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L'ESPRESSO

l'Espresso
21 01 2015

Lunedì 26 gennaio al Parco della Musica una serata straordinaria con la partecipazione di Ute Lemper e altre star della musica. In programma l'esecuzione di musiche scritte da compositori internati nei lager nazisti. Gli spartiti son stati recuperati e catalogati grazie a uno studioso italiano

C'è “qualcosa” che non è morta nei campi di sterminio nazisti, malgrado la furia omicida delle SS, le camere a gas, le persecuzioni, le atrocità che portarono allo sterminio di circa 6 milioni di ebrei innocenti. E' la musica – classica, sinfonica, lirica, jazz, leggera – composta quasi tutta clandestinamente da un manipolo di irriducibili musicisti internati che, prima di scomparire nei lager tra atroci sofferenze, ebbero la forza di dare vita a spartiti, arie, opere, componimenti classici e leggeri che a ragione “ fanno parte del patrimonio musicale del Novecento”, afferma il professor Francesco Lotoro, pianista, docente del Conservatorio “U.Giordano di Foggia”, esponente della Comunità Ebraica di Trani, una vita dedicata al recupero delle musiche nei lager nazisti.

La musica che doveva nascondere l'orrore
Per la prima volta una parte (piccola ma significativa) delle note che videro la luce nel buio dei campi di concentramento nazisti – a partire da Auschwitz, ma anche di tanti altri analoghi luoghi di internamento sparsi in Europa e nei vari teatri di guerra nel corso della seconda guerra mondiale -, sarà eseguita lunedì prossimo 26 gennaio. L'occasione, il settantesimo anniversario della liberazione del campo di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche.

L'appuntamento è a Roma, al Parco della Musica, al concerto a ingresso libero (inizio ore 21) “Tutto ciò che mi resta – Il miracolo della musica composta nei lager” – con la partecipazione straordinaria di Ute Lemper – curato dal professor Lotoro. La serata – che si svolge sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana – è organizzata da Viviana Kasam e Marilena Citelli Francese e dalla Fondazione Musica per Roma in coproduzione con l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia e l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. I testi e le musiche – scelte tra le opere catalogate e salvate dai lager dal professor Lotoro e inserite nella monumentale enciclopedia Tesaurus Musicae Concentrationariae – saranno interpretati da un cast di artisti internazionali. Marco Baliani leggerà la genesi degli spartiti composti nei campi da autori ebrei che, “tra le atrocità del posto, erano costretti dai loro aguzzini ad esibirsi, tra l'altro, per intrattenere i gerarchi nazisti, a comporre musiche originali, molte delle quali furono tenute nascoste. Un patrimonio artistico-musicale che solo dopo lunghe ricerche svolte nel dopoguerra, ora possono vedere la luce”, racconta Lotoro.

Al Concerto della Memoria di lunedì prossimo sarà, quindi, eseguita solo una piccolissima parte dell'enorme patrimonio lirico-sinfonico-jezzistico composto nei lager. Dalle ricerche del professore (“Ma c'è ancora tanto da lavorare e da scoprire”, è solito ripetere) risulta che i musicisti internati nei lager nazisti furono oltre 1600 e che le partiture composte furono oltre 4 mila, “solo il 10 per cento delle quali totalmente recuperate, circa 500 composizioni”. Vale a dire una comunità internazionale di musicisti, in gran parte ebrei, ma anche di altre nazionalità, che in alcuni periodi furono in grado di dare vita a decine di formazioni musicali, sia maschili che femminili, come a Birchenau, come ad Auschwitz dove si esibivano ben sei gruppi, tra cui anche un complesso jazz.

Il gruppo più noto è forse quello che appare nella storica gigantografia all'ingresso di Auschwitz, “dove i musicisti su ordine degli aguzzini nazisti erano costretti a suonare tutti i giorni per dar vita ad un finto clima di serena accoglienza per l'arrivo degli internati”, quegli stessi musicisti che, insieme a tanti altri sfortunati colleghi – conclude Lotoro - “composero musiche struggenti che l'atrocità nazista non riuscì a distruggere e che oggi contribuiscono a ricordarci, con la forza della musica, uno dei momenti più bui della nostra storia”.

Orazio La Rocca

L’Espresso
20 01 2015

«Forse è che siamo rimasti bambini noi». Così la grande scienziata Margherita Hack , scomparsa meno di due anni fa, spiegava la sua scelta di non aver avuto figli. La sua testimonianza è stata raccolta da due registe, Nicoletta Nesler e Marilisa Piga per un documentario sulle donne che vivono per tutta una vita senza diventare madri. Donne, coppie, che sempre più spesso lo fanno per scelta piuttosto che per costrizione.

Il progetto s'intitola « Lunàdigas » (come in sardo sono chiamate le pecore sterili) e verrà pubblicato il 22 gennaio. Non è solo un film, ma una raccolta di contenuti multimediali: testi, articoli, idee, interviste, per ampliare il dibattito su una condizione che è ormai tutt'altro che minoritaria, in Italia. Come ha raccontato l'Espresso , il nostro paese infatti ha il primato europeo di “childfree”: tra le donne nate nel 1965, circa il 24 per cento non ha figli. In Francia sono solo il 10.


«Non abbiamo mai sentito questo desiderio», racconta Hack nell'intervista che pubblichiamo in anteprima: «La mia eredità? L'ho lasciata agli allievi, ne ho avuti tanti. Una persona dovrebbe mettere al mondo una creatura solo se sente veramente questo desiderio».

