il 1991 un prete di Oberharmersbach, nella Foresta Nera, avrebbe abusato di almeno 17 ragazzini; nel 1991 Zollitsch, allora responsabile del personale presso l'arcidiocesi di Friburgo, spedì il sacerdote in prepensionamento, ma non avvertì la magistratura. Per l'arcidiocesi di Friburgo si tratta di «accuse infondate». Il prete si suicidò nel 1995, dopo che una procura aveva avviato delle indagini su di lui. Ieri sera Zollitsch ha chiesto scusa alle vittime di abusi a Oberharmersbach. «Non volevamo nascondere nulla», ha spiegato, precisando che oggi cercherebbe «con più energia testimoni e vittime».

La Chiesa tedesca prepara intanto le prime conseguenze. In futuro tutti i sospetti casi di abusi sessuali su minorenni compiuti da religiosi dovranno essere comunicati alla magistratura, hanno proposto i vescovi bavaresi. L'obbligo dovrebbe essere inserito nelle nuove linee guida nazionali in materia di abusi, attese per l'estate. Una svolta, almeno sulla carta: «In casi comprovati di abusi sessuali su minorenni viene consigliato al sospetto di autodenunciarsi ed eventualmente si cerca il dialogo con la procura», si legge nelle attuali linee guida, approvate nel 2002.

Stando allo «Spiegel», che cita i dati di 15 delle 24 procure tedesche, la magistratura ha avviato indagini contro almeno 14 preti e 11 insegnanti sospettati di abusi. In totale la Chiesa si starebbe occupando di oltre 250 casi sospetti.

ESCORT E MAZZETTE, L'INCHIESTA DI BARI

  • Nov 30, -0001
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18 3 2010

Tre filoni di indagine
sul malaffare della sanità
che truccava gli appalti
BARI
Sono diversi i filoni delle inchieste su affari e sanità che da mesi stanno impegnando i magistrati della Procura di Bari, una mole di carte e di indagini che nell’estate scorsa sono sembrate quasi una vicenda minore rispetto alle intercettazioni dell’imprenditore Giampi Tarantini che accompagnava escort a Palazzo Grazioli.
In realtà l’inchiesta sul malaffare nella sanità in Puglia aveva portato già al cambio dell’assessore regionale alla Sanità, da Alberto Tedesco, che successivamente è subentrato in Parlamento dopo l’elezione di un suo collega a Bruxelles, a Tommaso Fiore. Le intercettazioni telefoniche pubblicate successivamente dai giornali con frequentazioni di escort ed amicizie con Tarantini portarono nell’estate scorsa il Presidente della Regione Nichi Vendola ad un rimpasto in giunta con l’esclusione del vicepresidente Sandro Frisullo (Pd) titolare dell’assessorato allo Sviluppo Economico.
Nel frattempo nelle varie inchieste sono stati coinvolti funzionari, medici che avrebbero agevolato l’acquisto di protesi dall’impresa dei Tarantini, manager Asl come Lea Cosentino finita agli arresti, affari per i quali Tarantini avrebbe «ringraziato» con compensi veri e propri, in alcuni casi, secondo l’accusa il 10% del valore dell’appalto, ma anche con incontri con escort.
Dopo gli arresti eseguiti a gennaio, anche per un concorso come direttore dell’unità di allergologia dell’ospedale di Altamura, Gianpaolo Tarantini è stato più volte ascoltato dai magistrati parlando anche di agevolazioni ottenute a suo tempo da Frisullo che sinora ha sempre smentito ogni addebito, dichiarando anche di non aver ricevuto sino ad oggi nemmeno un avviso di garanzia, sino all’arresto di oggi.


http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201003articoli/53235girata.asp

