La cultura di pace oggi è minoritaria

  • Mercoledì, 18 Novembre 2015 12:30 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
PacifismoGuido Viale, Il Manifesto
18 novembre 2015

La guerra non è fatta solo di armi, eserciti, fronti, distruzione o morte. Comporta anche militarizzazione della società, sospensione dello stato di diritto, cambio radicale di abitudini, milioni di profughi, comparsa di "quinte colonne" e, viva iddio, migliaia di disertori e disfattisti, amici della pace. ...

Prima ti armo, poi ti combatto

  • Lunedì, 16 Novembre 2015 11:48 ,
  • Pubblicato in Dossier

War is businessTiziana Barillà, Left
14 novembre 2015

Spendiamo un miliardo e 200 milioni di euro per le missioni internazionali. E intanto vendiamo armamenti in giro per il mondo. Anche a quei Paesi che poi andiamo a combattere. ...

Droni, l'Italia può armarli e ha già alcuni piloti addestrati

  • Giovedì, 05 Novembre 2015 11:26 ,
  • Pubblicato in LETTERA 43
Lettera 43
05 11 2015

Il governo degli Stati Uniti ha dato il suo ok: dopo la Gran Bretagna, l'Italia è il secondo Paese autorizzato dagli Usa ad armare i droni prodotti dalla General Atomics Aeronautical Systems, modello MQ-9 Reaper.
Velivoli senza pilota dotati di un motore da 950 cavalli, che potranno essere equipaggiati con missili air-to-ground, bombe a guida laser e altre munizioni.

ARMAMENTO DEL VALORE DI 129 MILIONI. Secondo la Reuters, che ha anticipato la notizia poi confermata dal ministero della Difesa italiano, l'autorizzazione riguarda l'armamento per due droni, per un valore complessivo di 129,6 milioni di dollari.
Armare i droni è possibile solo con licenza americana: il Pentagono ha così soddisfatto una richiesta arrivata da Roma nel 2011.

Ma per che tipo di missioni potranno essere utilizzati? E in quale dei tanti scenari di guerra aperti sullo scacchiere internazionale?
Attualmente sono tre le missioni in cui l'Italia utilizza gli aerei senza pilota con funzioni di ricognizione e sorveglianza: in Iraq, nell'ambito della coalizione di contrasto all'Isis. E nelle due missioni nel Mediterraneo, quella nazionale Mare sicuro e quella europea antiscafisti EunavforMed. In passato, i droni erano stati impiegati anche in Afghanistan e a Gibuti.

IN SIRIA O IN IRAQ. Il generale Leonardo Tricarico spiega a Lettera43.it: «Questi droni possono essere equipaggiati con missili Agm-88 Hellfire e sono in grado di colpire qualsiasi obiettivo. In Siria oppure in Iraq, dove sono già presenti con funzioni di sorveglianza, potrebbero colpire i campi d'addestramento e i pozzi di petrolio in mano all'Isis».
L'autorizzazione fornita dal Pentagono, del resto, è generica.
Nel senso che non è riferita a una missione all'estero in particolare.

IPOTESI LIBIA? DIFFICILE. L'ipotesi che i due droni armati possano essere usati anche per colpire in Libia le basi dei trafficanti di esseri umani, tuttavia, non convince il generale Tricarico: «Un'eventualità del genere potrebbe verificarsi soltanto se l'Onu acconsentisse a far passare la missione EunavforMed alla cosiddetta fase 3, ma allo stato attuale mi sembra difficile».
Agli occhi del generale, non c'è nessuno che in questo momento si stia spendendo «con la dovuta energia» per promuovere la necessaria risoluzione del Consiglio di sicurezza.
Anche perché la comunità internazionale, in Libia, continua a ricercare la via di un dialogo che appare sempre più complicato.

ACCORDO ANCORA LONTANO. Il successore di Bernardino Leon, il tedesco Martin Kobler, è stato confermato nel ruolo di nuovo inviato delle Nazioni unite. Il passaggio di consegne è previsto a novembre, ma per il generale Tricarico «un accordo tra le fazioni libiche è ancora molto lontano, addirittura in alto mare».
In questo contesto l'intervento militare, anche con il solo impiego di velivoli armati senza pilota, non appare praticabile.
«A meno che», aggiunge Tricarico, «a prescindere dal raggiungimento di un accordo tra i rappresentanti politici delle fazioni libiche, non si decida di forzare la mano. Ma mi sembra molto improbabile».

EUNAVFORMED UNO SPRECO DI RISORSE. Nel Mediterraneo lo scenario più verosimile, con o senza droni armati italiani, resterà quello 'dominato' dalla missione EunavforMed: «Una missione che fatta così non ha alcun senso e che continua a consumare inutilmente milioni di euro», è il severo giudizio del generale Tricarico.
D'altra parte, prima che i droni siano effettivamente operativi con la nuova dotazione missilistica, dovrà passare qualche mese.
E dell'altro tempo è necessario agli equipaggi dell'Aeronautica, che devono imparare a pilotarli con il controllo remoto.

