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L'ESPRESSO

Twitter, giro di vite contro le molestie

  • Dic 04, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2687 volte

l'Espresso
04 12 2014

Molestare qualcuno con un cinguettio da oggi sarà più difficile. Questo almeno è l’intento di Twitter che ha introdotto una serie di nuove misure per rendere più efficiente, spedita e dettagliata la possibilità di segnalare comportamenti offensivi, minacciosi, o in violazione dei termini di servizio della piattaforma.

La decisione - annunciata ieri sul blog ufficiale, con un articolo intitolato " Costruire un Twitter più sicuro " - arriva dopo una serie di casi celebri in cui alcune persone, perlopiù donne, erano state oggetto di attacchi di massa attraverso il social network da 140 caratteri. Basti ricordare la vicenda di Zelda Williams, la figlia dell'attore Robin Williams, che dopo la morte del padre era stata vittima di messaggi crudeli e offensivi. O la sviluppatrice di giochi Brianna Wu che ha ricevuto minacce di morte ed è stata costretta a cambiare residenza. Ma l’elenco è lungo e potrebbe continuare.

Ora Twitter prova a dare un giro di vite su questo fenomeno con un nuovo sistema di segnalazioni, ottimizzato per il mobile, per ora attivo solo su alcuni profili ma che verrà esteso progressivamente a tutti nelle prossime settimane. L’Espresso ha potuto accedere a uno di questi account e verificarne il funzionamento.

Quando si vuole fare una segnalazione, basta andare sul simbolo della rotellina del profilo che si vuole indicare. A quel punto compare un menù con varie opzioni, tra cui le due che possono interessare: Mute oppure Block or Report.

La prima serve solo per non vedere i tweet del profilo “zittito” nella propria timeline senza dover bloccare o smettere di seguire l’account. Che in questo modo non si accorgerà di essere stato silenziato. Si può decidere di zittire e ridare voce a un account in qualsiasi momento e c’è chi usa questa funzione anche solo per non essere travolto, in determinati periodi, da profili che cinguettano troppo.

Carola Frediani

L’Espresso
26 11 2014


Il cinema? Si fa quasi completamente senza donne e, per ogni ruolo femminile, ce ne sono almeno 2,5 cuciti su misura per i colleghi uomini.

Lo raccontano, da anni, dive e starlette nelle interviste, lamentando come la loro carriera sia breve e finisca con l'arrivo delle prime rughe. E poi, a testimoniare che tra il cinema e le sue muse non corre buon sangue, ci sono, soprattutto, i numeri.

A mettere in fila tutti i fatti che riguardano le donne nel cinema è stata, manco a farlo apposta, un'attrice: Geena Davis. L'attrice di“Thelma e Louise”, che oggi viaggia a grandi passi verso i sessant'anni, ha di recente fondato il Geena Davis Institute on Gender in Media, centro di ricerca che si occupa, appunto, di controllare come e se le pari opportunità vengono rispettate nel mondo dei media e dello spettacolo. A quanto pare, no.

L'istituto dell'attrice ha appena rilasciato il report “ Gender Bias Without Borders ” su pregiudizi e stereotipi nel mondo del cinema. Per compilare la relazione hanno lavorato i ricercatori dell'Università della Southern California, della Rockefeller Foundation e delle Nazioni Unite, che si sono presi la briga di fare la pulci alle maggiori produzioni non vietate ai minori del triennio 2010-2014 dei principali mercati cinematografici del mondo.
L'Italia, per questioni di dimensioni e di business, non c'è. Però ci sono i colossi asiatici di India, Giappone, Cina e Corea del Sud, i big di Australia, Brasile, Russia, Regno Unito e USA e i nostri 'cugini' di Francia e Germania.

I risultati dell'indagine sono stati chiari: la donne, al cinema, quasi non esistono. E quando ci sono, restano relegate a ruoli ancillari: di rado sono protagoniste dei film in cui recitano, di rado interpretano ruoli di potere o svolgono lavori prestigiosi, di spessore culturale e scientifico (giudici, avvocati, scienziati donna: non pervenuti, o quasi); l'unico lavoro che sembri accessibile a loro è quello della giornalista, professione cui si dedica il 40% dei personaggi femminili, che comunque, per lo più, si ritrovano relegate in commedie romantiche, con l'obiettivo di sposare il principe azzurro di turno.

Nel bacino di pellicole analizzate dalla ricerca risulta che, per ogni personaggio femminile che prende vita sullo schermo, ce ne sono 2,24 maschili e che solo il 30.9% dei personaggi 'parlanti', ossia cui sia stato assegnato un testo da recitare di più di cinque righe, è impersonato da un'attrice. Il paese che mette in scena più ruoli femminili risulta l'Inghilterra, che riserva alle sue attrici il 37% del totale delle parti, anche se solo in un terzo dei casi si tratta di ruoli di primo o di secondo piano e non 'di fila'.

Seguono a ruota Korea (35,9%), Germania e Cina (rispettivamente 35,2% e 35%).

In fondo alla classifica ci sono Stati Uniti (29,3%), Francia (28,7%), Giappone (26,6%) e India (24,9%).

Un quadro poco incoraggiante per le interpreti, che quando riescono ad avere ruoli degni di questo nome, comunque, si ritrovano a fare i conti con un trattamento diverso da quello che spetta ai loro colleghi. Tanto per cominciare non possono permettersi di non essere bellissime. Se agli uomini si perdonano, anzi persino valorizzano, certi difetti fisici, per le donne non c'è niente da fare: l'avvenenza è cosa da cui non si può prescindere.

“Le donne e i ruoli che vengono assegnati loro sono fortemente sessualizzati - dice il report americano- a qualunque latitudine. Nel 24% i personaggi femminili vengono ritratte con abiti sexy o in atteggiamenti seduttivi, cosa che capita solo al 9,4% degli uomini; sono tenute a essere magre (nel 38,5% dei casi contro il 15,7% dei colleghi uomini) e nel 24% dei casi compaiono in scene in cui sono parzialmente o completamente nude, cosa che invece capita solo all'11% degli uomini”.
La presentazione di 'Confusi e felici'
La presentazione di 'Confusi e felici'

Un divario che si riflette anche dietro le quinte, tra tecnici, scrittori e registi: su un totale di 1452 filmmaker attivi nei dieci mercati presi in considerazione dall'indagine, solo il 20,5% è costituito da donne, e solo il 7% di loro ha incarichi di regia vera e propria e solo una su cinque lavora come scrittrice, sceneggiatrice o produttrice.

