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DONNE, DORMITE DI PIU'

  • Nov 30, -0001
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7/1/2010  

- SCOPERTE
 
La sfida arriva dagli Stati Uniti: per tutto gennaio a letto otto ore a notte
EGLE SANTOLINI


MILANO
Abbiamo infranto il soffitto di cristallo nell’industria, al Congresso, nei media e nei viaggi spaziali. E adesso pensate a quali risultati potremo arrivare quando saremo lucide e riposate». L’ultima sfida per il 2010 in arrivo dall’America ha un piglio spiccatamente femminista e riguarda un bene che dovrebbe essere alla portata di tutti. Ma che invece tende a scarseggiare, soprattutto per le donne: il sonno.

Sappiamo benissimo che, in teoria, ce ne vorrebbero otto ore o almeno sette e mezzo per notte. Tra cura della famiglia, lavoro portato a casa (dopotutto, adesso basta un BlackBerry) ma anche controllo delle e-mail, partite di Farmville su Facebook e scanalamento sulla tivù satellitare, va a finire che ne dormiamo molte ma molte di meno. Visto però che la deprivazione di sonno non mostra i suoi effetti immediatamente, va a finire che ci illudiamo di poter trascurare questo bisogno fisiologico: di fame si muore; di veglia, apparentemente, no.

Ma Arianna Huffington, creatrice e «dea-ex-machina» del blog Huffington Post, e Cindi Leive del mensile «Glamour», hanno deciso che questo è un tema essenziale per il benessere della nazione. E per sottolinearlo hanno indetto sul Web un concorso che è una specie di «Chi vuol essere riposata?» La sfida: dormire bene tutte le notti per tutto il mese di gennaio. Le concorrenti: loro due innanzitutto, e poi chiunque vorrà partecipare. Il premio: l’incomparabile serenità di una mente rilassata. Con ricaschi ineguagliabili su stato della memoria, freschezza della pelle, lucidità del pensiero. Perfino, sui chili in eccesso (e questo è l’argomento che, probabilmente, darà più slancio alla competizione).

C’è del fascino in tutta l’operazione, proprio perché il tema è, insieme, di una banalità lapalissiana e di una profondità primitiva. Cosa c’è di più naturale del ritmo del sonno e della veglia? E cosa c’è di più stupidamente onnipotente della voglia di controllare quel ritmo, magari per far carriera e per sembrare più bravi (brave) degli altri? Arianna Huffington lo spiega benissimo: «Spesso le donne sentono che al club dei loro colleghi uomini non apparterranno mai. E allora, viene in mente quella scorciatoia». Stare più sveglia per sembrare più sveglia, insomma. Ma non funziona, no che non funziona. Bill Clinton, ricorda ancora Arianna, si è sempre vantato delle sue cinque ore per notte. Peccato che poi abbia ammesso di aver commesso i suoi errori più gravi «quando era stanco».

Come addormentarsi
Michael Breus, il medico ingaggiato dalle due signore come consulente scientifico del progetto, autore del libro «Sonno di bellezza: sembrare più giovane, perdere peso e sentirsi al meglio con un sonno migliore», ricorda che chi dorme poco è maggiormente esposto a stress, malattie, incidenti di traffico. Tentennerà nelle decisioni, si sentirà confuso, pigro, privo di nerbo; alle riunioni di lavoro non saprà difendere le proprie opinioni. Messa così, sembra la formula dell’acqua calda: «Dormici sopra e farai qualsiasi cosa in modo più brillante», come conclude il dottore. Ma i suoi consigli (vedi i box sopra) funzionano, eccome: lo dimostrano i primi post delle frequentatrici del blog, fra ammissioni di colpa («stanotte non ce l’ho fatta, ho rotto il patto: sei ore di sonno») e bollettini della vittoria («è tutta un’altra vita»). Al di là delle osservazioni sulle tecniche empiriche (sì, il bagno caldo è efficace: basta farlo mezz’ora prima di mettersi sotto le coperte), l’intervento più significativo tra quelli postati sull’Huffington, fino a questo momento, è quello estremamente combattivo di Ellen Galinsky, presidente dell’Istituto per il lavoro e le famiglie, che suggerisce di allargare la sfida agli uffici e di coinvolgere i colleghi di lavoro ma anche i capi, perché l’insonnia mina la produttività del Paese. Una ricerca commissionata dall’Istituto dimostra infatti che il 27 per cento del campione interpellato ha sperimentato turbe del sonno in grado di peggiorare le prestazioni professionali «almeno qualche volta» nel corso del mese, e il 9 per cento addirittura «spesso» o «abbastanza spesso».

Imitare i bambini
Dal 4 gennaio, giorno dell’inizio della sfida, nuovi interventi si aggiungono ogni ora. Un altro medico, l’indiana di New York Gayatri Devi, spiega come il sonno migliori la memoria e aiuti a coltivare il genio: «Lo sapete che gli uccellini provano le loro melodie mentre dormono? Che i violinisti si esercitano inconsciamente con il loro strumento, che le ballerine ripassano senza saperlo ogni singolo movimento coreografico? Succede ai surfisti, ai giocatori di golf, perfino agli appassionati di Tetris». . Rimbalzano sul blog ricerche britanniche sul maggior tasso di depressione negli adolescenti insonni e studi scientifici sul reale influsso della caffeina sulle fasi Rem.

