×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

Il Fatto Quotidiano
07 10 2014

Una lettera inviata da un avvocato che dice di aver visto Stefano Cucchi “gonfio e provato” prima dell’udienza di convalida del suo arresto. È la novità della seconda udienza del processo d’appello che per la morte del geometra romano arrestato per droga nell’ottobre 2009 e morto una settimana dopo nel reparto detentivo dell’ospedale romano Pertini. Sul banco degli imputati sei medici, tre infermieri e tre agenti della Polizia penitenziaria. Solo i medici furono condannati in primo grado; gli altri assolti. Alla scorsa udienza, però, il procuratore generale ha chiesto di ribaltare la sentenza e di condannare tutti gli imputati.

È stato l’avvocato di parte civile, Fabio Anselmo, a leggere in aula la lettera a lui inviata dopo il processo di primo grado da una collega che vide Cucchi fuori l’aula dell’udienza di convalida. Lei, l’avvocato Maria Tiso, vide Stefano arrivare in aula con “il volto, ed in particolare gli occhi, estremamente arrossato e gonfio” e con “un’aria molto provata“. “Stefano, nel dirigersi in aula, aveva difficoltà a camminare; appariva come irrigidito nella coordinazione della deambulazione e se non ricordo male, non sollevava del tutto i piedi da terra ma sembrava trascinarli in avanti ad ogni passo”, scrive l’avvocato. In pratica, secondo la parte civile (che nel processo resta solo per la posizione degli agenti, avendo ritirato la sua costituzione per medici e infermieri dopo aver concordato un risarcimento), aveva i segni di un pestaggio che, secondo l’avvocato Anselmo, “non preordinato ma d’impeto” subito prima dell’udienza di convalida e non, come sostiene il Pg Mario Remus, dopo quell’udienza. Entrambi, quindi, concordano con la tesi del “pestaggio”, ma non concordano sugli orari.

La certezza della parte civile è che Stefano “è morto di un dolore costante e crescente dovuto al pestaggio, è morto di tortura per le sofferenze che gli sono state inflitte – continua il legale – Dire che non è morto per le lesioni è ipocrita. Lui ormai non può dire chi è stato a pestarlo, dobbiamo dirlo noi. Pare come il gioco ‘lo schiaffo del soldato’, dove l’autore non viene scoperto ma rotea solo il dito”. L’avvocato di parte civile fa poi riferimento a Samura Yaya, il detenuto gambiano che ha detto di aver sentito il pestaggio, un racconto “che è un atto d’accusa formidabile nei confronti degli agenti: è figlio della disperazione il sospettare che la sua testimonianza sia stata fatta in cambio di benefici giudiziari che poi ha effettivamente ottenuto – ha concluso Anselmo - Samura è credibile, attendibile e genuino”. A fine ottobre la sentenza d’appello.

Com'è difficile denunciare di essere vittima

  • Lunedì, 29 Settembre 2014 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
È sbagliato dire che è la donna che se l'è cercata. Negli amori "malati" c'è un graduale adattamento alla violenza fisica, frutto del plagio e della manipolazione esercitati dal partner sulla compagna. Ecco perché lei non se ne va subito, a volte mai, e il numero di denunce resta basso.
Chiara Daina, Il Fatto Quotidiano ...
Non parla solo della sua vicenda, anche della vita carceraria. Svela alcuni misteri: "I pestaggi avvengono in isolamento" - denuncia l'uomo. " Dalla cella 24 si sentiva di tutto". L'eco delle urla di dolore e di sofferenza di chi è sottoposto a una vera e propria tortura rimbomba nelle stanze dei detenuti, pronto a rispondere rumoreggiante con il tintinnio delle sbarre. Basta una parola di troppo o un mancato saluto per scatenare l'ira furente di qualche frustrato in divisa. ...