L'obiettivo delle due autrici è quello di far riflettere e discutere senza pregiudizi su una scelta che nella morale comune è ancora considerata “egoistica”, “strana”, che non è accettata. Per farlo, hanno attraversato il paese e incontrato persone come Maria Rosa Cutrufelli, Maria Lai, Veronica Pivetti, Geraldina Colotti, Melissa P, Lea Melandri Margherita Hack, Lidia Menapace. «Donne omosessuali, donne giovani, donne avanti con gli anni», scrivono: «Ma anche alcuni uomini, come Moni Ovadia e Claudio Risè».

Per il documentario, Nicoletta Nesler e Marilisa Piga hanno anche commissionato una ricerca Eurisko, dalla quale emerge che le donne che tra i 18 e i 55 non hanno figli e non li vogliono avere hanno un livello d'istruzione più alto della media, redditi proporzionalmente più elevati e che in larga maggioranza lavorano, spesso da imprenditrici. Per il 56 per cento vivono in coppia, per il 40 sole. Sono professioniste, con molti progetti, prospettive, convinte della loro scelta, tendenzialmente salutiste e ben informate.

«Mi sono appassionata al progetto Lunàdigas perché credo che sia un’arma efficace per combattere l’uso che si continua a fare del corpo delle donne», spiega Melissa P. «trattato ancora come carta bianca su cui inscrivere i dogmi di una cultura ormai troppo arcaica. La non-maternità è un vero e proprio stigma sociale che spesso costringe molte donne, soprattutto le meno emancipate, a non scegliere liberamente se avere o meno dei figli. Io vengo dal Sud dove tutto questo è pane quotidiano: spero, con la mia testimonianza, di dare forza a tutte coloro che non riescono a ribellarsi e ad affermare le proprie volontà».

Arianna Giunti, l’Espresso
19 gennaio 2015

Avevano promesso la guerra al mondo "omosex" e a una non meglio precisata "teoria del genere". Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come "gay", "lesbiche", "transgender” ma anche "monofamiglie" e "unioni civili" non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.

L’Espresso
19 01 2015


Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.

La chiamano “battaglia a difesa della famiglia tradizionale”, è promossa da associazioni e organizzazioni religiose, e in teoria dovrebbe semplicemente sponsorizzare l’importanza e la bellezza di un’unione composta da uomo e donna. In realtà, si tratterebbe di una campagna di boicottaggio verso qualsiasi tentativo di spiegare l’omosessualità in classe, che sta avendo come teatro alcuni istituti scolastici e che rischia di avere conseguenze deleterie. Poiché gli effetti - come dimostrano recenti fatti di cronaca - si sono già cominciati a far sentire.

Un insegnante omosessuale costretto a dimettersi e un alunno preso a calci in aula da un professore che gli avrebbe urlato “essere gay è una brutta malattia”, tanto per fare due esempi.

Scenario di entrambi gli episodi, la cattolicissima Umbria. Da dove questa campagna è partita e si è poi estesa in quasi tutta Italia, come risulta a l’Espresso e come conferma l’associazione Arcigay, che oggi lancia l’allarme parlando di “clima di odio” e che continua a ricevere segnalazioni quasi quotidiane da parte di allievi, insegnanti e genitori laici, preoccupati da questa “deriva oscurantista”.

E’ iniziato tutto - appunto - nella provincia di Perugia, dove le famiglie di alcuni studenti si sono viste recapitare fuori dalle scuole un “manuale di autodifesa dalla teoria del gender”, redatto dal forum delle Associazioni familiari dell’Umbria e dall’organizzazione La Manif Pour Tous Italia, che riunisce varie confessioni religiose. Il vademecum in questione - senza troppi giri di parole - invita i genitori dei ragazzi a boicottare ogni tentativo di affrontare l’argomento omosessualità in classe e a rifiutare negli istituti scolastici gli incontri con rappresentanti di associazioni gay, esponenti della “cultura omosessuale” o “la diffusione di materiale didattico pericoloso”.

Sul sito dell’organizzazione, inoltre, compare una lista di asili “gay friendly” dai quali stare alla larga. “Controllate costantemente che nella scuola di vostro figlio non si parli di omofobia. Sono parole chiave che nascondono l’indottrinamento della teoria del gender. Controllate ogni giorno i loro quaderni e diari. E date l’allarme!”, si legge nel decalogo distribuito alle famiglie.

Rapidamente, il manuale di autodifesa si è diffuso anche in altre regioni italiane. In Veneto, per esempio. A Venezia recentemente alcuni insegnanti di religione sono corsi ai ripari improvvisando lezioni nelle quali si mettono in guardia i ragazzi “dalle insidie dell’ideologia omosessuale” mentre a Verona il consiglio comunale ha approvato una mozione “per monitorare i progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole cittadine”.

E così dall’autunno scorso le scuole veronesi sono tenute, in base alla mozione, ad avvertire preventivamente i genitori dei corsi e degli approfondimenti sulla sessualità, e allo stesso tempo il Comune è impegnato a raccogliere eventuali segnalazioni e proteste da parte delle famiglie preoccupate che nelle ore di educazioni civica si parli “di famiglie omosessuali, adozione e relazioni gay”.

Neppure la Capitale è rimasta immune alla “crociata”. Nel celebre liceo romano Giulio Cesare è finito in rissa - e con un ricorso al Tribunale civile da parte dei genitori - il tentativo da parte di un docente di far leggere agli studenti alcuni passaggi di un romanzo di Melania Mazzucco, che descriveva scene di amore omosessuale.
In Piemonte la situazione non sembra essere migliore. Eppure nelle aule scolastiche, di educazione alla sessualità (di qualunque genere), ci sarebbe proprio bisogno. Soprattutto per permettere agli studenti di superare paure e pregiudizi. Visto che i casi di omofobia continuano a essere all’ordine del giorno.

