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L'ESPRESSO

A Lugano il festival dei diritti umani

  • Set 25, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2950 volte
l'Espresso
25 09 2014

Quattro giorni di eventi, proiezioni e mostre per interrogarsi e provare a dare qualche risposta sulle radici della violenza e del male

Dove e come avvengono le violazioni quotidiane dei diritti? Come orientarsi da cittadini informati ed elettori attenti? E perché bisogna reagire dopo aver visto il peggio dell’uomo?

Dal 25 al 28 settembre a Lugano si svolge la prima edizione del Festival dei diritti umani , pensato per promuovere la presa di coscienza di un pubblico il più possibile ampio, per denunciare le violazioni, per dare spazio a chi si impegna per il rispetto di questi diritti, per sostenere e dare visibilità alle campagne che operano in favore della dignità umana.

Il festival fa riferimento all'analoga kermesse di Ginevra dove a marzo, da dodici anni, va in scena il Festival du Film et Forum International sur les Droits Humains , che attira 25 mila spettatori.

Una modello esportato prima a Zurigo e poi fino in Canton Ticino. Quattro giorni (da giovedì 25 settembre) di incontri, mostre e dibattiti e proiezioni di documentari e fiction ambientati dove la mancanza di diritti, i soprusi, le violenze sono la triste quotidianità.
«Oltre al solito programma delle rassegne cinematografiche abbiamo inserito un valore aggiunto, il dibattito, il forum, la parola», dice Paolo Bernasconi, promotore del festival: «Le immagini di chi racconta il torbido dell’umanità sono spietate e invece di mandare a casa lo spettatore disorientato e depresso cerchiamo di dare delle risposte, degli approfondimenti».

Per dare un segnale alla decisione del parlamento di Berna che ha ratificato un’accordo di libero scambio con Pechino “dimenticando” le clausole di protezione dei diritti umani e dei lavoratori a Lugano hanno risposto con una narrazione di lotte di popoli a lungo sottomessi e spesso dimenticati, come quello tibetano, sottoposto ad una pulizia etnica sistematica dal governo cinese.

Altro tema centrale della prima edizione è la sezione Donne al fronte con la pellicola “Le Regine di Saba - La rivoluzione delle donne in Yemen”. Invisibili, sottomesse, emarginate da sempre in un paese dove i matrimoni forzati per le ragazzine sono una consuetudine e il 70 per cento delle donne è analfabeta, nel 2011 le yemenite si ribellano diventando le protagoniste della sollevazione popolare.

Nel segno rosa anche “The price of sex”, un documentario sulle giovani donne che vengono trascinate nel mondo sotterraneo del traffico sessuale e degli abusi. La fotoreporter Mimi Chakarova, cresciuta in Bulgaria, dà voce a queste donne compiendo un viaggio personale in cui si scopre il mondo oscuro della prostituzione, delle violenze, dei ricatti, partendo dall'Est Europa fino in Medio Oriente e nel cuore dei bordelli del Canton Ticino.

“L'Escale” è il racconto in prima persona del «cineasta clandestino» Kaveh Bakhtiari. Il regista svizzero di origini iraniane invitato a Atene per presentare un suo cortometraggio deve far fronte a un'urgenza: suo cugino Mohsen, arrivato clandestinamente in Grecia dall'Iran, è stato imprigionato. Lascia tutto e corre in suo aiuto. A partire da quel momento Kaveh non è più solamente un regista e non è più un semplice spettatore delle migrazioni altrui.

Venerdì 26 la giornata dedicata alle scuole con 600 studenti e la proiezione del film arrivato direttamente dalla croisette di Cannes “Timbuktu” del mauritano Abderrahmane Sissako

Il film è il crudo ritratto di una città costretta al silenzio, terrorizzata dai fondamentalisti islamici che ne hanno preso il controllo. Attraverso una regia semplice e rigorosa, Sissako centra l'obiettivo grazie ad alcune sequenze destinate a rimanere impresse: in primis una partita a calcio giocata con un pallone invisibile (che ricorda il memorabile finale di «Blow-up» di Michelangelo Antonioni) e l'agghiacciante sequenza della lapidazione. Nella pellicola colpisce il contrasto tra le splendide e delicate costruzioni della “città di sabbia” (Timbuctù è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco) e la brutalità delle azioni violente che vengono perpetrate. Con le donne trasformate in ombre e i fondamentalisti religiosi che diffondono solo la luce del terrore.

«Siamo il paese che non ha debito pubblico, senza disoccupazione e di gran lunga il più ricco. Se siamo nati così fortunati dobbiamo ripagare con il nostro impegno. A partire dai diritti umani per tutti» conclude Bernasconi.

Michele Sasso

"Violenza sulle donne, fermiamola all'inizio"

  • Set 24, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 3109 volte

L’Espresso
24 09 2014

“Fermarla prima che inizi”. Questo è il monito che Rona Salomon, la vice direttrice del Centro contro la Violenza domestica di New York, ripete piu’ volte prima di salutarmi, con quel suo tono determinato ma accogliente che non perde mai durante tutta l’intervista, persino in quei momenti in cui le considerazioni personali prendono il sopravvento tradendo, se cosi’ si puo’ dire, la sua immutata passione per un lavoro che la vede in prima linea da vent’anni.

Il Consiglio d'Europa pubblica un rapporto sulle attività dei paesi Ue per il contrasto ai maltrattamenti. E noi siamo in fondo alle classifiche: pochi posti letto, poca prevenzione, poca formazione. Anche se le leggi ci sono. E gli omicidi per la prima volta sembrano in diminuzione. Mentre continua la polemica sui fondi
Era il 1976 quando, a New York, grazie alla spinta di un forte movimento di opinione che premeva in tale direzione, nacque il primo Centro contro la violenza domestica che, solo un anno dopo, aprì il primo punto di accoglienza per le donne che chiedevano aiuto. Era stato, infatti, immediatamente chiaro dall’incontro con le donne che si erano fatte avanti per condividere la propria storia che il “non saper dove andare”, era uno dei maggiori deterrenti contro la fuga da situazioni di violenza.

Oggi il centro, che ha la sua sede principale a Brooklyn, ha tre case di accoglienza che ogni anno offrono rifugio a circa 1000 fra donne e bambini. “E’ evidente – chiarisce subito la Solomon – che la violenza domestica riguarda anche gli uomini, ma le cifre a sfavore delle donne, purtroppo, parlano da sole”.

Secondo l’APA ( American Psychological Association ), infatti, negli USA, più di una donna su tre è vittima di stupro, violenza fisica o stalking da parte di un partner; una studentessa di scuola superiore su cinque è vittima di abusi sessuali e psicologici da parte di ragazzi con cui esce e, in media, più di tre donne ogni giorno sono uccise dai loro partner.

Questo, a distanza di vent’anni da quando il presidente Bill Clinton firmò, trasformandolo in legge, il Violence Against Women Act, fortemente sostenuto e voluto dall’allora senatore Joe Biden, oggi vice presidente del paese e ancora instancabile sostenitore dei diritti delle donne. Grazie a quella legge, per esempio, picchiare una donna diventò un “fatto serio” con conseguenze altrettanto drammatiche.

“La decisione della NFL" dice la Solomon riferendosi alla vicenda di Ray Rice, il giocatore di football americano dei Baltimore Ravens espulso a tempo indeterminato per un episodio di violenza a danno dell'allora fidanzata, oggi moglie, Janay Palmer "è ammirevole in questo senso. Sono lieta che ci sia stato un ripensamento rispetto all’originaria sospensione per soli due turni che avrebbe dato un segnale sbagliato. Per fortuna, l’attivismo di tutti coloro che hanno inviato mail di protesta alla lega e fatto sentire la propria voce attraverso i social network ha funzionato e ora la NFL ha dimostrato di dare il giusto peso a una vicenda cosi grave”.

