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L'8 MARZO E LA VIOLENZA SENZA COLPE

  • Nov 30, -0001
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8/3/2010
 


NAVI PILLAY

Una ragazza che ha amici uomini. Cosa potrebbe esserci di più normale? Eppure un’adolescente turca, per essersi comportata così, è stata sepolta viva dal padre e dal nonno. Questa notizia ha destato choc e sdegno in tutto il mondo. Crimini come questo, tuttavia, non costituiscono affatto l’eccezione. Infatti, un tribunale in Arizona sta in questi giorni affrontando il caso di un uomo accusato di aver investito e ucciso la propria figlia, a suo dire troppo «occidentalizzata». L’Onu stima che ogni anno 5 mila donne in tutto il mondo vengono uccise da membri della propria famiglia, nei cosiddetti omicidi d’onore.

Quando le donne sono viste come portatrici dell’onore di famiglia esse diventano vulnerabili alle aggressioni.

Le quali implicano violenza fisica, mutilazione e anche omicidio, di solito per mano di un congiunto offeso, e spesso con il tacito o esplicito assenso delle altre donne della famiglia.

Le «aggressioni d’onore» sono perpetrate come rituale di «riparazione e purificazione» a seguito di una violazione delle norme imposte dalla famiglia o dalla comunità, in particolare quando è coinvolta la condotta sessuale. Ma le cause scatenanti potrebbero anche essere il desiderio di una donna di sposare o vivere con una persona di sua scelta, di divorziare, o di reclamare un’eredità. A volte, chi si autoproclama «vendicatore» è pronto ad agire anche sulla base di puri pettegolezzi o sospetti inconsistenti. La percezione della colpa è anche più importante della sua reale sussistenza. Le donne sono condannate a sentenze violente senza avere il beneficio di raccontare la loro versione dei fatti e senza alcuna possibilità di appello.

Questa logica perversa e la violenza che essa scatena vengono applicate anche quando le donne sono state oggetto dell’attenzione indesiderata di un uomo o vittime di uno stupro, compresa la violenza incestuosa. Di conseguenza, esse sono vittime due volte, mentre l’atteggiamento degli aggressori viene perdonato. Spesso gli autori delle violenze possono contare sulla piena o parziale assoluzione per via di leggi indulgenti o applicate in maniera non uniforme.

A volte, gli aggressori possono anche finire per godere dell’ammirazione della loro comunità per aver fermato il comportamento deviante di una donna disobbediente e averne lavato la colpa nel sangue.

Le «aggressioni d’onore» violente sono però crimini che violano il diritto alla vita, alla libertà, all’integrità del corpo, il divieto di tortura o di trattamenti crudeli, inumani o degradanti, il divieto di schiavitù, la libertà dalla discriminazione di genere e dall’abuso o sfruttamento sessuale, il diritto alla privacy, il diniego delle leggi discriminatorie e di pratiche dannose per la salute delle donne.

È semplicistico e fuorviante pensare che queste pratiche appartengano soltanto a culture retrograde che disdegnano una condotta civilizzata. La realtà è che in tutti i Paesi del mondo le donne subiscono violenze nella sfera familiare nella quale esse dovrebbero aspettarsi sicurezza anziché attacchi. Le aggressioni d’onore sono intrise della stessa attitudine e nascono dallo stesso atteggiamento mentale che produce la violenza domestica. Queste aggressioni derivano dal desiderio di controllare le donne e di soffocarne voce e aspirazioni.

Le donne sono intrappolate tra le mura domestiche dall’isolamento e dall’impotenza che la violenza costruisce attorno a loro. Ne deriva che molte aggressioni perpetrate contro le donne nella sfera domestica rimangono avvolte nel silenzio e nella vergogna piuttosto che essere denunciate per ciò che sono, vale a dire, orribili abusi dei diritti umani.

Sebbene la capacità delle donne di mantenersi da sole economicamente possa offrire vie di uscita dalle costrizioni della società, dall’abuso domestico e dalla sottomissione, la violenza contro le donne è andata aumentando perfino nei Paesi dove le donne hanno raggiunto l’indipendenza economica ed uno status sociale alto. Ciò obbliga alcune donne imprenditrici di successo, così come rispettabili parlamentari, brillanti studiose e professioniste, a condurre una doppia vita. In pubblico sono considerate come modelli di riferimento tra i più alti ranghi della società. In privato, sono umiliate e aggredite.