All’istituto Pininfarina di Moncalieri, per esempio, è ancora in corso un’inchiesta interna sulla frase pronunciata lo scorso novembre da un’insegnante di religione: “Dall’omosessualità si può guarire con la psicanalisi, perché è un problema psicologico”, avrebbe detto la donna.

Racconta a l’Espresso Giorgio B., 16 anni, studente del Pininfarina e attivista di Arcigay Torino: “Per anni ho dovuto subire battute e minacce più o meno velate, per via della mia omosessualità. Poi ho deciso di fare coming out, con i miei compagni e con la mia famiglia, ed è stata una liberazione. Da allora ho cominciato a ricevere lettere, sfoghi, segnalazioni da parte di studenti di tutta Italia. E mi sono reso conto che la situazione è allarmante. L’omofobia non può più essere tollerata come semplice “libertà di opinione” ma trattata per quella che è: discriminazione”.

A riferire un panorama inquietante è anche una recente indagine effettuata Studenti.it, popolarissimo portale dedicato agli allievi delle scuole medie e superiori. Secondo loro, il 58 per cento degli studenti italiani ha subito o ha direttamente assistito in prima persona a episodi di omofobia. Nei dettagli, il 38 per cento riferisce di essere stato testimone di episodi di discriminazione e di omofobia da parte di studenti verso altri studenti, il 12 per cento dichiara di aver assistito a episodi di questo genere da parte di professori ai danni degli allievi e l’8 per cento rivela di esserne stato vittima in prima persona.

A spiegare bene la situazione è il circolo Arcigay Omphalos di Perugia, il primo a denunciare la diffusione degli “opuscoli di autodifesa dalla teoria del gender”. “Questo è il risultato delle campagne di odio che i movimenti oltranzisti cattolici e di estrema destra stanno portando avanti in tutto il Paese - spiega il presidente Patrizia Stefani - Le loro manifestazioni, apparentemente silenziose e rispettose, sono invece intrise di odio e discriminazione non solo verso le famiglie “arcobaleno”, ma anche verso chiunque non condivida con loro una visione di ‘famiglia tradizionale’”. “Con sospetto e diffidenza - aggiunge Stefani - vengono guardate anche le famiglie composte da un solo genitore o da coppie conviventi che hanno figli senza essere regolarmente sposate”.

Contattata da l’Espresso, l’associazione La Manif pour tous - co-autrice del vademecum “contro l’ideologia del genere" - respinge al mittente ogni accusa, parlando di semplice libertà di espressione: “Sono stati gli stessi genitori dei ragazzi a chiederci di redigere questa guida - spiega il presidente Filippo Savarese - tutto questo perché le famiglie sono intimorite dagli incontri che avvengono a scuola con le associazioni pro-gay e vogliono poter scegliere l’educazione da impartire ai propri figli”.

“Basti sapere - aggiunge Savarese - che la nostra raccolta firme online a difesa della famiglia tradizionale ha già raggiunto quasi 21mila adesioni”.

A chi li accusa di essere omofobi (l’associazione si scaglia apertamente contro l’entrata in vigore di una legge contro l’omofobia), rispondono: “Essere contro le unioni gay non significa essere omofobi”. Sul sito dell’associazione, però, alla voce “tredici motivi per dire ‘no’ alla legge sull’omofobia” compare un articolo firmato dall’avvocato Gianfranco Amato, presidente di Giuristi per la Vita, già autore di controverse dichiarazioni sul matrimonio omosessuale nelle quali paragonò il matrimonio fra due uomini a quello fra “un uomo e un cane”. Stavolta l’avvocato - invocando la libertà di espressione - cita le Sacre Scritture: “l’omosessualità rappresenta una grave depravazione, Il catechismo definisce l’omosessualità come un insieme di atti intrinsecamente disordinati e contrari alla legge naturale. Se questa legge fosse approvata dirlo diventerebbe un reato”.

A spingere la discussione più in là, sottolineando una mancata presa di posizione del governo in materia di educazione “al diverso”, è invece l’associazione Equality Italia, che si occupa di diritti, e che ricordando il vuoto legislativo in materia di omofobia lancia un vero e proprio “j’accuse” al governo Renzi, colpevole di aver fatto troppo poco in questo campo: “Il ministro dell’Istruzione Giannini ci deve spiegare una volta per tutte se sta con la laicità della scuola o con le organizzazioni religiose, vista la mancanza di educazione alle differenze nelle aule scolastiche”, dichiara il presidente Aurelio Mancuso.

“Ma la responsabilità di questo ‘Medioevo di ritorno’ non è solamente del ministero dell’Istruzione - aggiunge Mancuso - perché quando ci sono casi di omofobia, sia ai danni di studenti che di insegnanti, non possiamo far a meno che notare un assordante e gravissimo silenzio da parte dei sindacati della scuola. Una situazione che ci fa sentire tremendamente soli”.

Rosarno, la giovane sindacalista che sfida i caporali

  • Gen 19, 2015
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2753 volte

l'Espresso
19 01 2015

Ha guidato una manifestazione dei braccianti africani. Ha invitato in Calabria i sindacalisti senegalesi. Col furgone va nei campi alle cinque di mattina e spiega ai raccoglitori i propri diritti. Celeste Logiacco ha 32 anni ed è nata in un paese della zona. Da meno di un anno è segretaria della Flai Cgil della Piana di Gioia Tauro. Prova a fare una rivoluzione nella stagione agrumicola più difficile di sempre. “Prima o poi le cose cambieranno anche qui”, dice all’Espresso.

