Usa, perché le armi da fuoco fanno strage di bambini neri

  • Mercoledì, 18 Marzo 2015 09:53 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Elena Molinari, Avvenire
18 marzo 2015

Il bambino era stato colpito sei volte, due al petto. Era agosto, e Antonio, di nove anni, era corso fuori dal'appartamento soffocante di Grand Crossing, a Chicago, arrabbiato perché la madre gli aveva negato i soldi per un gelato. Pochi minuti dopo, il membro di una gang del South side lo aveva scambiato per la sentinella di una banda rivale. E lo aveva freddato. La scena aveva attirato alcuni curiosi, più che altro perché si trovava a pochi metri da due stazioni di benzina e lungo una strada principale. ...
Perdita identitàEmma Sulkowicz è diventata una figura nota nel campus della Columbia University. Per mesi gli studenti l'hanno vista camminare con un materasso legato sulla schiena: una protesta, per denunciare uno stupro e l'omertà delle autorità accademiche. Il caso Sulkowicz ha ricevuto l'appoggio di associazioni femminili e della senatrice di New York, Kirsten Gillibrand. Ora la sua vicenda rischia di servire un'altra causa: la campagna per consentire di girare armati nelle università
Federico Rampini, la Repubblica ...

Armi e terrorismo, le colpe dell'Occidente

  • Lunedì, 16 Febbraio 2015 17:44 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza

Marco OmizzoloRoberto Lessio, Zeroviolenza
17 febbraio 2015

Il traffico di armi nel mondo non conosce crisi. Secondo il nuovo rapporto Trends in international arms transfers dell'Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), il traffico internazionale di armi è cresciuto del 14% nel quinquennio 2009-2013. Armi che servono per uccidere, massacrare civili, a volte profughi in fuga da dittature come quella eritrea, povertà, mutamenti climatici. Ogni giorno nel mondo più di mille persone vengono uccise con armi convenzionali, mentre 300 mila bambini vengono coinvolti in vari conflitti, trasformati in soldati e violentati.

Angeli con la pistola, babykiller made in Usa

Armare la mano di un uomo significa predisporlo alla violenza e avvalorare il principio per cui, al di là di una giustizia sociale, esiste un diritto individuale di definire con un arbitrio il torto ricevuto, quale che sia l'origine.
Marco Stramucci, Cronache del Garantista ...
Il Manifesto
01 08 2014

Israele. Intervista all'economista israeliano Shir Hever: "L'esercito detta le scelte del governo, ma manca una strategia di lungo periodo. Come ogni impero, anche Tel Aviv è vicino alla fine"

Nes­suna tre­gua, l’offensiva con­ti­nua. L’industria bel­lica israe­liana pub­blica e pri­vata ha già scal­dato i motori: la nuova san­gui­nosa ope­ra­zione con­tro Gaza por­terà con sé un’impennata delle ven­dite di armi. Suc­cesse con Piombo Fuso e con Colonna di Difesa. Alcune aziende fir­mano già con­tratti milio­nari. Come sem­pre, Israele prima testa e poi vende. Ne abbiamo par­lato con Shir Hever, eco­no­mi­sta israe­liano e esperto degli aspetti eco­no­mici dell’occupazione.

Israele è uno dei primi espor­ta­tori di armi nel mondo. Dopo l’operazione del 2012, le ven­dite toc­ca­rono i 7 miliardi di dol­lari. Sarà lo stesso per Mar­gine Protettivo?

L’industria mili­tare israe­liana è uno dei set­tori più signi­fi­ca­tivi, il 3,5% del Pil a cui va aggiunto un altro 2% di ven­dite interne. Israele non è il più grande espor­ta­tore di armi al mondo, ma è il primo in ter­mini di numero di armi ven­dute per cit­ta­dino, pro­ca­pite. L’industria mili­tare ha un’enorme influenza sulle scelte gover­na­tive. Dopo ogni attacco con­tro Gaza, si orga­niz­zano fiere durante le quali le com­pa­gnie pri­vate e pub­bli­che pre­sen­tano i pro­dotti uti­liz­zati e testati sulla popo­la­zione gazawi. Gli acqui­renti si fidano per­ché hanno dimo­strato la loro effi­ca­cia. Anche que­sta guerra aumen­terà signi­fi­ca­ti­va­mente i pro­fitti dell’industria mili­tare. Basti pen­sare che pochi giorni fa l’Industria Aero­spa­ziale Israe­liana ha lan­ciato un appello agli inve­sti­tori pri­vati per la pro­du­zione di una nuova bomba. Hanno già rac­colto 150 milioni di dol­lari, 100mila per ogni pale­sti­nese ucciso: si ini­zia a ven­dere ad ope­ra­zione ancora in corso.

Se l’industria mili­tare cre­sce, quella civile però subi­sce con­si­stenti perdite.