RU486 LIBERA VIA WEB

  • Nov 30, -0001
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18 3 2010


A nulla servono i controlli promessi dalla task force messa in piedi dal ministero della Salute: in Internet la pillola si acquista liberamente
FLAVIA AMABILE
E’ semplice come acquistare un libro o una vacanza. Per procurarsi una pillola Ru486 e poter abortire a casa, bastano una carta di credito, un computer, un collegamento a Internet e un centinaio di euro circa. Da oltre tre mesi la pillola abortiva ha l’autorizzazione per essere distribuita in tutt’Italia attraverso gli ospedali. In pratica non è mai arrivata. ??Sul mercato nero della rete, sì, lì si trova di tutto già da tempo. Anche se non si ha un computer. Un rapido passaggio in un Internet point, si aspetta qualche istante, il tempo necessario per caricare Google, e si inizia la ricerca. ??Io ho digitato le due parole più banali che mi sono venute in mente: Ru486 online. Sono apparsi 526 mila risultati. Già nella prima pagina c’era quello che cercavo: almeno due siti che garantiscono la spedizione anche in Italia. A dispetto delle dichiarazioni del ministro della Salute Fazio che il primo febbraio annunciava la nascita di una task force per evitare la vendita della Ru486 attraverso canali clandestini come la rete. E a dispetto dei Nas che lo stesso giorno avevano rassicurato tutti: nessun pericolo, quelle online sono soltanto pillole senza alcuna efficacia, le altre non possono entrare in Italia. ??Quella sera stessa, subito dopo aver letto le due dichiarazioni, mi collego. Scelgo il sito, lancio l’ordine e mi metto in attesa. La conferma arriva la sera seguente. E il prelievo sul mio conto corrente viene scalato dopo due giorni: sono 111 dollari, un’ottantina di euro circa. ??A cercare ancora ci sono anche altri siti ma sembrano meno sicuri. Alcuni vendono soltanto Ru486, altri dichiarano di inviare pillole sfuse, e si nascondono dietro un nome molto vago. Il mio mi sembra meglio organizzato: distribuiscono molti farmaci di vario tipo. Una scritta in grassetto garantisce l’arrivo entro 13 giorni in Italia. Le pillole costano quasi il doppio di altri e questo è «un buon segno», mi spiega Silvio Viale, un vero esperto in materia, è considerato il padre della Ru486 in Italia per averla sperimentata fin dal 2005 all’ospedale Sant’Anna di Torino. ??Le pillole arrivano dopo tredici giorni esatti, non uno di più, non uno di meno di quelli indicati sul sito. Nessuna scatola, ingombrerebbe troppo in una spedizione, ma quella che si presenta come una vera Ru486 è custodita in una confezione da farmaco con il nome stampato sopra. Probabilmente sono state recuperate sul mercato cinese dove la vendita è libera. ??A questo punto se fossi una donna incinta molto decisa ad abortire aprirei la confezione e inghiottirei la pillola sperando che tutto vada bene. Io mi metto alla ricerca di un laboratorio per farla esaminare. Trovo una postazione del Cnr disponibile a realizzare l’esame. Invio il tutto intorno al 20 febbraio e gli analisti si mettono al lavoro. Non è un tipo di esame semplice, richiede tempo e accuratezza. Il risultato mi arriva infatti soltanto due giorni fa ma non lascia spazio a dubbi. Nelle pillole che ho inviato è stata rilevata «la presenza di mifepristone, steroide utilizzato per l'interruzione farmacologica della gravidanza». ??E così mentre la Ru486 è stata teoricamente introdotta in Italia lo scorso 10 dicembre, a oltre tre mesi di distanza si attende ancora in queste ore il terzo parere del Consiglio Superiore di Sanità. E l’azienda farmaceutica ha rinviato almeno quattro volte la realizzazione della versione italiana del foglietto informativo. Il primo aprile potrebbe essere la data del vero arrivo della Ru486 in Italia ma ormai a crederci sono in pochi. Nel frattempo il mercato nero della rete sa come superare ogni divieto o minaccia di controllo e ne approfitta. Alla faccia delle donne.???ps: non ho riportato il link del sito da cui ho acquistato le pillole perché in Italia quel commercio è illegale? alla fine dell'inchiesta ho chiacchierato un po' con il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella e con Silvio Viale.