Rice era stato filmato dalla telecamera a circuito chiuso di un ascensore mentre colpiva duramente la donna che si accasciava a terra priva di sensi, tanto che lui era costretto a trascinarla per i piedi una volta arrivati a destinazione. Un episodio che ha riportato la violenza domestica sotto i riflettori “ma non ha spinto piu’ donne a denunciare abusi”, perlomeno a New York. Rona Solomon, infatti, ritiene che sebbene la storia di Rice sia “utile” per far parlare di più di questo problema, essa è troppo lontana, almeno apparentemente, dalla quotidianità delle vittime che non sentono di potersi paragonare a personaggi famosi.

“Eppure la violenza domestica riguarda tutti i tipi di donne – precisa la Solomon – Ricche, povere, colte, con carriere importanti, di religioni ed etnie diverse: tutte possono diventare vittima e l’unico elemento che può aiutare a uscire fuori dalla spirale della violenza è la stima di sé”.

Facile, dunque, trovarsi in una relazione violenta, difficile uscirne, come testimonia il successo dell’hashtag ì#WhyIStayed che sta raccogliendo, da giorni, le storie di donne che non hanno avuto il coraggio di chiedere aiuto a lungo, nonostante situazioni familiari intollerabili.

“Le donne restano per due ragioni fondamentali – dice la Solomon – La prima è la paura. Paura di scatenare una rabbia ancora pù feroce, una violenza ancor più cieca. “L’obiettivo”, in una relazione domestica basata sulla violenza è quello di avere il controllo totale sulla vittima e la fuga rappresenterebbe la perdita di tale controllo e il conseguente esplodere della rabbia. La seconda ragione è l’amore. Si sta in una relazione per amore e si fa di tutto per farla funzionare. A tutti capita di vivere relazioni difficili da cui si fa fatica ad uscire e la violenza, laddove c’è, viene vista troppo a lungo come un elemento risolvibile”.

Se ci sono due ragioni fondamentali per restare ce n’è almeno una, ancor più determinante, per scegliere di andare via: i figli. “Se un uomo non estende la sua violenza ai figli, la donna resta più a lungo possibile, ma nel momento in cui anche i figli diventano vittime, la fuga diventa quasi sempre inevitabile”. E se ci sono innumerevoli fattori che contribuiscono a relazioni violente e che vanno dalla religione, che spesso giustifica comportamenti dominanti nei confronti delle donne, alla violenza dell’ambiente in cui si vive, sia familiare che sociale, c’e un elemento essenziale che può diventare il vero argine alla diffusione di questo fenomeno: l’educazione.

“Noi organizziamo – dice la Solomon – moltissimi interventi all’interno delle scuole per insegnare come vivere una relazione “sana”. Ogni anno, circa 2700 studenti sono coinvolti in workshop che aiutano a stabilire i limiti comportamentali che bisogna imparare a rispettare. Il nostro obiettivo è quello di gettare le basi perché il loro futuro sia sano ed equilibrato”. Senza mai arrendersi, perché il fatto che oggi ci siano tante denunce, non significa necessariamente che le cose siano peggiorate, piuttosto che la rete di protezione sociale e legale costruita intorno alle donne funziona meglio e abbatte sempre di piu’ il muro della paura, spingendole a chiedere aiuto.

Insulti alle donne, altro che gaffe del politico

  • Set 18, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 3153 volte

l'Espresso
18 09 2014

Insulti alle donne, altro che gaffe del politico. Quanti commenti sessisti da sinistra a destra

"L'informazione locale in mano alle donne. Alcune dimostrano di saper usare meglio la bocca che la mano". È il commento scritto su Facebook dall'ex sindaco di Brindisi, Giovanni Antonino. Che, nel tentativo di metterci una pezza, fa ancora peggio: "E vi garantisco che non è maschilismo".

Sarà, ma il linguaggio sessista, scambiato per boutade, serpeggia sulla scena politica. E non solo. Il presidente della Federcalcio, Carlo Tavecchio, ha tentato di dare al pregiudizio veste scientifica : "Finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio"

Ma la lista è lunga. E spesso, come nel caso di Antonino, legato all'oralità. La democratica Alessandra Moretti riferì in diretta tv l'insulto del 5 Stelle Massimo De Rose. Durante l'occupazione della Commissione Giustizia, il grillino urlò: "Le donne del Pd sono arrivate qui soltanto perché capaci di fare pompini". Un gergo che non dispiace al leader del Movimento. Il 23 agosto, un post sul blog di Beppe Grillo accusa di partigianeria la giornalista del Tg1 Claudia Mazzola. Il titolo? "Basta servizietti".

Una pioggia di insulti sessisti era piovuta sul blog anche quando Grillo chiese alla Rete: "Cosa fareste in auto con la Boldrini?". In quell'occasione i commenti vennero cancellati e arrivarono le scuse ufficiale. Anche il portavoce del M5s, Claudio Messora (lo stesso che scrisse "Ho fatto una cosetta a tre con Carfagna, Gelmini e Prestigiacomo") ha ammesso di aver esagerato in un tweet rivolto alla presidente della Camera. Il 2 febbraio cinguettò: "Cara Laura (Boldrini) volevo tranquillizzarti. Anche se noi del blog di Grillo fossimo tutti potenziali stupratori...tu non correresti nessun rischio".

Guai a fermarsi al blog però. Il partito del sessismo è trasversale. Va da Sel alla Lega. Appena nominati i ministri del governo Renzi, Matteo Salvini si lanciò in difesa del focolare, chiedendosi: "Come farà Marianna Madia a fare il ministro se dovrà fare la mamma?".
Il senatore montiamo Tito Di Maggio, proprio nel corso del dibattito parlamentare sulla parità di genere, si era rivolto alle senatrici tacciandole di "codardia". La loro proposta era figlia di "gravidanza isterica".

Il 13 luglio c'è la finale di coppa del mondo. Argentina contro Germania. Il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, twitta una fine analisi tra calcio e geopolitica: "Impietoso il paragone tra orrenda Merkel e giovani argentine inquadrate poco fa".

I machismi spuntano però ogni giorno. Basta scorrere i commenti a un post (uno qualunque) delle pagine Facebook (autentiche) di Moretti, Boldrini, Carfagna. O su quella (fake) di Maria Elena Boschi. Che siano complimenti ("Con quella bocca Mara può dire ciò che vuole") o insulti (in un profluvio di frutti oblunghi e mercimonio del proprio corpo) non importa: la valutazione politica arriva dopo quella estetica.

Ma è in provincia che l'umorismo maschio dà il meglio di sé. A Molfetta, Forza Italia ha firmato con orgoglio un manifesto contro il sindaco Pd Paola Natalicchio. Slogan: "Le pene di Paola".

A Nichelino, nel torinese, il sindaco è stato accusato di sessismo per aver consentito di girare nel suo ufficio comunale un video dall'intento parodistico e dal risultato quantomeno trash.

A Brescia ha fatto discutere l'accostamento tra defecazione e prostituzione ardito dal Comune. Proposito encomiabile: il decoro urbano. Risultato discutibile. Sui manifesti campeggia un escremento, con lo slogan "non sono una tipa da strada".

