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L'ESPRESSO

l'Espresso
09 01 2015

Era scontato: l’hashtag #JeSuisCharlie è diventato trending topic su Twitter. “Siamo tutti Charlie Hebdo” ha riempito anche le cronache dei giornali e le trasmissioni televisive.

Ma cosa vuol dire “Siamo tutti Charlie Hedbo”? Di quali contenuti dobbiamo riempire questa frase perché non resti solo una forma moderna, digitale, per esprimere solidarietà alle vittime di un atto di barbarie? Probabilmente non c’è una risposta unica. Proverò allora a spiegare cosa significa per me.

La rabbia. Ognuno di noi ha una percezione di cosa è giusto e di cosa invece non lo è. Quando subiamo o siamo testimoni di un atto che percepiamo come profondamente ingiusto, proviamo rabbia, vorremmo reagire immediatamente, mettere in campo azioni che ripristino il corretto andamento delle cose per come le vediamo noi. Ma agire sotto impulso della rabbia quasi mai aiuta. Meglio riflettere, capire, soppesare le reazioni cercando di valutarne i benefici e le possibili conseguenze. Quindi agire per ristabilire il corretto equilibrio delle cose.

Al processo contro Charlie Hebdo, nel marzo del 2007, il Presidente della Repubblica François Hollande, chiamato a testimoniare in qualità di segretario del Partito socialista disse: «La libertà d’espressione è un principio assoluto. Possiamo denunciare il terrorismo escludendo il legame con la religione quando invece sono i terroristi stessi a fare questo legame?».

Nella sentenza di assoluzione del giornale satirico francese i magistrati ricordarono che la libertà di espressione vale anche per le idee che “feriscono, scioccano o inquietano”.

La libertà. L’assalto a Charlie Hebdo non è solo un attentato contro la libertà di stampa. E’ un attentato contro la libertà di tutti. Una libertà conquistata con battaglie che alcuni giornali quotidianamente cercano di difendere. Libertà di critica, di satira, di controllo sui poteri. Questo fanno, o dovrebbero fare, i giornalisti. Questa libertà di esprimere le proprie opinioni, anche in modo a volte irriverente, grazie alla Rete e ai social media, oggi è garantita a tutti. E a tutti è dato facoltà di difenderla.

Ecco perché “Siamo tutti Charlie Hebdo” ha un significato preciso per ognuno di noi. Vuol dire difendere l’identità, la cultura, i valori, i diritti, il modo di vivere e di lavorare in cui crediamo. #JeSuisCharlie vuol dire continuare a fare le cose che abbiamo scelto, che riteniamo giuste. Vuol dire rispettare la libertà che vogliamo difendere. Vuol dire continuare a fare quello che abbiamo scelto di fare ogni giorno, difendere il nostro modo quotidiano di vivere in mezzo agli altri. Senza cedimenti. Battersi per i diritti di tutti, anche con una penna contro i kalashnikov, è la risposta.

Marco Pratellesi

L'Espresso
05 01 2015


L’ennesimo schiaffo alla comunità LGBT Italiana è partito dalla Regione Lombardia e ha fatto il giro della Rete sotto forma di locandina: "Difendere la famiglia per difendere la comunità” è il convegno che si svolgerà il 17 gennaio a Palazzo Lombardia (sede della Regione), con i saluti iniziali dell'assessore alla Cultura, Cristina Cappellini, per chiudersi con l’intervento del presidente della Regione, Roberto Maroni.

Tra gli speaker i più grandi oppositori alla comunità gay italiana: le Sentinelle in Piedi la Manif pour Tous, Mario Adinolfi, Padre Maurizio Botta, il direttore di Tempi Luigi Amicone, Alleanza Cattolica e alcuni sostenitori delle cosiddette "terapie riparative" come Obiettivo Chaire, l’associazione che afferma di voler aiutare i «giovani feriti nella propria identità sessuale, in particolare per tendenze di natura omosessuale» attraverso la «ricerca delle cause (spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata», sostenendo pubblicamente che l'omosessualità sia una "malattia" da curare.

L’indignazione della comunità gay è partita dal web e si è concretizzata nell'organizzazione di un presidio organizzato dai Giovani Democratici di Milano insieme a diverse associazioni LGBT e alla comunità, in programma sotto il palazzo della Regione il 17 gennaio alle 14.

Quello che ha fatto infiammare gli animi, è che nella locandina del convegno, tra gli organizzatori, accanto al patrocinio della Regione Lombardia, spiccava il logo di Expo 2015 Milano.

Le associazioni hanno discusso la possibilità di boicottare l’evento EXPO per riservargli un trattamento “Barilla”, come ha detto qualcuno. Nelle ore successive Palazzo Marino ha preso le distanze dall’iniziativa con un comunicato stampa firmato dal presidente della Commissione Consiliare Expo del comune di Milano, Ruggero Gabbai (Pd): "È sconcertante che, oltre che negare l'evidenza dei fatti e dell'evoluzione, ci si ostini a sostenere e propagandare tesi oscurantiste e omofobe".

L’assessore alla Cultura della regione Lombardia, Caterina Cappellini, in antitesi con Palazzo Marino ha spiegato che “Il convegno del 17 gennaio sulla famiglia naturale ha il solo scopo di portare avanti valori in cui crediamo e non è discriminazione”. Dal canto suo, la società organizzatrice Expo ha pubblicato sulla propria pagina Facebook una nota dove afferma che l’evento "Expo è una piattaforma di confronto che non produce sintesi ma lascia spazio a posizioni diverse e spesso antitetiche tra loro".

Flavio Romani, presidente di Arcigay Italia, si scaglia contro Maroni che definisce “inadeguato e degno frutto di quel partito che proprio in Lombardia, negli anni recenti, ci ha mostrato esempi sconcertanti di uso privatistico delle istituzioni” e chiede al governo un intervento fermo e tempestivo sulla questione. In caso contrario “sarà ferma e ostinata la nostra mobilitazione”.

Intanto l'onorevole Franco Bordo di Sel ha già annunciato un'interrogazione al governo perché "in quanto socio di Expo vi sono i presupposti perché possa intervenire e sospendere tale iniziativa organizzata sotto l'egida di Expo 2015". Mentre mercoledì prossimo saranno i senatori del Partito Democratico, Sergio Lo Giudice e Maria Cecilia Guerra, a presentare un’interrogazione al governo: “Si salvi l’Expo da questo catastrofico danno di immagine e l’Italia da una pessima figura internazionale”, ha detto il senatore Lo Giudice.

"San Berillo non è uno zoo piccolo borghese"

  • Gen 02, 2015
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 4725 volte

l'Espresso
02 01 2015

Il quartiere di San Berillo, a Catania, è un luogo sospeso nel tempo. Dove la complessa storia sociopolitica della città si annoda alla letteratura e al cinema, imprimendo nell’immaginario collettivo suggestioni e verità piene di contraddizioni. Dalle fascinazioni sensuali di Vitaliano Brancati alla realtà più sofferente di Goliarda Sapienza. Perfetta sintesi delle due anime che abitano le vie dello storico quartiere della città etnea, sventrato alla fine degli anni ’50 a causa di una speculazione immobiliare che ne deportò gli abitanti in periferia, a San Leone, e diventato il quartiere a luci rosse più importante del Mediterraneo. Tra i pochi palazzi fatiscenti rimasti e un degrado sempre più dilagante, rifugio di prostitute e transessuali provenienti da tutta Italia. Fino a quando, nel 2000, un blitz delle forze dell’ordine costrinse nuovamente gli abitanti ad abbandonare le loro abitazioni, lasciando per le strade del quartiere solo pochi fantasmi in calze a rete strappate, affacciati alle portefinestre di case terrane pericolanti.