Milano, nazisti in arrivo per il raduno rock

  • Nov 27, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2429 volte

l'Espresso
27 11 2014

Ci risiamo. Milano capitale del raduno nazi-rock. Le indicazioni sono rigorosamente top secret, ma sabato 29 novembre arriveranno in città un migliaio di teste rasate provenienti da tutta Europa. Da capitale della resistenza durante il ventennio fascista a capitale dell’ultra destra.

L’evento si chiama “Hammerfest 2014” e l’anno scorso a giugno tra i capannoni della periferia di Rogoredo aveva acceso le polemiche. Copione rispettato anche per la nuova edizione con il sindaco Giuliano Pisapia che parla di «sfregio ai valori della Costituzione» e le associazioni come Anpi, Libertà e Giustizia e osservatorio democratico sulle nuove destre sulle barricate per bloccare il meeting.

Lo scenario è quello della galassia nera: svastiche, saluti nazisti e slogan razzisti. Odio impastato da antiebraismo e slogan fascisti per cementare l’ avversione contro le comunità di migranti, di Rom e Sinti, più in generale tutto quello che rappresenta il diverso.

Violenti battesimi del sangue per i nuovi adepti sottoposti a pestaggi e costretti a lottare contro cani da combattimento. E poi fiumi di birra e musica ad altissimo volume come colonna sonora della supremazia ariana.

In programma un concerto di band neonaziste fatte arrivare dai fratelli della Skinhouse di Bollate. Per capire di che cosa si tratta, gli Hammerskin sono un’organizzazione internazionale nata negli Usa una trentina di anni fa da una costola del Ku Klux Klan.

Il pensiero Hammerskin sta tutto nella frase attribuita all’americano David Lane: «Dobbiamo assicurare l’esistenza del nostro popolo e un futuro per i bambini bianchi». Puro stile «White Power».

Il referente politico degli organizzatori del raduno sarà anche quest’anno Lealtà e Azione, l’associazione culturale che rappresenta la facciata «istituzionale» degli skinhead milanesi.

Nei giorni scorsi una delegazione ha partecipato ad Atene a una manifestazione insieme ai neonazisti greci di Alba dorata. Presenti anche loro per la kermesse lombarda.

IL FÜHRER NEI TESTI

I loro riferimenti ideologici e politici sono espliciti nei testi che canteranno a squarciagola all’Hammerfest.

Star della serata la band “Lunikoff”, dalla storia emblematica. In origine erano i “Endlösung” («Soluzione finale») ed era formata da elementi provenienti dal gruppo “Ariogermanische Kampfgemeinschaft” (associazione di combattimento ariogermanica). Poi hanno preso il nome di Landser, gruppo disciolto nel 2003 perché giudicato in Germania «un’associazione criminale» per l’ incitamento all’odio razziale.

Fino al «complotto Lunikoff» nel cui logo compare una “L” con una spada, le famigerate insegne della divisione di cavalleria SS Lützow, formata da Himmler negli ultimi mesi di guerra nel 1945. I nemici giurati nella loro musica sono i neri, i turchi, gli ebrei, gli omosessuali.

I “Vérszerzodé” sono invece una band ungherese appartenente al circuito «R.a.c» (Rock against communism) e di Blood and Honour, rete di promozione della musica nazi e gruppo politico fondato nel Regno Unito negli anni ottanta.

Il nome, letteralmente «Giuramento di sangue», allude al patto stipulato, secondo la mitologia nazionalsocialista, dalle prime sette tribù fondatrici dell’identità magiara.

Il ritornello di una loro canzone recita «Ein Volk, ein Reich, ein Führer» ovvero il motto hitleriano «Un popolo, un impero, una guida. Ospiti fissi negli appuntamenti più importanti delle camicie nere in Europa, da Budapest ad Atene.

In Svizzera è stato negato loro per ben due volte l’ingresso, come banda xenofoba, mentre in Slovacchia i membri sono stati arrestati. A completare l’esibizione i “Kommando skin” di Stoccarda, impegnati nella lotta contro l’immigrazione e la religione ebraico-cristiana.

QUALCUNO LI FERMI

I primi a chiedere di impedire il raduno sono stati quelli dell'Osservatorio democratico sulle nuove destre.

«Lo scandalo è palese - ragiona amaramente Saverio Ferrari - a Milano e in tutta la Lombardia si può fare mentre in altri paesi vengono prese misure più drastiche. L’escamotage è semplice: gli organizzatori si rivolgono in Questura e gli viene garantita la protezione del luogo. Sono stati legittimati con una sospensione di fatto della legge Mancino rispetto ad episodi evidenti di apologia e istigazione all’odio razziale, etnico e religioso quali sono questi raduni. Per questo motivo a dicembre ci saranno altri avvenimenti simili, si è sfondato un muro».

Il motivo ufficiale delle mani legate è la forma privata degli incontri. Discoteche, capannoni affittati ad hoc per una serata con le insegne più lugubri.

Anche Palazzo Marino ha chiesto alla Questura di vigilare sull’evento a rischio. Mentre il sindaco Giuliano Pisapia attacca: «Si annuncia nella città metropolitana un raduno europeo vilmente mascherato da "raduno rock". È inaccettabile, oltre che vietata dalla legge, qualsiasi iniziativa di promozione e propaganda di razzismo e omofobia. Stiamo facendo le dovute verifiche e già abbiamo già posto la questione a tutti i livelli, anche istituzionali, che si aggiungono agli appelli dell’Anpi, dei partiti e di altre associazioni per impedire un ulteriore sfregio ai valori della Costituzione e ai princìpi base di ogni democrazia».

Proteste e mobilitazioni (anche online con l’appello “Impediamo il raduno nazista” ha raccolto 4.600 firme) non hanno però fermato l’evento. Bande musicali in camicia nera canteranno inni razzisti e slogan truci ai più crudeli torturatori della storia del Novecento.

Michele Sasso

Violenza sulle donne, quante scuse

  • Nov 25, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2633 volte

L’Espresso
25 11 2014

Dal frequente "nel mio quartiere non succede", al sottinteso "le ragazze esagerano", fino all'onnipresente "se a una non piace, se ne può sempre andare": l'Espresso pubblica due sondaggi sui pregiudizi più diffusi a proposito di abusi di genere. Che qui una professoressa di Filosofia smonta. Mostrandone le radici profonde.