Lo scorso 11 dicembre ha organizzato un corteo aperto dallo striscione «lavoratori italiani e immigrati insieme per chiedere diritti». Un percorso breve per unire due luoghi simbolo: la tendopoli e il capannone. Il primo è l’insediamento del ministero dell’Interno. E' ormai al collasso, ci vivono circa mille africani, dieci per tenda. Il secondo è un capannone abbandonato nella zona industriale fantasma. Senza elettricità e bagni, è occupato dai braccianti da qualche settimana. Un edificio senza infissi. Teli neri di plastica impediscono al freddo di entrare. La scala interna non ha ringhiera.

Ma una caduta non è il pericolo più grande. C'è il rischio di incendi, dentro ci sono decine di bombole a gas. Basta una fiammella e cento tende possono diventare torce. Insieme a coperte, cartoni, stivali e valigie.

Da una fontanella i lavoratori prendono l’acqua, ma probabilmente non è potabile. Il rischio sanitario è alto, commentano gli operatori di Emergency. «Ici c’est boutique», hanno scritto gli africani all’ingresso del negozietto che vende di tutto. C’è chi sopravvive con la fede, chi con l’ironia.

Sindacato di strada
Celeste ci introduce nel suo ufficio. Ha ridipinto da sola le pareti della stanza. “Preferisco il giallo vivace, mette allegria”, spiega. Il 12 dicembre circa 150 migranti hanno partecipato a Reggio Calabria allo sciopero generale. «Per la prima volta decine di braccianti non sono andati al lavoro ma a una manifestazione per chiedere i loro diritti». Con lo stesso spirito, fa sindacato di strada. Da queste parti significa prendere un furgone e andare nei campi alle cinque di mattina. In un territorio storicamente dominato dai clan. Poi spiegare ai raccoglitori i propri diritti, sotto l’occhio dei caporali. E dei commercianti che usano i loro servizi, come dimostrano almeno quattro inchieste della magistratura. Il 18 dicembre, per la giornata del migrante, ha inviato Elisabeth Ndaye e Coumba Ndong, sindacalisti senegalesi. Anche questo un modo di globalizzare i diritti. La prossima sfida sarà quella delle vertenze. Far recuperare i soldi dai furbi delle campagne. “Aspetto quello che mi spetta da giorni e ogni volta mi dicono: richiama domani”, ci dice Steven, gambiano, che vive con altri sette compagni in una stanza del capannone.

Rifugiati, operai e napoletani
Boubakar viene invece da Dakar. O, meglio, da Livorno. Faceva l’ambulante e viveva in un normale appartamento. Lo aspettano gli amici alla fine dell’inverno. È vittima di una truffa, quella della sanatoria come colf fittizio. Ma era l’unico modo di avere un permesso di soggiorno. Lo Stato gli sottrae cento euro al mese per un pezzo di carta. Anche lui vive al capannone.

I migranti che arrivano in Calabria possono essere divisi in tre categorie. I “rifugiati”, gli “operai” e i “napoletani”. I primi provengono dall’“emergenza Nord Africa” del 2011. Da anni vivono tra centri d’accoglienza, pratiche burocratiche per l’asilo e lavoro in campagna. Gli operai lavoravano nelle fabbriche del Nord e vivevano in normali appartamenti. Sono stati i primi a pagare la crisi e a cercare nuove opportunità in agricoltura. Infine tutti gli africani che vivono nell’area di Castel Volturno (che chiamano genericamente “Napoli”) e si spostano stagionalmente per le raccolte, ma anche per organizzare negozietti e servizi ai margini dei ghetti. Nel complesso, secondo i dati di Emergency, due migranti su tre hanno il permesso di soggiorno e dunque sono perfettamente regolari.

Effetto domino
Appena arrivati, Rosarno sembra un paese come tanti. Invece è uno dei luoghi dell’economia globale. Collegato con il Brasile, la Russia e l’Africa. Braccia migranti, multinazionali del succo, grandi commercianti sono gli attori di un gioco che rischia di saltare.
La prima questione è l’embargo russo seguito alla guerra in Ucraina. A Rosarno si producono due tipi di agrumi. Clementine per i supermercati e arancia bionda da spremitura, quella che va a finire nelle aranciate industriali.

I mercati dell’Est, da qualche anno, sono uno sbocco importante per il prodotto locale da banco. La chiusura del mercato russo è stato un primo colpo. A questo si sono aggiunte le particolare condizioni climatiche. Un inverno stranamente caldo. I produttori sono esasperati, il Comune ha chiesto lo stato di calamità. Nel frattempo sono più di duemila i braccianti africani arrivati per la raccolta, molti dei quali qui per la prima volta. A loro si sommano bulgari e rumeni, in genere residenti sul territorio.

La catena
“Coca Cola è partner di Expo”, dice Coldiretti. “Usi le arance di Rosarno e le paghi a prezzi equi”. “Quattro anni fa l’amministratore delegato della multinazionale aveva incontrato l’allora ministro dell’Agricoltura Mario Catania”, dice all’Espresso Pietro Molinaro di Coldiretti. “Si era impegnato a potenziare l’attività in Calabria e a remunerare la filiera. Non ha fatto né l’uno né l’altro”.

Come funziona la catena in tutta Italia? Il produttore agricolo raccoglie le arance e le conferisce agli spremitori che, a loro volta, vendono il succo concentrato alle tre multinazionali monopoliste. I segretari della Cgil locale Celeste Logiacco e Nino Costantino evidenziano che il calcolo economico non può ignorare i diritti di chi lavora. Coldiretti si è detta d’accordo e ha coniato lo slogan “Coltiviamo gli stessi interessi”, che unisce italiani e migranti. “Con meno di 15 centesimi la filiera non è remunerativa”, evidenziano i produttori. E chiedono alle grandi aziende il rispetto della legge. Che prevede un minimo di frutta nelle bibite del 20%. Come se non bastasse, nel porto di Gioia Tauro, spesso arriva illegalmente succo brasiliano. Lo usano per “tagliare” quello locale.