http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=883&ID_sezione=274&sezione=

LE VITTIME: "COSI' ZIO DANILO CI FACEVA DEL MALE"

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17 3 2010  

 
FLAVIA AMABILE
ROMA
Lo chiamavano «lo zio». A Roma usa molto anche se non c’è parentela ma familiarità. E di familiarità le ragazze ne avevano davvero tanta con Danilo Speranza, il guru che incantava le mamme e irretiva le figlie. Erano cresciute con lui sempre presente nelle loro vite. Una di loro aveva un anno quando avvenne il loro primo incontro nella comunità che si era creata intorno all’Associazione Maya, un migliaio di persone che credevano ciecamente nel loro leader.
Dalle indagini emerge che, approfittando di una situazione di difficoltà psicologica delle due donne, Speranza riesce a costruire un rapporto morboso con le due ragazze, fatto di abusi e rapporti veri e propri, fin dal periodo dei primi cicli mestruali, dagli 11 anni per una delle due, e dai 12 anni in poi per l’altra. «Tutte e due le minori - si legge nell’ordinanza del Gip - sono cresciute all’interno della comunità “Re Maya”. Entrambe prive di padre, sono cresciute nell’idea che Danilo Speranza fosse un maestro di vita e un’autorità indiscussa».
Le madri si fidavano ciecamente di lui, lo consideravano «il Settimo Saggio», e lo ritenevano una sorta di educatore. Ma le due bimbe vivono nel terrore e cementano un’amicizia che le porterà a liberarsi dall’incubo.
Entrambe raccontano di quando Speranza le costringeva a salire sulla sua macchina per portarle a Mazzano, in provincia di Roma. Già durante il percorso iniziavano gli abusi, racconta una delle due ragazze. «Mi toccava il seno, io rimanevo paralizzata, non capendo cosa stava accadendo. Lui mi diceva di stare tranquilla perchè lui era il mio padrone e non mi avrebbe fatto del male anzi mi avrebbe fatto stare bene».
E invece spesso finiscono in una camera da letto: «Io tentavo di sottrarmi, ma ero bloccata dal suo peso non riuscivo a profferire parola», dice la ragazza agli investigatori. Poi, racconta ancora, «ho pianto chiusa nella mia stanza».
L’amichetta, figlia di un’immigrata, veniva invece ricattata: «Se non vieni da me stanotte - la minacciava Speranza - tua madre, che è impazzita, ti riporta in Africa».
«La seconda volta che sono entrata nella sua stanza, una sera di fine agosto del 2006, avevo 11 anni - racconta - Ero spaventata e irrigidita e lui si è arrabbiato perché diceva che dovevo stare tranquilla, dicendomi che lo stava facendo per me».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201003articoli/53193girata.asp#

LA NUOVA CARABINIERA DEI "RIS" E' GIAPPONESE E GAY

  • Nov 30, -0001
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15 03 2010

Un'attrice del Sol Levante ufficiale dell'Arma nella nuova serie dei "Ris" al via su Canale 5

CLAUDIA FERRERO

TORINO
Provate un po’ a immaginare questo personaggio: carabiniere, donna, omosessuale, entomologa, ovvero studiosa di insetti con i quali condivide pure l’appartamento. Ci sarebbero già abbastanza sfaccettature così e di che far penare per interpretare questo ruolo un’attrice italiana. E invece il sottotenente Flavia Ayroldi di Ris Roma - Delitti imperfetti -, che riparte giovedì su Canale 5 prodotto da Taodue con la regia di Fabio Tagliavia, ha gli splendidi occhi a mandorla di Jun Ichikawa, ventottenne giapponese di Kumamoto, genitori cantanti d’opera con papà tenore e mamma soprano, romana d’azione dall’età di 8 anni, ma sempre con una doppia anima divisa tra due culture che più differenti non potrebbero essere. «L’anno scorso, quando il mio personaggio ha debuttato nei Ris, ho avuto paura che gli spettatori italiani non la prendessero affatto bene: mai visto fino ad allora una giapponese in una fiction, per giunta nel ruolo di un carabiniere. Per questo sono ancora più felice oggi, la mia riconferma vale come aver superato un secondo provino».