Il Fatto Quotidiano
01 09 2014

Al Foro de Buenos Aires por la Justicia, la Concordia y la Libertad si sono riuniti avvocati e figli di generali ed ex-militari che hanno governato Argentina, Cile, Perù, Colombia, Uruguay e Venezuela. Per invocare il "perdono reciproco" tra chi ha commesso crimini contro l'umanità e le loro vittime e chiedere addirittura un'"amnistia pacificatrice"

di Adele Lapertosa 

“Siamo vittime, discriminati e perseguitati come gli ebrei della Germania nazista, i cristiani dell’Iraq, gli schiavi del socialismo del 21esimo secolo”: a dirlo non i profughi siriani, gli ucraini o i palestinesi, ma gli avvocati e i figli di dittatori, generali ed ex-militari di Argentina, Cile, Perù, Colombia, Uruguay e Venezuela che si sono incontrati qualche giorno fa a Buenos Aires durante il Foro de Buenos Aires por la Justicia, la Concordia y la Libertad, organizzato dall’Associazione degli avvocati per la giustizia e la concordia. In quello che sembra un racconto da fantapolitica o un brutto sogno, i legali di gente come il dittatore argentino Jorge Videla hanno parlato della necessità di “un perdono reciproco” tra i loro assistiti e chi ne ha subito la repressione, in quanto tutti vittime, chiedendo “un’amnistia pacificatrice” e ventilando minacce nel caso di ulteriori condanne. Attualmente, secondo le cifre comunicate durante l’incontro, in Argentina sono 1.600 gli uomini di forze armate e sicurezza e i civili processati o condannati, pari al “3 per cento delle forze impiegate dalla nazione per affrontare la guerriglia”.

L’età media dei condannati è di 72,4 anni e il 70% ne aveva circa 25 quando ha commesso i crimini per i quali è stato processato o condannato. A cercare di far passare l’idea che la loro condizione di vita sarebbe ”penosa” ci ha provato Ricardo Saint Jean, figlio di Ibérico Saint Jean, governatore di Buenos Aires tra il 1976 e il 1981, famoso per aver illustrato in modo molto chiaro, nel 1977, la ‘filosofia’ di Videla: “Prima uccideremo tutti i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, poi quelli che rimangono indifferenti e alla fine i timidi”. Morì nel 2012 a 90 anni, mentre era in corso il processo a suo carico con l’accusa di crimini contro l’umanità, prima di essere condannato. Evidentemente ispirato dal dettame paterno, Ricardo Saint Jean ha avuto anche un pensiero per coloro che hanno sottratto i figli nati dai desaparecidos durante la prigionia, rammaricandosi che “due leggi e le amnistie non siano state sufficienti” ad aiutarli e dicendo che “non avremmo dovuto lasciarli soli. E’ ora di serrare le fila e non solo tra di noi”.

Secondo Saint Jean servono strutture “compassionevoli che lavorino in silenzio per la riconciliazione. Abbiamo bisogno che ci sia la Chiesa, perché il suo silenzio ci turba”. Davanti ad un pubblico di almeno trecento persone, si sono succeduti anche altri avvocati di questa classe politica che ha seminato il terrore in Sudamerica nel passato. Come Miguel Langón Cuñarro, avvocato uruguayano, che ha rivendicato “i diritti umani” per difendere i suoi assistiti, processati e detenuti, e “mostrare chi sono veramente coloro che hanno violato i processi”, paragonando quelli per crimini contro l’umanità all’Inquisizione della Chiesa. Per Alberto Rodriguez Varela, avvocato di Videla, invece, è arrivato il momento di “firmare la pace”, rimarcando come persone come Jaime Smart, condannato per crimini contro l’umanità in quanto giudice del Tribunale dei militanti politici durante la dittatura dell’argentino Alejandro Agustín Lanusse, “pur avendo offerto le garanzie costituzionali ai processati di quel tribunale, che frenò l’avanzata della guerriglia, si trovi ora paradossalmente privato della sua libertà”. Insomma, è venuto il momento “di fermare questo circolo di odio e arrivare ad una vera pacificazione nazionale”.

Secondo Rodriguez Varela certo non aiuta in tal senso “l’aberrazione giuridica di applicare retroattivamente la norma dell’imprescrittibilità a questi reati, visto che tutti quelli di cui sono accusati i militari sono ormai prescritti”.

Il "profeta del condom", come lui stesso si definisce, avrebbe ripreso numerosi incontri con due ragazzi minorenni che successivamente avrebbe convinto a incontrare altri uomini per denaro. ...

facebook