Russell Bishop,scrittore e coach, condivide la propria esperienza: «Sarà un fattore del tutto personale, ma qualche volta, prendendo sonno, ho la sensazione di entrare in contatto con una parte molto profonda di me, aspetti della mia coscienza che potrebbero definirsi di una natura più alta». Ma al di là delle suggestioni mistiche, quello che viene subito la voglia di seguire è il consiglio di Amy Hertz: «Provate con un pisolino pomeridiano, come se aveste ancora due anni». Orari di lavoro permettendo, s’intende.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/201001articoli/51011girata.asp

EMMA E RENATA PER TUTTI

  • Nov 30, -0001
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7/1/2010

opinioni
    
LUCA RICOLFI
Forse quando leggerete questo articolo si saprà già come sono andate le cose nel Pd. Sapremo cioè se a sfidare Renata Polverini, candidata del centro-destra per la Regione Lazio, sarà Emma Bonino.

O se invece il Pd avrà deciso di puntare su qualcun altro, più gradito all’Udc. Io spero che a spuntarla sia Emma Bonino, non per ragioni strettamente politiche bensì per un motivo personalissimo, interiore, intimo mi verrebbe da dire. Un motivo che è più facile raccontare che spiegare.

Bene, ho appreso che Emma Bonino si candidava a governare il Lazio quasi per caso, accendendo distrattamente la radio in auto martedì pomeriggio. Lì per lì non ho capito che non era stato il Pd a candidarla, né che il Pd si fosse immediatamente messo alla ricerca di un altro candidato: alle ultime elezioni politiche i Radicali stavano nelle liste del Pd, quindi davo per scontato che a candidare Emma Bonino fosse stato il Pd stesso (naturalmente questo dipende anche dalla mia ignoranza: abito a Torino, e seguo poco le vicende romane). A un elettore normale non viene neanche in mente che il Pd possa non sostenere una persona - Emma Bonino - che aveva fortissimamente voluto nelle proprie liste meno di due anni fa, quando Veltroni tentava di dare un’identità al suo partito. La Bonino che corre senza l’appoggio del Pd, il Pd che, all’ultimo momento, le contrappone un candidato alternativo, sono scenari semplicemente incomprensibili, al limite del grottesco. Così grottesco che una simile eventualità a me, elettore un po’ distratto, non era neppure passata per la mente.

Ma il motivo vero, il motivo più profondo per cui spero che sia proprio Emma Bonino a sfidare la Polverini sta in ciò che quella notizia ha provocato nella mia mente di cittadino chiamato al voto: ho provato invidia per i romani, anzi per i laziali. E sapete perché?
Perché mi sono detto: se avessi la residenza nel Lazio sarei, per la prima volta nella mia storia di elettore, completamente sereno. E lo sarei perché a sfidarsi sono due persone come si deve, educate e appassionate, che hanno il rispetto di tutti, e si stimano fra di loro (la stima per Renata Polverini è fra le prime cose dichiarate da Emma Bonino nelle interviste). Due persone che, poste al governo del Lazio, ovviamente non farebbero le stesse identiche cose, ma difficilmente si rivelerebbero cattive amministratrici, animate dall’interesse personale o compromesse con clientele e comitati di affari: e l’esperienza insegna quanto, nei governi locali, la qualità complessiva dell’amministrazione sia l’elemento decisivo, ben più delle piccole differenze negli indirizzi politici generali.

Per un cittadino normale, non imbevuto di ideologia, vivere in Veneto o in Emilia, due regioni di opposto colore politico, è sostanzialmente la stessa cosa, perché sono regioni entrambe ben governate. Ed è diversissimo rispetto al vivere in una qualsiasi delle regioni di mafia, indipendentemente dal fatto che a mal governarla sia il centro-destra o il centro-sinistra. Naturalmente la scelta fra Polverini e Bonino non è indifferente, e se abitassi a Roma cercherei di capire le differenze fra i rispettivi programmi (innanzitutto sulle politiche familiari), ma alla fine non è più drammatica della scelta fra vivere in Veneto o in Emilia, in Lombardia o in Piemonte, in Friuli o in Trentino.

Queste cose pensavo a caldo. E poi, voglio confessare proprio tutto, nella mia mente è partita una fantasticheria, una sorta di sogno ad occhi aperti. Che bello sarebbe se, anche nelle altre regioni, anche nella competizione per le elezioni politiche, potessimo scegliere fra candidati così. Che bello sarebbe se, anziché parlare a vanvera di rinnovamento, si avesse un po’ più di cura nello scegliere i candidati. Che bello sarebbe se il rispetto che il nostro candidato riceve dagli «altri», ossia dall’elettorato che non lo voterà, fosse un metro importante per sceglierlo. Somiglieremmo un po’ di più alle grandi democrazie, il cui tratto distintivo, al di qua come al di là dell’Atlantico, è il fatto che la maggior parte degli elettori non esclude affatto di cambiare schieramento, né vive come una catastrofe la vittoria dello schieramento avverso: in Francia la vittoria di Sarkozy non è stata un dramma per gli elettori progressisti, negli Stati Uniti la vittoria di Obama non è stata un dramma per gli elettori repubblicani, in Germania la vittoria della Merkel non è stata un dramma per gli elettori socialdemocratici.