In Provincia di Vercelli c'è un paesino, Borgosesia, con un sindaco famoso: il leghista Gianluca Buonanno, l'uomo che si presentò in Parlamento con una spigola . Sabato 6 settembre c'è stata la Sagra del Würstel. L'elegante locandina promozionale mette insieme luoghi comuni, riferimenti sessuali e omofobi e la faccia di Buonanno in pochi centimetri quadrati.

Fino al cortocircuito sessista Made in Veneto del luglio 2013. La consigliera di zona, padovana e leghista, Dolores Valandro, si augura che qualcuno stupri l'allora ministro Kyenge. Gli risponde un consigliere comunale di Cavarzere, Venezia. Angelo Garbini (Sel) ha un'idea sul trattamento da riservare alla Valandro: "Sarebbe da mollare in un recinto con una ventina di negri assatanati".

Paolo Fiore

L'Espresso
17 09 2014

Niente fondi, sostegno tagliato e scuola superiore negata. La triste storia di Sara costretta a rimanere ancora alle medie nonostante i suoi diciassette anni è la faccia oscura dell’istruzione italiana: poche risorse per gli insegnanti di sostegno, strutture inadeguate, graduatorie in alto mare e addio al diritto di tutti gli studenti all’insegnamento.

Sara è una ragazza con una grave forma di autismo: ha frequentato regolarmente i tre anni delle medie, supportata da una progetto di “scuola potenziata” che avrebbe portato con sé anche alle superiori. E poi si è incastrata in un limbo: ripetere per la quarta volta la terza media perché le superiori non possono accoglierla.

L'ultima doccia fredda qualche giorno fa, a settembre: rimbalzata per la terza volta dall’istituto alberghiero di Poggio Rusco, in provincia di Mantova, un piccolo centro dell’Oltrepò mantovano. Iscrizione rifiutata. Il dirigente ha respinto la domanda e il progetto: a settembre entrano nell’istituto tre prime classi, oltre 60 nuovi alunni, di cui nove con handicap ma per lei non c’è posto.

«Abbiamo perso tutti - dice la madre Mariarosaria Mirto - siamo dovuti arrivare ad un ricorso al Tar perché fosse ritirata la decisione del dirigente. Questa triste vicenda sia d’esempio e rappresenti un precedente: niente del genere deve più accadere. Questi ragazzi, già penalizzati, non devono vivere questa esperienza e hanno diritto di accedere alla scuola che scelgono».

Negli ultimi tre anni per tre volte Sara ha provato a varcare il portone dell’unico istituto del suo paese (seimila anime nella bassa lombarda) a soli cento metri da casa, ma il dirigente non ha voluto sentire ragioni: non ci sono spazi né personale. Un tira e molla fino alla rassicurazione che questo sarebbe stato l’anno buono. Tutto rimasto un sogno.

«Siamo stati convocati dal dirigente, il quale ci ha detto che posto non c’era - continua la madre - e non poteva accoglierla. E a nulla è valso il progetto che avevamo elaborato, attraverso la rete che abbiamo costruito in questi anni, per l’inserimento. Un progetto che garantisce alla scuola, peraltro a costo zero, tutto il supporto di cui la ragazza ha bisogno».

POCHE ORE PER TANTI ALUNNI

Una storia emblematica e un caso-limite che si ripete sempre più spesso. Su quasi otto milioni di studenti che quest'anno andranno a scuola, gli alunni con disabilità iscritti sono più di 200 mila, con 103 mila posti per insegnanti di sostegno. Un rapporto di uno a due non veritiero, con insegnanti che si fanno carico anche di cinque-sei alunni.

Ad aggravare il quadro anche la piaga della precarietà: nelle graduatorie a esaurimento con specializzazione per gli handicap sono circa 14 mila. Spesso la precarietà per gli insegnanti si traduce in mesi persi senza il sostegno. Significa buttare al vento dalle 4 alle 10 ore alla settimana di lezioni individuali e un percorso di inserimento su misura. Un problema soprattutto al Sud, dove non ci sono enti locali in grado di finanziare assistenti all’educazione che sopperiscano, almeno in parte, alla carenza di insegnanti.

Il dossier “Buona scuola“ targato Matteo Renzi-Stefania Giannini prevede di intervenire anche su questo: tra i 148 mila docenti che verranno assunti a settembre 2015, circa 9 mila faranno parte di quel contingente che ogni giorno è impegnato nella formazione e nell'inclusione degli alunni con disabilità, raggiungendo quota 90 mila.

Una specializzazione preziosa, che negli anni è spesso stata al centro della preoccupazione delle famiglie a causa, ad esempio, delle poche ore concesse ai figli o per il ritardo delle nomine degli insegnanti.

Fino al ricorso estremo al giudice per far valere i propri diritti, che interviene ed ordina una deroga nelle liste d’attesa per l’assegnazione del sostegno.

Secondo il settore scuola della Cgil gli insegnanti con questa specilizzazione «non sono ancora sufficienti rispetto alle esigenze. Abbiamo avuto un continuo aumento degli alunni disabili - osserva il segretario generale della Flc Cgil, Mimmo Pantaleo - c'è bisogno di adeguare gli organici. Anche il personale Ata è determinante per il sostegno, ma nelle linee guida non si dice nulla. C'e' una sentenza della Corte Costituzionale che ha riconosciuto il diritto del disabile all'istruzione come un diritto fondamentale e va fatta rispettare».

Nonostante i contenzioni in tutti i tribunali italiani e la sentenza della Consulta del 2010, le porte aperte per tutti sono ancora lontane. A Bari mancano all’appello 200 posti per il nuovo anno che l’ufficio scolastico provinciale non ha ancora messo a disposizione. Una circostanza che ha fatto scoppiare la protesta degli insegnanti nei giorni scorsi con l’intervento della Polizia.

«È una situazione preoccupante soprattutto per le famiglie baresi che non avranno a disposizione, almeno per le prime settimane, gli insegnanti di sostegno. Dovranno tenere i figli a casa e questo è inconcepibile», commenta Ezio Falco della Cgil. Un fronte caldo che ha visto l’intervento anche del deputato di Sel Nicola Fratoianni presentando un’interrogazione al ministero dell’Istruzione.

«Al di là della retorica renziana sulla scuola - commenta Fratoianni - accade che il Provveditorato agli Studi di Bari combini un grosso guaio sull’assegnazione delle cattedre di sostegno, con l’inizio dell’anno scolastico ormai alle porte. Lo scorso anno erano state assegnate 167 cattedre, mentre per quest’anno ne vengono assegnate, al momento, appena la metà. Nonostante siano aumentate le richieste di sostegno da parte delle famiglie e delle relazioni della Azienda Sanitaria Locale. Ma qual è il motivo di questa diminuzione? Tentativi di “spending review” sulla pelle delle famiglie e dei ragazzi?».

Mille chilometri più a Nord, anche all'ufficio scolastico di Torino sono partite le immissioni in ruolo per gli insegnanti di sostegno. Su questo tema i sindacati lanciano l'allarme: in una lettera di Cgil, Cisl e Uil si chiedeva al provveditorato di individuare numeri precisi per quegli insegnanti di ruolo che ogni anno vengono impiegati nei posti di sostegno.

«Dopo le nomine dei provveditorati sono i presidi a dover individuare gli insegnanti per coprirli, ma ogni anno si arriva con più di cento ragazzi con disabilità senza docente» dicono all’unisono le sigle. E così in Veneto, Lombardia, Sicilia e Lazio. Ovunque lo stesso copione: insegnante assente e zero assistenza. L’istruzione non è (ancora) un diritto per tutti.

l'Espresso
12 09 2014

Il Tar ha tolto la stella ai sindaci sceriffi. Le ordinanze possono essere emesse in casi straordinari e per un tempo limitato, non per soddisfare l’opinione pubblica o per lasciarsi trasportare dall’onda moralista, anche quando si tratta di sexy shop. Il Comune di Tradate, nel varesotto, è finito così condannato a risarcire la titolare di un negozio a luci rosse che, tra un diktat dell’allora giunta leghista e l’altro, ha dovuto sudare non poco prima di poter alzare la serranda.