Antonello Mangano

Vignetta Altan 170115

  • Gen 17, 2015
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 5131 volte
Altan, l'Espresso

l'Espresso
16 01 2015

Vestiti usati, stracciati, sporchi, sono oro per la camorra. Magliette, pantaloni, maglioni e giubbotti, che finiscono nei cassonetti gialli ben visibili ai lati delle strade di ogni quartiere sono il nuovo business per i clan e di Mafia Capitale. Così hanno saputo trasformare una merce senza più alcun valore in una montagna di quattrini.

La scoperta della Squadra Mobile di Roma guidata da Renato Cortese e coordinata dalla procura antimafia di Roma ha dell'incredibile. Ma rende bene l'idea di come le cosche sappiano sfruttare qualunque possibilità di fare soldi. In manette sono finite quattordici persone accusate di traffico illecito di rifiuti e associazione per delinquere che aveva tra i suoi scopi quello di raccogliere, trasportare, cedere e gestire una quantità enorme di indumenti usati grazie agli appalti ricevuti dalle amministrazioni pubbliche che senza gara hanno affidato ad alcune cooperative il servizio. Lavori conquistati a Roma, in Abruzzo, in Campania. Ma il traffico vero e proprio aveva come terminali il Sud Africa, i Paesi del Nord Africa e l'Est Europa.

A capo dell'organizzazione, secondo gli inquirenti, il boss della camorra Pietro Cozzolino elemento di vertice del clan di Portici-Ercolano (Napoli) e il fratello Aniello. Uno dei promotori sarebbe invece Danilo Sorgente, titolare della cooperativa New Orizon, una delle due coop che a Roma hanno gestito da monopoliste il settore del recupero degli abiti usati.

«Un sistema collaudato di “rete” mediante il quale le imprese riescono ad acquisire affidamenti diretti per il servizio di raccolta della frazione tessile differenziata presso i Comuni di Lazio, Campania e Abruzzo, attraverso compiacenze politiche e collaudati meccanismi procedurali di facilitazione degli affidi» si legge nell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del tribunale della Capitale. Complicità politiche dunque, molte delle quali ancora tutte da scoprire. Sindaci, assessori, consiglieri comunali, che avrebbero intrattenuto, non solo a Roma e dintorni, rapporti con gli indagati e con le cooperative pigliatutto. In rapporto sia con Legacoop che con la Caritas per quanto riguarda il recupero degli indumenti usati.

Imprese sociali che godevano anche di uno speciale regime fiscale e di agevolazioni per l'assunzione di persone svantaggiate, come per esempio i detenuti. La gestione dell'affare prevedeva il finto recupero della merce raccolta e la sistematica falsificazione dei documenti di trasporto e dei certificati di «igienizzazione»: la legge prevede che gli abiti raccolti prima di poterli reinserire nel mercato vadano disinfettati e ripuliti.

L'associazione scoperta dalla polizia, invece, per risparmiare non avrebbe effetuato questo passaggio e spediva direttamente all'estero i prodotti, che senza questo passaggio potevano diventare nocivi per la salute.

Un esempio: una delle cooperative coinvolte, Lapemaia onlus, nei primi otto mesi del 2012 ha smerciato quasi tre tonnellate di abiti usati tra la Tunisia la Polonia e la Campania, guadagnando mezzo milione di euro. Il ricarico su ogni chilo venduto all'estero andava dai 35 ai 58 cent. Spiccioli che vanno moltiplicati per le 12 mila tonnellate: a tanto corrisponde, secondo uno degli indagati, il business.

La spedizione, dai porti di Salerno e Civitavecchia, avveniva attraverso società di intermediazione che servivano a facilitare la falsificazione dei documenti e la spedizione verso Nord Africa e Europa dell'Est. Il meccanismo insomma è sempre lo stesso. Il tipico giro bolla che permette di declassificare i rifiuti. Un meccanismo che gli imprenditori della camorra conoscono molto bene. Con questo meccanismo è stata infatti avvelenata la provincia di Caserta trasformandola in Gomorra.

I documenti raccolti dalla squadra Mobile coinvolgono indirettamente la società partecipata dal Comune di Roma Ama Spa, l'ente che affida il servizio già coinvolta nell'indagine Mafia Capitale . Il giudice per le indagini preliminari ha un giudizio netto su come è stata gestita la società e punta il dito sul potere che esercita il braccio destro del boss Massimo Carminati sull'azienda : «Tutti (gli indagati ndr) trovano la premessa del loro agire nella disfunzionale gestione di Ama SpA, nel fattuale potere gestorio in essa esercitato dal referente di tutte le cooperative sociali, Salvatore Buzzi, il cui assenso è stato la premessa della ripartizione del territorio comunale per la raccolta del tessile».

In altre parole è stato necessario il permesso del ras delle cooperative romane, Buzzi, perché la camorra e gli imprenditori indagati potessero lucrare sugli abiti usati. A Buzzi, pur non facendo parte di questa associazione scoperta dalla Mobile, «si deve, tuttavia, l’operatività del sistema», grazie a lui è possibile l'aggancio all'ambito istituzionale, al mondo di sopra. Insomma è Buzzi «il raccordo terminale delle consorterie che si dividono l’affare dei rifiuti tessili a Roma», e lo farebbe tramite un imprenditore, tale Mario Monge, presidente dell'importante consorzio Sol.co che dal Comune di Roma ha pure ottenuto la gestione di un bene confiscato alla mafia, il nuovo cinema Aquila. Così come la stessa cooperativa Horizons, che fa parte di Sol.co e che gestisce quello che un tempo era il quartier generale di Enrico Nicoletti, il cassiera della banda della Magliana.