Fantasmi di ieri e di oggi, esistenze dolenti lasciate ai margini quasi ad espiare chissà quali colpe, sulle cui tracce si è messo il regista catanese Edoardo Morabito con il documentario “I fantasmi di San Berillo”, girato insieme ad Irma Vecchio e vincitore nel 2013 della sezione Italiana.doc al Torino Film Festival.

È stato proprio Morabito, nei giorni scorsi, a segnalare su Facebook con «sconcerto, tristezza e sgomento» la nascita di una nuova iniziativa nel cuore di San Berillo, ad opera di un’associazione locale, la PanVision, che “per offrire un’opportunità di riscatto e di lavoro in ambito turistico-culturale ai travestiti ed alle ex prostitute del quartiere che vogliono cambiare vita” – è quanto si legge sul sito promozionale – organizza il “Catania Segreta Tour”. Ovvero un giro guidato all’interno del “Borgo delle Belle”, comprensivo di incontri culturali con i trans storici e alcune ex prostitute del quartiere, previo tesseramento obbligatorio all’associazione e versamento di un contributo di 10 euro a persona, necessario per prenotare la visita.

«Questa operazione rappresenta un’idea malsana e non disinteressata di riqualificazione del quartiere – ci spiega Edoardo Morabito, mentre ci accompagna nei meandri del quartiere – e si basa su una spettacolarizzazione della vita di esseri umani che, in questo caso, vengono sfruttati come merce di scambio per capitalizzare fini pseudo artistici o, peggio, sociali, trattati come personaggi folkloristici e disumanizzati come fossero animali di uno zoo piccolo-borghese in cui bisogna pagare il biglietto per entrare. Invece parliamo di persone. Uomini e donne abituati a vendersi per sopravvivere, ma spinti spesso da motivazioni problematiche e dolorose. Forse sono anche contenti di racimolare qualche soldo in più, non è questo il problema. La questione è che così si mercifica la loro anima, la loro dignità».

Il regista catanese ha vissuto a contatto con la realtà del quartiere per quattro anni, durante la lavorazione del documentario, e non trattiene il personale disagio nei confronti di un’iniziativa che, sfogliando le pagine del sito promozionale, appare più un tentativo di business. Arrivando ad offrire dietro compenso - a partire da 100 euro a sessione - anche supporto logistico nel quartiere per set e workshop fotografici, dopo avere però raccomandato discrezione ai visitatori perché i trans e le prostitute non amano essere fotografati o ripresi. E sempre dopo avere offerto il tour guidato del quartiere a luci rosse, pur mettendone in evidenza la desolazione e il degrado che certo non lo rendono accattivante e turistico come quello di Amsterdam.

Come se ci fosse differenza tra l’occhio di una telecamera o di una macchina fotografica e l’occhio di persone che pagano per andare a curiosare.

«Uno dei problemi della società di oggi – osserva Morabito – è la perdita di indignazione. Ci facciamo passare tutto davanti con una semplicità “da aperitivo”. Ormai si è raggiunto un tale livello di alienazione dalla vita che la realtà viene spettacolarizzata nelle sue più abominevoli espressioni e tutto, diventando spettacolo, ha perso consistenza trasformandoci da spettatori in complici. Come scriveva Guy Debord, lo spettacolo è il capitale arrivato ad un tale punto di accumulazione da diventare immagine e questa operazione su San Berillo ne è l’esempio. Alcuni abitanti si sono lasciati coinvolgere, ma sono soggetti deboli di cui la società si è sempre presa gioco facendo promesse».

È stato uno di loro a confidare a Morabito, in una circostanza analoga, la spiacevole sensazione di essere trattati come animali allo zoo. Da qui il post sullo “zoo piccolo-borghese di San Berillo” scritto dal regista, dopo il quale alcune associazioni che operano attivamente nel quartiere hanno preso le distanze dall’iniziativa del tour. Stuzzicata, forse, dai riflettori accesi di recente sul quartiere con il film “Più buio di mezzanotte” di Sebastiano Riso, arrivato a Cannes, e con il documentario “Gesù è morto per i peccati degli altri” di Maria Arena, da poco presentato al Festival dei Popoli.

Girati entrambi negli stessi vicoli già percorsi da Edoardo Morabito ne “I fantasmi di San Berillo”, le cui immagini erano state inizialmente usate senza autorizzazione dai gestori del sito del tour, tanto da spingere il regista catanese a chiederne la rimozione. Ed è proprio il documentario di Morabito ad offrire una chiave di lettura di questa vicenda. Laddove si chiude con le parole di Goliarda Sapienza, riannodate dal regista e affidate alla voce dell’attrice Donatella Finocchiaro, per spiegare il delicato rapporto tra Catania e le sue “belle”, oggi sostituite soprattutto dai trans, in un quartiere che fatica a sopravvivere nella sua malinconica, struggente, emarginata solitudine.

"Queste donne – scriveva Goliarda, autrice de “L’arte della gioia”, cresciuta in via Pistone, nel cuore di San Berillo – mi hanno chiuso la bocca per tanti anni. Perché essendo derelitte, vittime della società, io fui costretta ad amarle, a conoscere le loro storie, metterle in un altarino e scrivere solo di loro. Ma essendo io nata e vissuta al secondo piano, piano nobile come si diceva, che potevo saperne...Con terrore mi accorsi che non sapevo niente di loro e che sotto quell’amore sacro che avevo per queste donne si nascondeva un’indifferenza piccolo-borghese. Oggi come allora, non sono che una straniera. Finalmente l’ho capito e non devo fingere più di amarle. E anche loro l’hanno capito. Hanno finalmente capito che sono una nemica che viene a sfottere, a curiosare, e poi se ne torna al secondo piano a studiare, a suonare il pianoforte".

Ornella Sgroi

 

 

 

 

 

 

L'Espresso
30 12 2014

Quarant'anni fa i capi di 'ndrangheta e banda della Magliana si riunivano al Fungo. Lo stesso luogo dove è cresciuto Massimo Carminati. E che ritorna nell'inchiesta su Mafia Capitale. Che sembra sempre più l'evoluzione criminale della vecchia banda di Romanzo Criminale.

DI GIOVANNI TIZIAN

C'è un filo nero che attraversa gli ultimi decenni della storia criminale italiana. È un cordone che unisce l'Italia: da Reggio Calabria a Roma. Dalla 'ndrangheta a Mafia Capitale, passando per la banda della Magliana, terrorismo nero, servizi segreti e massoneria. Con un luogo che ritorna oggi come ieri: il Fungo, zona Eur, Roma.

«Con Mancini (Riccardo, l'ex numero uno di Euro Spa inquisito nell'inchiesta su Mafia Capitale ndr) abbiamo fatto dieci processi quando eravamo ragazzini... stavamo al Fungo insieme... cioè... ma... con tante altre persone... che magari hanno fatto carriera... che in questo momento magari non sono indagate».