Una sentenza emessa dai giudici amministrativi della Lombardia, che lancia un monito ben preciso ai politici: amministratori e non commissari dagli straordinari poteri. Quello di Tradate, centro di 15 mila anime, divenne un caso.

Tre anni fa, davanti alla richiesta di una commerciante di aprire un sexy shop, l’allora sindaco Stefano Candiani, esponente della Lega, firmò un’ordinanza, con cui vietava negozi del genere a meno di mille metri da chiese e luoghi di culto, case di cura, cimiteri, scuole e “insediamenti destinati all’educazione e allo svago di bambini e ragazzi”, in generale dei cosiddetti “luoghi sensibili”.
L’attività era prevista vicino alla parrocchia e alla libreria religiosa del paese. “Una questione di collocamento, di opportunità e decoro”, dichiarò il sindaco Candiani, già balzato agli onori delle cronache quando, due anni prima, con una circolare era stato imposto ai dipendenti comunali di vestire con colori sobri e, per le donne, di “evitare abiti scollati e gonne esageratamente corte”.
Quell’ordinanza venne poi revocata dopo tre mesi.

A Palazzo si resero conto che, anche se poteva non essere il massimo dover discutere di vibratori e bambole gonfiabili, anche quella materia doveva essere disciplinata con un regolamento comunale, da discutere e approvare in Consiglio.

Nell’attesa di mettere a punto quello strumento, con una seconda ordinanza venne così impedito di impiantare sexy shop in zone vicine a parchi e ville e nel centro storico. La titolare dell’attività commerciale diede subito battaglia al Tar e ora, nonostante il regolamento sia poi stato varato, vietando negozi che vendono o noleggiano materiale pornografico solo a meno di 300 metri da chiese, ospedali e scuole, e le ordinanze ritirate, i giudici si sono dovuti pronunciare sui danni che la negoziante ha chiesto per i mancati incassi.

Accogliendo il ricorso della donna, il Comune, dal 2012 nelle mani del Pd, dopo 20 anni di Lega, è stato così condannato dal Tar milanese a risarcire alla commerciante cinquemila euro, cifra simbolica, tanto per lanciare un messaggio.

E Candiani? Il sindaco anti-sexy shop ha fatto il salto in Parlamento, essendo stato eletto senatore lo scorso anno, sempre con la Lega. Ai suoi principi è però rimasto fedele: a fine luglio ha ottenuto l’accoglimento di un suo emendamento sulle competenze del nuovo Senato, facendo andare sotto il Governo Renzi, e proprio in tema di “materie eticamente sensibili”.

Clemente Pistilli

I fasciomafiosi alla conquista di Roma

  • Set 09, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2396 volte

L'Espresso
09 09 2014

Non è una città, ma un intreccio di traffici e intrallazzi, delitti e truffe, su cui si è imposta una cupola nera. Invisibile ma potentissima, ha preso il controllo di Roma. Trasformando la metropoli nel laboratorio di una nuova forma di mafia, comandata da estremisti di destra di due generazioni.

Al vertice ci sono vecchi nomi, veterani degli anni di piombo, abituati a trattare con le istituzioni e con i padrini, abili a muoversi nel palazzo e sulla strada. Ai loro ordini c’è un’armata bifronte, che unisce banditi e narcos, manager nostalgici e giovani neofascisti.

Omicidio Fanella, arrestati un ex Nar e il suo complice


L’ideologia garantisce compattezza, il credo nell’azione e nella sfida. I soldi, tanti e subito, premiano la fedeltà. E la componente borghese, dai maturi colletti bianchi ai ragazzi in camicia nera, gli permette di arrivare ovunque. Con le buone o con le cattive. Per comprendere bene cosa accade oggi nella Capitale, in questo grande spazio circoscritto dal Grande raccordo anulare, occorre mettere da parte quello che accade a Napoli, a Palermo o a Reggio Calabria. È nella Capitale che ha messo radici un sistema criminale senza precedenti, con fiumi di cocaina e cascate di diamanti, ma anche tanto piombo.


Una fascio-mafia, che sintetizza la forza perversa di due tradizioni in un’efficacia che gli ha consegnato anni di dominio incontrastato. Persino gli investigatori hanno fatto appello alla sociologia per spiegare il modello romano. Qui si incarna la microfisica del potere teorizzata da Paul Michel Foucault: il potere criminale-mafioso si esercita, si infiltra, «non è qualcosa che si divide tra coloro che lo possiedono o coloro che lo detengono esclusivamente e coloro che non lo hanno o lo subiscono. Il potere deve essere analizzato come qualcosa che circola, o meglio come qualcosa che funziona solo a catena. Non è mai localizzato qui o lì, non è mai nelle mani di alcuni, non è mai appropriato come una ricchezza o un bene. Il potere funziona, si esercita attraverso un’organizzazione reticolare». Si estende in tutte le strutture sociali ed economiche, con dinamiche che cambiano continuamente e costruiscono altri patti e altri affari. Si infiltra, entra nei ministeri, nelle finanziarie, nelle grandi società pubbliche come nei covi dei rapinatori e nelle piazze di spaccio.


Così cambia l'estrema destra romana

Le sigle neofasciste della capitale sono finite coinvolte in numerose inchieste sul traffico di droga e sulle violenze e vendette a questo collegato. Ecco alcuni dei casi più inquietanti

A Roma non ci sono zone in cui commercianti e imprenditori sono obbligati a pagare il pizzo. Non c’è l’oppressione del boss di quartiere. E gli omicidi sono calibrati con estrema attenzione. Luglio si è aperto con l’assassinio di un pezzo da novanta di questo sistema, Silvio Fanella, nei condomini bene. Agosto si è chiuso con l’esecuzione di un’autista della nettezza urbana, Pietro Pace, nella periferia estrema: il padre ha offerto una taglia di 100 mila euro sui killer. Delitti miratissimi, perché quello che conta è far girare i soldi, che si tratti di gestire immobili, licenze, investimenti o di vendere droga. Gli architetti di questo sistema non si sporcano le mani con il sangue. Sanno a chi affidare il lavoro sporco. E quando devono colpire duro, hanno a disposizione una centuria nera compattata dall’estremismo di destra.


IL NERO
Uno dei componenti di questa cupola rivoluzionaria è Massimo Carminati, che sembra avere trasformato il suo personale romanzo criminale in una marcia trionfale. È stato nella banda della Magliana e nelle squadre terroriste dei Nar, con amicizie di rango in Cosa nostra e negli apparati deviati dello Stato. Coinvolto in processi importanti, come quello per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ne è sempre uscito assolto. Ha scontato pochi anni di carcere per episodi minori. Nella Roma nera è un mito: un leader da seguire e ascoltare. E lui da leader si comporta e agisce. Si mostra, a chi non lo conosce, con modi felpati ed educati. Ma quando vuole sa imporsi con la forza, tanto che sodali e rivali lo rispettano con timore. È lui “l’ultimo re di Roma”.