Di solito alla violenza domestica si risponde offrendo alle donne un riparo sicuro, togliendole così dal contesto in cui vivono. Al contrario, i responsabili sono raramente costretti ad andarsene o a fuggire dalle proprie case o dal proprio ambiente sociale per la vergogna e la paura.

Tale approccio deve essere capovolto. Lo Stato ha una chiara responsabilità nella protezione delle donne, e nel punire gli aggressori e far loro carico del costo e delle conseguenze della loro ipocrisia e brutalità. Questo deve essere fatto, senza tener conto dello status sociale dei colpevoli, della loro motivazione e della loro relazione con la vittima.

Al tempo stesso, uomini e donne, ragazzi e ragazze, devono essere educati sui diritti umani delle donne ed edotti circa la responsabilità che tutti hanno di rispettare i diritti altrui. Ciò dovrebbe includere il riconoscimento del diritto delle donne di gestire il proprio corpo e la propria sessualità, nonché l’eguaglianza di accesso all’eredità, alla proprietà, alla sicurezza sociale e abitativa.

Le donne stanno combattendo per assicurarsi che tale cambio di atteggiamento avvenga e che si consolidi. Esse sfidano sempre più di frequente i propri aggressori per avere la possibilità in tribunale di spiegare il valore della loro azione. Le donne sempre più pretendono che anche i loro tormentatori affrontino le conseguenze della violenza. Noi dobbiamo sostenere queste donne coraggiose. Dobbiamo aiutare le altre a farsi avanti e a rompere il silenzio e gli schemi della connivenza sociale che hanno permesso alla cultura della violenza di attecchire.

*Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani


http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7068&ID_sezione=&sezione=

INDIA, UN CHIODO NELL'ESOFAGO PER EVITARE LA FUTURA DOTE

  • Nov 30, -0001
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7/3/2010

LE BAMBINE SONO UN FARDELLO

Vietate formalmente le ecografie  per rivelare il sesso del nascituro
Il premier Singh: «L'aborto selettivo è una vergogna nazionale»
VALERIA FRASCHETTI
NEW DELHI
Due settimane fa, diciassette giorni dopo essere nata, Pranjali è finita in un ospedale di Mumbai. Respirava a fatica: i medici le hanno trovato un chiodo di sei centimetri conficcato nell’esofago. Impossibile che l’avesse inghiottito da sola, così i primi indiziati sono stati i suoi genitori. La polizia sospetta che volessero uccidere la neonata: la loro seconda figlia, quindi, una seconda iettatura, un altro fardello economico.

Ancora nel ventunesimo secolo l’India non è un Paese per donne. Ma uno in cui le nascite dei maschi sono accolte da feste e musiche, quelle delle bambine no. Perché averne una significherà accollarsi il peso di un’onerosa dote quando verrà data in sposa e finanziare un’istruzione destinata ad aumentare il reddito di un’altra famiglia. Quindi, pensano tuttora in molti, tanto vale disfarsene. Il risultato di questa mentalità è scritto nei censimenti. Nel 1991 c’erano 945 femmine ogni 1000 maschi. Nel 2001 - l’ultima statistica disponibile - il rapporto era di 927 a 1000.

Il governo non riesce a fermare quello che lo stesso primo ministro Manmohan Singh ha definito «una vergogna nazionale»: gli aborti selettivi. Da qualche decennio, infatti, la predilezione indiana per i maschi ha trovato un alleato nelle ecografie. Ne basta una per scoprire se chi si ha in grembo non è gradito e passare all'aborto. In realtà, proprio per arginare il fenomeno, rivelare il sesso del nascituro è vietato da 15 anni. Ma le condanne alle infrazioni sono rare. «Il governo non s’impegna a far rispettare la legge - spiega l’attivista Sabu George - e i medici hanno creato un business». Cliniche che offrono un’ecografia si trovano anche nei paesini più spersi. Così, pagando 50-70 euro, le donne indiane possono evitare l’infamia, e le violenze dei mariti, che mettere al mondo una bimba comportano.