Come cittadino sono abbastanza stanco, e persino irritato, di ascoltare continuamente inviti ad «abbassare i toni». Più che abbassare i toni, alziamo la qualità dei candidati, e non ci sarà più bisogno di abbassare alcunché. Candidando Renata Polverini, il Pdl ha già fatto la sua parte. Presto vedremo se anche il Pd vorrà fare la sua.

http://www.lastampa.it/redazione/default.asp

FAMIGLIE IN CRISI. A FINE MESE IL 17% E' IN ROSSO

  • Nov 30, -0001
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la stampa.it

30/12/2009

REDDITI - L'ITALIA IN AFFANNO
 

In difficoltà con mutui e spese per la casa. I più colpiti sono dipendenti e pensionati

STEFANO LEPRI
ROMA
E’ in crescita il numero delle famiglie italiane che dichiarano di avere difficoltà ad arrivare la fine del mese, oppure a pagare rate di mutuo e bollette. Sono dati in realtà di un anno fa quelli diffusi dall’Istat ieri, perché è occorso tempo a elaborarli nel dettaglio.

Ma è assai improbabile le cose possano essere migliorate oggi, con mezzo milione di occupati in meno rispetto alla fine del 2008. Le «Condizioni di vita e distribuzione del reddito» vengono rilevate nell’ambito di un progetto europeo, con domande standardizzate, che indaga un po’ su tutto (perfino su chi ha il gabinetto in casa e chi no; in quello l’Italia sta a posto, pare ce l’abbiano tutti). Nel confronto con gli altri paesi, da anni gli italiani appaiono o più malmessi o più pronti a lamentarsi degli altri. In Francia solo il 3% dichiara problemi di fine mese; in Germania il 2%, in Spagna il 13%, solo in Grecia, Portogallo, Est quote maggiori. Le domande di cui è stata data notizia ieri riguardano anche il riscaldamento della casa, che 11 famiglie su 100 rispondono di non potersi permettere in misura adeguata.

Il peggioramento della situazione, dal 2007 al 2008, riguarda soprattutto il Mezzogiorno. Ad «arrivare alla fine del mese con molta difficoltà» erano alla fine dell’anno scorso il 17% delle famiglie, contro il 15,4% della fine 2007; nel Sud e nelle Isole il balzo è stato più ampio, dal 22% al 25,6%. Non è una novità che a soffrire di più siano le famiglie numerose (cinque o più componenti); anche in questo caso c’è un netto aggravamento dal 2007, 25% in difficoltà, al 2008, 29,6%. Ancor più, tra le famiglie con tre o più figli minori nel 2008 quasi un terzo, il 32,9%, hanno avuto difficoltà a far tornare i conti («make the ends meet» nell’inglese delle istruzioni di Eurostat) in forte ascesa dal 25,9% del 2007.

Guardando alle fonti di reddito, a passarsela peggio dell’anno precedente sono stati soprattutto i lavoratori dipendenti e i pensionati; pressoché invariata invece la condizione dei lavoratori autonomi e dei percettori di altri redditi. Non a caso negli ultimi tempi tutte le confederazioni sindacali, sia pur ognuna a proprio modo, reclamano sgravi fiscali a favore dei lavoratori dipendenti. Nelle cifre diffuse dall’Istat - che si basano su un campione di 21.000 famiglie - i redditi netti (ma qui si risale al 2007) sono di circa 33.000 euro annui per una famiglia dove il reddito principale è di lavoro dipendente, 41.500 dove è di lavoro autonomo. Le disuguaglianze tra ricchi e poveri non sembrano in crescita; restano più alte nelle regioni povere e popolose e nel Lazio, più basse a Nord di Roma.

Secondo calcoli della Cgil, in questa fine 2009 la percentuale delle famiglie in difficoltà sarebbe salita ancora, a circa il 25% nel caso dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, rispetto al 16,7% e 18,7% del 2008 dei dati Istat; sapremo tra un anno se è vero o no. Agostino Megale, il segretario confederale Cgil che segue i problemi economici, sostiene che il reddito reale delle famiglie, in calo dello 0,4% nel 2008, sarebbe sceso di un altro 0,5% nel 2009. E’ questo, secondo il dirigente Cgil, «il volto reale del paese» di contro all’ottimismo governativo, con «1.200.000 persone in cassa integrazione» e mezzo milione di posti di lavoro in meno. Nelle principali previsioni internazionali, la disoccupazione in Italia continuerà a crescere per tutto il 2010.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/200912articoli/50803girata.asp

repubblica.it
18 12 09

"Gay a morte in Uganda, è giusto?"
Bufera sul forum aperto dalla Bbc
Polemiche crescenti, il dibattito
su Internet viene chiuso subito
LONDRA
È polemica sulla decisione della Bbc di aprire sul suo sito web un forum sulla proposta di legge, che verrà presentata domani in Uganda, di introdurre la pena di morte per gli omosessuali. Il forum "Gli omosessuali devono essere giustiziati?" è stato rimosso dopo che sono iniziate a fioccare le proteste, ma intanto aveva già ricevuto 633 commenti, 206 dei quali erano stati giudicati adatti alla pubblicazione. Prima della rimozione, su suggerimento di un organismo interno antidiscriminazione, era stato semplicemente cambiato il nome della discussione, che era diventata "L’Uganda deve dibattere della pena di morte per i gay?". Ma poi le polemiche crescenti hanno portato alla chiusura.

