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Se l'ospedale psichiatrico diventa teatro

  • Venerdì, 19 Giugno 2015 08:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Sette - Corriere della Sera
19 06 2015

La fabbrica delle idee. Così, tempo fa, gli abitanti di Racconigi (Cn) avevano soprannominato l`ospedale psichiatrico: un`espressione frutto dell`ironia popolare, talvolta un po` crudele, forse nata per esorcizzare il disorientamento generato dal diverso e i fantasmi che abitavano la mente di chi qui era rinchiuso.

Ora il parco di questo luogo dal forte impatto emotivo, in disuso dal 1981 in seguito alla legge Basaglia, ospita il festival teatrale La fabbrica delle idee che dall`ex manicomio prende il nome, ribaltandone però l`originaria accezione dispregiativa, a sottolineare invece la potenza creativa del pensiero. ...

There is no country called Palestine

  • Mercoledì, 10 Giugno 2015 08:09 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lavoro culturale
10 06 2015

Il festival del cinema arabo contemporaneo Yalla Shebab, che si terrà a Lecce dal 12 al 15 giugno, è dedicato al cinema e alla cultura palestinese.


Perché in Italia c’è ancora bisogno di ricordare che la cultura palestinese non solo resiste, ma vive, e ha molto da far vedere al mondo in termini di produzioni filmiche, letterarie e artistiche di altissimo livello.
There is no country called Palestine: è stata più o meno questa la motivazione che ha dato l’Academy Awards nel 2003 nel rifiutare la candidatura agli Oscar di Divine Intervention, film dell’eclettico regista palestinese Elia Suleiman. Qualcosa però dev’essere cambiato se, a qualche anno di distanza, Paradise Now e Omar, entrambi firmati dal palestinese Hany Abu Assad, hanno concorso per l’assegnazione dell’Oscar. Tuttavia rimane ancora evidente come la mancanza di riconoscimento internazionale della Palestina generi un cortocircuito per cui, al di là delle rilevanti e pesanti conseguenze politiche, anche l’immagine culturale ne viene indebolita e offuscata.

La comunità palestinese, dalla fine del protettorato britannico e la nascita dello stato di Israele nel 1948, si è dovuta confrontare con le offensive politiche israeliane che, oltre a praticare l’espropriazione del territorio, hanno anche lavorato in direzione di una negazione, distruzione e cancellazione dell’identità e della memoria palestinese, che ne è rimasta schiacciata, nascosta e marginalizzata. Nel 1969, l’allora primo ministro Golda Meier affermava senza remore che «There were no such things as Palestinians. They did not exist». Al di là del contesto storico in cui questa frase è stata pronunciata, è ancora purtroppo una citazione che continua ad essere simbolica dell’atteggiamento del governo israeliano e di una certa comunità politica internazionale nei confronti dei palestinesi.

Si è detto in passato che i palestinesi non esistevano, ora che non è più questo il terreno di battaglia essi continuano tuttavia a non essere riconosciuti, e se pure qualche istituzione internazionale muove dei passi per accettare e promuovere il loro riconoscimento, continua a non essere chiaro, o forse drammaticamente troppo chiaro, qual è il loro territorio. La geografia dell’occupazione ci parla di una terra, quella della cosiddetta Palestina storica, sempre più erosa, rimpicciolita e balcanizzata, con una popolazione di conseguenza sempre più frammentaria e frammentata, che dal 1948 ad oggi è soggetta ad una dispersione costante, dentro e fuori i confini della regione araba.

Sembra doveroso allora chiedersi ancora una volta: cos’è la Palestina, e dov’è la Palestina? Non solo geograficamente infatti, ma anche politicamente sembra sempre meno identificabile, tesa verso nessuna direzione, imbrigliata in una rete di rapporti di potere che la confinano in una sorta di immobilismo che negli anni non ha causato nulla se non la degenerazione della situazione politica interna. Non solo: al di là dei picchi di attenzione mediatica che purtroppo la Palestina guadagna ad intervalli periodici, tristemente contraddistinti dalla violenza degli attacchi israeliani su Gaza, sui principali media mainstream internazionali le voci della società civile palestinese faticano ad uscir fuori.

Interrompere questo processo di oblio e disinformazione culturale è allora una pratica che ci deve vedere tutti impegnati in quella che potremmo chiamare una “decolonizzazione della storia e della narrazione della Palestina”. Una decolonizzazione che riparta sì da una rilettura della storia, ma soprattutto delle storie dei palestinesi, rimettendo al centro le loro istanze politiche e culturali.

Film come Suspended Time, una raccolta di cortometraggi di nove film-maker e artisti palestinesi che riflettono sulle conseguenze degli Accordi di Oslo del 1993 sulle vite dei palestinesi e il loro dover interagire con spazi sempre più confinati, non solo fisicamente ma anche mentalmente, o esperimenti come il recente The Wanted 18, film di animazione che, attraverso un intelligente e ironico mix con disegni e interviste, ricostruisce la storia, tristemente vera, della caccia dell’esercito israeliano alle 18 mucche del villaggio palestinese di Beit Sahour, la cui produzione autonoma di latte venne dichiarata “minaccia alla sicurezza nazionale di Israele”, testimoniano come, nonostante la stratificata e paradigmatica operazione di isolamento alla quale i palestinesi sono sottoposti, la soggettività palestinese esiste e resiste.