Per fermare gli aborti selettivi le autorità hanno introdotto anche assegni in favore delle neonate. Ma gli incentivi economici non sembrano in grado di scalfire la mentalità patriarcale indiana neanche nelle città. Basta guardare a Mumbai, la metropoli della bimba ricoverata due settimane fa e quella che viene comunemente ritenuta la più liberale del paese. Il rapporto tra maschi e femmine qui è di 898 a 1000, peggiore della media nazionale.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201003articoli/52893girata.asp

TECNOLOGIA E PREGIUDIZI E' UN'ASIA SENZA RAGAZZE

  • Nov 30, -0001
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7/3/2010



Tra vent'anni ci saranno cento milioni di scapoli: stabilità a rischio
CARLA RESCHIA
Nella Cina non ancora rivoluzionaria si usava acconciare i maschietti come femminucce: erano preziosi e destavano la gelosia dei demoni. In vesti femminili invece perdevano ogni attrattiva ed erano salvi. Quasi tutto è cambiato da allora nel Paese tranne la convinzione che mettere al mondo una bambina sia una disgrazia. Il progresso, la politica di controllo delle nascite e la medicina, hanno dato paradossalmente una mano: se spetta un solo figlio «deve» essere maschio e contro la nascita delle femmine al tradizionale abbandono nei campi oggi si può affiancare la prevenzione: ecografia e aborto fino all’arrivo dell’erede. Una situazione che l’Accademia cinese di Scienze sociali riassume con un dato impressionante: nel 2020 in Cina ci saranno da 30 a 40 milioni di teenager maschi «spaiati». Un esercito di «guanggun», di scapoli, non per scelta ma per l’impossibilità di trovare una coetanea.

Già oggi i cinesi abbienti pronti alle nozze spesso si rivolgono ai dirimpettai meno fortunati, siano cambogiani, laotiani o birmani, per trovare una sposa a buon mercato. Il problema è che non si riescono nemmeno a individuare con esattezza le cause del fenomeno: in Cina la politica del figlio unico data dal 1979, ma la nascita seriale di maschietti ha conosciuto un’accelerazione tra il 1990 e il 2005. In più, dal 1995, l’aborto selettivo sulla base del sesso è vietato per legge ma i risultati per ora non si vedono.

Non regge nemmeno la tesi di un fenomeno legato alle campagne dove una popolazione rimasta povera e ignorante preferirebbe i ragazzi, più robusti e destinati a restare in famiglia alle bimbe, delicate e in ogni caso appannaggio della casa del futuro sposo. Capita lo stesso nelle città tra le classi socialmente e culturalmente più elevate. E non accade solo in Cina. Il «gendercidio», l’omicidio legato al sesso del nascituro è diffuso in molte parti dell’altro gigante economico dell’area, l’India, dove in stati come il Punjab e l’Haryana sta portando a conseguenze simili. Anche qui le spiegazioni legate alla società tradizionale - un dettò indù recita: allevare una figlia è come innaffiare l’orto del vicino - valgono fino a un certo punto. Dal 1994, a quanto pare senza esito, è vietato abortire solo perché il nascituro non è maschio. Con grave scorno delle cliniche che reclamizzavano la loro attività con lo slogan: «Paghi 5.000 rupie oggi e ne risparmi 50 mila domani». Là dove la prima cifra, un centinaio di dollari, indica la diagnosi del sesso e la seconda l’ammontare medio di una dote, indispensabile per accasare l’indesiderata.

Cina e India sono casi limite, ma la lista dei Paesi dove il proliferare di «fiocchi azzurri» è troppo alto per essere naturale è lunga e comprende, per esempio, anche Singapore, Taiwan e la Corea del Sud, dove la penuria di donne e la necessità di ricorrere a mogli straniere ha prodotto un alto numero di Kosians, ovvero Korean-Asians, figli di matrimoni misti. Capita lo stesso nei Paesi della diaspora dell’impero sovietico, in particolare in Armenia, Azerbaigian e Georgia. In realtà, secondo alcuni studi, il fenomeno avrebbe portata mondiale e avrebbe a che fare più con «una fatale coincidenza tra la millenaria predilezione per i figli maschi, la diffusione delle tecnologie di diagnosi prenatale e il declino della fertilità», come sostiene Nick Eberstadt, demografo dell’American Enterprise Institute di Washington.