I suoi avvocati Ippolita Naso e Rosa Conti respingono questa ricostruzione: «Se tutto ciò rispondesse a verità, più che un uomo di potere sarebbe corretto definirlo uomo dai super poteri, che ha in mano le redini dell’imprenditoria capitolina, in grado di condizionare le vicende della politica romana, capace di passare dal traffico di droga ai vertici degli affari economici controllando, già che c’è, anche il territorio. E il tutto con un occhio solo!». Un riferimento a quella ferita vecchia di trent’anni, l’eredità di un conflitto a fuoco con i carabinieri che gli ha fruttato il soprannome di “er Cecato”. Per i legali però, come scrivono in un atto di citazione per difendere il loro cliente: «Siamo all’apoteosi dei luoghi comuni cinematografici. E di questo strabordare di informazioni neanche l’ombra di un elemento, un indizio, una circostanza oggettiva, una testimonianza, un riscontro, una indicazione di massima, una traccia, un segno che si sforzi di dare una parvenza di verità a quanto riferito».

Per gli avvocati, «Carminati non ha più alcun conto in sospeso con la giustizia, è attualmente privo di pendenze penali e soprattutto re-inserito in un contesto sociale e familiare del tutto lecito, nel quale lodevolmente egli sta cercando di recuperare» e poi «si prende cura costantemente del figlio ventenne e convive stabilmente con la compagna, Alessia Marini, con la quale gestisce il negozio di abbigliamento “Blue Marlin”».

VILLA CONNECTION
Le parole degli avvocati sono un punto di partenza per decifrare la pista nera. Il negozio fa capo alla “Amc Industry srl” di cui è amministratore unico Alessia Marini e Carminati non compare come socio. La “Amc industry” dal primo gennaio 2011 ha preso in affitto una villa a Sacrofano, alle porte di Roma, su una collinetta che domina tutta la zona.

Si tratta di una bella abitazione, ben rifinita, su due piani, con grande piscina circondata da prato all’inglese e un lungo viale che separa dal cancello. Qui vive Massimo Carminati. La villa risulta di proprietà del commercialista Marco Iannilli, un professionista dalle alte relazioni che negli ultimi quattro anni è diventato protagonista della cronaca giudiziaria. È stato arrestato e condannato in primo grado per la colossale truffa su Fastweb e Telecom Sparkle, che ha fatto girare centinaia di milioni di euro. Ma ha anche un ruolo chiave nelle istruttorie su Enav, l’azienda pubblica che gestisce il traffico aereo, su Digint e su Arc Trade: procedimenti che ruotano intorno a Finmeccanica, il gigante statale degli armamenti hi-tech. È nei guai anche per la vicenda della mazzetta pagata da Breda Menarini, sempre del gruppo Finmeccanica, per aggiudicarsi la fornitura di autobus da Roma Metropolitane, in cui sono indagati anche l’ex sindaco Gianni Alemanno e Riccardo Mancini. Che in passato avevano avuto rapporti con Carminati: un passato forse non così remoto.


Solo coincidenze? Quando nel febbraio 2010 i carabinieri del Ros arrestano Iannilli, lo trovano in possesso di una Smart intestata a Carminati. E quando il commercialista a novembre 2011 finisce ancora in cella, i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Roma e i militari del Ros annotano che «immediatamente dopo l’arresto di Iannilli, si recava presso la sua abitazione Massimo Carminati, allertato a tal proposito dalla moglie del commercialista». Perché tanto interesse? Negli atti non c’è risposta. Ma Iannilli per gli inquirenti era un esperto «nell’utilizzo di prestanome» e «per la costituzione o la rilevazione di società italiane ed estere, e la conseguente apertura dei relativi conti correnti, allo scopo di veicolare i profitti illeciti provenienti da operazioni di frode fiscale di notevole entità». Un professionista insomma che gestisce decine di milioni di euro e che sarebbe stato capace di dare copertura pulita ad attività in tutto il mondo, «il tutto per agevolare altri soggetti o organizzazioni criminali, in attività di riciclaggio di denaro».

Il commercialista sembra pendere dalle labbra del “Cecato”. E non pare essere l’unico. C’è un altro uomo introdotto nei salotti buoni e di manifesta fede fascista che avrebbe subito il carisma dell’ex terrorista: Lorenzo Cola, tra i principali collaboratori di Pierfrancesco Guarguaglini, fino al 2011 numero uno di Finmeccanica. Per gli investigatori ha controllato un sistema illegale «in grado di influenzare le scelte societarie e commerciali dell’Enav». In questo modo ha creato operazioni di sovrafatturazione fra le aziende di Finmeccanica e società subappaltanti riconducibili a Iannilli: somme trasferite all’estero grazie alla rete del commercialista.

Iannilli e Cola erano in affari con un altro estremista duro e puro: Gennaro Mokbel, condannato in primo grado come regista della truffa Fastweb con un riciclaggio da due miliardi. Ma è anche l’uomo che con l’aiuto, da una parte degli amici di Carminati e dall’altra della ’ndrangheta, è riuscito a far eleggere al Senato Nicola Di Girolamo, oggi detenuto ai domiciliari. In ogni indagine condotta dalla magistratura romana che riguardi grandi operazioni finanziarie spunta sempre qualcuno legato all’estrema destra, alla ’ndrangheta, agli 007 deviati, e a boss napoletani trapiantati nella Capitale. E su tutto si allunga l’ombra del “Cecato”. Perché lui vive in una terra di mezzo, perché sa come risolvere i problemi di chi abita negli attici dei Parioli e sa a chi chiedere nei meandri delle periferie più malfamate.

CACCIA AL TESORO
L’intreccio di business e crimine, di manager e fasci, è esploso con i proiettili che il 3 luglio scorso in un condominio elegante della Camilluccia hanno ucciso Silvio Fanella. Gli inquirenti lo definiscono “il cassiere di Mokbel” e stava scontando ai domiciliari la condanna a nove anni proprio per l’affaire Fastweb-Telecom Sparkle. Uno degli aggressori è rimasto ferito ed è stato arrestato: Giovanni Battista Ceniti, ex dirigente piemontese di Casa Pound. Non doveva essere un omicidio. In tre, fingendosi militari delle Fiamme Gialle, volevano rapire Fanella e farsi rivelare il nascondiglio di un tesoro da sessanta milioni di euro. Solo una parte è stata poi ritrovata dal Ros: mazzete di denaro e sacchetti pieni di diamanti, sepolti in un casale ciociaro.

La caccia a quel forziere è stata un’ossessione, che potrebbe avere incrinato antichi accordi tra i nuovi re di Roma. Già due anni fa avevano provato a rapire Fanella. E proprio le indagini sul primo raid hanno aperto un altro spaccato sui poteri occulti della Capitale. Per quel blitz la procura ha ordinato l’arresto di tre persone. Uno è Roberto Macori, 40 anni, fino al 2011 factotum di Mokbel che poi si è legato ad un altro dei senatori della Roma criminale: Michele Senese, detto “o Pazzo”, il padrone della periferia a Sud del raccordo anulare, dove domina lo spaccio. Anche lui passato dalla banda della Magliana, ma soprattutto boss legato alla camorra e ai casalesi: da un anno è in cella per omicidio. Anche lui abituato a pensare in grande e muoversi nell’imprenditoria, sempre in accordo con Carminati. Prima dell’arresto, assieme a Macori voleva mettere in piedi una truffa da 60 milioni, rilevando un deposito di carburante a Fiumicino. Entrambi erano in stretto contatto e Macori al telefono parlava dell’interesse «dei napoletani» per il tesoro custodito da Fanella.