E se molti interventi esprimevano condanna per la proposta di legge, diversi si sono detti d’accordo sulla pena capitale per i gay. Un certo Chris, da Guildford (Inghilterra), aveva scritto: «Sono totalmente d’accordo. Dovrebbe essere imposta in GB, quanto prima. Riportate in voga valori familiari rispettabili. Perchè dobbiamo sopportare i gay pride? A me sarebbe permesso organizzare un festival per eterosessuali? No. Se l’omosessualità è naturale, come ci vogliono forzare a credere, come si sosterrebbero le specie? Suggerisco di mandare tutti i gay su un isola remota, e lasciarli lì per una generazione, dopo la quale in teoria, non ne dovrebbero restare più». Aaron, di Freetown (Liberia), diceva: «Bravi gli ugandesi per questa decisione, un passo intelligente per eliminare questa minaccia dallo nostra società. Spero che altre nazioni africane seguano questo passo coraggioso».

Molti parlamentari hanno espresso il loro sgomento per la decisione di aprire il forum; Eric Joyce, laburista che ha denunciato ai Comuni l’iniziativa, si è detta «sbalordita» per la decisione di mettere online un dibattito del genere: «Dovremmo vedere con orrore quel che sta succedendo in Uganda. La Bbc pensa probabilmente di comunicare con la gente in Africa. Ma quasi tutti i commenti venivano da altrove». Lynne Featherstone, esponente liberaldemocratica, ha detto che «suggerire che l’assassinio di omosessuali sponsorizzato dallo stato sia un legittimo argomento di dibattito è offensivo. La Bbc attizza le fiamme dell’odio. Devono scusarsi per la loro grossolana mancanza di sensibilità».

Il responsabile del forum, David Stead, aveva spiegato online di aver riflettuto a lungo sulla decisione: «Siamo d’accordo che è una domanda brutale e difficile, ma credo che rifletta il problema. Se i deputati ugandesi approvano la legge antiomosessualità, essa potrebbe far condannare a morte persone per aver avuto rapporti omosessuali». E oggi il direttore del World Service della Bbc, Peter Horrocks, si è scusato per il primo nome, «troppo duro», dato al forum, «e per l’offesa che può aver arrecato». Ma, ha aggiunto, il dibattito resta cruciale per gli africani e per la comunità internazionale: «era un tentativo legittimo di proporre una discussione difficile su queste proposta di legge... la Bbc offre uno spazio per dibattere che altrimenti non esisterebbe in tutto il continente africano ed oltre».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200912articoli/50498girata.asp

INFORMATICI SENZA FRONTIERE

  • Nov 30, -0001
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20 4 2011
 
l'Italia connette l'Africa
E' l'associazione che porta in zone disagiate la tecnologia come strumento di cooperazione e sviluppo

ANTONINO CAFFO
Poco più di sei anni fa nasce in Veneto una onlus con un obiettivo ambizioso: ridurre il digital divide nel mondo. Il nome del gruppo la dice tutta: «Informatici senza frontiere». L’associazione utilizza conoscenze e strumenti informatici per aiutare concretamente chi vive situazioni di emarginazione e difficoltà. I progetti partono dall'Italia ma coinvolgono diverse regioni in tutto il Pianeta. In particolare si cerca di portare l’innovazione lì dove può realmente rappresentare un passo verso il miglioramento degli stili di vita, sia sotto il profilo umano che sociale.
Informatici senza frontiere conta più di dieci sezioni regionali, dal nord al sud, una rete che permette di trasformare le tante idee in progetti fattibili e reali. Il 9 e 10 Aprile si è tenuta a Mondaino in provincia di Rimini, l’assemblea nazionale 2011, che è stata l’occasione per presentare i progetti cardine del gruppo. Spiccano tra gli altri «Abc Computer» e «Open Hospital». Il progetto «Abc Computer», nato grazie alla collaborazione con l’associazione Linux Trent, e il Comune di Trento, ha l’obiettivo di favorire l’avvicinamento all’utilizzo del software libero e di una primaria alfabetizzazione nell’utilizzo del PC. Tutto questo è reso possibile da un’aula aperta dove, secondo giorni e orari prestabiliti, è possibile muovere i primi passi grazie all’ausilio di alcuni volontari qualificati. Attraverso il progetto è stata anche istituita la figura del Referente Regionale per l’Alfabetizzazione. Ad oggi i corsi attivati sono 16 dal Trentino alla Puglia.
«Open Hospital» è un progetto che nasce dall’incontro tra i fondatori di Informatici Senza Frontiere e il dott. Mario Marsiaj, che da oltre 40 anni coordina e sostiene l’ospedale St. Luke di Angal in Uganda. L’obiettivo è quello di fornire alle strutture cliniche nei paesi poveri e in via di sviluppo, un sistema informatico (Open Hospital appunto) che permetta di effettuare le operazioni gestionali quotidiane, dalle schede cliniche alla fornitura di medicinali nel magazzino. A distanza di tre anni Open Hospital viene ancora utilizzato ed è presente in altre realtà ospedaliere tra cui Kenya, Afghanistan, Benin e Congo. Inoltre, presso l’Università di Bari, sono stati attivati due percorsi di stage con tesi di laurea incentrati sullo sviluppo di nuove implementazioni di Open Hospital, come servizi via sms e attivazione di webcam.
Nelle parole di Antonio Savarese, recentemente nominato Responsabile Comunicazione di Isf, gli obiettivi per il futuro. «Aiutare i disagiati sociali a stare meglio - ha sottolineato - attraverso l’apporto delle nuove tecnologie. L’associazione ha già raccolto un primo successo, da realtà locale si è trasformata in un cantiere di progettazione nazionale e internazionale. Siamo in continua crescita. Il prossimo passo è quello di coinvolgere sempre di più le istituzioni e le associazioni presenti sui luoghi di intervento, in modo che i progetti realizzati continuino a vivere anche dopo il nostro ritorno in Italia».