Quali che siano le cause a preoccupare sono soprattutto le conseguenze. L’indice di criminalità è raddoppiato in Cina negli ultimi 20 anni, in particolare i reati che hanno a che fare con il sesso ovvero stupri, rapimenti e traffico di donne, prostituzione. Anche in questo l’India si conferma gemella e rivale affiancando all’aumento dei reati quello della dote. Perché nel Paese dei chips e di Bangalore il matrimonio è ancora denaro che passa di mano e se la merce scarseggia i prezzi salgono. L’unica speranza è una drastica inversione di tendenza: è già successo nella Corea del Sud dove dal 2003 il rapporto delle nascite si è normalizzato, potrebbe accadere anche in Cina e in India. Secondo i più ottimisti sta già accadendo: nulla è più opinabile dei pronostici. Per ora, questo è un mondo per uomini.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201003articoli/52891girata.asp

OLANDA, SUCCESSO DELL'ESTREMA DESTRA

  • Nov 30, -0001
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4 marzo
 

Alle amministrative boom del partito
del candidato xenofobo Gert Wilder
BRUXELLES
Le elezioni locali «più nazionali» mai tenute in Olanda hanno portato a un risultato significativo anche se pronosticato e talvolta anche temuto. Il partito della Libertà (Pvv) dello xenofobo e anti-islam Gert Wilder, stando agli exit poll effettuati su scala nazionale e diffusi da una tv olandese, è il vincitore delle elezioni piazzandosi al terzo posto, in netta risalita dal quinto, e in grado di insidiare a due grandi partiti olandesi. Se le prime proiezioni verranno confermate dallo spoglio, che si sta svolgendo laboriosamente a mano perchè il voto elettronico in passato aveva posto dei problemi alla privacy degli elettori, il Pvv passerebbe dagli attuali nove seggi in parlamento a 24, i cristiano democratici sarebbero pesantemente ridimensionati passando da 41 a 29 seggi, ma rimanendo il primo partito in Olanda, seguiti dai laburisti che totalizzerebbero 27 seggi, perdendone sei.

Conti alla mano, gli analisti si sono già lanciati nella lettura politica del voto, decretando che queste elezioni, che hanno segnato un ulteriore leggero calo nell’affluenza alle urne, tranne all’Aja e a Almere, dove si sono candidati gli uomini di Wilders, rendono ancora più frammentario il panorama politico olandese. Dalle prime indicazioni emerge, infatti, che con i dati delle proiezioni per fare una coalizione di governo, dopo quella di centrosinistra di Jan Peter Balkenende, crollata sulla missione militare in Afghanistan, ci vorrebbero generalmente quattro forze politiche. Nelle simulazioni effettuale da Nos Tv solo la coalizione composta da cristianodemocratici, laburisti i liberali pro europeisti e anti Wilders di D66 e la sinistra verde totalizzerebbero 83 seggi su 150. Le altre varianti di centrodestra e di centrosinistra avrebbero maggioranze assai risicate.

L’attesa questa sera era tutta per il piazzamento del partito di Wilders, anche se i cittadini olandesi chiamati alle urne erano dodici milioni in 394 amministrazioni locali. Ma all’Aja e nel quartiere dormitorio di Almere, nella periferia di Amsterdam, tutti gli occhi sono puntati sul quartiere generale di Wilders e dei suoi candidati, che hanno scelto questa consultazione per candidarsi per la prima volta alle amministrative. I sondaggi dicevano che il Pvv potrebbe diventare il primo partito ad Almere e lo spoglio delle schede sta confermando questa previsione. Alle europee il partito di Wilders era già diventato il secondo partito olandese ottenendo il 16,6% dei suffragi e piazzandosi dopo i cristiano democratici (Cda) del premier, in carica solo per gli affari correnti fino alle elezioni politiche anticipate il 9 giugno.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201003articoli/52802girata.asp

LA DONNA CHE VENDE LE STORIE

  • Nov 30, -0001
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3/3/2010  

«Racconto le avventure straordinarie della gente comune e la faccio felice»


 FRANCESCA PACI
CORRISPONDENTE DA LONDRA
Se un mese fa aveste chiesto per le strade di Londra quale fosse la coppia più felice del Regno, la risposta probabilmente non sarebbe stata Carlo e Camilla, ma i trentacinquenni Justine e Maxine Rakes, due perfetti sconosciuti passati alle cronache per aver scoperto un insaziabile appetito sessuale dopo aver perso una quarantina di chili a testa. Per una settimana i tabloid britannici hanno moltiplicato le immagini dei coniugi dopo e prima della cura, quando con una mole di oltre un quintale cadauno riuscivano a mala pena a concedersi un quarto d'ora di piacere l'anno. Poi, improvvisamente come s'erano materializzati, i Rakes, eroi per caso della cronaca rosa, sono svaniti, perduti nelle mille storie eccezionali delle persone normali.