È Monge. secondo gli inquirenti, che organizza l'incontro tra i titolari delle cooperative coinvolte nel traffico, l'ex assessore della giunta capitolina ai tempi di Veltroni Dante Pomponi e i rappresentati della Coin, per programmare un eventuale affidamento del servizio a Roma Sud ed Est. Buzzi e Monge, stando agli atti dell'indagine, dialogano e sono in rapporti. Anzi gli investigatori su questo sono più precisi: «Chi vuole vincere non paga più – come un tempo – solo alla Pubblica Amministrazione, in un contesto che è solo corruttivo, ma paga al titolare di poteri di fatto all’interno della Pubblica Amministrazione, poteri che sono correlati al dominio della strada(cioè Buzzi e "er Cecato ndr), e che si proiettano nel mondo istituzionale, condizionandolo anche con la corruzione, poteri che sono, in una parola, di stampo mafioso».

A conferma di ciò riportano un episodio: «Le cooperative che risultano vincenti all’apertura delle buste 2013 (per la raccolta degli indumenti usati) sono quelle che hanno rinunciato all’appalto per la raccolta del rifiuto multimateriale, e sono quindi gratificate dal Buzzi».

Ama Spa è per gli investigatori roba di Carminati. «Ama S.p.a. società posseduta dal comune di Roma, all’interno della quale – sotto l’occhiuta regia di Carminati - si è svolta la collocazione in posizione apicale di soggetti che rispondono a un’organizzazione che non può che dirsi mafiosa, per i mezzi che utilizza, per i soggetti che la praticano e per la finalità che la animano».
Parole pesanti che si aggiungono ai risultati dell'inchiesta su Mafia Capitale. Ma non finisce qui: «Buzzi , interfaccia economico di Carminati, che costituisce il regista anche dell’Ati Roma ambiente, aggregato di consorzi di imprese cooperative che è costola del più ampio disegno di ripartizione degli appalti distribuiti dall’Ama spa, in materia di verde pubblico , raccolta multimateriale dei rifiuti, raccolta del tessile».

L'ipotesi della procura è che oltre a Mafia Capitale in Roma Ambiente ci sia anche la camorra guidata dal boss Cozzolino, uno degli artefici del grande traffico internazionale. Per questo secondo i detective della Mobile «vi è una concreta emergenza documentale, che consentono di chiarire che nemmeno gli appalti per i rifiuti tessili, connotati, peraltro, da un giro d’affari di milioni d’euro, sono sfuggiti alla regola della programmazione e del controllo nell’erogazione; e alla stura, anche, ad attività di interesse della criminalità organizzata, che hanno compromesso totalmente i beni della salute e dell’igiene pubblica, pur di massimizzare i profitti, nei Pesi esteri destinatati dell'invio».

Giovanni Tizian

l'Espresso
16 01 2015

«Difendere la famiglia per difendere la comunità». Sul convegno smaccatamente anti-gay in programma per sabato 17 gennaio a Milano la regione Lombardia è scivolata sulla buccia di banana dell’omofobia.

Complice la presenza del logo di Expo 2015 si è sollevato un vespaio con tutta la comunità Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali e transgender) pronta a boicottare l’esposizione milanese mentre Arcigay e Partito democratico sparano su Maroni, presente in prima fila.

«La Regione eviti di sporcare l’immagine di Expo e di finire nel ridicolo, rifiutando di concedere la sala e il patrocinio a un’iniziativa omofoba», chiede il senatore piddino Andrea Marcucci, che sul tema ha annunciato un’interrogazione parlamentare: «Le associazioni, che propongono tali assurde tesi, facciano queste iniziative da sole».

Anche l’ex candidato del centrosinistra al Pirellone, Umberto Ambrosoli, sposa la protesta: «Nel 2015 c’è ancora chi considera l’omosessualità una malattia: si chiama Roberto Maroni».

Ad organizzare l’ala dura e pura dell’ortodossia cattolica: Alleanza Cattolica, Fondazione Tempi, Obiettivo Chaire e Nonni 2.0.
Sigle che hanno trovato sponda nel capogruppo leghista al parlamentino lombardo, Massimiliano Romeo, che da tempo si batte per istituire una festa della famiglia tradizionale e naturale in salsa Padana.

«Tutte le volte che si organizza qualcosa sulla famiglia - dice Romeo - scoppia il finimondo, forse questo significa che l’obiettivo di certe associazioni non è tanto quello di difendere i diritti dei gay, ma piuttosto di distruggere il concetto di famiglia tradizionale».
Il concetto di fondo del convegno è imbarazzante: l’omosessualità è un malattia e la famiglia è sotto attacco per i piccoli impercettibili passi in avanti nella lotta all’omofobia e dei tentativi di parificare le coppie omosessuali a quelle etero.

Battaglie che confermano quanto è retrograda la società italiana e quanto siamo indietro rispetto al resto d’Europa. Una vistosa distanza e un tira e molla surreale dell’uso del logo (simbolo dei sei mesi di esposizione in partenza il 1 maggio) nel quale è intervenuto anche il segretario generale del Bie, l’organizzazione che vigila sulle fiere mondiali.