"GAY A MORTE IN UGANDA, E' GIUSTO?"

  • Nov 30, -0001
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lastampa.it
18 12 2009



Bufera sul forum aperto dalla Bbc
 
Polemiche crescenti, il dibattito su Internet viene chiuso subito

LONDRA
È polemica sulla decisione della Bbc di aprire sul suo sito web un forum sulla proposta di legge, che verrà presentata domani in Uganda, di introdurre la pena di morte per gli omosessuali. Il forum "Gli omosessuali devono essere giustiziati?" è stato rimosso dopo che sono iniziate a fioccare le proteste, ma intanto aveva già ricevuto 633 commenti, 206 dei quali erano stati giudicati adatti alla pubblicazione. Prima della rimozione, su suggerimento di un organismo interno antidiscriminazione, era stato semplicemente cambiato il nome della discussione, che era diventata "L’Uganda deve dibattere della pena di morte per i gay?". Ma poi le polemiche crescenti hanno portato alla chiusura.

E se molti interventi esprimevano condanna per la proposta di legge, diversi si sono detti d’accordo sulla pena capitale per i gay. Un certo Chris, da Guildford (Inghilterra), aveva scritto: «Sono totalmente d’accordo. Dovrebbe essere imposta in GB, quanto prima. Riportate in voga valori familiari rispettabili. Perchè dobbiamo sopportare i gay pride? A me sarebbe permesso organizzare un festival per eterosessuali? No. Se l’omosessualità è naturale, come ci vogliono forzare a credere, come si sosterrebbero le specie? Suggerisco di mandare tutti i gay su un isola remota, e lasciarli lì per una generazione, dopo la quale in teoria, non ne dovrebbero restare più». Aaron, di Freetown (Liberia), diceva: «Bravi gli ugandesi per questa decisione, un passo intelligente per eliminare questa minaccia dallo nostra società. Spero che altre nazioni africane seguano questo passo coraggioso».

Molti parlamentari hanno espresso il loro sgomento per la decisione di aprire il forum; Eric Joyce, laburista che ha denunciato ai Comuni l’iniziativa, si è detta «sbalordita» per la decisione di mettere online un dibattito del genere: «Dovremmo vedere con orrore quel che sta succedendo in Uganda. La Bbc pensa probabilmente di comunicare con la gente in Africa. Ma quasi tutti i commenti venivano da altrove». Lynne Featherstone, esponente liberaldemocratica, ha detto che «suggerire che l’assassinio di omosessuali sponsorizzato dallo stato sia un legittimo argomento di dibattito è offensivo. La Bbc attizza le fiamme dell’odio. Devono scusarsi per la loro grossolana mancanza di sensibilità».

Il responsabile del forum, David Stead, aveva spiegato online di aver riflettuto a lungo sulla decisione: «Siamo d’accordo che è una domanda brutale e difficile, ma credo che rifletta il problema. Se i deputati ugandesi approvano la legge antiomosessualità, essa potrebbe far condannare a morte persone per aver avuto rapporti omosessuali». E oggi il direttore del World Service della Bbc, Peter Horrocks, si è scusato per il primo nome, «troppo duro», dato al forum, «e per l’offesa che può aver arrecato». Ma, ha aggiunto, il dibattito resta cruciale per gli africani e per la comunità internazionale: «era un tentativo legittimo di proporre una discussione difficile su queste proposta di legge... la Bbc offre uno spazio per dibattere che altrimenti non esisterebbe in tutto il continente africano ed oltre».


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MA NON SIAMO AGLI ANNI SETTANTA

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la stampa.it
17/12/2009
 
CESARE MARTINETTI

L’attentato anarchico alla Bocconi, per quanto - fortunatamente - incruento, attraversa come una scossa l’atmosfera surriscaldata di Milano e dell’Italia. I teorici del ritorno agli Anni Settanta (che curiosamente abitano soprattutto a destra) aggiungeranno benzina ai loro surriscaldati argomenti. Ma non hanno ragione, ed è bene rifletterci un momento.

L’esercizio di voler leggere a tutti i costi il presente sfogliando il catalogo dei fatti passati appare comodo e semplicistico. A che serve evocare l’escalation che portò l’Italia di quarant’anni fa nel turbine delle stragi nere e nella spirale degli omicidi rossi? A leggere certi editorialisti sembra che più che analisi vendano oroscopi funesti. La Storia non si ripete sempre uguale. E allora, piuttosto dobbiamo chiederci quali sono i pericoli di oggi in una situazione di degrado economico e sociale evidente. Gli ammortizzatori sociali per fortuna funzionano, ma la fascia degli esclusi e di quelli che sentono minacciata la propria sicurezza, personale ed economica, è crescente. E tutto questo crea preoccupazione di tenuta sociale, ma è molto diverso dalla realtà degli Anni Settanta.