Un provino, quello per i Ris, a cui lei non doveva partecipare...
«Cercavano un’attrice italiana, ma mi sono presentata ugualmente. Evidentemente devo averli colpiti...».

Perché aveva timore della reazione del pubblico?
«Perché non è tutto scontato quando hai un viso straniero. Certo, quando ero piccola ho provato l’umiliazione del razzismo benevolo da parte dei bambini. Ma sono una che legge i giornali, che guarda i tg, e l’accoglienza non mi pare sia affatto scontata».

E invece il suo personaggio è cresciuto.
«È più forte e sicuro, ma ho voluto dargli anche un po’ della timidezza tipica della mentalità giapponese, che è contorta e misteriosa».

Ovvero?
«È fatta di grande rispetto per la privacy degli altri e del loro silenzio. Questo a volte dà di noi un’idea sbagliata. Faccio un esempio: un giapponese è capace di rifiutare un caffè che gli viene offerto soltanto perché non vuole disturbare, non perché non ne abbia voglia».

Lei è così?
«Io ho un grande senso del dovere, altra caratteristica tipica dei giapponesi. Devo portare a termine quello che comincio. E poi osservo molto: non a caso sul set faccio anche fotografie, molti ritratti, perché dalle persone si può imparare tanto. E poi sono puntuale. Anzi, lo ero. Ho dovuto ammorbidirmi per amore dell’Italia. Agli appuntamenti aspettavo sempre delle ore...».

Avere due genitori cantanti lirici deve essere stato stimolante.
«Mia mamma mi racconta di avermi fatto ascoltare musica classica fin dalla pancia. Ma entrambi mi hanno “amorevolmente” impedito di studiare canto lirico dicendomi che non ne ero capace. In realtà volevano proteggermi, è un percorso difficile e non ci sono molti ruoli disponibili per giapponesi, ad eccezione di Madama Butterfly... Così ho fatto danza classica per dieci anni, ma ero diventata troppo magra e ho dovuto smettere per curarmi. Sono rinata con la scuola di teatro di Giuseppe Argirò: in fondo essere un’attrice permette anche di cantare e ballare».

La svolta nel 2002 con Cantando dietro i paraventi di Ermanno Olmi, un ruolo forte da protagonista: guidava nientemeno che una flotta di pirati.
«Con Olmi è stato un incontro straordinario, di grande empatia. E pensare che avevo fatto il provino per un ruolo da comparsa, e poi uno da manichino».

Da manichino?
«Sì, cercavano una ragazza orientale che fosse un manichino vivente per provare trucco e parrucco della protagonista, che ancora dovevano trovare. Poi tutto si è trasformato come in una favola: un provino vero con il maestro, cinque minuti di “non dialogo”, di sguardi per provare lutto, rabbia, vendetta. E il regista che raccontava a tutti che ero la discendente di una principessa cinese...».

Cinema, tivù e anche teatro, dove è stata tra l’altro per ben due volte Cassandra nelle Troiane. Essere orientale è diventato un punto di forza.
«Ho fatto molti ruoli da cattiva, ne vado fiera. Ma il mio sogno sarebbe essere Giulietta... però se la immagina con i tratti giapponesi?».

E ha due film in uscita.
«Sono in Krokodyle di Stefano Bessoni, un film un po’ alla Tim Burton, che speriamo vada al Festival di Torino. E sono la protagonista di L’alibi velato di Riccardo Sesani, un film contro la violenza alle donne patrocinato da Telefono Rosa: denuncio un produttore per molestie».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/201003articoli/53140girata.asp

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13 03 2010

Un ragazzo di 13 anni è morto bruciato a Milano
Tragedia nella notte per il rogo di una baracca


MILANO
Aveva solo 13 anni. E' morto bruciato questa notte nella misera baracca in cui viveva, in un campo nomadi alla periferia di Milano. L'incendio è divampato in via Novara. Due persone sono rimaste ustionate. Non sono gravi. Sono state accompagnate all'ospedale Niguarda.