Massimo Carminati rievoca il passato dei “neri” di Roma. Lui racconta e intanto le cimici piazzate dagli investigatori del Ros dei carabinieri intercettano. Carminati ricorda gli anni '70, gli anni di piombo, quando la gioventù neofascista della Capitale si incontrava in un luogo simbolo, che ritorna anche nell'inchiesta Mafia Capitale. Il punto di ritrovo di cui parla “er Cecato” è il Fungo. Un acquedotto costruito negli anni '60 all'Eur, a pochi chilometri dalla Magliana. Sotto questa struttura di cemento armato che assomiglia a un enorme fungo si ritrovavano i giovani della destra radicale, molti dei quali sono poi finiti nei nuclei armati rivoluzionari. L'ala più feroce dell'eversione di destra. Ma all'ombra del Fungo, nel ristorante panoramico all'ultimo piano della torre, si sono incontrati pure altri personaggi da romanzo criminale. Alcuni dei quali condividono con il boss di Mafia Capitale il credo fascista e il fiuto per gli affari, di qualunque colore essi siano.

È una storia che comincia quarant'anni fa. Nel 1975. In un 'Italia stremata dalla tensione sociale e politica provocata dalle bombe, dal lavoro sporco dei servizi deviati e dagli accordi sottobanco tra organizzazioni mafiose, estremisti neri e 007. Il Paese era terrorizzato. E il peggio doveva ancora arrivare. Solo un anno prima c'era stata la strage dell'Italicus, sei anni prima il massacro di piazza Fontana a cui seguì, l'anno dopo, la bomba che fece deragliare il treno a Gioia Tauro.

È in questo contesto di terrore e tritolo che il 18 ottobre '75 allo stesso tavolo siedono tre capi 'ndrangheta tra i più influenti nell'organizzazione calabrese e alcuni esponenti della banda della Magliana. Il summit si è tenuto proprio al Fungo. E qui che la polizia di Stato interviene e arresta Paolo De Stefano, don Peppe Piromalli, Pasquale Condello, Gianfranco Urbani e Manlio Vitale. «Tale riunione, lungi dall'essere una mera riunione conviviale costituiva invece una vera e propria riunione mafiosa ad alto livello» si legge nelle informative dell'epoca.

Paolo De Stefano verrà ucciso dieci anni dopo. L'agguato che gli costò la vita diede il via alla seconda guerra di mafia a Reggio Calabria. Il clan De Stefano però è tuttora il più potente della città. E nell'organizzazione calabrese è la famiglia che conta di più, quella che negli anni ha saputo creare relazioni più solide con il potere: hanno protetto la latitanza del terrorista neofascista Franco Freda; hanno giocato un ruolo importante nella rivolta dei Boia chi molla per Reggio capoluogo; l'avvocato Giorgio De Stefano, ucciso nel '77, è stato, secondo alcuni pentiti, il contatto tra 'ndrangheta e servizi segreti.

Tra spioni ed estrema destra, i De Stefano sono cresciuti e dal poverissimo quartiere Archi dove hanno mosso i primi passi, hanno allungato i tentacoli fino in Francia, radicando i propri affari a Roma e Milano. E proprio nel capoluogo lombardo, stando alle recenti indagini dell'antimafia reggina, ha sede il cuore finanziario del clan. L'indagine Breakfast sta scavando nei segreti societari della 'ndrangheta governata dalla famiglia De Stefano, e ha scoperto complicità nella Lega Nord, con l'ex tesoriere Francesco Belsito, e con uomini un tempo dell'avanguardia armata nera, come Lino Guaglianone, anche lui come Massimo Carminati, ex Nar, e precisamente ex tesoriere del nuclei armati rivoluzionari. Non solo, ma nei rapporti investigativi gli inquirenti segnalano più volte la vicinanza dei De Stefano alla banda della Magliana, «di cui sono noti i collegamenti con la destra eversiva e i servizi segreti».

Al Fungo c'era anche Pasquale Condello, detto “il Supremo”. Come i De Stefano è cresciuto nel quartiere Archi. Insieme hanno conquistato Reggio, salvo poi dividersi in una guerra durata sei anni e con mille morti ammazzati. Dopo il sangue è tornata l'armonia e la città è stata divisa equamente. Ancora oggi è pax mafiosa. Il profilo di Giuseppe Piromalli detto “Mussu stortu” è simile a quello di don Paolino De Stefano. Le loro famiglie si uniscono alla fine degli anni 70' per fondare una 'ndrangheta più moderna. Sono i precursori della strategia delle alleanze trasversali con pezzi delle istituzioni e di altri gruppi mafiosi. E sono i promotori dei grandi business con la droga. Per farlo hanno dovuto annientare i vecchi capi bastone. Una volta eliminati è iniziata la loro ascesa criminale.

Peppe Piromalli trascorreva molto tempo nella Capitale. L'interesse della 'ndrina di Gioa Tauro era quello di allargare la zona di influenza. Un particolare che verrà confermato dal pentito della banda della Magliana Antonio Mancini, “l'Accattone”. I Piromalli ritornano nell'indagine della procura antimafia di Roma su Mafia Capitale. I pm e i militari del Ros hanno infatti scoperto come la banda de “er Cecato” avesse stretto un patto con i clan calabresi, in particolare con i Mancuso, attraverso però un parente del boss Piromalli, dipendente delle cooperative del braccio destro di Carminati, Salvatore Buzzi.

Quel giorno di quarant'anni fa al Fungo accanto ai mammasantissima della 'ndrangheta c'erano “er Gnappa” Manlio Vitale e “er Pantera” Gianfranco Urbani. Personaggi di spicco della Magliana. Manlio Vitale con Massimo Carminati ha condiviso più di qualche avventura malavitosa. Nel 2000 sono stati indagati per il furto nel caveu all'interno del Palazzo di giustizia. E nella sentenza sulla banda della Magliana i loro nomi vengono accostati spesso. Vitale come Carminati frequentava il Fungo. D'altronde era zona loro. Per questo gli 'ndranghetisti sono stati invitati in quel ristorante. Non solo. Il nome de “er Gnappa” spunta negli atti di Mafia Capitale. Fino a qualche anno fa, almeno da quel che risulta agli investigatori, frequentava Riccardo Brugia, «compare e braccio destro di Carminati». Brugia secondo gli inquirenti è «dotato di una rilevante storia criminale personale e legato al Carminati da una profonda amicizia e dalla comune militanza nei gruppi eversivi dell’estrema destra».

«Er Pantera» invece è morto qualche mese fa. Nella banda, alcuni collaboratori di giustizia, lo indicavano come il manager delle relazioni con le altre organizzazioni. Con la 'ndrangheta ma anche con i clan catanesi, in particolare con la cosca di Nitto Santapaola (famiglia alleata con Piromalli e De Stefano). Fu lui, dicono i testimoni, a tenere i contatti con le 'ndrine di Reggio Calabria e a instaurare il traffico di eroina con la Tailandia.