«Lui ha perso il controllo, e l'ha uccisa». «Era pazzo di gelosia». «L'aveva picchiata, ma lei non è scappata. E alla fine...». Quante volte tornano queste frasi negli articoli e nelle discussioni sulla violenza di genere. Quante volte, dando conto di una fidanzata ammazzata di botte, spunta un commento sull' "in fondo se l'è andata a cercare" perché flirtava con l'amico, perché non si occupava di casa...


Questo questionario, elaborato nel 2003, riporta alcuni dei più assodati luoghi comuni sulla violenza di genere, in particolare quella che avviene fra le mura di casa. I grafici che potete vedere come risultato sono l'esito delle risposte di tutti i lettori de l'Espresso che partecipano al sondaggio

Sono questi i pregiudizi che permettono alle violenze di non diminuire. Di resistere. Di avere uno spazio "d'onore" fra i reati che mobilitano, in questo caso molto, ma ad oggi con pochi risultati , l'opinione pubblica. Le espressioni più frequenti dei preconcetti sulla violenza di genere, specialmente quella domestica, che avviene cioè fra le mura di casa, sono state elencate da un ricercatore dell'Università del Maine in un test che è già stato ripreso da numerose ricerche scientifiche. E che l'Espresso mette a disposizione dei lettori.

Per spiegare cosa si nasconde dietro queste convinzioni, dove stia l'errore, ma anche quali siano le radici che le rendono così impermeabili ai cambiamenti, interviene qui Valeria Babini, professoressa di filosofia all'Alma Mater di Bologna e promotrice del primo seminario obbligatorio sul problema della violenza di genere in università.

Sondaggio/1: Violenza domestica, a chi attribuiamo la colpa?
Questionario/2: Violenza sulle donne, i miti da sfatare

Prima del dibattito, però, i numeri. Quelli non contestabili del ministero dell'Interno. I più aggiornati fotografano la situazione al 31 luglio del 2014. E riportano aumenti. Aumenti di morti e di botte nonostante le nuove norme: 153 le donne uccise in un anno, contro le 149 del precedente. Gli omicidi in generale calano, non quelli di donne. E in particolare di mogli e fidanzate: sono stati 72 dall'agosto 2013 al luglio 2014 contro i 45 dei 12 mesi prima.

Poi, ci sono le denunce per stalking: 51.079 dall'introduzione della legge nel 2009. Nel 77,5 per cento dei casi le vittime sono di sesso femminile. E infine i provvedimenti amministrativi, che secondo molti esperti possono funzionare più delle lunghe indagini penali, se ben applicati e fatti rispettare: 1.125 ammonimenti; 189 allontanamenti dal nucleo familiare; 5.890 divieti di avvicinamento.


Questo questionario, elaborato nel 1994, fotografa l'attitudine delle persone ad attribuire la responsabilità delle violenze agli aggressori, alle vittime o al contesto, assolvendo quindi in parte gli autodi di violenze. I grafici che potete vedere come risultato sono l'esito delle risposte di tutti i lettori de l'Espresso che partecipano al sondaggio

Questi dati, da soli, dovrebbero mostrare quanto sia distorto in partenza il primo di questi preconcetti, l'idea consolidata che «La violenza domestica non è poi così diffusa ». Ma non è così. Le statistiche non bastano. Allora ecco le spiegazioni più profonde, secondo l'analisi di Valeria Babini.


PRIMO MITO: «La violenza domestica non è poi così diffusa», «Nel mio quartiere gli episodi di violenza domestica sono rari»

Risposta: La violenza domestica è di fatto molto diffusa anche se non sempre riconosciuta. Nella maggioranza dei casi la si ammette/confessa/denuncia solo quando si manifesta in modo eclatante e ripetuto, e, anche in questo caso, viene spesso sottovalutata o addirittura non percepita: difesa, per così dire, sotto la rubrica del “privato”. Spesso anche i segni lasciati sul corpo dalle violenze domestiche vengono nascosti e giustificati in modi diversi (caduta dalle scale, malesseri, ecc.).

Questa confusione è anche imputabile all’uso della violenza genitoriale come mezzo di educazione per i bambini; seppure sempre più raro, resta comunque un elemento contraddittorio dentro i vissuti famigliari soprattutto nella nostra società in bilico tra rifiuto della violenza domestica e tolleranza verso il suo (blando) uso pedagogico.

Un esempio. Risulta psicologicamente difficile accusare il partner di violenza domestica se si è stati educati dal proprio padre (o madre) a “dar retta” a forza di schiaffoni; qui la lezione di Alice Miller e il suo concetto di pedagogia nera hanno ancora qualcosa da insegnarci. Inoltre il legame amore/ violenza rischia persino di rovesciarsi di segno, come nel caso di quella paziente di Freud che si lamentava che il marito non l’amava più perché aveva smesso di bastonarla quotidianamente.


SECONDO MITO: «Quando un uomo è violento, è perché ha perso il controllo», «La violenza domestica accade se si ha un carattere irascibile», «Gli uomini violenti perdono il controllo a tal punto da non sapere più cosa stanno facendo»

Questa affermazione è forse la più complessa e pericolosa: la più insinuante. Tra le righe si afferma l’esistenza di un corredo pulsionale violento che ciascuno di noi (ma allora le donne?) deve contenere e controllare. È una tesi storica (dalla bête humaine di Zola alla pulsione di morte di Freud) ancora presente anche se spesso male interpretata e divulgata, ma non condivisa da tutti. Veicola inoltre l’idea di una patologizzazione del soggetto violento. Imputando l’azione violenta sulla donna al bagaglio biologico e/o caratteriale del partner, in qualche modo lo discolpa, ne fa una vittima della sua stessa “natura”. Si passa così dal piano morale e giuridico, dove il soggetto ha proprie responsabilità, a quello medico e psichiatrico, in cui le condizioni psicologiche del soggetto momentanee (perdita del controllo) o permanenti (carattere irascibile) possono valere come attenuanti.