Non sarà un caso se a casa di Macori, dopo l’arresto, i carabinieri hanno sequestrato sei diamanti purissimi che sembrano essere uguali a quelli trovati nel caveau di Fanella. E gli investigatori non credono più alle coincidenze. Stanno ricostruendo un mosaico in cui tanti delitti, tante acrobazie finanziarie in cui compaiono gli stessi nomi e gli stessi metodi. I reduci dei Nar, gli emissari di ’ndrangheta e camorra, la manovalanza a mano armata reclutata tra i neofascisti: l’organigramma della nuova fascio-mafia romana.

La classe senza stranieri voluta dai genitori

  • Set 09, 2014
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
  • Letto 2624 volte

L'espresso
09 09 2014

A Pratola Peligna, settemila abitanti sulle colline d'Abruzzo, c'è una scuola elementare. Che ha due sedi. Quella principale, in via Valle Madonna, ha 179 bambini iscritti, distribuiti in 10 classi: due seconde, due terze, due quarte, due quinte. Due prime. Che, per volere dell'ex preside Renato di Cato, erano divise così: alunni stranieri di qui, figli di italiani di lì.

«Al fine di realizzare il diritto all’apprendimento per tutti gli alunni, inclusi quelli in situazione di difficoltà, il nostro istituto ha recepito ed attuato la recente normativa che ridefinisce il concetto di INTEGRAZIONE», scriveva il preside nel piano dell'Offerta Formativa dell'Istituto Omnicomprensivo Tedeschi, l'unico del paese: «estendendo il campo di intervento non solo agli alunni con certificazione della diversabilità, ma anche allo svantaggio sociale, alle difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse».

Come aiutare quindi i figli di culture diverse? Dividendoli dagli altri. Una scelta che, seppure in piccolo (riguarda solo sette bambini) ha scatenato una polemica arrivata sui media locali e nazionali. Il dibattito ha portato così il nuovo preside, Raffaele Santini, a riorganizzare le classi in tempo record, convocando tutti i genitori il primo giorno di scuola e stabilendo che per un "maggior equilibrio" le classi anziché da 17 e 17 bimbi saranno composte da 15 e 19, con due alunni di "altra nazionalità" spostati nella sezione Italian-only prevista in precedenza.

«Faremo di tutto per capire se c'è qualcosa che cova e, in quel caso, quali sono i responsabili di un episodio che non rientra nella cultura di un paese che ha sempre favorito l'integrazione razziale», ha dichiarato ai giornalisti il sindaco Antonio De Crescentis al suono della campanella: «La nostra ottica è sempre stata quella di un'integrazione uniforme, in un piccolo comune dove su settemila residenti 600 hanno origini extracomunitarie. Se ci sono pratolani che pensano che esistano famiglie di serie A e altre di serie B escano allo scoperto».

Con chi se la prende il sindaco? Con alcuni genitori responsabili, secondo la ricostruzione de il Centro , della scelta che avrebbe orientato la divisione delle classi a tinta unita. Come scriveva Mariangela "Galatea" Vaglio sul suo blog a dicembre, parlando del sondaggio di un quotidiano intitolato: "Toglieresti i vostri figli da una classe con troppi stranieri?", le richieste, le pressioni, le preoccupazioni dei genitori in questo senso non sono nuove. Come rispondere?

«Soprattutto oggi che si sta attraversando un difficile periodo di crisi politica, istituzionale e finanziaria la scuola e, insieme ad essa, tutti coloro che possono dare il loro contributo, hanno un impegno morale e professionale nei confronti delle nuove generazioni», scriveva il preside di Pratola: «e non possono disimpegnarsi, ma devono dare in prima persona esempi di serio e concreto impegno per risolvere qualsiasi problema si presenti». È davvero questo il modo giusto?

l'Espresso
04 09 2014

Non hanno scopo di lucro, consentono l'accesso solo ai soci e garantiscono la possibilità di fumare uno spinello in un ambiente sicuro e confortevole. In poco più di due anni, nella sola Catalogna, ne sono stati aperti trecento. Grazie a un articolo del codice penale che non sanziona l'uso personale purchè in modica quantità

“Movimento associativo di autoconsumo di cannabis”, “Associazione per la cannabis”: qui a Barcellona ogni settimana ne aprano una o più. Sono associazioni dove è possibile accendersi uno spinello nella tranquillità di un salotto dal calore famigliare e lontano da occhi indiscreti.

Quindi dimenticate gli ombrosi sottoscala delle malfamate periferie metropolitane col rischio anche di essere rapinati dallo stesso spacciatore. Nei “cannabis club” che, nella sola Catalogna, hanno aperto in trecento tra la fine del 2011 e l’estate 2014, consumare marijuana per scopo terapeutico o ricreativo non è né un reato né una vergogna da nascondere.

A patto di rispettare poche ma inflessibili regole, come ci spiega uno dei fondatori de “La Maca”, il primo “cannabis club” ad aprire nel 2006. «Otto anni fa eravamo sette amici, tutti abituali fumatori di cannabis. Volevamo un luogo tranquillo e intimo dove farci un porro (uno spinello, ndr), ma soprattutto avevamo il desiderio di produrre noi stessi la marijuana, perché stanchi di erba troppo costosa e di cattiva qualità. Oggi siamo 650 soci - prosegue - che coltivano e consumano un ottimo prodotto naturale a un costo trasparente. Abbiamo una lista di attesa lunghissima per nuovi iscritti, così al momento accettiamo solo chi fuma per motivi terapeutici».

“La Maca” ha un ambiente caldo e famigliare, pulito, da circolo privato. Divani in pelle, poltrone dove rilassarsi, tavolini con carte da gioco, luci soffuse, scaffali pieni di libri, non solo sull’erba, una macchinetta del caffè, una colonnina di cd sopra uno stereo. «C’è chi viene anche per lavorare al computer, per leggere un romanzo, fare due chiacchiere. Qui si fa un uso responsabile, non solo perché la quantità è modica per tutti e non ci si sballa, ma ci si rilassa. Noi sconsigliamo di guidare dopo avere fumato, invitiamo a prendere un taxi per tornare a casa». Il costo annuale dell’abbonamento a un Cannabis Club per i soci va dai 50 i 70 euro più i costi della “consumazione”.

Barcellona e la Catalogna non sono però il paradiso per chi ama l’erba. Né si può dire che la Spagna abbia deciso, seppure in sordina, di legalizzare la marijuana. Semplicemente i “cannabis club” approfittano del vuoto legislativo spagnolo per permettere «il diritto di assumere a uso esclusivo personale sostanze psicotrope naturali», come recita lo statuto che deve avere ogni associazione registrata alla CatFAC, la Federazione della Associazioni di Cannabis della Catalogna.

In Spagna come in altri Paesi europei, la legge sanziona e persegue chi produce e spaccia marijuana per scopi di lucro. In compenso, l’articolo 368 del Codice penale spagnolo non sanziona il consumo personale di una modica quantità.

Inoltre, in Spagna già da un decennio è legale la marijuana terapeutica: per ottenerla basta la ricetta del medico curante che permette di acquistarla, portarla con sé e consumarla in casa. Esiste anche un’ampia casistica di sentenze giuridiche che riconoscono il diritto al consumo privato di cannabis. «Il nostro club ha regole molto precise», spiega Emma, che lavora al “Floors” di Girona. «Per essere socio devi avere 21 anni, risiedere in Spagna ed essere un consumatore abituale d’erba. Non tesseriamo chi vuole soltanto provare per curiosità. I nuovi iscritti devono essere presentati da un socio, non accettiamo sconosciuti e ci riserviamo il diritto di rifiutare».