Qual è la strada che porta un uomo o una donna qualsiasi sulla copertina d'una rivista d'attualità e poi magari tra le pagine di costume d'un giornale straniero prima di tornare indietro verso l'anonimato? Per scoprirlo bisogna salire al secondo piano di una palazzina all'angolo tra Lancaster road e Portobello road, la Mecca londinese dei cercatori di chincaglierie d'epoca. Qui, all'inizio del 2008, l'ex reporter del Daily Mail Natasha Courtenay-Smith ha messo su Talk to the Press, Parla alla Stampa, agenzia online specializzata nella vendita di storie vere a quotidiani, periodici, tv.

«Questo tipo di notizie è molto richiesto, solo i settimanali, che se ne nutrono, hanno 12 milioni di lettori», spiega alla sua scrivania con la foto del figlio di 18 mesi. Sul muro un enorme collage di articoli del Sun, del Mirrow, di OK! ma anche dei serissimi Independent o Sunday Times. Trentatré anni, laurea in psicologia, la gavetta in redazione e il resto come freelance, Natasha è giovane e bella ma non sprovveduta. Ha un'agenda di nomi normali che sembra l'elenco del telefono: «Ho seguito a lungo i fatti di cronaca, gente assediata per settimane dai cronisti e poi dimenticata». Il tritacarne mediatico macina vite senza sosta, ma è anche un potenziale business, a patto che qualcuno faccia da intermediario tra produttori e consumatori. Lei e le due ragazze che l'aiutano ricevono ogni giorno una ventina di email, selezionano i racconti appetibili, li propongono alle testate e li trasformano in articoli arricchendoli di dettagli spesso raccolti dal vivo: «La mia passione è scrivere». In due anni ne hanno pubblicati 400.

Mentre il mercato incalza i media tradizionali, i pionieri dell'informazione sondano la frontiera. Se negli Usa cronisti avanguardisti sperimentano le inchieste on demand, commissionate dai cittadini o dalle istituzioni, la Gran Bretagna, terra dei tabloid, mette alla prova la negoziabilità della vita vissuta. Talk to the Press, come rivela il documentario «Cutting Edge: My Daughter Grew Another Head and Other True Life Stories» in onda domani su Cannel 4, è solo una delle decine di agenzie di collocamento di storie reali che sono fiorite negli ultimi mesi, risposta creativa all'offensiva virtuale di Internet.

«I lettori sono curiosi di cosa accade a quelli come loro, soddisfarli è lavoro da reporter, una sfida antica come la professione», ci dice John Jeffay, ex firma del Manchester Evening News e cootitolare insieme a Angela Epstein della neonata Sell That Story di Manchester. A lui si deve il reportage, rimbalzato in seguito fino alla prima serata di Fox, sulla piccola Tianna Lewis McHugh, la bimba di due anni affetta da una rarissima malattia che le impediva di piangere, pena la morte. Davanti al dolore degli altri, ragionava la scrittrice americana Susan Sontag, la macchina fotografica ferma l'istante.

E dopo? Natasha Courtenay-Smith respinge le critiche di chi l'accusa di cinica messa all'asta della sofferenza. E' piuttosto, osserva, la rivincita dell'uomo comune che chiede pegno per lo sfruttamento mediatico: «Alcuni non sono interessati al denaro ma a una riabilitazione, come quella donna apparentemente ritardata, ma menomata dalle percosse del marito che nella sua cittadina passava per un uomo per bene. Fin quando il Daily Mail non ha comprato il servizio».

Il listino varia. Un'esclusiva rende ai protagonisti anche 5-6 mila sterline, ma le vicende minori arrivano a 200. Poi c'è il compenso di Natasha, tariffe freelance, da qualche centinaio a un migliaio di sterline. Ne vale la pena? Per Henry, il primo inglese a sottoporsi all'innesto di natica, sì: non riusciva a convivere con il suo fondoschiena piatto e rinsecchitto, ma non aveva le 7 mila sterline necessarie all'operazione. Almeno finché non ha scoperto Talk to Press.