TERZO MITO: «Se una donna continua a vivere con un uomo che la picchia, allora è colpa sua se lui le mette ancora le mani addosso», «Odio ammetterlo, ma una donna che resta con un uomo che la picchia, alla fine si merita quello che le accade»

Anzitutto non si tratta di colpe, ma di violazione di diritti umani. Quale che sia la causa o la cosiddetta ragione, picchiare la propria partner è non rispettare la integrità fisica della sua persona. È azzittire, togliere la parola, impedire il dialogo, rinunciare alla forma del confronto verbale, ma è anche minare il corpo umano che è il sostrato della persona, come si evince chiaramente dalla Dichiarazione universale dei diritti umani (1948).

La donna che resta con un uomo che la picchia va comunque rispettata per la sua decisione, sia che ciò avvenga per la paura di essere poi perseguitata (cosa frequente), sia per l’amore che ancora la lega al partner. Deve trovare lei la forza e la convinzione, anche grazie all’aiuto dei Centri antiviolenza ormai presenti in tutta Italia, per affrontare il suo dramma e risolverlo nel modo migliore.

Spesso la donna vive drammaticamente proprio questa contraddittorietà tra la sconvolgente violenza del partner e il dichiarato sentimento d’amore in ragione del quale il partner giustifica spesso la sua aggressione (per gelosia, ad esempio). L’ambivalenza del sentimento del partner la disorienta e, disorientandola, la paralizza. In più resta il retaggio culturale di una concezione della femminilità come dedizione assoluta alla vita altrui, da cui anche la speranza di poter “salvare” il partner restandogli vicino.


QUARTO MITO: «Far ingelosire un uomo significa andarsela a cercare», «Le donne che flirtano se la vanno a cercare»

Quella della gelosia è un’altra delle ragioni più frequentemente addotte per giustificare la violenza maschile sulle donne: ancora una volta accusate di stimolare la reazione dell'uomo e quindi di essere di fatto la causa scatenante della violenza subita. È dell’estate scorsa il caso di una donna violentata in Trentino mentre faceva jogging dopo cena vicino a un bosco: i commenti più diffusi erano: «Cosa va a correre di notte da sola nel bosco? Per forza la violentano!».

Nello specifico, poi, ci sono altri aspetti da considerare, sulla gelosia. Da un lato si sopravvaluta – soprattutto in Italia – la sua valenza amorosa: della serie “chi ti ama deve essere geloso” o “se non è geloso, non ti ama”- quindi se ti picchia o ti insulta è perché tiene molto a te. Inoltre c’è una sorta di confusione tra gelosia e possesso: dove la paura di perdere l’altro ha più spesso a che fare con una ferita narcisistica, del proprio orgoglio di uomo, piuttosto che con il dolore di perdere concretamente l’amore e la compagnia della partner.

Nella società contemporanea, in cui la competizione e dunque il confronto e l’immagine di sé sono diventati dei valori, il rischio di essere traditi può essere percepito come un segno di debolezza più che (o oltre che) un dolore personale e intimo. Così, paradossalmente, la cornice antropologico-sociale che giustificava fino al 1981 (anno della sua abrogazione dal Codice penale) il delitto d’onore nell’Italia del Sud, ha cambiato solo di abito, e trova nuovo spazio e nuovi proseliti.

 

QUINTO MITO: «Numerose donne in fondo desiderano essere controllate», «Molte donne hanno un desiderio inconscio di essere dominate dal proprio partner»

Queste affermazioni, che forse hanno anche radici nelle teorie psicologiche/psicoanalitiche, non possono diventare degli assiomi, delle leggi. Possono valere in alcuni casi, dove la storia personale rende ragione di quell’affermazione. Se affermate come universali, riferite a tutti, si rivelano sbagliate e ideologiche. Di fatto si rifanno a un'idea, ma meglio sarebbe dire a una costruzione scientifica della femminilità come passività che è stata sì dominante nel ‘900 (da Cesare Lombroso a Freud) ma ampiamente messa in discussione non solo dal femminismo, ma anche in campo scientifico e specificamente psicoanalitico.


SESTO MITO: «Molte violenze accadono perché le donne continuano a criticare i loro compagni», «La maggior parte dei casi di violenza domestica implicano una violenza reciproca dei due partner»

Sotto questa affermazione si nascondo ordini diversi di considerazioni. Anzitutto si tende a centrare l’attenzione su chi ha subìto la violenza piuttosto che su chi l’ha agita: passa così l’idea di una violenza per reazione con un’implicita assoluzione dell’aggressore che, a quel punto, avrebbe agito per una causa a sua volta scatenata dalla vittima.

L’affermazione ha un risvolto chiaramente ideologico, in quanto si vuole di fatto sostenere che le donne, rivendicando i loro diritti di pari dignità anche nella vita famigliare e domestica, finiscono per suscitare la violenza maschile come risposta - come dicessimo che molti licenziamenti accadono perché i lavoratori continuano a pretendere stipendi adeguati al lavoro realmente svolto.

Dall’altra parte si vuole sottolineare che un rapporto caratterizzato da forte conflittualità reciproca può essere alle origini della violenza domestica, trascurando il fatto, indiscutibile, che la violenza domestica resta pur sempre prevalentemente maschile.


SETTIMO MITO: «Se a una donna non piace, se ne può sempre andare», «Le donne possono evitare gli abusi fisici se accadono solo saltuariamente»

Il “saltuariamente” è di fatto la china su cui scivola frequentemente la violenza domestica perpetrata sempre più insistentemente. Quanto alla libertà di interrompere la relazione e sottrarsi, anche in questo caso l’affermazione è semplicistica e per così dire astratta.

Una relazione amorosa diventa un legame sempre più complesso e doloroso da recidere a mano a mano che il tempo ha intrecciato esperienze, vissuti, ricordi, che costituiscono il tessuto della vita sentimentale della persona.

Si confonde spesso il comprendere con il perdonare e dunque con il continuare a sperare: e fa parte dei sentimenti e della loro complessità anche l’attesa di un cambiamento da parte dell’altro e la fiducia che ciò possa avvenire. Non è un caso che si consigli di interrompere la relazione al primo esempio di violenza, quando è più facile rinunciare all’altro.

Quando è lo Stato a calpestare i diritti

  • Nov 21, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 3801 volte

l'Espresso
21 11 2014

A Napoli per seicento studenti disabili la scuola non è ancora iniziata. Perché la provincia ha tagliato i fondi. Ma come si può pretendere che i cittadini rispettino le regole se le istituzioni sono le prime a violarle?