Allora c’era una società che viveva per idee forti e movimenti di massa, il Sessantotto aveva depositato fiori e fucili, il boom postbellico aveva esaurito la sua spinta propulsiva, la crisi incombente cominciava a mordere le fabbriche, il modello spensierato della società dei consumi si stava rivelando fragile. Il movimento operaio era forte e compatto, il sindacato - per la prima volta unitario nella storia del Paese - sembrava unire come non era mai accaduto gli operai del Nord con le masse del Sud. La rivoluzione sociale incompiuta dalla Resistenza sembrava possibile. L’utopia egualitaria si realizzava nelle fabbriche e nelle scuole innescando un diffuso riscatto sociale e promuovendo insieme l’esasperazione di quell’inclinazione anticompetitiva che è oggi uno dei nostri vizi nazionali.

La politica era forte, le idee anche, i partiti strutturati, la lotta politica dura, le grandi ideologie del Novecento con il loro carico di drammi e di ideali costituivano la rete su cui la società era organizzata. La profondità della ferocia che si espresse prima nelle stragi fasciste (a cominciare da piazza Fontana, naturalmente) poi nella serialità di omicidi e ferimenti realizzati dai terroristi rossi era pari alla dimensione storica di quelle divisioni. Dietro gli assassini di allora c’era una vera realtà politica e sociale.

E ora? Per quanto sciagurato il gesto di Massimo Tartaglia contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non è il sequestro Moro. Per quanto estremi gli slogan dei contestatori di oggi hanno un impatto infinitamente meno forte dei cortei operai di allora. Nella nostra società liquida e post-industriale gli unici movimenti di massa si possono trovare in quella dimensione virtuale che si chiama Internet, social network di uomini e donne sole che si cercano per condividere idee, conoscersi, lavorare, giocare, delirare, dire sciocchezze. È una dimensione importante di libertà, specie per i giovani, che vive di autoregolazione: i fan club di Tartaglia sono durati poche ore (esattamente come quelli di Berlusconi...). Immaginare di entrarci con le manette è velleitario e anche sbagliato.

La bomba di Milano non va certo archiviata come irrilevante. La scelta simbolica della Bocconi, scuola d’élite per una società che tende al meglio e vuole competere, è una scelta in linea con una logica terroristica. Dunque attenzione: qualcuno può sempre prendere una pistola e usarla. Il disagio sociale c’è ed è forte, le persone si sentono sole e non protette perché non esiste più un movimento sindacale né una cultura di rivendicazione collettiva. I poteri pubblici devono saper offrire una difesa a chi non si sente difeso. In questa realtà i gesti isolati sono possibili e ugualmente temibili. Ma i veri terroristi non si sono mai mossi per bisogno. Piuttosto per un’ideologia che oggi non si vede e che rende così diversi i nostri da quegli anni. Quello che si vede invece è un’insopportabile e autoreferenziale guerra civile a parole tra i politici e nel discorso pubblico italiano. Siamo convinti che la società civile nella gran maggioranza sia oggi meglio della società politica, più consensuale, meno isterica, più pragmatica. In una parola più seria. È dovere di tutti rappresentarla meglio.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6747&ID_sezione=&sezione=

la stampa.it
17 12 09
Choc in Brasile, padre sacrifica il figlio
in un rito per vendicarsi sulla moglie


LONDRA
Una scoperta choc scuote il Brasile. Un bambino di due anni è stato trovato con quaranta aghi conficcati nel corpo. Secondo la polizia locale il responsabile dell’orrore sarebbe il padre, Carlos Magalhaes, che avrebbe sacrificato il bimbo in un rito di magia nera. Il piccolo ora è in terapia intesiva, e le radiografie non lasciano dubbi.

I genitori del bambino lo avevano portato in ospedale d’urgenza perché soffriva di dolori fortissimi all’addome e agli arti. «Non sappiamo cosa sia successo» la prima spiegazione. I medici, perplessi, hanno effettuato le analisi. «E’ impossibile che li abbia ingeriti» ha detto Eduardo Goes, responsabile del centro- « Per fare un paragone, se qualcuno ingerisce per errore una grossa lisca di pesce, beh, è in grado di provocare sintomi gravi. Immaginate un bimbo che ingoia quaranta o cinquanta aghi. Difficile da credere».

Poi, la confessione del padre, che ha raccontato agli agenti di aver conficcato gli aghi nel corpo del figlio durante un rito magico. «Avrei dovuto ucciderlo per vendicarmi di mia moglie». La polizia ha detto che l’ordine è arrivato dall’amante, e ha spiegato che la prima segnalazione è arrivata proprio dalla madre, che ha trovato in casa oggetti sospetti.

Il team di dottori che si occupa del caso intende lasciare molti degli aghi all'interno del corpo del piccolo, perché la rimozione potrebbe causare più danni che benefici.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200912articoli/50463girata.asp#

la stampa.it
16/12/2009  


AGGRESSIONE A BERLUSCONI - GIRO DI VITE IN ARRIVO

Nuove norme in Consiglio dei ministri,
in arrivo filtri e multe ai gestori dei siti.
Altolà ai cortei tra gruppi contrapposti


ROMA
Misure «più adeguate», per garantire ai cittadini e a chi ha compiti istituzionali di «svolgere tranquillamente la propria azione», ma anche per porre fine a quella che è una «vera e propria istigazione a delinquere» attraverso Internet. Due giorni dopo l’aggressione a Berlusconi, il governo si appresta ad approvare un provvedimento che regoli le manifestazioni di piazza, con l’obiettivo di impedire che schieramenti contrapposti possano trovarsi a stretto contatto, e che limiti la nascita di gruppi e siti sulla rete che possano istigare alla violenza.