 

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NASCE LA POLIZZA CONTRO LE VIOLENZE SU DONNE E MINORI

  • Nov 30, -0001
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lastampa.it
1 marzo


Amidonna aiuterà le vittime a superare le difficoltà psicologiche

In Italia è un fenomeno tutt'altro che assente, anche se spesso rimane odiosamente nell'ombra. Se ne parla poco, ma nel nostro Paese gli episodi di violenza su donne e bambini sono frequenti e spesso rimangono non denunciati. Da qualche giorno, per dare un sostegno a chi ha subito violenza fisica, sessuale o psicologica, il gruppo assicurativo Filo Diretto ha predisposto la polizza Amidonna.

Tutti i numeri di un'odiosa piaga
Amidonna è la prima assicurazione in Italia dedicata speficatamente a donne e minori vittime di episodi di violenza. Secondo le ultime statistiche - che comprendono però solo gli episodi denunciati - in Italia è vittima di violenza fisica o sessuale il 31,9% delle donne e il 5-10% dei bambini. Da quando, poi, si è iniziato a parlare di stalking, si può stimare che circa il 18,8% delle donne (vale a dire 2 milioni e 77mila persone) sia stato "perseguitato" dall'ex-partner.

La polizza Amidonna
La polizza proposta dal gruppo Filo Diretto ha un duplice obiettivo: aiutare chi ha subito un abuso a superare il difficile momento psicologico e rendere il fenomeno un tema di dibattito sociale. Le prestazioni coperte dall'assicurazione prevedono: il consulto psicologico telefonico e il rimborso spese per l'assistenza psicologica post trauma fino a 1.500 euro (3.000 nel caso dei minori); il rimborso delle spese mediche fino a 5.000 euro e un'indennità mensile fino a 1.200 euro (fino a 12 mesi); la tutela legale fino a 15.000 euro; il rimborso spese di soggiorno in albergo, di assistenza ai minori e di prima necessità anche non documentate nel caso in cui sia necessario un allontanamento; il consulto medico telefonico 24 ore su 24, l'invio di un medico a domicilio e il trasporto in ambulanza.

In attesa delle istituzioni
Come ha spiegato Gerlando Lauricella, amministratore delegato del gruppo Filo Diretto, in occasione della presentazione della polizza, l'assicurazione non potrà essere stipulata privatamente. La proposta, piuttosto, è diretta alle istituzioni "interessate a fornire tutela e sostegno concreto alle fasce deboli della popolazione e ad affrontare il problema dal punto di vista dei costi socio-economici", nonché alle associazioni di consumatori e di categoria, ai sindacati, alle aziende e alle banche, che potranno "offrire assistenza qualificata in un ambito ancora scoperto e valore aggiunto ai loro servizi e prodotti".


http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplSezioni/ECONOMIA/girata_economia.asp?ID_blog=208&ID_articolo=339

la stampa.it
26 2 2010

L’ictus non è un problema che riguarda solo gli adulti e gli anziani, ma è un fatto grave che coinvolge anche neonati e bambini più spesso di quanto si creda e che, sovente, ha conseguenze molto gravi. Soprattutto perché il più delle volte i primi segni o veri e propri ictus passano, per così dire, inosservati.

L’inquietante notizia ci giunge dai medici statunitensi che sottolineano come i neonati o bambini che hanno ictus ricorrenti non vengano soccorsi adeguatamente poiché i sintomi sono riconosciuti se non dopo alcuni attacchi.
La pediatra e neurologa, dr.ssa Rebecca Ichord del Children Hospital di Philadelphia e Direttore del Programma per l’Ictus in pediatria, ha presentato all’International Stroke Conference 2010 a San Antonio (Texas) i risultati di uno studio sull’ictus ischemico delle arterie nei bambini dove si evidenzia come la maggioranza dei bambini colpiti da ictus abbiano episodi ricorrenti che non vengono diagnosticati nella fase iniziale.