E poi arriva la filosofia del rifiuto, quel “Preferire sempre di no” di Ennio Flaiano, utile provocazione, tanto più motivata quanto più ti accorgi che le parole che dici e quelle che ometti, consapevolmente o meno, hanno un peso specifico che sfugge al tuo controllo.

E poi arriva la filosofia del rifiuto quando ti accorgi che diventi scudo per chi vorrebbe fare ma non fa (perché tanto ci sei tu) e per chi di fare non ha alcuna intenzione. E scudo anche per chi ti utilizza: per colpire quelli che crede siano tuoi amici o per esaltare quelli che crede siano i tuoi nemici. Sì perché gli amici e i nemici non te li scegli più, sono gli altri (pochi altri) che leggendo le tue parole o sentendoti parlare, decidono con chi stai e chi detesti. Non riesci mai a scrivere sperando che si ragioni sul tuo messaggio, ma si finisce sempre sull’indagare le cause del tuo messaggio, le sue finalità, ma non quelle evidenti, sarebbe troppo facile, bensì quelle nascoste.

Ci sono onnipresenti il Gruppo Bilderberg, le scie chimiche e perché uno che potrebbe parlare di tutto e che generalmente scrive di camorra, decide di parlare di unioni gay, di eutanasia, del modo di comunicare del presidente del Consiglio o di clickbaiting. Chi vuole aiutare? E chi vuole criticare? Magari non si vuole criticare o favorire nessuno, magari si sente il bisogno di esprimere la propria opinione su argomenti che spesso risultano marginali, quando dovrebbero essere affrontati quotidianamente. Se io studiassi o scrivessi solo di mafie, sarei incapace di fare qualunque tipo di valutazione su di loro, perché le mafie nascono, vivono, crescono, si nutrono e muoiono in questo mondo. Le organizzazioni criminali godono della mancanza di diritti, ovunque, nelle carceri e tra gli uomini liberi. Usano le nuove tecnologie, cavalcano il malcontento o approfittano delle calamità naturali e dei momenti di prosperità. Ricostruiscono dopo i terremoti, dopo le alluvioni, bonificano dopo aver inquinato, salvano gli istituti di credito con le loro sconfinate liquidità provenienti dal narcotraffico.

Perché non ti occupi di trattativa Stato-mafia? Perché non parli dello scempio che si sta facendo della Costituzione? Perché non parli di Israele e Palestina? Io rispondo che ritengo più utile scrivere di come per seicento studenti disabili a Napoli la scuola non sia ancora iniziata. La provincia ha interrotto l’erogazione dei fondi necessari e la situazione nel resto d’Italia non è migliore. Tagli ai fondi per i non autosufficienti sono previsti in tutte le regioni, quindi non stupiamoci se in tutta Italia sono quasi centomila i ragazzi che non hanno insegnanti di sostegno.

Fermiamoci a riflettere su cosa comporta una situazione del genere. Lo Stato non è un’entità astratta, ma è l’insieme di norme che regolano la vita della comunità e coincide con la comunità stessa. Lo Stato è regole, amministratori e cittadini. Quindi se le disabilità non sono affrontate responsabilmente dallo Stato, come possiamo immaginare che la società possa considerare normali situazioni che sono di fatto ghettizzate dalle politiche nazionali? I casi di classi che si svuotano in presenza di alunni con handicap (o extracomunitari) sono realtà tangibili, è assurdo negarli. D’altra parte, come è possibile pretendere dal cittadino una consapevolezza maggiore rispetto a coloro che dovrebbero aver fatta propria quella consapevolezza? Come possiamo pretendere che ci sia rispetto quando i diritti civili sono calpestati e negati ogni giorno?

Sconvolge leggere di quel professore che a Perugia avrebbe picchiato uno studente perché gay. Ma sconvolge davvero o possiamo dire che negare le unioni gay, impedire che i matrimoni contratti all’estero siano registrati in Italia, avvelena l’aria?
Io credo che non ci sia modo migliore di difendere la Costituzione che parlando di diritti civili; che non ci sia modo migliore di contrastare le organizzazioni criminali che mettendo i cittadini in condizione di potersene occupare. Ma fino a quando una famiglia vedrà negato il diritto allo studio per il proprio figlio disabile, fino a quando vivrà la sua emarginazione come una inspiegabile ingiustizia, non crederà nello Stato e la filosofia del rifiuto sarà l’unica opzione possibile.

Roberto Saviano

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Espresso
18 11 2014

I richiedenti asilo che vivevano in via Morandi 153, Tor Sapienza, Roma Est, hanno scritto una lettera aperta. A tutti gli italiani. Ai loro vicini e a chi deve prendere decisioni, al Campidoglio come al ministero dell'Interno. Per dire «Pensiamo che gli atti violenti di questi giorni siano un attacco non a noi, ma alla comunità intera». Ecco le loro parole.

«È da tre giorni che viviamo nel panico, bersagliati e sotto attacco: abbiamo ricevuto insulti, minacce, bombe carta. Siamo tornati da scuola e ci siamo sentiti dire negri di merda; non capiamo onestamente cosa abbiamo fatto per meritarci tutto ciò. Anche noi viviamo i problemi del quartiere, esattamente come gli italiani: ma ora non possiamo dormire, non viviamo più in pace, abbiamo paura per la nostra vita. Non possiamo tornare nei nostri Paesi, dove rischiamo la vita, e così non siamo messi in grado nemmeno di pensare al nostro futuro».

I minori stranieri ospitati nel centro di viale Morandi sono stati trasferiti. Il Comune cede alle pressioni di piazza. Dando ragione alle paure. E creando il 'rischio di un pericoloso effetto domino'. Mentre c'è chi denuncia 'le attuali politiche sbagliate verso i rom e i rifugiati, improntate all'emergenza, e senza sforzi per l’integrazione'

«Tutti parlano di noi in questi giorni, siamo sotto i riflettori: televisioni, telegiornali, stampa. Ma nessuno veramente ci conosce. Noi siamo un gruppo di rifugiati, 35 persone provenienti da diversi Paesi: Pakistan, Mali, Etiopia, Eritrea, Afghanistan, Mauritania, ecc. Non siamo tutti uguali, ognuno ha la sua storia; ci sono padri di famiglia, giovani ragazzi, laureati, artigiani, insegnanti... ma tutti noi siamo arrivati in Italia per salvare le nostre vite. Abbiamo conosciuto la guerra, la prigione, il conflitto in Libia, i talebani in Afghanistan e in Pakistan. Abbiamo viaggiato, tanto, con ogni mezzo di fortuna, a volte con le nostre stesse gambe; abbiamo lasciato le nostre famiglie, i nostri figli, le nostre mogli, i nostri genitori, i nostri amici, il lavoro, la casa, tutto. Non siamo venuti per fare male a nessuno».