Un percorso tutt’altro che semplice, soprattutto per quanto riguarda internet, con il rischio di andare ad incidere pesantemente sui diritti personali e sulla privacy dei cittadini. La maggioranza, ha spiegato il ministro dell’Interno Roberto Maroni, proporrà già domani al Consiglio dei ministri le misure, che saranno contenute, vista «l’urgenza», in un decreto legge. «Si tratta di misure delicate - ha ammesso lo stesso ministro - che riguardano terreni come la libertà di espressione sul web e quella di manifestazione, ancorchè in luoghi aperti e pubblici». Ma nonostante ciò, è necessario «trovare un punto di equilibrio» che garantisca tutti. E se il ministro alla Camera aveva parlato di interventi per «oscurare» siti e gruppi inneggianti alla violenza, al Senato ha modificato il tiro, parlando della necessità di «colpire i messaggi violenti» e fermo restando il bisogno di «non coinvolgere la generalità degli utenti del social network che usano la rete per fini assolutamente leciti».

Il ministro intanto ha incassato la collaborazione di Facebook, che dal quartier generale di Palo Alto è intervenuta per rimuovere i gruppi più violenti. Ma lo stesso social network ha subito sottolineato che Facebook rimane un luogo aperto, dove 350 milioni di utenti «possono discutere e condividere tutto ciò che è ritenuto importante». E dunque «il fatto che alcuni tipi di commenti e contenuti possano infastidire, come per esempio le critiche alle politiche del governo e alle ideologie politiche, non è una ragione sufficiente per rimuovere una discussione». Insomma, difficilmente dagli Usa interverranno in futuro, se non in casi particolarmente gravi. Parole che nelle riunioni tra i tecnici che si sono tenute oggi al Viminale, sono state vagliate attentamente, così come sono state messe sul tavolo tutte le difficoltà tecniche di un intervento sulla rete. Alla fine, secondo quanto si apprende, il provvedimento che arriverà al Cdm dovrebbe prevedere la possibilità di rendere più difficoltosa la navigazione sul web verso quei siti che istigano alla violenza o fanno apologia di reato, attraverso una serie di filtri.

La misura più importante, però, sarà l’attribuzione all’autorità giudiziaria del compito di adottare provvedimenti cautelari verso quei siti, gruppi o blog in cui si ravvisa l’istigazione a delinquere o l’apologia di reato. Provvedimenti che, se non rispettati, farebbero scattare una sanzione penale. Resta il problema dei siti registrati all’estero, sui quali è impossibile intervenire se non tramite rogatoria, che richiede tempi lunghi e lascia ai paesi ospitanti la decisione finale sull’eventuale rimozione. «Stiamo studiando una norma - ha detto Maroni al Senato - che dia potere effettivo alla magistratura, che credo sia l’organo più competente per decidere non se ci sono semplicemente dei messaggi violenti, ma dei messaggi che integrano dei veri e propri reati, per interromperne la commissione».

Quanto alle manifestazioni, il decreto modificherà la norma che ne regola lo svolgimento. Oggi la legge prevede che cortei e sit in contrapposti non possano tenersi negli stessi luoghi solo nei 30 giorni antecedenti le elezioni politiche e una pena che va da 1 a 3 anni per chi viola le disposizioni. Il provvedimento che giovedì sarà in consiglio dei ministri, sottolineano fonti informate, estenderà il divieto a tutto l’anno e innalzerà le pene da 2 a 4 anni. Alla Camera il ministro Maroni ha detto che l’intento del governo è quello di verificare la possibilità di estendere le norme contro la violenza negli stadi anche alle manifestazioni pubbliche: in sostanza si punta ad arrivare ad una sorta di protocollo che fissi regole certe e non modificabili. E che responsabilizzi maggiormente gli organizzatori di cortei e manifestazioni, così come è avvenuto per le società sportive con gli steward.


http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200912articoli/50435girata.asp

EMMA DANTE "L'ITALIA NON E' PIU' UN PAESE PER GIOVANI"

  • Nov 30, -0001
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 la stampa.it

9/12/2009   


Contestata per la sua regia innovativa "Che tristezza la paura del nuovo. E non solo all'opera"
ALBERTO MATTIOLI
MILANO


Il day after, almeno, è iniziato con un dolce risveglio. «Mio marito (Carmine Maringola, attore, che in Carmen è l’onnipresente prete, ndr) mi ha svegliato a mezzogiorno. Mi ha portato un caffé e mi ha detto che era molto fiero di me. Un caffè a letto con un monsignore: fantastico».
Emma Dante la prende con spirito. Riassumendo: ieri l’altro si è inaugurata la stagione della Scala con molte contestazioni fuori dal teatro e parecchie anche dentro. Nel mirino, appunto, la regia di Carmen di Dante, che ha la colpa, sempre difficile da perdonare in generale e all’opera in particolare, di non fare le cose come si sono sempre fatte.

Confessi: quei fischi se li aspettava.
«Beh, sì. Diciamo che li avevo messi in conto. Però mi lasci dire che ci sono stati anche molti applausi».