E' successo verso le 3 di questa mattina. Pare che il rogo sia nato da una scintilla partita dalla stufa a legna accesa per scaldare la gelida notte milanese. Secondo alcune informazioni il padre del giovane era sveglio, e stava alimentando la stufa a legna. secondo altre notizie, tutti dormivano. Certo è che è partita una fiammata che ha incendiato una parte della baracca. I familiari del ragazzino hanno tentato di spegnere l'incendio che però in poco tempo s'è propagato a tutta la struttura.

Il padre ha portato via tutti i componenti della famiglia mettendoli in salvo ma sembra che nella confusione generale non si sia reso conto che all’appello mancava uno dei figli, morto fra le fiamme. Sul posto è intervenuta la polizia.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201003articoli/53093girata.asp

FIAT, UNA DONNA SULLA 500 USA

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11 3 2010

 SI OCCUPERA' DEL LANCIO DELLA VETTURA NEL NORD AMERICA

Marchionne: «La sua esperienza per il ritorno negli States e in Canada»
FABIO POZZO
TORINO
La prima volta di una donna per un incarico operativo di alto vertice nel Gruppo Fiat. È l’italo-americana Laura J. Soave: l’amministratore delegato Sergio Marchionne (a cui la giovane manager riferirà direttamente) le ha affidato il ruolo di capo del brand Fiat per il Nord America, con la responsabilità dell’intero portafoglio prodotti. «Laura arriva in Chrysler con una grande esperienza maturata nel marketing automobilistico», ha detto Marchionne. «Il suo background farà da trampolino per il ritorno del marchio Fiat sulle strade degli Stati Uniti e del Canada, previsto per questo dicembre. Un ritorno che avviene dopo 25 anni di assenza», ha aggiunto l’Ad di Fiat e Chrysler, che ha così fatto riferimento al già annunciato lancio della «500». Marchionne ha definito la vettura una «auto-icona dello stile italiano, della tecnologia e della passione e qualcosa di più ancora, un modello che annuncia una nuova visione del ruolo della tecnologia stessa nella mobilità sostenibile». Laura J. Soave arriva in Chrysler-Fiat dal gruppo Volkswagen America, dove ricopriva - dal 2009 - l’incarico di general manager della divisione «experiential marketing», galloni con i quali ha guidato le iniziative di marketing rivolte ai consumatori, nonché - dal 2008 - le attività di advertising e comunicazione per i Suv e monovolume della casa automobilistica tedesca Oltreoceano. In precedenza, aveva lavorato in Ford, ricoprendo a partire dal suo ingresso nel 1997 vari ruoli, tra i quali quello di «brand Dna manager», incarico che l’ha vista occuparsi tra l’altro del riposizionamento sul mercato dei marchi Ford, Lincoln e Mercury. Sul fronte accademico, la manager può vantare un master in «business administration» nel marketing conseguito presso l’Università di Detroit nel 2001.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201003articoli/53026girata.asp

UN ESERCITO DI ESCORT NEL CARNET DELLA CRICCA

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11 3 2010


Erano oltre 350 le donne  a disposizone dei manager
FRANCESCO GRIGNETTI
PERUGIA
Quelle imprese vanno commissariate perché sono una distorsione permanente del mercato. I pubblici ministeri di Perugia vanno all’attacco delle imprese di Diego Anemone: lui è in carcere, accusato di corruzione continuata, ma le sue imprese stanno lavorando ancora ai Grandi Appalti. Epperò la legge è chiara, esiste una responsabilità giuridica anche delle società. «Occorre tenere presente che l’attività di indagine fino a questo momento svolta ha evidenziato la sistematicità con la quale le persone poste ai vertici delle società coinvolte nel presente procedimento sono incorse allo strumento della corruzione per ottenere l’aggiudicazione di appalti pubblici». I magistrati sostengono anche di più. Questi imprenditori hanno adottato la corruzione «come normale modus operandi». E allora ecco la richiesta al gip di nominare un commissario straordinario che prenda in mano le diverse società della galassia Anemone e le riconduca a una organizzazione più rispettosa delle leggi e dell’etica del mercato per la assoluta «necessità di recidere la propensione verso la criminalità del profitto».