Al momento dell’ammissione al club, il neo socio dichiara il motivo per cui fa uso di marijuana, se ricreativo o terapeutico. «Al momento gli iscritti al nostro club sono per fini medici sono il 20 per cento del totale. Tutte queste regole esistono per evitare che i club si trasformino in “coffee shop” sul modello olandese, producendo così il turismo della droga. Il nostro club non esiste per scopi di lucro». Nel 2013 a Barcellona una cinquantina di club sono stati chiusi dal Comune perché vendevano ai turisti. «Il nostro club non è per i turisti che vengono a sballarsi. Che vadano in Olanda!», avverte Jordi. «La nostra associazione, ripeto, nasce dalla necessità di avere un luogo tranquillo dove consumare la nostra erba, non per il commercio e il guadagno. Ed è giusto che chi sgarra, sia punito perché rovina la nostra immagine e concede argomenti agli antiproibizionisti che non accettano la nostra esistenza».

E se in Spagna c’è il fai da te (basta un minimo di tre soci per aprire una “asociación cannabica”, si paga una tassa comunale, ci si registra all’agenzia delle entrate che richiede registro iscritti, bilancio e libri contabili), in Italia invece il consumo di cannabis rimane un’attività clandestina, confinata nell’illegalità.

Non aiuta il dibattito sulla depenalizzazione l’attuale legge Fini-Giovanardi, dichiarata «illegale» dalla Consulta, che equipara la marijuana all’eroina e affolla le carceri di consumatori/spacciatori. Così, mentre i cugini iberici con i “cannabis club” creano posti di lavoro e riempiono le casse dell’erario, a Montecitorio si litiga.

A riaccendere recentemente la discussione è stato il professor Umberto Veronesi dalle pagine de l’Espresso, dichiarandosi a favore del libero uso della cannabis. «Io mi batto pubblicamente da decenni contro il proibizionismo – ha scritto il direttore scientifico dell' Istituto europeo di oncologia - e in questo mio impegno ho ripetuto all’infinito che, come medico e come padre, sono un convinto oppositore di tutte le droghe, pesanti e leggere, compreso fumo e alcol, perché creano assuefazione clinica e danni spesso irreparabili e talvolta letali. Sono però altrettanto convinto che proibire e punire non serve, anzi può peggiorare la situazione».

Peccato che a tutt'oggi in Italia il dibattito sia fermo al palo e chi vuole fumarsi uno spinello sia costretto a violare la legge, comprando da uno spacciatore e sostenendo così gli affari della criminalità.

Roberto Pellegrino

(ha collaborato Federica Tadiello)

L’Espresso
28 07 2014

racconta M., diciottenne rumena - la mia vita era molto difficile, non avevo da mangiare e dormivo fuori casa da quando avevo 5 anni perché i miei genitori mi picchiavano. Una mia vicina di casa mi ha proposto di venire in Italia e mi ha detto che mi avrebbe trovato un lavoro, così ho deciso di partire. Sono arrivata in Italia il giorno del mio diciassettesimo compleanno e quel giorno lei mi ha detto: “adesso andiamo a fare i soldi”».

Questa è solo una delle tante impressionanti storie raccolte da Save The Children nel dossier «Piccoli schiavi invisibili» sulla tratta e sullo sfruttamento minorile. Come dice a L’Espresso Carlotta Bellini, responsabile protezione minori dell’associazione, «è un fenomeno gravissimo, con una fortissima incidenza proprio nel nostro Paese e che riguarda sia minori stranieri che italiani». Se nel 2010 il nostro Paese registrava 2.400 vittime (dati Eurostat), secondo l’ultimo aggiornamento dell’associazione umanitaria, quest'anno i minori tra i 7 e i 15 anni coinvolti sono circa 340.000. E l’11% dei 14-15enni che lavora, ossia circa 28.000 minori, è coinvolto in attività definibili «a rischio di sfruttamento». Dall’artigianato ai lavori in campagna. Fino alla prostituzione.

«Dalle indagini – continua la Bellini - sono emersi anche casi di tratta allo scopo di sfruttamento: significa che ci sono minori intercettati nei loro Paesi e spostati per essere sfruttati in Italia. E questo riguarda soprattutto le minori, soprattutto rumene e nigeriane, per la prostituzione». È il caso di L., diciassettenne nigeriana: «Ho perso i miei genitori quando avevo 16 anni. Due uomini del mio paese in Nigeria mi hanno promesso un lavoro di parrucchiera in Italia, ma quando sono arrivata qui mi hanno costretta a fare la prostituta, ogni notte dalle 10 alle 5 di mattina in strada per restituire il costo del mio viaggio, 40.000 euro. Quando piangevo e mi rifiutavo, la Madam (la figura femminile che svolge un ruolo-chiave in tutte le fasi dello sfruttamento, ndr) mi picchiava con bastone e cinghia, voleva almeno 500 euro a settimana». Ripagare il costo del viaggio, però, è praticamente impossibile. Al debito iniziale, che varia dai 30.000 ai 60.000 euro, si aggiunge il costo mensile (100/250 euro) della postazione su strada e l’affitto (200/500 euro) delle stanze in cui le ragazze dormono, anche in sei assieme.

Bambini drogati per alleviare il dolore fisico
Storie incredibili, che non toccano però solo il mondo della prostituzione femminile, ma anche quello dello sfruttamento maschile. Nell’ultimo anno, denuncia Save The Children, è impressionante il numero dei bambini non accompagnati provenienti soprattutto dall’Egitto. Uno degli “schiavi invisibili” arrivati in Italia è M. Ha solo tredici anni: «Sono stanco, la sera non riesco nemmeno a dormire da quanto sono stanco. Non voglio più lavorare così tanto, voglio vivere tranquillo e avere qualcuno che mi dice di andare a scuola. Io voglio studiare. Ho lavorato per 4 settimane dalle 7 del mattino all'1 di notte. Dormivo 3 ore, guadagnavo 150 euro alla settimana. Vorrei guadagnare almeno 200 euro da mandare a casa. Se potessi esprimere un desiderio vorrei fare lo chef e girare il mondo».

E, così come per gli altri casi, anche su M. grava il peso del debito contratto per l’organizzazione del viaggio: circa 3.000 euro, impossibili da ripagare: «I minori – racconta Carlotta Bellini - lavorano per 12 ore di fila pagati a circa 2-3 euro all’ora». Non solo: «Spesso i bambini sfruttati fanno lavori molto pesanti, per cui poi, per alleviare il dolore fisico, assumono farmaci antidolorifici, oppiacei, che creano dipendenza, facilmente reperibili anche perché costano molto meno delle sostanze stupefacenti pur avendo gli stessi effetti. Una cosa, peraltro, che abbiamo registrato anche sulle minori dell’Est che vengono proprio drogate proprio per far sì che le ragazze abbiano un atteggiamento di maggiore rilassatezza».

I ritardi del governo: manca la firma di Renzi per il Piano anti-tratta
Il 6 agosto 2013 il Parlamento delega al governo il compito di ricevere la direttiva europea sulla prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime. Una direttiva che risale al 5 aprile 2011. Insomma, ci sono voluti due anni prima che il Parlamento impegnasse l'esecutivo. Sono passati altri otto mesi prima della ratifica del governo, siglata con un decreto legislativo il 4 marzo 2014.

Tutto risolto? Niente affatto. Sebbene nel testo siano state apportate modifiche importanti soprattutto al codice penale (come la reclusione da 8 a 20 anni per chiunque si rende responsabile della tratta, sia che trasporti soltanto o che recluti o che infine ceda l’autorità sulla persona), è sul piano della prevenzione e del monitoraggio del fenomeno che ci sarebbe ancora molto da fare. L’articolo 7 del decreto assegna un ruolo centrale al Dipartimento delle Pari Opportunità, soprattutto nel coordinamento di «interventi di prevenzione sociale del fenomeno della tratta degli esseri umani e di assistenza delle relative vittime, nonché di programmazione delle risorse finanziarie in ordine ai programmi di assistenza ed integrazione sociale» e nel «monitoraggio posto in essere anche attraverso la raccolta di dati statistici».