Restiamo ai fischi. Perché se li aspettava?
«Perché il 7 dicembre è una giornata di celebrazioni e chiunque voglia contestare ha a disposizione una platea più vasta del consueto. Insomma, è normale che qualche esibizionista ne approfitti per far casino a favore di fotografi e telecamere. Lo capisco, fa parte del gioco. E poi sarebbe strano se tutti fossero d’accordo. Capisco anche che il tentativo di portare all’opera il teatro possa dare fastidio a chi all’opera ci va solo per ascoltare. E poi senta: se vuole sapere perché mi hanno fischiato, lo chieda a loro».

Non è arrabbiata?
«Adesso no».

Adesso?
«Ieri notte quando sono tornata a casa alle quattro del mattino e ho letto Internet un po’ arrabbiata lo ero. Perché io ho avuto anche dei fischi, non solo dei fischi. C’erano anche moltissimi applausi e questo bisognerebbe dirlo. Altrimenti il bicchiere è sempre mezzo vuoto».

Il teatro all’opera l’hanno già portato Visconti o Strehler. Perché adesso in Italia è diventato così difficile fare qualcosa di nuovo?
«Io sono italiana e non mi va di criticare sempre questo benedetto Paese. Però...»

Però?
«Però è vero che l’Italia è sempre così conservatrice, tradizionalista, antica. Non puoi mai fare niente che tutti si mettono subito a strillare. Io spero che le cose cambino e mi dò da fare perché cambino, ma alle volte è sconfortante. Anche se le difficoltà ti fanno vedere le cose nella giusta prospettiva. A Palermo il mio gruppo e io non siamo circondati nemmeno dall’ostilità, ma proprio dall’indifferenza più completa. Vuole che mi spaventi per due fischi?»

La commentatrice di Arte, il canale satellitare franco-tedesco, pareva allibita che una regia così avesse scatenato tutto quel putiferio.
«Davvero? Beh, credo che in effetti all’estero difficilmente questa Carmen possa essere considerata così “scandalosa” come si è voluto far credere».

Zeffirelli ha detto che alla Scala ha visto il diavolo. Chiamiamo l’esorcista?
«Sono proprio felice che Zeffirelli abbia detto questo perché vuol dire che forse sto facendo qualcosa di valido e certamente che sto facendo qualcosa di nuovo».

A proposito di tradizionalisti. Strano ma vero: alla critica italiana la sua Carmen è piaciuta.
«E mi ha fatto molto piacere. Non solo che abbiano parlato bene del mio lavoro, ma che gli abbiano dedicato un’attenzione così analitica: le recensioni del teatro “parlato” di solito sono più asciutte e meno approfondite. Vero che era la prima della Scala e quindi avranno avuto più spazio».

A un giovane consiglierebbe di fuggire dall’Italia come ha fatto Pier Luigi Celli?
«No. Intanto perché se ce ne andassimo tutti per questo Paese sarebbe davvero finita e poi perché l’Italia per me resta un posto straordinario. E ha ancora delle potenzialità pazzesche. Certo direi a questo giovane di darsi da fare. E soprattutto di imparare a indignarsi per le cose giuste. Per esempio: io credo che lo scandalo non sia lo stupro che faccio vedere in Carmen, ma gli stupri veri che ancora si commettono. Invece non credo che il teatro lirico sia una specie di Disneyland, un mondo senza nessun contatto con quello reale. Perché il palcoscenico, e soprattutto il palcoscenico della Scala, dev’essere “staccato” dalla vita vera e messo sotto una teca di cristallo?»

Torniamo al nostro ipotetico giovane. Un conto è combattere se c’è speranza, ma se la speranza non c’è...
«Sa cosa le dico? Che la cosa che mi ha più commossa dell’altra sera è che quando ero là fuori, dall’altra parte del sipario a prendermi i buuu tutta la gente della Scala ha invaso il palcoscenico e si è messa ad applaudire per coprire i fischi. Ecco, la speranza è questa».

L’Italia è così conservatrice solo nell’arte?
«No, è conservatrice in tutto. Guardi la politica, ad esempio. Siamo un Paese per vecchi. E credo che il problema sia che, istintivamente, il nuovo, l’ignoto, l’altro fanno paura. Ha ragione il sovritendente Stéphane Lissner, che è straniero e forse vede le cose un po’ diversamente da noi: per riconoscere la bellezza ci vuole tempo. Succederà, spero, anche per la nostra Carmen».

Barenboim è sempre uscito al proscenio insieme a lei. Come dire: gli applausi, e il resto, li prendiamo insieme.
«Non mi sono stupita perché l’aveva detto. Mi è stato vicino durante questi mesi di lavoro, mi ha sostenuto, mi ha aiutato e mi ha insegnato un sacco di cose. Ha camminato con me sulla scena, non l’ha guardata da fuori. E questo non lo dimenticherò mai».

È pentita di aver accettato l’invito di Lissner?
«No, sono strafelice. È stata un’esperienza favolosa».

Quindi si rimetterà all’opera?
«Fare un’opera per farla non m’interessa. Mi interesserebbe invece continuare a lavorare con Barenboim perché in questo momento, nel mio percorso artistico, è diventata una figura troppo importante. Se poi sarà per un’opera o per altro, è da vedere».

Insomma, rifarebbe tutto?
«Sì. Assolutamente tutto».

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/spettacoli/200912articoli/50208girata.asp

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