Ora che molti dei protagonisti della riunione del Fungo non ci sono più, l'eredità di quei rapporti è passata di mano. A Roma comanda Mafia Capitale e le sue alleate. Una in particolare, la 'ndrangheta. In fin dei conti, quindi, poco è cambiato. Se non il clima. Per questo l'organizzazione guidata da “er Cecato” in un certo senso sembra l'evoluzione criminale della banda dei testaccini, l'anima più borghese del gruppo della Magliana. Un salto di qualità obbligato. Lo stesso passaggio che hanno dovuto mettere in atto le altre mafie. In questo nuovo contesto rapinatori e i killer hanno sempre meno spazio. Ciò che non muta sono le alleanze di un tempo. E spesso ritornano gli stessi cognomi, gli stessi personaggi. Segno che il capitale di relazioni e conoscenze accumulato negli anni passati frutta ancora oggi. E che la mafia più che rottamare riadatta al nuovo corso i vecchi arnesi.

Il dolore di quei pazzi del mondo di sotto

  • Dic 23, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2562 volte

L'Espresso
23 12 2014


All’alba del Novecento il muratore Paolo F., ventidue anni, malato di uno “stato malinconico” manifestatosi durante il servizio militare, scriveva: “Caro padre, vi farò sapere che mi trovo in un manicomio senza sapere il perché e il come mi trovo in questo brutto luogo che loro lo chiamano manicomio. Invece si vede benissimo che è un cimitero, perché chi entra non esce più. Ho visto entrare a diverse persone ma uscire a nessuno. Fra tante persone che ci si trovano, nessuno si guarisce”.

Derelitti, vagabondi, isteriche. Pervertiti, diseredati, “idioti”. Alcolisti, stravaganti e libertini. Screanzati in famiglia e scostumati in società. Vittime dell’ozio, “capezzale del diavolo”. Pazzi mentali e “pazzi morali”. Omosessuali, “un’aberrazione da reprimere”; nubili poco avvezze alle gioie caste del focolare, e giovani ribelli all’ordine pubblico o familiare costituito. Nelle migliaia di cartelle cliniche ritrovate, riemerge il mondo di sotto del manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo, tra i più importanti e imponenti del Centro Italia: funzionò per oltre un secolo, dal 1881 al 1998.

Fu un luogo di deposito sociale questo ex ospedale psichiatrico oggi abbandonato e fatiscente, per cui l’Università di Teramo ha varato un grande progetto di recupero. Un’ultima fermata per i marginali e i vinti; per le anime inquiete, o comunque in sovrannumero sulla locomotiva del futuro. Ma la storia è filtrata anche in quel mondo chiuso che gridava alla vita: non un episodico manicomio di provincia, ma un “osservatorio privilegiato per comprendere in che modo la follia è stata storicamente costruita dal punto di vista sociale, clinico e culturale, e misurare gli effetti che i grandi eventi hanno avuto sulla vita e sugli immaginari delle persone” scrive lo storico Guido Crainz nell’introduzione al libro di Annacarla Valeriano, ricercatrice dell’Università di Teramo. Un volume bellissimo, inesorabile, martellante, al ritmo delle percussioni oscure dell’esistere: una sorta di Spoon River da scontare e salmodiare in terra. “Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo 1880-1931”, uscito per Donzelli, è ”un grande racconto del dolore, e al tempo stesso una storia aspra della società italiana tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del successivo”.

Una ricerca nata dalla volontà di riportare alla luce migliaia di storie rimosse. Memorie dal sottosuolo di un’umanità che aveva abbandonato il limite della bellezza e che lottava solo per sopravvivere: la vita era fuggita altrove. Sullo sfondo, l’emigrazione e la Grande Guerra, snodi drammatici di massa, che riempirono di alienati i padiglioni del Sant’Antonio Abate.

Ben 261 furono i soldati internati a Teramo durante la Prima Guerra Mondiale, esercito “inglorioso” di reduci ottenebrati dalle trincee. La Grande Guerra “dischiuse nuovi orizzonti anche nella storia del sapere psichiatrico” scrive Annacarla Valeriano. Le camerate del manicomio si stiparono di depressi, confusi, feriti, simulatori, disertori, e di traumatizzati in abiti civili: donne, anziani, profughi. Anche gli emigrati di ritorno, naufragati nel “progresso”, vi sbarcarono a vagonate; e con loro “ammattivano” i parenti più stretti.

I “pazzi” erano quasi sempre poveri e malnutriti, contadini, sottoproletari. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani, e “c’era la necessità di togliere dalle strade quanti rappresentavano delle potenziali minacce per l’ordine pubblico. Di fatto, le comunità consegnavano al manicomio i loro elementi indesiderati” annota Valeriano. Spesso con la complicità delle famiglie. La violenza e la sopraffazione “preventiva” lavorarono per decenni a pieno regime. Si nascondevano le ignominie sotto il tappeto, ma ci si dimenticò per assurdo di ben 22 mila cartelle cliniche, “piccoli romanzi” che grazie a questo prezioso libro riprendono a parlarci in maniera tutt’altro che asettica, anzi, full of life.

Luca M., un mendicante, andava elemosinando per il paese, frequentava qualche osteria e si tratteneva sulle vie pubbliche a “ciarlare coi passanti”. Rimasto “solo abbandonato da tutti, senza mezzi per vivere e senza assistenza”, il suo unico rifugio poteva essere esclusivamente il manicomio, dove sarebbe morto dopo una lunga degenza. La giovane Luisa R. richiamava l’attenzione delle autorità locali perché scandalizzava il vicinato e i passanti: “Pel suo modo curioso di indossare le vesti, attira l’attenzione dei ragazzi, e diciamo pure, anche dei non ragazzi…”. Molti rifiutavano quella realtà e si rifugiavano nella magia. Amira P., vedova e senza figli, riconduceva le sue disgrazie al fatto di “essere stata avvelenata e affatturata con un uovo che le aveva dato a mangiare il parroco”. Domenico D., di ritorno da una fiera in un paese vicino, “avvertì d’improvviso una stanchezza generale, si fece pallido, non ebbe la forza di parlare e tremava”. Le comari del vicinato “gli misero a credere che gli avevano fatto la fattura, ossia che lo aveva stregato un suo nemico. Allora tentò di ricorrere inutilmente per parecchie volte al Santo Gabriele”, ma invano. Solo l’internamento e la morte, dopo un anno di degenza, avrebbero posto fine alle sue tribolazioni. Scolastica C. venne internata perché diventata eccessivamente “loquace, instabile e seccante”, un “fastidio per i vicini di casa e per quelli che passano per la via ove ella abita”. Stessa sorte anche per una vedova di 62 anni che, a causa della sua parlantina, intaccava “la moralità di parecchie donne del vicinato e di persone di sua conoscenza”; per la 21enne Cesira M., che “ai consigli della famiglia preferiva girare continuamente, farsi corteggiare da giovanotti, anche di pessima fama”; e per Adelina V., contadina nubile di 31 anni, divenuta “superba e caparbia senza motivo plausibile: si sparse la voce che il sangue gli era andato alla testa”.