Per realizzare tutto questo si prevede l’istituzione di un «Piano nazionale d'azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani». Ed ecco il punto. Quali i tempi? Lo si legge all’articolo 9: «Il Piano è adottato entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione». Considerando che il decreto è entrato in vigore il 4 marzo, siamo in ritardo di oltre due mesi. Del quale deve rendere conto anche Matteo Renzi, dato che il Piano diventerà operativo «previa delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro dell'interno nell'ambito delle rispettive competenze». Senza dimenticare - come L’Espresso ha già rilevato per un’altra questione delicata come il femminicidio - che Renzi, a differenza dei suoi predecessori, ha tenuto per sé la delega alle Pari Opportunità, cosa che contribuisce a rallentare l’iter e a frenare i ruoli operativi dello stesso Dipartimento (come denuncia anche Save The Children).

«Per l’ennesima volta – commenta Save The Children - registriamo spaventosi ritardi. Basti questo: noi curiamo questo dossier da anni e ogni anno chiediamo le stesse cose. Non solo. Abbiamo dato anche la nostra disponibilità a dare un supporto ma nessuno ci ha coinvolto, né ci ha dato una risposta. Vorremmo sapere quali sono le difficoltà, ma è praticamente impossibile saperlo».

Il Fondo? Insufficiente
Ammettiamo che a breve il Piano diventi funzionante. Per il 2014 sono stati assegnati in totale 5 milioni di euro che, secondo l’associazione umanitaria, sarebbero assolutamente insufficienti. «Considerato che dall’attuazione del decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, l’ammontare del Fondo non sembra essere adeguato e sufficiente a garantirne l’attuazione, se consideriamo che la previsione di risarcimento per ogni vittime di sfruttamento è di 1.500 euro». Visti i numeri, il fondo non basterebbe all’indennizzo nemmeno della metà delle persone coinvolte.

Insomma, il sistema così com’è oggi non funziona anche perché, sino ad ora, «sono state adottate solo soluzioni tampone senza un piano concreto, spesso in condizioni del tutto inaccettabili per un Paese civile come l’Italia. E allora ecco che i minori scappano. Se i minori vanno a lavorare ai mercati generali bisogna chiedersi anche il perché». Per creare un sistema ad hoc, Save The Children ha presentato anche una proposta di legge. Peccato che da tempo sia ferma in Commissione Affari Costituzionali.

l'Espresso
25 08 2014

La proposta di liberalizzare le droghe leggere lanciata dal grande scienziato dalle colonne del nostro giornale è stata accolta da critiche e consensi. Tra le voci contrarie, quelle della comunità di San Patrignano e di due docenti universitarie di tossicologia forense. Ma il radicale Cappato replica: "Alcool e tabacco sono più dannosi"

L’educazione è fatta anche di regole, quindi di divieti. A nostro avviso è giusto che lo Stato ponga dei paletti precisi senza abdicare al suo ruolo, abbandonando le famiglie sul fronte educativo». È forte e chiaro il no della Comunità di San Patrignano all’appello per la legalizzazione della marijuana lanciato l’8 agosto su “L’Espresso” da Umberto Veronesi.

L’articolo del grande scienziato, da decenni impegnato contro il proibizionismo, rinfocola le polemiche intorno alla liberalizzazione delle droghe leggere in Italia, mentre negli Stati Uniti continua a far discutere la clamorosa campagna intrapresa a fine luglio dal “New York Times” a favore della marijuana libera per chi ha almeno 21 anni, forte del sondaggio del Pew Research Center secondo cui il 54 per cento dei cittadini americani è favorevole. Tema in realtà molto controverso, anche negli Stati Uniti: se è vero, infatti, che a gennaio di quest’anno il Colorado e subito dopo lo Stato di Washington hanno autorizzato il consumo di cannabis ad uso “ricreativo”, la Casa Bianca ha duramente criticato la svolta antiproibizionista del quotidiano della Grande Mela.

Quanto all’Italia, uno dei cardini della tesi di Veronesi, che nell’appello sul nostro giornale sottolinea di essere «in quanto medico e padre oppositore convinto di tutte le droghe», è che bisogna passare da un’attività indiretta (vietare) a una diretta (educare).
«Lo Stato certamente può fare di più in merito alla prevenzione, ma non si ingannino le persone dicendo che in Italia questa attività non può essere effettuata a causa del proibizionismo», ribatte Antonio Boschini, responsabile terapeutico dell’organizzazione fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli, posizione condivisa dal comitato sociale che guida la comunità.

«I proibizionisti si buttano a capofitto nell’invocazione dello Stato come soggetto deputato a dare il buon esempio, o a non dare il cattivo messaggio della tolleranza nei confronti delle droghe: sempre di alcune, visto che l’alcol è pubblicizzato in ogni dove», replica Marco Cappato, capogruppo dei Radicali-federalisti europei al Comune di Milano, che da anni si batte per la legalizzazione della marijuana e delle altre droghe: «Questo modo di ragionare percorre la stessa strada che ha sempre portato allo Stato etico e al totalitarismo: la consegna alle istituzioni politiche, attraverso divieti e forze dell’ordine, della difesa del bene e della virtù».

Contro l’appello di Veronesi hanno preso carta e penna anche due scienziate: Elisabetta Bertol, ordinario di Tossicologia Forense all’Università di Firenze, e Donata Favretto, professore associato nella stessa disciplina all’ateneo di Padova, rispettivamente presidente e membro dell’Associazione scientifica Gruppo tossicologi forensi italiani. «Vogliamo liberalizzare totalmente la cannabis e le altre droghe? Decidiamo in tal modo di rischiare la vita o far salire i nostri figli su un treno, un pullman o una nave (ogni riferimento è voluto) condotti da personale che liberamente può essersi fatto una canna o un tiro di cocaina», scrivono le due docenti: «Ci vuole pensare il professor Veronesi alla ricaduta di questa totale “liberalizzazione” sulla sicurezza stradale? Gli effetti “piacevoli” di una “fumatina” di marijuana durano fino a due ore circa, ma gli effetti avversi, comportamentali e fisiologici, permangono fino a tre-cinque ore dopo l’uso».

Un argomento, quello della pericolosità della cannabis, che invece secondo gli antiproibizionisti non regge il confronto con altre sostanze. «Alcol e tabacco sono droghe più dannose da ogni punto di vista e secondo ogni parametro medico-scientifico», ribatte Cappato: «Ma sono liberalizzate senza che nessuno ne proponga seriamente la proibizione, al di fuori di regole ragionevoli e necessarie per impedire il consumo passivo e per disincentivare l’abuso, in particolare da parte dei minori. La guida in stato di ebbrezza da cannabis sarebbe certamente sanzionata anche in caso di legalizzazione, dunque non è un argomento. La realtà è che ogni prodotto che ingeriamo - alimento, bevanda, medicina, sostanza stupefacente - necessita di regole per consentire scelte libere, consapevoli e responsabili a seconda dei rischi. Se oggi esistono alcuni tipi di cannabis più potenti rispetto al passato, dipende dal fatto di aver lasciato alla criminalità organizzata il monopolio della produzione: se non verrà legalizzata, tra dieci anni la cannabis sarà ancora più potente».

Emanuele Coen

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