Sistema escort
Che non fosse soltanto Diego Anemone a utilizzare il sesso come gradita merce di scambio, emerge da un altro filone dell’indagine condotta dal Ros di Firenze. A fare i conti c’è da farsi girare a testa: sarebbero ben 350 le escort di lusso (e non) che i carabinieri hanno censito lungo la loro inchiesta. In un apposito faldone ci sono nomi, cognomi e indirizzi di signorine compiacenti a Bologna, Firenze, Roma, Venezia. Era il vizietto di diversi funzionari della «cricca». Che però, come hanno scoperto i carabinieri, a colpi di cinque-sei-settecento euro ad appuntamento, era anche abbastanza caro. ma tanto pagavano gli imprenditori. Anche un certo Guido Ballari, a sua volta in rapporti con parlamentari del Pdl, pagava spesso. In un’occasione, a Roma, al quartiere Balduina, Fabio De Santis fu accompagnato da Ballari a uno dei soliti appuntamenti. Lui su a spassarsela, Ballari giù in strada ad aspettare. Rivelerà poi l’intercettazione di una telefonata tra De Santis e Ballari: «Ma lo sai che te la sei cavata per un pelo? Un attimo dopo che sei uscito, là è arrivato il marito di quella... Sai che casino che succedeva...». Risate.

Come Toro e Ferrara frenarono
Che il procuratore aggiunto Achille Toro avesse bloccato l’inchiesta dei carabinieri del Nucleo Ecologico, negando le intercettazioni telefoniche era noto. Ma anche il procuratore capo, Giovanni Ferrara, aveva mille dubbi. E i suoi furono argomenti «politici», non giudiziari. Toro era sicuramente un magistrato che amava procedere con i piedi di piombo. «Anche in altre circostanze - ha messo a verbale il pm Assunta Cocomello - il dottor Toro è stato molto cauto». Ma questa volta, visto che c’entrava il G8, le prudenze erano state esasperate. «Il dottor Ferrara e il dottor Toro segnalavano la necessità di individuare il passaggio di somme di denaro... Al massimo individuavano elementi per ipotizzare un abuso d’ufficio. Il dottor Ferrara mi ha anche responsabilizzato in ordine alla delicatezza dell’indagine in relazione a una eventuale fuga di notizie in pieno G8».

Tante perplessità e dubbi della procura romana irritarono i carabinieri del Noe. Al punto che l’11 febbraio 2009, negate le intercettazioni e anzi scippati dell’inchiesta che passava alla Guardia di Finanza, inviarono una nota riservata al comando. Gli ufficiali dell’Arma misero per iscritto tutti i loro dubbi a futura memoria. Ha testimoniato uno dei firmatari, il capitano Pasquale Starace, che tutto si bloccava per contrasti tra magistrati. «Il procuratore capo dr Ferrara e il procuratore aggiunto dr Toro formulavano obiezioni di “opportunità politica” e non di discrezionalità giudiziaria». E ribadisce il tenente Francesco Ceccaroni che i carabinieri rimasero perplessi perché loro volevano approfondire un’ipotesi di reato e gli veniva risposto che si temeva «il nocumento all’immagine del paese che sarebbe potuto derivare da un’indagine penale su un avvenimento di tale portata».