«In questi giorni abbiamo sentito dire molte cose su di noi: che rubiamo, che stupriamo le donne, che siamo incivili, che alimentiamo il degrado del quartiere dove viviamo. Queste parole ci fanno male, non siamo venuti in Italia per creare problemi, né tantomeno per scontrarci con gli italiani. A questi ultimi siamo veramente grati, tutti noi ricordiamo e mai ci scorderemo quando siamo stati soccorsi in mare dalle autorità italiane, quando abbiamo rischiato la nostra stessa vita in cerca di un posto sicuro e libero. Siamo qui per costruire una nuova vita, insieme agli italiani, immaginare con loro quali sono le possibilità per affrontare i problemi della città uniti insieme e non divisi».

L'attacco alla struttura per richiedenti asilo sarebbe stato pianificato. Una provocazione, supportata però da alcuni residenti che non avevano denunciato problemi prima. Nonostante i rifugiati ci siano da tempo. Cos'è successo? È cambiato il clima politico. Ma c'è anche un problema di gestione.

«Vogliamo dire no alla strada senza uscita a cui porta il razzismo, vogliamo parlare con la gente, confrontarci. Sappiamo bene, perché lo abbiamo vissuto sulla nostra stessa pelle nei nostri Paesi, che la violenza genera solo altra violenza. Vogliamo anche sapere chi è che ha la responsabilità di difenderci? Il Comune di Roma, le autorità italiane, cosa stanno facendo? Speriamo che la polizia arresti e identifichi chi ci tira le bombe. Se qualcuno di noi dovesse morire, chi sarebbe il responsabile?».

«Non vogliamo continuare con la divisione tra italiani e stranieri. Pensiamo che gli atti violenti di questi giorni siano un attacco non a noi, ma alla comunità intera. Se il centro dove viviamo dovesse chiudere, non sarebbe un danno solo per noi, ma per l'intero senso di civiltà dell'Italia, per i diritti di tutti di poter vivere in sicurezza ed in libertà. Il quartiere è di tutti e vogliamo vivere realmente in pace con gli abitanti. Per questo motivo non vorremmo andarcene e restare tutti uniti perché da quando viviamo qui ci sentiamo come una grande famiglia che nessuno di noi vuole più perdere, dopo aver perso già tutto quello che avevamo».

L'Italia, il Paese delle barriere architettoniche

  • Nov 18, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2138 volte

L’Espresso
18 11 2014

L'Italia, il Paese delle barriere architettoniche

La nuova metropolitana di Roma. La filovia di Pescara. I treni regionali e le stazioni delle ferrovie italiane. Opere costate miliardi di euro, pensate per aumentare la libertà di muoversi ma rigorosamente vietate ai disabili.

Dovrebbero essere mezzi di trasporto accessibili anche a chi si muove in carrozzina o con le stampelle, ma troppi ostacoli li rendono un incubo: gradini troppo alti, pedane mobili abbandonate, ascensori fuori uso, scivoli con pendenze da vertigini e pali della luce in mezzo ai percorsi.

Con un paradosso: abbiamo un’ottima legislazione nazionale ma quando è il momento di metterla in pratica gli enti locali, i progettisti e chi dovrebbe farla rispettare se ne dimentica completamente.

Le lezioni sono iniziate nel peggiore dei modi per chi ha bisogno di assistenza: insegnanti assenti, strutture inadeguate e braccio di ferro con i presidi per spartirsi le ore. I racconti tra iscrizioni rifiutate e ricorsi al Tar
Così chi può scappa. «Dopo una vita a Milano quando abbiamo potuto ci siamo trasferiti in provincia, in Emilia-Romagna», racconta Dario, 50 anni e un figlio con la sindrome di Down:«Per Luca era come vivere in una giungla e non volevo tenerlo sempre in casa perché per uscire è indispensabile qualcuno che lo accompagni. È umiliante a vent’anni trattarlo come un bambino perché la città lo respinge».

Sono più di quattro milioni eppure l’universo delle disabilità non riesce a uscire dal cono d’ombra in cui si trova. Puntuale ad ogni inaugurazione di un’opera pubblica emergono tutti i problemi.

CITTA’ OFF LIMITS

È la metropolitana più costosa e sudata dal dopoguerra (15 stazioni per meno di 13 chilometri hanno un costo complessivo stimato attorno ai 3,7 miliardi di euro) ma è impraticabile per chi si muove con la carrozzina. Un dislivello di quasi otto centimetri fra la banchina e il treno della Metro C di Roma impedisce alle sedie e rotelle l’accesso ai vagoni. Se non con l’aiuto di un addetto o un accompagnatore.

È la triste scoperta a pochi giorni dall’inaugurazione della nuova linea di metropolitana della Capitale. Attesa per decenni ma nasce già vecchia. Come se vivere in città fosse una prerogativa solo per i normodotati.

Anche fuori dalle metropoli non si trovano esempi virtuosi. Come racconta il Redattore sociale provando la nuova filovia di Pescara: «Per i disabili in carrozzina, il progetto “Filò” è una barriera architettonica tout court, priva delle caratteristiche minime richieste dalla legge italiana ed europea. In altre parole: così come sono stati costruiti gli otto chilometri di filovia fino a Montesilvano, per loro, sono già un calvario».

Non va meglio quando si decide di prendere un treno. Carrozze vecchie e non dotate di pedane ad hoc per le sedie a rotelle, ogni genere di barriere per arrivare in banchina e nessuna assistenza.

Anche prendere un treno diventa una missione impossibile come raccontano le associazioni Ledha e Unione italiana ciechi:«Accedere al trasporto pubblico è un diritto di tutti ma il 90 per cento delle stazioni italiane rimane inaccessibile. Ci sentiamo discriminati. Il trasporto pubblico va potenziato, reso accessibile, velocizzato».