«La nostra opposizione è frontale - spiega Vicente Gonzalez Loscertales - utilizzare in modo abusivo a fine politico il logo non è accettabile ed è in contraddizione con i valori di Expo e del Bie».

Ma anche questa secca risposta non ha convinto il governatore Maroni, che ne ha fatto una battaglia di principio. Nel voto al consiglio regionale di martedì scorso ha vinto la sua linea: non si rimuove il brand Expo 2015 né tantomeno il patrocinio del Pirellone.

I GAY SONO MALATI
Nell’auditorium dedicato a Giovanni Testori, intellettuale omosessuale che preferì la religione ai movimenti di liberazione sessuale, si parlerà di “famiglie naturali”, considerando quella costituita esclusivamente da uomo e donna come l’unica possibile.

Una giornata scandita dagli interventi di chi propone sistemi pedagogici e psicologici per “riconoscere” l’omosessualità nei più piccoli e quindi “assisterli”, e le presentazioni di ricercatori clinici che mettono in dubbio l’esistenza stessa di categorie riconosciute da tutto il mondo scientifico come l’eterosessualità e omosessualità.

Sono le idee dei promotori di “Obiettivo Chaire”, un associazione confessionale che si batte per «ribadire l’esistenza di una natura “data” dal Creatore e quindi di un genere maschile e di uno femminile, che non sono costruzioni culturali prodotte dagli uomini nel corso della storia».

L’associazione - si legge nel sito - si occupa «di persone che, pur avvertendo tendenze e pulsioni omosessuali, rifiutano la logica militante dell’attivismo gay e chiedono di essere accompagnati ad articolare e a superare il loro disagio, ritrovando il disegno originario di Dio sulla loro vita».

Per dare fondamento a queste idee hanno elevato a dogma i testi di Joseph Nicolosi lo psicologo statunitense, noto per le sue discusse “Teorie riparative dell'omosessualità”: un metodo per mutare i gay in eterosessuali o quantomeno ridurre i loro desideri e comportamenti.

Considerate prive di fondamento scientifico come la tecnica “Living Waters”, un corso intensivo di preghiera per chiedere a Dio la guarigione dalla «dolorosa esperienza di vita omosessuale». In pratica la fede che fa miracoli e trasforma i «malati» in uomini felicemente sposati.

LE SENTINELLE PER VEGLIARE
Tra i relatori i massimi esperti di idee radicali: Massimo Introvigne sociologo torinese, coordinatore dell’osservatorio della libertà religiosa e responsabile nazionale del movimento ultracattolico Alleanza Cattolica. Lo scorso novembre aveva presentato il suo manifesto in difesa della famiglia tradizionale: «Renzi li chiama unioni civili, ma sono matrimoni veri e propri tra persone dello stesso sesso».

Insieme sul palco la giornalista Costanza Miriano, autrice di “Sposati e sii sottomessa ”, lo psicoterapeuta Marco Scicchitano, padre Maurizio Botta dell’oratorio di San Filippo di Roma, (che in un’intervista televisiva ha detto: «L’omosessualità è una tendenza misteriosa») e l’ideologo Mario Adinolfi, ex parlamentare, fondatore del partito democratico.

Da mesi i moderni crociati girano l’Italia per portare le idee dei nuovi guardiani dei valori cattolici, le Sentinelle in piedi , una rete che si autodefinisce aconfessionale e apartitica ispirata al gruppo francese Manif Pour Tous, con tanto di sfilate di piazza contro il matrimonio per le coppie omosessuali voluto dal governo di François Hollande.

I nemici giurati sono le battaglie per l’adozione da parte di coppie omosessuali, la fecondazione eterologa, le unioni civili e soprattutto il progetto di legge Scalfarotto: allargare l'intera legge Mancino - che condanna l'istigazione all'odio e alla violenza - a omofobia e transfobia, cercando di tutelare la comunità Lgbt vittima di discriminazioni, insulti e violenze.

Dal 13 gennaio per frenare ogni nuova apertura al nuovo millennio in fatto di diritti privati e doveri collettivi hanno anche un giornale tutto loro: si chiama “La Croce quotidiano” ed è la voce dell’associazione “Voglio la mamma”. Il fortunato libro di Mario Adinolfi, diventato una rete di circoli territoriali contro il caos etico. Gruppi locali per frenare la secolarizzazione e la perdita di valori.

Tra le pagine del quotidiano interventi dell’avvocato Gianfranco Amato, presidente dell’associazione «Giuristi per la vita», lo stesso che ha paragonato i gay agli animali, il discorso di papa Benedetto XVI che da Ratisbona nel 2008 infiammò il mondo musulmano e la campagna per Paola Bonzi, la fondatrice dei centri di aiuto per la vita che combattono l’aborto, da eleggere a presidente della Repubblica.

LA CONTROPROTESTA
Per rispondere a questa ventata di tradizionalismo il gruppo “I Sentinelli di Milano” (nati per rispondere con le urla all’intransigenza delle Sentinelle in piedi che si ritrovano in silenzio) hanno organizzato una contromanifestazione.

Fuori da Palazzo Lombardia, in piazza Einaudi, il presidio “L’unica malattia è l’omofobia“, insieme ad Arcigay, Pd, Sel, Lista Tsipras, oltre ai sindacati Cgil, Uil, e la ong umanitaria Emercengy. Una distanza breve per far sentire con cori e urla tutta il loro disappunto.
«Saremo in tanti - annuncia Luca Paladini, portavoce dei Sentinelli - Questa manifestazione sta facendo saltare i paletti tra istanze e temi etero e omosessuali. La protesta contro la Regione, l’indignazione per un’iniziativa così marcatamente escludente non sono solo soltanto la comunità Lgbt a sentirle».