L’ultimo capitolo di “Ammalò di testa” riproduce lettere scritte dagli internati ai familiari, ai direttori del manicomio, al re e alla regina. “Lettere e voci più forti, molto più forti dei loro persecutori”. Lettere vergate con uno sforzo immane da un’umanità pressoché analfabeta; ma così accorate, profonde, laceranti, sensate. Non giunsero mai a destinazione perché i burocrati della morte civile ne bloccarono la spedizione. La “tenuta della società” innanzitutto, ma per uno scherzo riparatore del destino quelle lettere sono sopravvissute in blocco, e oggi fanno un gran rumore. Per non dimenticarli. Per non dimenticare.

l'Espresso
19 12 2014

L'autorità anticorruzione vuole vederci chiaro sugli appalti della terra dei fuochi. Dopo l'inchiesta de “l'Espresso” che segnalava gli appalti vinti da una società legata alla Mafia Capitale di Massimo Carminati e da altre società coinvolte in inchieste per traffico di rifiuti, il commissario per l'emergenza rifiuti Mario De Biase ha chiesto a Raffaele Cantone, a capo dell'anticorruzione, di studiare gli atti. Tra questi l'affidamento all'azienda TreErre la cui proprietaria è Emilia Fiorani, ex moglie di Carlo Pucci, uno degli indagati nell'inchiesta “Mondo di mezzo” dei carabinieri del Ros e coordinata dalla procura antimafia di Roma. Della stessa azienda hanno fatto parte, fino al 2012, Riccardo Mancini, altro uomo della rete de “er Cecato”, il figlio di quest'ultimo fino al 2013, e Luigi Lausi, anche lui finito nell'indagine. Ora dopo la bufera giudiziaria, che non ha coinvolto TreErre né la Fiorani, il Cda dell'impresa è stato azzerato. In attesa delle nuove nomine.

Dopo il nostro articolo l'imprenditrice ha scritto a “l'Espresso” precisando che i Mancini non fanno più parte dell'assetto societario e che la TreErre non è assolutamente vicina a Mafia Capitale. Intanto però dagli atti depositati dai pm emergono nuovi particolari sul rapporto tra la TreErre e i Carminati boys. Sono numerose le telefonate intercorse tra il 2012 e il 2013 tra Emilia Fiorani e Carlo Pucci. Telefonate in cui si parla di questioni di lavoro.

È l'undici febbraio di due anni fa. Pucci è in macchina con “er Cecato”. Chiamano Fiorani: l'ex marito le dice che «il loro amico sta andando a Bologna a parlare con i bolognesi» e chiede a Emilia se deve dirgli di andare avanti o fermarsi "di quello che mi hai detto ieri sera". L'imprenditrice risponde che deve proseguire con «la seconda ipotesi quella più in ritardo». A questo punto però i militari dell'Arma sentono una voce che si intromette: è quella di Massimo Carminati che le chiede di vedersi nel fine settimana.
Ma non c'è solo questo nei documenti inviati in procura dai detective del Ros. C'è pure una foto del dicembre 2012.

Un incontro tra Pucci, Carminati e Fiorani. “Er Cecato” «saluta affettuosamente Emilia Fiorani». Dopo qualche minuto tutti e tre salgono sull'auto di Carminati e si dirigono verso il centro città. Nei rapporti investigativi ci sono pure i contatti della titolare della TreErre con il braccio imprenditoriale di Mafia Capitale, Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative sociali. «Sai che credo che invece sia urgente ... tu non ce la fai a venire qua adesso, no?», chiede Fiorani a Buzzi, che esclude di farcela per quell'ora in quanto ha un appuntamento con Alemanno. Così decidono di incontrarsi verso le 19 dalla Fiorani. La telefonata si conclude con l'imprenditrice che spiega a Buzzi l'urgenza di vederlo: «Va be', ok, confermato perché ho paura che non si faccia in tempo, già stiamo troppo stretti con i tempi». Il riferimento è a un affare in comune relativo al trasporto dei rifiuti campani all'estero. Buzzi in una delle telefonate della Fiorani dirà «è mia socia».

Insomma dai brogliacci emerge che anche la TreErre, che la Fiorani sostiene essere lontana anni luce da Mafia Capitale, si interfaccia con i personaggi principali del romanzo Capitale. Ora tutti questi faldoni saranno studiati da Raffaele Cantone che dovrà valutare se revocare o meno l'appalto alla società romana. Nel frattempo nella Terra dei fuochi è tutto fermo.

I lavori infatti non partono e l'area vasta di Napoli nord, concentrato di discariche e veleni, aspetta la messa in sicurezza e poi le bonifiche. Intanto però la regione Campania è pronta a far partire una campagna di promozione dei prodotti campani, travolti dalla sindrome Terra dei fuochi. Tutti i frutti della terra sono stati, ingiustamente, etichettati come avvelenati con un grave danno per l'economia campana. SviluppoCampania, la società in house della Regione, è pronta a sigliare un accordo con le tv di Silvio Berlusconi per rilanciare pomodoro, olio e mozzarella campana. Sarà Mediaset, già a partire dalla diretta del concerto di fine anno con Gigi D'Alessio, a sensibilizzare sul tema e a trasmettere gli spot, almeno una settantina, per una spesa intorno ai 500 mila euro.

Già, proprio il cantante napoletano che, da quanto emerge della informative, si è incontrato con il boss Giovanni De Carlo, arrestato con Carminati, dopo il furto della sua collezione di Rolex da 4 milioni di euro. Anche se D'Alessio sostiene di non averlo mai conosciuto. Da palazzo Santa Lucia fanno sapere che nei 500 mila euro sono comprese anche la spesa per le tv locali. L'accordo con Mediaset è in via di definizione, si attende una proposta finale da parte del gruppo Berlusconi. Nel Pac, piano azione e coesione, sono previsti 20 milioni di euro, che saranno destinati al rilancio, attraverso spot e campagne promozionali, anche all'estero, del made in Campania. I soldi a Mediaset saranno prelevati da questo stanziamento. Altri 33 milioni andranno ad aiutare le aziende agricole. In tutto quindi oltre 50 milioni di euro. Molto di più di quanto previsto per la bonifica della Resit.

Dunque, una cosa è certa: partiranno prima gli spot e dopo le bonifiche delle aree contaminate per le quali sono stati stanziati.

Giovanni Tizian e Nello Trocchia


Transessuale, cioè normale

  • Dic 11, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 3706 volte

l'Espresso
11 12 2014

Certo, «un insulto ti può ferire, ma quello che trovo più offensivo è che tante persone possano ancora definirmi “un” trans».

Elena Trimarchi, fiorentina, calca su quell’articolo maschile: «Ho sofferto per diventare quello che mi sono sempre sentita, una donna, e spesso mi trattano come se appartenessi a un branco indifferenziato, un fenomeno da baraccone utile solo per la cronaca nera o il gossip. Per l’informazione siamo “il trans rapinato”. Oppure tutte prostitute, l’estremo rifugio per mariti annoiati».

Non è così. Da Catania a Genova, da Taranto a Padova, le persone transgender stanno combattendo una battaglia silenziosa, che a piccoli passi le sta portando verso l’integrazione. Non è facile, però: la strada è lunga, fatta talvolta di solitudine, incomprensioni familiari, violenze e discriminazioni. Ma accanto ai drammi e alle sofferenze, ci sono storie di riscatto. Cioè semplicemente di vita normale. Negli uffici, nelle fabbriche, nelle università. E chi è transessuale sempre più spesso tende a non nascondersi più.