EUROPA COME SEI LONTANA

Eppure l’accessibilità è uno dei pilastri della strategia dell’Unione Europea. Per il decennio 2010-2020 l’obiettivo è ambizioso: abbattere le barriere in un continente che conta oggi circa 80 milioni di cittadini con disabilità. Un numero destinato a crescere con il progressivo invecchiamento della popolazione.

Costretti a scontare la pena dietro le sbarre nonostante le condizioni di salute precarie a causa dell'assenza di residenze sanitarie adatte. In tutta Italia i detenuti portatori di handicap sfiorano quota mille. E solo il penitenziario di Parma ha eliminato le barriere architettoniche
Libero accesso ai trasporti, agli spazi e ai servizi pubblici, alle tecnologie, è una vera e propria sfida. Per questo da cinque anni è stato creato “ Access City Award ”, il premio europeo per rendere le città più vivibili premiando gli esempi più virtuosi.

Sono sette le città europee che si contendono il primo posto per l’edizione 2014: Arona (Spagna), Borås (Svezia), Budapest (Ungheria), Helsinki (Finlandia), Logroño (Spagna), Lubiana (Slovenia) e Città di Lussemburgo (Lussemburgo). Nessuna tra queste è italiana. In cinque anni mai una finalista. Solo Alessandria, Brescia e Parma sono entrate tra le selezionate ma sono lontane anni luce dalle concorrenti.

L’esempio da seguire è Berlino, premiata un anno fa come la città più accessibile d’Europa. Nonostante i suoi tre milioni e mezzo di abitanti (la somma della popolazione di Roma e Palermo) spostarsi liberamente, fare turismo è la normalità nella capitale tedesca. Sono stati effettuati massicci investimenti, a partire dal sistema dei trasporti con metro, autobus e marciapiedi a portata di tutti.

Il Reichstag, dove ha sede il Parlamento tedesco, è uno dei simboli di Berlino e della sua politica senza barriere. E ancora: musei dotati di modelli tattili per non vendenti e ipovedenti. Percorsi multi-sensoriali di visita pensati per le persone con disabilità sensoriali.

«Per me il problema maggiore non è logistico», racconta Katrina Voigt, studentessa che fa parte di uno dei gruppi di lavoro creati su misura dalla municipalità:«Penso che non sia solamente un problema architettonico. È una questione culturale, bisogna lavorare sulla percezione che gli altri hanno di noi».

l'Espresso
13 11 2014

Una macchina sospetta che li segue. Poi li sperona. E a quel punto fugge. Un fatto inquietante: nell'auto blindata c'è l'inviato dell'Espresso Lirio Abbate con gli agenti della sua scorta. Da sette anni Lirio vive sotto protezione della Polizia di Stato per le minacce che ha ricevuto dalla Mafia.

Dopo lo speronamento, l’auto ha fatto una repentina marcia indietro per poi accelerare cercando di dileguarsi nel traffico del Lungotevere. Sembrava andata, persa. E invece gli agenti che proteggono Abbate l’hanno inseguita fino a quando l'auto dei fuggitivi è rimasta imprigionata nell'incolonnamento davanti a un semaforo. E' a questo punto che uno dei tre poliziotti della scorta è sceso, pistola in pugno, e ha iniziato a correre verso i fuggitivi riuscendo a bloccare il conducente.

All’interno dell'auto un ventenne romano, incensurato, che è stato consegnato agli agenti della squadra mobile che adesso indagano sulla vicenda. Dai primi riscontri non sarebbero emersi legami tra il ragazzo e i clan. Gli investigatori ritengono però quantomeno sospette le modalità con cui è avvenuto l'incidente e la reazione di fuga. Nel corso della perquisizione dell'auto da parte degli agenti è stato ritrovato anche un documento che appartiene a un cittadino straniero sul quale si stanno concentrando le indagini.

Gli investigatori hanno interrogato a lungo il giovane fermato e che si trovava alla guida dell'auto. Accertamenti sono stati fatti sul suo conto, mentre è partita la ricerca di filmati e immagini delle telecamere fisse di sorveglianza in città lungo il tragitto dell'inseguimento. In questura il giovane fermato non ha saputo spiegare il suo gesto. Anche i controlli alcolici e su sostanze stupefacenti sono risultati negativi.

Di certo, se ha agito per conto di qualcuno, questo qualcuno ha scelto molto bene e con cura l’esecutore dell’intimidazione che è persona incensurata senza collegamenti apparenti con la criminalità organizzata.

I detective della Mobile continueranno a indagare sull’episodio cercando di capire se c’è un collegamento con le precedenti minacce, anche recenti, ricevute da Lirio Abbate. Intimidazioni che, in alcuni casi, l'Espresso ha scelto di non raccontare per non intralciare le indagini ancora in corso.

Abbate ultimamente si è occupato di criminalità organizzata romana, raccontando il potere dei quattro Re di Roma, (Casamonica, Senese, Carminati, Fasciani), e dei rapporti tra alcuni boss della mala e gli ambienti politici e neofascisti della Capitale.

Giovanni Tizian

Concorsi pubblici, tutti i casi sospetti

  • Nov 06, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2193 volte

l'Espresso
06 11 2014

Il pasticciaccio delle scuole di specializzazione in medicina, per il quale i giovani medici manifestano a Roma, è l’ultimo episodio di un lungo elenco di irregolarità, favoritismi e trucchi. Dalla Farnesina alla Polizia penitenziaria nessuno è escluso. A partire dalle selezioni per insegnanti e ricercatori

Le prove, l’errore e il dietrofront. Dopo giorni di polemiche, il ministero dell’Istruzione cerca di mettere una pezza al pasticciaccio del concorsone per l’accesso alla scuole di specializzazione in medicina. Un test fondamentale per accedere alle oltre cinquemila borse di studio diventato tristemente famoso per l'annullamento che ha colpito più di 11mila candidati.

Dopo avere rilevato una “grave anomalia” il ministro Stefania Giannini ci ripensa e annuncia: «Le prove per l’accesso del 29 e 31 ottobre non dovranno essere ripetute. Abbiamo trovato una soluzione che ci consente di salvare i test». Una pezza dopo l’annuncio di una valanga di ricorsi.