Michele Sasso

L’Espresso
13 01 2015

Il trentenne sarebbe stato picchiato. Ma le cause di morte non sono ugualmente certe. Per questo i medici e gli agenti di penitenziaria sono stati assolti. E ora i giudici della Corte d'Assise d'Appello chiedono al Pm di indagare ancora. Cercando le responsabilità più indietro. Fra i carabinieri. Le parole dei togati e le speranze della famiglia.

DI FRANCESCA SIRONI

Forse, solo forse, perché l'esito non è ancora scontato, la giustizia «non si è voltata dall'altra parte». Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 31 ottobre scorso la Corte d'assise d'Appello di Roma aveva assolto tutti gli imputati del processo per la morte di Stefano Cucchi: infermieri, agenti, medici, nelle cui mani il trentenne era morto nell'ottobre del 2009.

Ora i giudici spiegano il perché di quella sentenza che aveva causato reazioni d' indignazione da parte di molti e gli insulti di alcuni sindacati di polizia nei confronti della famiglia della vittima. Partendo da un piccolo pezzo di verità finalmente affermato: Stefano Cucchi fu picchiato. «Non possono prospettarsi ulteriori ipotesi: le lesioni subite dal Cucchi debbono essere necessariamente collegate a un'azione di percosse», scrivono i giudici: «e comunque ad un'azione volontaria, che può essere consistita anche in una semplice spinta, che abbia provocato la caduta a terra, con impatto sia del coccige che della testa contro una parete o contro il pavimento».
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Sono passati cinque anni dall'ottobre in cui il trentunenne, arrestato, morì con il volto e la schiena coperti di lividi all'ospedale Pertini di Roma. La corte in primo grado aveva assolto i poliziotti e condannato per omicidio colposo i medici. Ora sono stati tutti assolti per insufficienza di prove. In lacrime la madre

Quei lividi che in tante foto abbiamo imparato a soffrire, sono veri, stabiliscono finalmente le motivazioni. Ma chi glieli avrebbe inflitti? Chi avrebbe ridotto Cucchi in quelle condizioni? «Non può essere definita un'astratta congettura l'ipotesi prospettata dalla Corte di primo grado», aggiungono i magistrati, in un passaggio chiave delle 67 pagine delle motivazioni: «secondo cui l'azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri, che lo hanno avuto in custodia nella fase successiva alla perquisizione domiciliare».

La responsabilità è cacciata indietro, insomma, alle fasi dell'arresto. «Già prima di arrivare in tribunale Cucchi presentava segni e disturbi che facevano pensare a un fatto traumatico avvenuto nel corso della notte», spiegano. Per questo, gli atti sono ora inviati di nuovo al pubblico ministero, «perché valuti la possibilità di svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità di persone diverse dagli agenti della polizia penitenziaria giudicati».

Dopo più di cinque anni, per spiegare le cause di morte di un giovane che ha finito la sua vita mentre era in custodia dello Stato, serviranno nuove indagini. Nella speranza che non soffrano delle omertà denunciate anche da altri togati con durezza . «Registro con soddisfazione che la Corte ha accolto l'invito del mio difensore di non voltarsi dall'altra parte», ha scritto la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, in una nota: «e quindi di restituire gli atti alla procura nel caso in cui ritenesse che gli autori del pestaggio potessero essere individuati nei carabinieri».

Questo capovolgimento non fuga ogni dubbio, però. «Ho come la sensazione che si faranno indagini per dimostrare che i due pm del primo processo hanno fatto tutto benissimo», scrive su Facebook: «Ciò a dispetto dell'evidenza dei fatti sotto gli occhi di tutti». Più fiducioso il padre di Stefano: «Il rinvio degli atti alla procura è una grossa vittoria per noi perché vengono riconosciute le nostre istanze», ha detto: «Per quello che riesco a capire la Corte vuole fare chiarezza a 360 sulla vicenda di Stefano indagando anche su altre persone uscite dal processo. Questo è positivo ed è quello che ci aspettavamo».

Se ora tutto potrebbe ricominciare, con almeno un pezzo di verità giudiziaria - le percosse ci sono state – non sono molte le altre basi solide. Infatti «non c'è certezza sulla causa del decesso», scrivono i giudici, perché i periti di accusa, parti civili e difesa non sono riusciti a fornire, nelle diverse prove e interpretazioni, «una spiegazione esaustiva e convincente». La conclusione dei giudici è quindi che «l'attività svolta da medici e infermieri non è stata di apparente cura del paziente, ma di concreta attenzione nei suoi riguardi», per cui non può essere a loro attribuita la morte di Stefano Cucchi. Le cui responsabilità vanno cercate un po' più in la.

«Un giovane uomo inerme, trattenuto per una settimana in dodici strutture pubbliche (dalle caserme dei carabinieri fino al reparto detentivo dell'ospedale Sandro Pertini) è stato vittima di abusi e di violenze», ha dichiarato il senatore Luigi Manconi, che dall'inizio segue il processo da vicino: «Ora, nelle motivazioni della sentenza della corte d'Assise d'appello si legge che 'le lesioni debbono essere necessariamente collegate a un'azione di percosse”. Tra le righe, poi, si può leggere qualcosa di ancora più significativo: ovvero che la procura di Roma ha svolto le indagini in maniera maldestra e inadeguata».

A processo per un commento su Facebook

  • Gen 10, 2015
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2965 volte
Pietro Falco, L'espresso
9 gennaio 2015

Il caso della giornalista Marina Morpurgo, che ha criticato sul suo profilo una campagna pubblicitaria con protagonista una bambina, arriva in tribunale. E a rischio è la libertà di espressione.

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