I dati raccolti dalla dr.ssa Ichord riguardavano 90 bambini colpiti da ictus tra il 2003 e il 2009, con un’età media di circa 6 anni. Durante il periodo d’osservazione 12 di questi bambini hanno avuto ictus ricorrenti. La maggioranza di questi si è verificata un mese dopo il primo ictus.
In sei dei dodici bambini con attacchi ricorrenti non era stato diagnosticato il primo ictus e non sono stati riconosciuti fino a che non ci sono stati altri attacchi.
Secondo i ricercatori l’ictus nei bambini può avvenire a seguito di malattie come l’anemia falciforme o altre condizioni legate a problemi di cuore. O ancora a colpi di frusta al collo passati inosservati. Tuttavia, i motivi possono essere ancora altri.

I sintomi sono praticamente gli stessi che nei pazienti adulti o anziani come un’improvvisa perdita di funzioni neurologiche che compromette la visione o il linguaggio, oppure l’andatura incerta o una debolezza su un lato del viso o degli arti. Il problema tuttavia, fa notare la dr.ssa Ichord, è che nei bambini i sintomi possono essere sottili, l'esame è difficile e i bambini stessi sono meno in grado di descrivere i loro sintomi.
«I risultati del nostro studio confermano quanto sia importante la diagnosi per ictus nei bambini il più presto possibile in modo che i medici siano in grado di fornire le cure di emergenza e adottare misure per prevenire il ripetersi», ha concluso Ichord.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/Benessere/grubrica.asp?ID_blog=26&ID_articolo=1655&ID_sezione=565&sezione==

la stampa.it
 25/2/2010  

 - VIOLENZE DOMESTICHE - LA STRETTA DI PARIGI
 

Il ministro della Giustizia insiste:
«Entrerà in vigore da metà 2010»
PARIGI
Un braccialetto elettronico per sorvegliare a distanza il partner o il marito violento. È l’idea del ministro della Giustizia francese Michele Alliot-Marie, che la prossima settimana dovrebbe presentare in Parlamento questo nuovo dispositivo - già adottato in Spagna - per contrastare le violenze domestiche.

Questo sistema, che dovrebbe applicarsi anche agli ex-mariti, potrebbe entrare in vigore in Francia «entro la fine del primo semestre» 2010, ha detto da parte sua il segretario di Stato alla famiglia Nadine Morano. «È urgente occuparsi delle donne vittime di violenza», dice ancora la Morano in un’intervista pubblicata oggi sul quotidiano Le Figaro, nel giorno in cui l’Assemblea nazionale si appresta ad esaminare un pacchetto di legge per aumentare la sicurezza delle donne vittime di violenze e soprusi.

Un vero e proprio arsenale di norme che prevede, tra l’altro, anche la criminalizzazione delle molestie psicologiche.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201002articoli/52591girata.asp

UN NUOVO ESAME PER LA FERTILITA' DELLA DONNA

  • Nov 30, -0001
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la stampa.it
23 feb


Un semplice veloce test per stabilire il numero di ovuli presenti nelle ovaie

I ricercatori australiani lo hanno definito un test rivoluzionario perché permette in modo facile e veloce di sapere se, come, quando e quanto si è fertili. Una vera novità nella pianificazione familiare.

Il test, detto “Egg-timer”, riesce a prevedere con precisione le possibilità di ovulazione, in quanto basato sulla misurazione di uno specifico ormone della fertilità.
«Penso che questo sia un grande passo avanti», ha dichiarato il dr. Peter Illingworth, uno specialista in fecondazione artificiale.
In più il test permetterà di scoprire fin da giovanissime se vi possano essere in futuro rischi di infertilità in età avanzata, ha commentato la rete ABC, aggiungendo che permetterà di “identificare le donne che, per esempio, sono a rischio menopausa precoce e consentire alle donne di pianificare attivamente eventuali trattamenti di fertilità".
Il test, anche se adatto in generale a tutte le donne, è particolarmente indicato per le donne che hanno sofferto di cancro, endometriosi o che hanno subito interventi chirurgici alle ovaie.
L’Egg-timer dovrebbe costare circa 58 dollari Usa (circa 42 euro, al cambio odierno).