I costi civili dell’attacco sono tre. Primo, quelli pagati dal sistema pub­blico: l’aumento del bud­get per l’esercito va a spese dei ser­vizi pub­blici. Ogni attacco pro­duce sem­pre tagli all’educazione, la salute, i tra­sporti. Prima che que­sto round di vio­lenza comin­ciasse, fazioni poli­ti­che di cen­tro hanno ten­tato di tagliare il bud­get dell’esercito a favore dei ser­vizi sociali. E guarda caso, poco tempo dopo è par­tita l’operazione, per l’enorme influenza che il sistema mili­tare ha sulle poli­ti­che del governo. A ciò si aggiun­gono i costi diretti e indi­retti all’economia civile. I mis­sili hanno dan­neg­giato pro­prietà e le per­sone hanno paura ad andare al lavoro, nume­rose fab­bri­che hanno sospeso le atti­vità e le aziende agri­cole sono ferme. E, infine, i costi indi­retti, come quelli al set­tore turi­stico. Molte com­pa­gnie avreb­bero dovuto ospi­tare dele­ga­zioni di impren­di­tori stra­nieri che hanno can­cel­lato le visite e sono andati a fare affari in altri paesi.

Gaza è un mer­cato pri­gio­niero, costretto all’acquisto di pro­dotti israe­liani. L’offensiva dan­neg­gia chi vende nella Striscia?

In realtà no. Gaza è sì un mer­cato pri­gio­niero, ma garan­tiva molti più pro­fitti prima dell’inizio dell’assedio nel 2007. Prima dell’embargo era molto più facile per le com­pa­gnie israe­liane inviare i pro­pri pro­dotti nei super­mer­cati di Gaza e sfrut­tare mano­do­pera a basso costo. Se l’assedio venisse allen­tato, l’economia israe­liana ne gio­ve­rebbe per­ché potrebbe sfrut­tare ancora di più un milione e 800mila per­sone, una comu­nità che non può pro­durre abba­stanza ma che consuma.

Que­sto nuovo attacco potrebbe invece raf­for­zare la cam­pa­gna di boicottaggio?

C’è stato un incre­mento signi­fi­ca­tivo della cam­pa­gna BDS nel mondo e lo si per­ce­pi­sce dalle rea­zioni di certi poli­tici. Il mini­stro dell’Economia, il colono Naf­tali Ben­nett, cerca di incre­men­tare gli scambi com­mer­ciali con Cina, Giap­pone, India, e libe­rarsi dalla dipen­denza dall’Europa, dove il boi­cot­tag­gio attec­chi­sce di più. Eppure due giorni fa l’Istituto Israe­liano di Sta­ti­stica ha regi­strato un calo signi­fi­ca­tivo del valore delle espor­ta­zioni, prima che que­sta ope­ra­zione comin­ciasse: all’inizio del 2014, il valore è calato del 7% e del 10% verso i paesi asia­tici. Molte com­pa­gnie espor­ta­trici hanno chie­sto un mee­ting d’emergenza del governo per trat­tare que­sta crisi.

Molti riten­gono che que­sto attacco sia dovuto anche al con­trollo delle risorse ener­ge­ti­che lungo la costa di Gaza.

Non credo che ci sia un col­le­ga­mento diretto: Israele ha già comin­ciato a sfrut­tare i pro­pri gia­ci­menti e fir­mato accordi di ven­dita con Tur­chia, Cipro e Gre­cia. Se un giorno i pale­sti­nesi saranno in grado di sfrut­tare il pro­prio gas, non tro­ve­ranno mer­cato per­ché Israele si sarà acca­par­rato l’area medi­ter­ra­nea e sarà capace di ven­dere a prezzi infe­riori. Il mondo, che in que­sti giorni assi­ste a mas­sa­cri e distru­zione di infra­strut­ture, non imma­gina nean­che il momento in cui i pale­sti­nesi potranno svi­lup­pare la pro­pria eco­no­mia interna.

Da fuori sem­bra che il governo israe­liano non abbia in mente una stra­te­gia di lungo periodo, ma tenti di man­te­nere lo sta­tus quo dell’occupazione.

È così. L’attuale governo non ha una stra­te­gia poli­tica, cam­mina in una strada senza uscita. Sa che Abu Mazen è l’unico con cui nego­ziare, ma allo stesso tempo ne mina la legit­ti­mità. Nella sto­ria tutti gli imperi hanno finito per ragio­nare solo nel breve periodo, per poi col­las­sare. Dalla Seconda Inti­fada la poli­tica non è quella di porre fine al “con­flitto” ma di gestirlo. Molti israe­liani pen­sano che non ci sia futuro e si spo­stano verso destra. Il livello di raz­zi­smo e vio­lenza attuale è ter­ri­bile, ma allo stesso è segno di estrema debo­lezza. Que­sto mi regala un po’ di speranza.

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