PERSONALE GIÀ ADDESTRATO. Anche se, rivela il generale Tricarico, «il personale militare italiano dispone già di alcune unità di livello Top gun», il più alto e maggiormente specializzato nel manovrare i droni.
Un piccolissimo drappello, composto da meno di 10 persone. Che al riparo da occhi indiscreti, assicura il generale, hanno già imparato a usare le nuove armi.

Davide Gangale

Un porto d'armi non si nega a nessuno

  • Domenica, 01 Novembre 2015 21:30 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
PistolaStefano Santachiara, Left
31 ottobre 2015

Un porto d'armi non si nega a nessuno neppure ai denunciati per stalking e a pregiudicati per molestie sessuali. I casi limite sono paradigmatici delle falle nel meccanismo di diffusione di pistole e fucili, acquistabili in armeria o su internet. ...

L'Italia è il primo paese in Europa a vendere armi alla Siria

  • Lunedì, 07 Settembre 2015 09:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Wired 
07 09 2015

Dal 2001 il regime di Assad ha acquistato da noi quasi 17 milioni di euro di armamenti, tra cui i visori per i carri armati. L'inchiesta di Wired Italia

L'Italia è il primo paese in Europa a vendere armi alla Siria
Dal 2001 il regime di Assad ha acquistato da noi quasi 17 milioni di euro di armamenti, tra cui i visori per i carri armati. L'inchiesta di Wired Italia
04 settembre 2013 di Davide Mancino
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controverse internazionali." Facile a dirsi, lo prevede la Costituzione – articolo 11. Ma la realtà è molto diversa: basta guardare in Siria. Secondo i documenti ufficiali dell'Unione Europea e i dati resi disponibili dal Campaign Against Arms Trade (Caat), l' Italia è il primo partner europeo per le spese militari del regime di Assad. Dal 2001 la Siria ha acquistato in licenza armi nel vecchio continente per 27 milioni e 700mila euro. Di questi, quasi 17 arrivano dal nostro Paese.

Il Regno Unito, al secondo posto, supera appena i due milioni e mezzo; segue l' Austria che ha fornito veicoli terrestri per altri due milioni, poi Francia e Germania, e infine Grecia e Repubblica Ceca, con poco più di un milione di euro. Dai dati ufficiali si scopre che Parigi e Atene hanno ceduto soprattutto aerei e droni, mentre mancano all'appello armi per altri cinque milioni di euro, non dichiarate.

E l' Italia, invece, cosa ha venduto esattamente? Non sappiamo con precisione quali armi abbiamo esportato, ma qualche indizio ci viene dalla Rete, guardando uno dei tanti video in cui si vedono carri armati siriani fare fuoco – anche sui civili. In quei fotogrammi si distingue il sistema Turms: un visore termico e laser che consente ai carri di sparare con altissima precisione anche in movimento, commercializzato da Selex Es. Ovvero un'impresa del gruppo Finmeccanica – a partecipazione pubblica – firmataria nel 1998 di una mega-commessa da 229 milioni di dollari durante i governi Prodi-D'Alema.

Equipaggiamenti che non sono stati certo fermi: nel 2003 – con Silvio Berlusconi in carica – le consegne raggiungono il loro picco, per poi proseguire fino al 2009. Nel mezzo, però, c'è l' invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti. Proprio nel 2003, dopo un'inchiesta del Los Angelese Times, il segretario alla difesa Donald Rumsfeld accusava il regime di Assad di aver fornito armi a Saddam Hussein aggirando l'embargo militare imposto all'Iraq. Gli equipaggiamenti forniti da Damasco sarebbero visori per il puntamento notturno dei carri armati: proprio come quelli venduti dal nostro Paese.

Il dubbio, che successive indagini non hanno mai confermato né smentito, è che a beneficiare dei sistemi prodotti da Selex sia stato proprio l' esercito iracheno. Non proprio un colpo di genio per la politica estera italiana, chiamata poco più avanti a partecipare alla stabilizzazione del Paese con un proprio contingente.

La storia continua fino ai giorni nostri, quando la guerra civile sconvolge la Siria e spinge Assad a schierare il proprio esercito. I carri armati che sparano sui ribelli – ma anche su semplici civili – hanno la mira più accurata, una precisione garantita dalla migliore tecnologia italiana.

Ma la Siria non è quasi più una nazione che possa definirsi tale: il livello del conflitto è tale che persino l'esercito non ha più il controllo delle proprie armi. Anche i ribelli sono entrati in possesso di carri armati catturati o consegnati da ufficiali disertori, in un crescendo che rende la possibilità (o la necessità) di un intervento militare straniero sempre più incerta e confusa.

Abbiamo ricostruito la storia delle vendite di armi italiane in Siria in una visualizzazione interattiva che vi proponiamo qui di seguito. Per andare avanti nella lettura basta cliccare sulla freccia a destra sulla vostra tastiera oppure a schermo. Per un risultato migliore vi consigliamo di ingrandire la finestra a schermo intero.

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