Sappiamo che la donna nasce con una media di 1-2 milioni di ovuli presenti nelle ovaie. Questi dopo la pubertà, raggiungono la maturazione con scadenza mensile, fino alla menopausa. Si ritiene che una donna di 20 anni abbia intorno ai 200 mila ovuli. Raggiunti i 30 anni questi si sono già ridotti 100 mila, per arrivare a 2.000 ovuli intorno ai 40 anni.
Un mezzo che dia la possibilità di conoscere meglio il proprio orologio biologico e quanto si possa essere più o meno fertili, mette al riparo milioni di donne dall’intraprendere costose e spesso estenuanti cure per l’infertilità, non ultima la fecondazione in vitro.
(lm&sdp)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/Benessere/grubrica.asp?ID_blog=26&ID_articolo=1642&ID_sezione=31&sezione=Benessere%20-%20Wellness

NIENTE RITOCCHI AL SENO PER LE UNDER 18

  • Nov 30, -0001
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LASTAMPA.IT
19 FEB


Il Cdm approva il ddl sulle protesi
Verrà istituito un registro nazionale
per "tracciare" gli impianti protesici


ROMA
Stop agli interventi di chirurgia plastica al seno per chi non ha ancora compiuto 18 anni e al via il registro delle protesi mammarie per rendere tracciabili gli interventi, le tecniche utilizzate e gli impianti inseriti. Il Consiglio dei ministri ha approvato questa mattina il disegno di legge Istituzione del registro nazionale degli impianti protesici mammari, obblighi informativi alle pazienti nonché divieto di plastica mammaria ai minorì, che passa ora all’esame del Parlamento. «Siamo i primi in Europa - ha sottolineato il sottosegretario alla Salute Francesca Martini, presentando il provvedimento ai giornalisti - a inserire una normativa di questo genere, in un settore dove non si era mai fatto nulla prima per tutelare la salute delle donne. E ci sono già altre nazioni che hanno manifestato interesse: credo ci sarà spazio per allargare il discorso anche su base europea».

Quando il Ddl diventerà legge, dunque, gli interventi per l’aumento del seno saranno vietati alle minorenni, salvo casi di malformazioni o patologie, «per cui, fra l’altro - ha ricordato Martini - le operazioni avvengono all’interno del Servizio sanitario nazionale». Ogni anno, è stato ricordato durante la conferenza stampa, in Italia vengono effettuati circa 100 mila interventi al seno, «il 20% a seguito di patologie neoplastiche - ha aggiunto Martini - e l’80% a fini estetici. Ma spesso alle giovani che si sottopongono a questo tipo di intervento non vengono spiegate le complicanze che si potrebbero verificare e i problemi relativi alla durata della protesi, all’allattamento al seno e allo screening del tumore al seno, per cui spesso la mammografia non si può effettuare». «Per questa categoria di pazienti, a secondo del tipo di protesi - ha aggiunto il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, intervenuto alla presentazione del Ddl - alla mammografia potrebbe essere preferibile un’altra tecnica diagnostica come l’ecografia o la risonanza magnetica». In questo senso il ministro ipotizza «linee guida ad hoc e strumenti preventivi adatti a queste pazienti».

I registri degli impianti protesici verranno istituiti dalle Regioni e dalle Province autonome e a livello nazionale dal ministero della Salute, presso la direzione generale dei Farmaci e dei dispositivi medici. «L’obiettivo - ha ricordato Martini - è quello di rendere tracciabile l’intervento, le tecniche utilizzate, il posizionamento della protesi e il dispositivo stesso, il tutto a tutela della salute della donna. Quanto alle sanzioni cui andranno incontro i chirurghi che operano ugualmente una paziente minorenne, «credo si aprirà un dialogo con l’Ordine dei medici», assicura Martini, che invita le neo-maggiorenni «a pensarci bene prima di sottoporsi a un’operazione come questa, dato che se le protesi durano in media 10 anni, si pensi a quanti altri interventi saranno necessari durante tutta la vita per sostituirle. Non è come cambiare colore di capelli», ha concluso.

Il chirurgo plastico Paolo Santanchè boccia su tutta la linea il disegno di legge voluto dal sottosegretario alla Salute Francesca Martini, approvato oggi dal Consiglio dei ministri: «È un inutile spreco di soldi dello Stato e di energie», commenta l’esperto. Di opinione diversa Alberto Ugazio, responsabile del Dipartimento di medicina pediatrica dell’ospedale Bambino Gesù di Roma: «E' una decisione giusta. Da pediatra non posso che essere d’accordo su provvedimenti di questo tipo»

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201002articoli/52399girata.asp

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