Come Vittoria Vitale, catanese di 24 anni. Studia Scienze della Comunicazione nell’ateneo della sua città e ha avviato la transizione verso una piena identità femminile a 18 anni. Ma sulla carta di identità è ancora “Giuseppe” e questo l’ha esposta anche a situazioni imbarazzanti: «A un esame», racconta, «il professore faceva l’appello: quando ha chiamato “Giuseppe” e io mi sono alzata, tutti si sono voltati e mi hanno squadrata dalla testa ai piedi». Poi però, sostenuta dall’associazione studentesca Lgbtqi, Vittoria è riuscita a ottenere dal rettore un libretto provvisorio in cui è registrata con il suo nome femminile.

Ma la discrepanza tra la carta di identità e l’aspetto fisico a volte è un problema più grosso. Ad esempio, quando si cerca lavoro. Michela è veterinaria e racconta di aver sostenuto molti colloqui, tre dei quali sembravano andati a buon fine: «Ma non mi avevano ancora chiesto i documenti: quando hanno scoperto che ero transgender, il posto è andato ad altri».

Per questo il Movimento italiano transessuali chiede di cambiare la legge perché si possa ottenere il cambio di sesso e di nome sui documenti indipendentemente dall’intervento chirurgico e senza l’autorizzazione del giudice (l’attuale normativa impone questi passaggi). Basterebbe insomma un iter certificato dal sistema sanitario.

Il problema c’è: secondo i dati diffusi da Arcigay e dallo stesso Mit, in Italia negli ultimi dieci anni il 45 per cento di trans ha visto respinta la propria candidatura a un colloquio di lavoro a causa del proprio genere e il 25 per cento è stato addirittura licenziato. Elena Trimarchi, di Firenze, racconta ad esempio che a lei hanno sempre sbattuto la porta in faccia: «Mi sono rivolta alle coop rosse, senza risultati. Poi mi ha assunto, in nero, una famiglia bene, come segretaria di un noto studio medico: ma i figli hanno saputo che ero un’attivista trans e mi hanno cacciata».

Un destino simile sembra quello di Alexandra Petanovic, originaria di Belgrado. Fuggita dalla Jugoslavia nel 1994, durante la guerra civile, Alexandra arriva in Italia e qui compie la sua transizione da uomo a donna. Poi si laurea e prende il dottorato all’Università pontificia, scrive un saggio accademico su Elena Dragas, l’ultima imperatrice bizantina, ma quando chiede un posto all’università l’incanto finisce. Oggi fa la badante. Due anni fa è stata protagonista di un brutto episodio di transfobia ad Ardea, vicino a Roma: un gruppo di naziskin prima l’ha insultata e poi le ha fatto trovare l’auto devastata, con due banane e un cumulo di feci sul tettuccio.

Differenti, e a lieto fine, sono invece le storie di altre persone transgender, che dopo una sofferta transizione sono riuscite a integrarsi. Alessandro Iuliano, 41enne di Padova, racconta di non aver mai subito discriminazioni: «Forse perché chiarisco sempre chi sono», dice. Alessandro lavora da 17 anni in una impresa metalmeccanica di oltre 300 dipendenti, dove è assistente post-vendita. «Una volta deciso di compiere il percorso, ho incontrato il direttore generale, accompagnato da un sindacalista Cisl. Poi ho fatto un lungo tour, ufficio per ufficio: ho spiegato che “Lisa” andava via e che ora c’era Alessandro. L’hanno presa tutti bene, anche il presidente».

Stessa accoglienza positiva per Angelo Borrelli, napoletano di 36 anni. Dal 2001 lavora per una grossa catena di ristorazione autostradale, a Parma. «Ho compiuto il percorso continuando a spostarmi dalla cassa al bancone, con i manager, i colleghi e i clienti che mi seguivano giorno per giorno. Nessun problema. E alcuni si sono complimentati, dicendo che avevo avuto coraggio».

Ben inseriti, a Cagliari, sono Arianna Ghiglieri e Marco Michele Angioni, entrambi transgender e legati da una relazione sentimentale: 35 anni lei e 24 lui, hanno dovuto affrontare nell’adolescenza la contrarietà di alcuni familiari, ma poi tutto è filato liscio. Arianna segue le istruttorie per un’agenzia di finanziamenti: «Mai subito discriminazioni sul lavoro», dice, «ma so che il problema per altri esiste, infatti partecipo alle iniziative pubbliche per i nostri diritti». Marco è dipendente di una nota catena di ristorazione: «Inviai un curriculum “al maschile”», racconta, « e solo alla fine del colloquio rivelai che c’era un problema: i documenti erano al femminile. Il capo, che aveva lavorato negli Stati Uniti, mi rispose tranquillo: “Ritorna domani che cominciamo”».

Difendere le persone trans può diventare una professione: e così Alessandra Gracis, avvocatessa trevigiana, anche lei transgender, ha tra i suoi clienti una ventina di ragazze operate in tutta Italia; si tratta di cause avviate contro diversi ospedali, per gravi danni riportati in seguito alla vaginoplastica. Alessandra aveva sposato Roberta prima di iniziare la transizione e per ora ha deciso di non adeguare i propri documenti: «Se lo facessi si annullerebbe il vincolo coniugale. Quindi perderemmo diritti preziosi come la pensione di reversibilità». Già, perché «anche le persone transessuali invecchiano», come fa notare Mirella Izzo, di Genova, attivista storica: «Abbiamo una vita oltre le tette», dice, «ma spesso la passiamo in solitudine, con pochi soldi, senza nessuno che ci assista». Su questi temi Izzo ha scritto un libro: “Oltre le gabbie dei generi. Il manifesto Pangender”.

Miki Formisano, di Taranto, è invece un rappresentante di commercio: ha attraversato una giovinezza turbolenta, fatta di eroina e carcere. Ha contratto l’Hiv ed è sopravissuto alla malattia conclamata. Oggi sta bene, va regolarmente in palestra, ha trovato una compagna, Marilena. Aiuta le persone sieropositive e anima campagne di sensibilizzazione nelle scuole.

Leda Peirano, camionista di Savona, amava travestirsi fin da quando aveva 13 anni. Ha continuato a farlo in età adulta: sempre in segreto, perché nel frattempo si era sposato. Quando ha deciso di uscire allo scoperto, la moglie se n’è subito andata. Oggi neanche le tre figlie - di 19 anni, 17 e 11 - vogliono più incontrarla. «Sono sola, ma finalmente me stessa: una donna libera», dice. «Quando vado a scaricare il camion mi presento con garbo: e nessuno fa battute. Se spieghi chi sei, gli altri ti rispettano». Ed è questo che le persone transessuali oggi chiedono più di ogni altra cosa: il rispetto.

Antonio Sciotto

L’Espresso
10 12 2014

I bambini italiani non hanno spazio. Per vivere: in un milione e trecentomila abitano in appartamenti di cui i genitori denunciano il sovraffollamento. Per giocare: solo sei su cento portano il pallone in strada. Nemmeno uno su quattro può correre almeno in cortile. E poi arrivano i problemi più gravi: la povertà relativa che aumenta, la dieta che peggiora (pasta, pasta e ancora pasta, con sempre meno proteine), gli interessi culturali rimandati: ben sei ragazzi su 10 non hanno messo piede in un museo l'anno scorso.

Sono solo alcuni dei dati raccolti nel quinto "Atlante dell'infanzia" di Save The Children, elaborato unendo statistiche da fonti ufficiali diverse, nazionali ed europee, per dare un quadro completo (e allarmante) degli effetti della crisi sulle nuove generazioni. Sfogliando le mappe e i numeri dell'Atlante si ricostruisce l'immagine di un intero welfare che manca per sostenere i più piccoli.