Ai pm perugini a questo punto dev’essere sorto un dubbio: ma anche Ferrara giocava la partita di Toro? E’ quanto ha intuito la stessa Cocomello, che ha concluso così: «Preciso di non avere mai avuto sospetti sull’operato dei miei capi».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201003articoli/53024girata.asp

QUALCHE DRINK PROTEGGE LE DONNE DAI CHILI DI TROPPO

  • Nov 30, -0001
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9 3 2010

Buone notizie per le donne che non rinunciano a un bicchiere di vino, a un brindisi con le bollicine, o a un drink con gli amici. Il fatto di consumare alcolici in modo occasionale, o al massimo moderato, sembra proteggere le bevitrici dal rischio di lievitare sulla bilancia, rispetto a quello che accade alle astemie. Lo rivela uno studio pubblicato sugli Archives of Internal Medicine dal team di Lu Wang del Brigham and Women’s Hospital di Boston (Usa).

Il risultato sembra sorprendente, dal momento che l’alcol contiene circa 7 calorie per grammo, e spesso vino e birra sono banditi dalle diete dimagranti proprio per il contenuto calorico. Non sembra però, almeno da questa ricerca, che un consumo di alcolici occasionale o moderato apra la strada a sovrappeso e obesità. I ricercatori hanno monitorato 19.220 donne americane over 39 anni, con un indice di massa corporea giudicato normale dai medici.

All’inizio dello studio circa 7.300 partecipanti hanno dichiarato di non bere affatto alcolici, 6.312 hanno precisato di consumare meno di 5 grammi al giorno, 3.865 oscillavano da 5 a 15 grammi, 1.129 da 15 a 30 grammi e 568 bevevano 30 grammi al giorno o più.

Dopo una media 13 anni di follow-up, si è visto che le donne, in generale, tendevano a prendere peso. Ma a ingrassare di più erano proprio le astemie. Mentre i chili di troppo si riducevano con l’aumentare del consumo di vino, birra o liquori. In tutto, alla fine dello studio, il 41,3% delle donne era in sovrappeso oppure obesa. Ma l’epidemia di chili di troppo ha colpito in particolare le astemie. Mentre le bevitrici che si concedevano da 15 a meno di 30 grammi di alcol al giorno sono risultate le meno a rischio di accumulare peso.

«L’associazione inversa tra consumo di alcol e rischio di sovrappeso e obesità è stata notata per tutti i quattro tipi di bevande esaminati: vino rosso, bianco, birra e liquori - spiegano gli autori - con un legame più forte per il vino rosso». Dal momento, però, che il consumo di alcolici espone a potenziali e notevoli rischi di salute, i ricercatori consigliano molta cautela prima di pensare a ricorrere al bicchierino per salvare la linea. «Sono necessari ulteriori studi per far luce sul ruolo del consumo di alcolici e sul loro metabolismo nel bilanciamento energetico», concludono gli studiosi.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1673&ID_sezione=243&sezione==

AFGHANISTAN: "PREGO SEMPRE PER LA POVERA FARZANA"

  • Nov 30, -0001
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9/3/2010


 Ripreso da AFGHAN WOMEN'S WRITING PROJECT
 
TESTO ORIGINALE DI FATIMA A., TRADUZIONE DI NORMA LELLI

Ogni volta che sento il nome 'Farzana', scoppio a piangere e non riesco a parlare. Prego sempre per lei, ma nessun altro vuole sentirla nominare.

Vicino a noi, in Iran, abitava una famiglia e la moglie si chiamava Farzana. I suoi genitori erano divorziati perché la madre di Farzana era tossicodipendente. Farzana, un’iraniana, era sposata a Morad, afgano che lavorava in Iran. Erano rimasti fidanzati due anni. Morad era un bell’uomo e all’inizio era anche un gran lavoratore. Ma stranamente, Morad non frequentava nessuno degli intrattenimenti locali, e presto scoprimmo che nel suo cuore non c’era amore, né per Farzana, né per i propri figli.
 Poco dopo il matrimonio, Farzana cominciò a conoscere il vero Morad. Ogni volta che tornava a casa dal lavoro, le chiedeva se gli avesse preparato qualcosa da mangiare e, se non c’era niente di pronto, Morad la picchiava. Non importava se in casa ci fossero o meno cibarie da preparare. Lui la picchiava comunque.