Le dimissioni di Emilio Ferrari, il responsabile del Consorzio universitario che ha preparato il test di ingresso, non sono servite a stoppare la manifestazione indetta per mercoledì 5 novembre davanti al Miur. In piazza i giovani medici che la settimana scorsa hanno partecipato alle selezioni. Non è la prima volta che un concorso pubblico finisce con una figuraccia e una protesta di piazza.
Tra caos, ricorsi, graduatorie ritoccate e interventi della Magistratura non c’è settore della pubblica amministrazione immune all’aiutino. Il prestigioso posto di ambasciatore junior del ministero degli Esteri si è trasformato, secondo le critiche, in una corsia preferenziale per chi ha parentele famose. In ballo 35 posti per il gradino più basso della carriera alla Farnesina: la questione è finita con otto interrogazioni parlamentari e ombre pesanti sul ministero degli Esteri .

Perfino alle prove per diventare poliziotti si scoprono bluff. Lo scorso maggio alla scuola di formazione della Polizia penitenziaria di Roma si aprono le porte ai concorrenti al concorso pubblico per 208 posti di agente.

Test e prove attitudinali per andare a lavorare nelle carceri italiane. Durante gli scritti la commissione esaminatrice scopre tre aspiranti con in tasca le risposte esatte ai quiz di selezione.

NELLA SCUOLA SCAPPA SEMPRE L’ERRORE
L’elenco delle valutazioni sballate, superficialità e grossolani errori per scegliere gli insegnanti della scuola italiana è lungo. Nel 2010 nel concorso per dirigente scolastico il Ministero mette online i temi delle prove e arrivano una valanga di segnalazioni. Tanti, troppi errori e un quiz su sei viene ritirato. Nonostante gli accorgimenti all‘apertura delle buste nei cento quiz c’erano ancora degli strafalcioni.

Per i tirocini formativi attivi (Tfa) obbligatori per diventare insegnanti si replica con ancora quiz errati e si ottiene ammissione dei ricorrenti alle prove scritte. Per l’ultimo concorso a cattedra la Giannini è stata costretta a un decreto correttivo.

«Ogni volta è la stessa storia», commenta Marcello Pacifico del sindacato Anief:«Non sono le dimissioni di un presidente ma la gestione delle prove selettive che non trova mai un responsabile. Non è possibile che proprio le domande e le risposte per accertare il merito contengano degli errori».

LA FIGLIA DEL PROFESSORE VIENE PRIMA
Tra le maglie delle selezioni anche casi clamorosi di familismo amorale e concorsi truccati su misura. A Palermo la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio dell'ex preside della facoltà di Medicina Giacomo De Leo e di Salvatore Novo, professore ordinario e direttore della scuola di specializzazione in Cardiologia dell'università locale insieme ad Alberto Balbarini, docente di malattie cardiovascolari a Pisa.
Complici e menti (con l’accusa di truffa, soppressione di atto pubblico e falsità ideologica) di un presunto concorso truccato per un posto da ricercatore universitario nel loro dipartimento bandito nel lontano 2004.

Il concorso, secondo gli inquirenti, venne truccato per consentire alla figlia di Novo, Giuseppina, l'aggiudicazione del posto. L'inchiesta parte da Bari, e indaga su una serie di concorsi truccati in diverse facoltà della Penisola.

Secondo gli investigatori, ci sarebbe stato un vero e proprio accordo tra Novo e De Leo per far vincere il concorso alla figlia del cardiologo. A garantire il posto assegnato a tavolino doveva essere Mario Mariani, altro docente universitario di Pisa, nominato membro della commissione esaminatrice.

All'ultimo momento, però, Mariani scopre di essere indagato dai pm baresi e fa un passo indietro. È allora che, secondo i magistrati, i due docenti distruggono il verbale con cui Mariani era stato designato commissario d'esame e lo sostituiscono con uno identico in cui mettono il nome di Balbarini. Quest'ultimo, vicino a Mariani, sarebbe stato al corrente di tutto.

Dopo dieci anni la ricercatrice ha fatto carriera e oggi può vantare il titolo di docente alla scuola di specializzazione in cardiochirurgia. L’ateneo? Quello di Palermo, naturalmente.

Michele Sasso

 

 

 

 

L’Espresso
04 11 2014

Si chiama Meysa Abdo, ma il suo nome di battaglia è Narin Afrin. E' una delle comandanti della resistenza curda della città siriana di Kobane, sotto assedio da parte dell''Isis da metà settembre. Nelle ultime settimane, insieme a molte altre donne curde, ha prima assistito all'attacco del Califfato a villaggi e città curde dei dintorni (con una conseguente ondata di profughi siriani curdi verso il confine con la Turchia) e poi preso le armi per difendere la sua citta.

Ora, come in un duello a distanza con la sofisticata propaganda dell'Isis (ultima mossa, usare l'ostaggio britannico John Cantlie per un video reportage a suo favore) Meysa Abdo ha scritto una lettera aperta al New York Times per chiedere a tutto l'Occidente, e in particolare alle donne, di essere al fianco dei curdi di Kobane.

Per prima cosa, la comandante rivendica che il suo esercito di resistenti sta “difendendo una società democratica e secolare di curdi, arabi, musulmani e cristiani che hanno di fronte un imminente massacro” e spiega come la resistenza abbiamo mobilitato “una comunità intera: molti dei suoi leader, inclusa me, sono donne”.


Chi combatte in prima linea, spiega la comandante Narin, “è ben consapevole del trattamento che lo Stato Islamico riserva alle donne”. E proprio per questo, dice, i curdi di Kobane si aspettano che “le donne di tutto il mondo ci aiutino, perché stiamo combattendo per i diritti di tutte le donne, in ogni luogo”. E poi aggiunge: “Non ci aspettiamo che veniate a combattere qui (anche se saremo fiere se qualcuno lo facesse) ma chiediamo alle donne di promuovere la nostra causa nei loro paesi e di fare pressione sui loro governi perché ci aiutino”.


Meysa Abdo poi analizza la situazione militare e chiede ai governi occidentali di spingere la Turchia a tenere aperto un corridoio attraverso il quale i curdi siriani (e iracheni, come sta accadendo in queste ore con i primi 150 peshmerga curdo-iracheni in viaggio verso la città) possano raggiungere la resistenza di Kobane.


Con orgoglio da combattente, Narin Afrim conclude: “Abbiamo dato prova di essere l'unica forza in grado di battere lo Stato Islamico in Siria (…). La gente di Kobane ha bisogno dell'attenzione e dell'aiuto del mondo.

LEGGI La lettera integrale di Meysa Abdo sul New York Times

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