E le carenze non riguardano solo gli asili nido, ma gli spazi aperti nelle città, per giocare, apprendere, studiare. E le tutele dal punto di vista economico, per aiutare le famiglie che rischiano di trascinare nella paura anche i figli: nel 2013 65mila nuclei familiari hanno ricevuto un'ingiunzione di sfratto per morosità incolpevole, ovvero per non aver potuto pagare l'affitto a causa della perdita di lavoro. L'8 per cento in più dell'anno prima. La risposta delle istituzioni? Ad oggi, gli sgomberi.

La fragilità economica e sociale emerge in tanti passaggi dell'Atlante. Prima il dato secco: quasi un milione e mezzo di under 18, il 13,8 per cento dei minori, non ha mezzi per vivere una vita dignitosa. Rientra cioè nella "povertà assoluta" in aumento delle città italiane. Uno su quattro è invece bloccato in quella che gli statistici definiscono "povertà relativa", indicando quelle famiglie in cui per sopravvivere si sta tagliando su tutto: rinunciando a viaggi, cultura, sport, qualità e quantità del cibo. Gli effetti si vedono: meno della metà degli adolescenti è iscritta a corsi sportivi, troppo cari. Lo stesso per le vacanze: il 51 per cento dei genitori ci ha rinunciato. Era il 40 solo un anno fa.

Se aumentano quindi i segnali di fragilità, economica e sociale, a preoccupare i relatori di Save the Children è anche l'aspetto più "inutile" forse, ma con profonde conseguenze a lungo termine: la povertà culturale. Il fatto che meno della metà dei ragazzi dai 6 ai 17 anni abbia letto un libro, che 8 su 10 non siano mai stati a un concerto, che in Calabria il 70 per cento degli adolescenti non abbia sfogliato un romanzo, è un vuoto su cui sarà difficile intervenire in futuro.

Non è solo il welfare che manca però, ma anche l'elasticità. Burocrazia e regole sempre più rigide, elaborate da sindaci o amministratori zelanti nei confronti degli adulti intolleranti impediscono ormai ai bimbi di giocare in cortile, nei parchetti pubblici (quando ci sono), sui marciapiedi, per i vicoli (dedicati solo alle macchine), di fare rumore o muoversi in libertà nei luoghi educativi. E in casa? Non c'è spazio.

Nel nostro paese sono 619mila in più rispetto al 2008. Il sedici per cento delle famiglie non può dar loro proteine ogni due giorni. E i danni sia psicologici che materiali dureranno a lungo. Ecco i dati dell'ultimo rapporto dell'Unicef. Che avverte: "con politiche diverse avremmo potuto salvarli"

«Gli orizzonti a disposizione dei nostri bambini sono sempre più chiusi: si riducono gli spazi di autonomia, socialità, svago, e si riducono gli spazi mentali, le opportunità di formazione e crescita intellettuale e relazionale», dice Valerio Neri, direttore generale dell'associazione in Italia: «sospingendo sempre più bambini ai margini. È sotto gli occhi di tutti il disagio di tante periferie: luoghi deprivati di verde, di spazi comuni, di trasporti efficienti, di scuole a tempo pieno. E sempre più popolati da giovani coppie con bambini. Le periferie sono le nuove città dei bambini».

È partendo da queste osservazioni che Save the Children ha aperto negli ultimi anni 11 "punti luce", spazi di aggregazione dedicati agli adolescenti sostenuti con l'aiuto di cooperative locali, e che oggi sono aperti ai giovani a Bari, Catania, Brindisi e nelle periferie (appunto) di Roma, Napoli, Milano. Nell'atlante sono raccolte altre esperienze innovative, sul fronte dell'educazione e del welfare familiare. Per dare un messaggio alle istituzioni: che il cambiamento è possibile. E necessario.

L’Espresso
09 12 2014

L’ultimo blitz ha la data del due dicembre. Appuntamento alle 9 del mattino davanti al comune marchigiano di Senigallia. Si ritrovano in pochi per sventolare uno striscione eloquente: «Se è gay non è famiglia». Copyright del gruppo di neofascisti Forza Nuova.

Il motivo è la decisione del consiglio comunale di dare il via libera alla trascrizione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero. Un braccio di ferro (e una scelta di civiltà) tra sindaci e Viminale innescato dal ministro dell’interno Alfano .

«L’iniziativa del Comune di Senigallia è solo una grottesca parodia – dice Nicolò Rotatori, portavoce locale di Forza Nuova – è in corso un attacco alla famiglia naturale. Non esistono movimenti Lgbt, parlamenti o tribunali che possano cambiare lo stato delle cose. C’è un vero e proprio indottrinamento che fa leva su un'inesistente omofobia, pretesto con il quale si cerca di mettere a tacere chiunque osi contraddire i singolari dogmi omosessuali».

Ecco i motivi che fanno scendere in piazza piccoli agguerriti gruppi di duri e puri della tradizione cristiana e difensori della famiglia naturale.

Negli ultimi mesi una escalation di manifestazioni, picchetti, scritte, violenze verbali e fisiche con una dimostrazione di muscoli e idee vecchie perfino per il Novecento.

Filo rosso un lungo elenco di “No” trasformati in slogan: «L’Italia ha bisogno di figli non di coppie omosessuali», «Lo ius soli uccide l’Italia», «L’unica famiglia è quella naturale», «Maschi selvatici non checche isteriche!». Fino a negare l’evidenza: «Se è gay non è famiglia».

Per arrivare immediatamente all’obiettivo si usano messaggi semplici e potenti che fanno leva sulla perdita di identità, lo spaesamento della modernità, l’assenza di punti di riferimento. Efficaci e virali soprattuto tra i più giovani.

Altra città, altro episodio. Il primo dicembre la scoperta del call center messo in piedi a Milano per denunciare «l’aggressione alla famiglia tradizionale e alla salute di nostri bambini», con le segnalazioni raccolte in un libro bianco targato Forza Nuova.

''Siete a conoscenza di propaganda omosessuale nelle scuole dei vostri figli? Lasciate il vostro numero di telefono e vi richiameremo. La vostra e le altre segnalazioni contribuiranno alla creazione di un libro bianco che denunci l'aggressione alla famiglia tradizionale e alla salute di nostri bambini''. E' questo lo sconcertante messaggio della segreteria telefonica di Forza Nuova per la campagna shock avviata dal movimento di estrema destra ''contro l’aggressione omosessualista nelle scuole milanesi". ''Forza Nuova vuole creare liste di proscrizione'', denuncia Fabrizio Marrazzo,portavoce di Gay Center. ''Si tratta di un fatto gravissimo che lede i diritti degli studenti prima ancora che dei gay”.

Una settimana prima a Roma la scuola vietata ai bambini rom per colpa di Blocco studentesco, ramo giovanile di Casa Pound, nato come centro sociale di ispirazione fascista e poi diventato movimento politico con propaggini nell’intero Paese.

Lo schema è collaudato: si diffonde la voce di un’aggressione più o meno verificata e nella periferia scoppia il putiferio. Responsabile della violenza sempre un gruppo di stranieri, (di solito nomadi, romeni o profughi richiedenti asilo) ed ecco l’arrivo dell’estrema destra che manifesta contro «il degrado delle nostre città».