Il loro primo figlio, Alireza, era un maschio. Quando ebbe compiuto un anno, Morad cominciò a pretendere che Farzana trovasse un lavoro. Morad sapeva molto bene che per lei sarebbe stato difficile trovarne uno perché non aveva studiato. Non ho mai capito il perché, ma Morad smise di preoccuparsi delle proprie responsabilità nei confronti della famiglia e lavorava solamente per tre o quattro giorni. Farzana fu così costretta a rivolgersi ai vicini per avere il necessario in casa. Farzana non voleva mendicare; non le piaceva la situazione in cui l’aveva costretta Morad. Ma sapeva anche che a Morad non importava che lei odiasse chiedere la carità.

Poi Farzana iniziò a rubare ai vicini. All’inizio erano cose da poco, che credeva i vicini non avrebbero notato. Aveva bisogno di procurarsi da mangiare per la propria famiglia. Ma dopo un po’, Farzana cominciò a rubare di più. Commise reati pesanti e diventò tossicodipendente.

Farzana iniziò ad avere relazioni con altri uomini. Sperava che così Morad si sarebbe svegliato. Voleva che Morad smettesse di spingerla a tirar su il denaro necessario. Ma lui era troppo stupido per far nulla. Farzana fece di tutto, o quasi, per pagare le spese di casa. Quando usciva di casa, Morad le dava una lista di cose che doveva rimediare.
Ricordo che Farzana veniva a casa nostra, con gli occhi pieni di lacrime, e diceva: “Non volevo finire così, e non voglio neppure adesso, ma è l’unico modo per procurarmi i soldi per i miei figli”. Il divorzio non era un'opzione possibile, perché Farzana non aveva alcuna famiglia da cui tornare.

Ormai Morad e Farzana avevano tre figlie e due figli. Le altre famiglie afgane provarono a dire a Morad di non trattare la moglie a quel modo. Morad li ignorò, come se non sentisse quello che la gente gli diceva. Non permise alle figlie di proseguire gli studi oltre le elementari. Alireza diventò tossicodipendente. Alla fine i vicini si stancoarno di avere intorno quella famiglia e gli intimarono di andarsene.

Nel 2004 molti immigrati tornarono in Afghanistan. Morad era uno di loro, ma vi tornò senza Farzana. Quando andò a registrsrsi, non aggiunse il nome della moglie. La lasciò in una casa vuota, con niente di niente. Ricordo che Farzana prese a piangere disperamente.  Pianse per tre giorni e tre notti. Poi mi disse: “Ho fatto di tutto per lui e in cambio mi ha rubato i figli. Non m'importa di Morad. Voglio solo vedere i miei figli.” Farzana era sicura che non li avrebbe rivisti mai più. Sapeva che non c’era nulla che lei potesse fare.

Il ritorno in Afghanistan non portò fortuna a Morad. Dopo tempo poco perse la vista. Intanto Alireza era tornato in Afghanistan con una ragazza, Lale, fuggita dalla casa del padre. Era nota per essere una ragazza insulsa. Sposò Alireza subito dopo aver attraversato il confine. La figlia più grande di Farzana, Aysha, si fidanzò, ma non poté sposarsi perché Morad non dava il permesso al matrimonio fintanto che il fratello del promesso sposo non acconsentiva a concedere a Morad la sorellina diciottenne.

Forse perché sentiva la mancanza dei figli o perché aveva bisogno di protezione, Farzana si risposò nonostante Morad non avesse mai divorziato da lei. Il suo secondo marito, Abbas, era iraniano. Ma era peggio di Morad, e la trattò più o meno allo stesso modo di Morad. Ebbero una figlia, che alla fine morì di denutrizione. Dopo due anni, Abbas divorziò da lei e anche lui la lasciò sola. Farzana morì all’angolo di una strada vicino casa mia.

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Testo originale: Farzana, di Fatima A.. Ripreso da Afghan Women's Writing Project: progetto coordinato in USA dalla scrittrice Masha Hamilton e centrato su produzioni letterarie e altri interventi originali di donne afgane.

 

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