Nella capitale succede a scadenze regolari, da mesi. Dopo Corcolle, Tor Sapienza e Infernetto, è stato il turno di Torrevecchia, periferia nord ovest, dove una manifestazione ha di fatto impedito che novanta ragazzini e ragazzine del vicino campo nomadi potessero frequentare materne, elementari e medie.

L’intolleranza contro gli stranieri e l’omosessualità è il collante che mette insieme gente comune e gruppi neri che si riconoscono in «Combatti, ama, prega», soffiando sulle proteste. Quando si fanno dei piccoli passi in avanti (come la legge Scalfarotto e la prese di posizione dei Comuni per le coppie gay) ecco che esplodono le barricate.

Di diritti per i gay e migranti non si deve parlare. Devono restare un tabù, perché l’ignoranza mantiene il dogma, la mancanza di cultura facilita il populismo e la presa sulla «pancia» del Paese.

«Stiamo assistendo a un cambiamento profondo, l’Europa ci sta richiamando con forza e anche nel nostro Paese abbiamo iniziato a parlare di unioni civili e diritti per tutti. Il cambiamento lentamente sta arrivando e tutto questo fa paura agli ambienti più tradizionalisti. Avere un nemico serve per rinsaldare un gruppo, un’ideologia, accentuando lo scontro tra “noi” e “loro”, piuttosto che a confrontarsi e comprendere», spiega Margherita Graglia, psicologa e autrice del libro “Omofobia. Strumenti di analisi e di intervento”.

«La tesi del libro è chiara - continua Graglia - l’omofobia non è un fatto individuale, è invece un preciso sistema socio-culturale che innesca, mantiene e alimenta l’aggressione e lo stigma nei confronti delle persone gay e lesbiche. Finché ci saranno cittadini di serie “B” fare violenza e discriminare sulla base dell’orientamento sessuale sarà in qualche modo avvallato dallo Stato che non prende una posizione netta, ad esempio rispetto alle leggi contro l’omofobia e il matrimonio per le persone dello stesso sesso».

Per il governo di Matteo Renzi vengono prima le riforme dello Stato e la crescita economica, ma intanto qualcosa si muove.

La vicepresidente del Senato, la democratica Valeria Fedeli, ha presentato a fine novembre un disegno di legge per introdurre nelle scuole e nelle università l’insegnamento dell’educazione di genere. Fumo negli occhi per la galassia nera.

«Ovviamente nessuno l’ha letto: io mi concentro sopratutto sulla battaglia contro la violenza alle donne - commenta Valeria Fedeli - La cosa incredibile però è che bastato scrivere “identità di genere” nel titolo e si è scatenato l’inferno. Appena si tocca la libertà delle persone di essere cioè che vogliono si manifestano questi uomini e valori di destra, accomunati da arretratezza culturale, violenza. Una reazione quasi primordiale senza entrare nel merito e prendendo di mira l’omofobia proprio quando c’è finalmente una fase di apertura».

Piccoli agguerriti gruppi, difensori dei valori cattolici e tradizionalisti di ogni età che tentano di fermare il cambiamento facendo leva su aspetti considerati estranei rispetto valori dei «veri italiani».

«Educazione di genere come materia scolastica, indottrinamento omosessualista, corruzione dei giovani. Il Partito dei ladri vuol rubare ai nostri giovani e alle loro famiglie il diritto di crescere fuori dagli schemi dell’omofollia»: è il tono degli attacchi in Rete.

Un crescendo di accuse: «Sappiamo cosa e come insegneranno ai bambini. Violeranno la loro infanzia e la loro purezza. Tutto questo non significa per gli omosessuali far valere i propri diritti, ma fan capire che vogliono insegnare il mondo gay, che è più pervertito di quanto si possa immaginare. La ritengo tortura psicologica tendente alla pedofilia».

E ancora: «Hanno capito che nel mondo “adulto” i loro argomenti idioti sull'omosessualità non attecchiscono, e quindi ora ci provano sui bambini».

Messaggi populistici che fanno presa e scalpore anche se in realtà la società è già tollerante, aperta e pronta a questi cambiamenti. Nell’ultimo rapporto Istat è ben evidente: l’80 per cento degli italiani considera normali i rapporti omosessuali.

Certo resiste uno zoccolo duro di un cittadino su cinque che non accetta la diversità di genere ma il problema è la mancanza di un dibattito su questi temi per cercare di capire. Meglio muro contro muro. Con la scuola come terreno di scontro. In tutti i sensi.

Sempre a Roma, nei mesi scorsi, alcuni studenti sono stati aggrediti a schiaffi e pugni perché si erano rifiutati di prendere un volantino politico di blocco studentesco.

E poi scritte omofobiche: uno, dieci, cento insulti con lo spray sui muri d’ingresso. Istituti dell’intera Penisola che diventano raccolte di accuse e minacce. Sono tutti casi di aggressioni, episodi di bullismo, attacchi verbali raccolti dall’Unar, l’ufficio anti-discriminazioni di Palazzo Chigi. Nella triste casistica una segnalazione su due riguarda la vita pubblica e quanto succede nelle aule.

Dove «frocio» diventa uno stigma, per segnare e prendere di mira chi è “In” e chi è “Out”, chi è giusto e chi è sbagliato. E puntuali le croci celtiche a far da corredo alle scritte. Per far capire da che parte stanno i difensori dei valori «giusti».

Lipadusa, l'altra faccia dell'isola dei migranti

  • Dic 04, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2549 volte

l'Espresso
04 12 2014

Una ricerca sulla vera identità di Lampedusa, che la scolli dall'immaginario consolidato di migrazione, tragedie di mare, disperazione e miseria. Un progetto, un libro e una mostra per raccontare l'isola nella sua unicità. Questo lo scopo di Lipadusa, storie di vita e di mare, personale di Calogero Cammalleri, realizzata in collaborazione con Fabrica, centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group.

La mostra, dal 7 dicembre all'8 marzo al Museo Civico di Castelbuono, presenta una selezione di fotografie tratte dal libro Lipadusa, pubblicato da Fabrica lo scorso settembre, dopo un soggiorno di Cammalleri a Lampedusa durato otto mesi. Le foto raccontano l'unicità di Lampedusa: geograficamente già Africa, ma politicamente ancora Italia. E ritraggono lo scorrere della vita di pescatori, bambini e animali di Lampedusa, impressioni oniriche, attimi colti in bianco e nero, sfocati nella trasfigurazione di una realtà senza tempo. Diventato una presenza familiare per gli isolani, Cammalleri è riuscito a superare l'iniziale diffidenza di chi ha visto troppe telecamere e macchine fotografiche alla ricerca di uno scoop. Calogero è lui stesso un migrante di ritorno: partito a tre anni con la sua famiglia dalla Sicilia per la Germania, torna nella sua terra dopo diciassette anni a cercare le sue origini.

Lipadusa è parte di Sciabica, progetto di slow journalism prodotto da Fabrica, all’indomani del naufragio del 3 ottobre 2013, quando 368 persone morirono nel Canale di Sicilia. Nelle settimane immediatamente successive alla tragedia, quando per i ritmi serrati della cronaca ormai Lampedusa non faceva più notizia, Sciabica ha narrato la vita di migranti e lampedusani, fatta di convivenza, emergenza e solidarietà.

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