I palestinesi continuano a confrontarsi con l’occupazione coloniale e con l’esperienza dell’esilio in molti modi, ricostruendo società, creando visibilità, mobilitando movimenti globali, ma soprattutto proponendo una narrazione di sé e della propria storia che parte dall’interno, e che attraverso diversi linguaggi e multiple prospettive, prova a ribaltare la condizione di marginalizzazione e subalternità.

Nel 1984 il famoso saggista e intellettuale palestinese Edward W. Said scrisse a proposito della sua comunità che, tra tutti i diritti che le erano stati sottratti, uno estremamente importante era il permission to narrate, il diritto di auto-narrarsi. Questo diritto al racconto, inteso come pratica che è contemporaneamente culturale e politica, si sta trasformando negli ultimi anni e manifestando come una delle missioni più importanti che la comunità sta portando avanti: una forma di resistenza attraverso la cultura, che con il suo potenziale trasformativo cerca di combattere l’oblio storico e di creare allo stesso tempo un nuovo punto di partenza per l’immaginazione di un nuovo futuro e di nuovi scenari creativi, etici e politici.

È in quest’ottica che si inserisce l’idea di dedicare alla Palestina la quarta edizione dello Yalla Shebab Film Festival, il festival italiano dedicato al cinema arabo contemporaneo che si svolgerà a Lecce dal 12 al 15 giugno. Dalla mostra fotografica tratta dal libro di testi e immagini KEEP YOUR EYE ON THE WALL. Palestinian Landscapes, in cui sette fotografi – sei palestinesi e un tedesco – si sono interrogati, e hanno interrogato a loro volta, il muro di separazione israeliano in Cisgiordania, ai lungometraggi e cortometraggi più premiati nei festival cinematografici internazionali, dalla letteratura palestinese senza dimenticare l’attualità, l’edizione “palestinese” di Yalla Shebab intende essere un tributo alla vivacissima produzione culturale made in Palestine. Ma vuole anche far conoscere punti di vista, sguardi e voci, forse poco noti al pubblico italiano, che aiutino a ripensare la Palestina, restituendole l’attenzione e la riflessione che merita e reclama.


Yalla Shebab Film Festival, speciale Palestina//Visioni oltre il muro si svolgerà dal 12 al 15 giugno ai Cineporti di Puglia/Lecce e Manifatture Knos, in via di Vecchia Frigole 36 (Lecce). Tutte le proiezioni e gli eventi sono gratuiti.

21 anni senza Massimo Troisi

Corriere della Sera
04 06 2015

Il 4 giugno 1994, a quarantuno anni, muore a Roma Massimo Troisi per un fatale attacco cardiaco, conseguente a febbri reumatiche di cui soffriva sin dall’età di dodici anni.

E’ stato un attore, regista e sceneggiatore italiano, ricordato soprattutto per essere stato l’esponente della nuova comicità napoletana (portata alla ribalta dal gruppo teatrale La Smorfia nella seconda metà degli anni settanta), assieme a Lello Arena ed Enzo Decaro.

Gaza, la stanza chiusa

Il 19 novembre del 2013 Nidaa Badwan ha chiuso la porta della camera e non è più uscita per quattordici mesi. Il giorno prima i miliziani di Hamas l'avevano fermata mentre aiutava un gruppo di giovani a preparare una mostra. [...] Non ha lasciato la stanza neppure durante i cinquanta giorni di guerra tra Israele e Hamas l'estate scorsa. La famiglia è scappata da questo villaggio nella parte centrale della Striscia e si è rifugiata verso la città di Gaza. La ragazza, 28 anni, è rimasta sotto i bombardamenti. [...]
Davide Frattini, Corriere della Sera ...

Il Fatto Quotidiano
28 05 2015

“Ora vi è un bosco, dove una volta vi erano i templi, i teatri, il foro”, scriveva nel XVI secolo Berardino Rota, feudatario di Frignano. Da allora l’area archeologica di Paestum è stata indagata, musealizzata, seppure escludendone delle parti.

Proprio come accaduto per il santuario extra urbano di Afrodite, su un lato della Sp. 276, poco aldilà del parco archeologico.
Si vede poco delle strutture antiche sulle quali nel 1908 la Cirio ha costruito uno stabilimento. A quell’irragionevole obliterazione nel 2005 la Soprintendenza archeologica ha posto rimedio. Rientrando in possesso dell’immobile. L’idea di procedere ad indagini archeologiche che permettessero di riscoprire il settore ancora ignoto del santuario, il primo step di un articolato progetto che prevedeva il riutilizzo degli spazi dell’ex stabilimento per un Museo. Sembrava un nuovo inizio. Così non è stato.

I fabbricati industriali in condizioni sempre più precarie, con la vegetazione che ha ricoperto gli spazi circostanti, utilizzati come discarica. Lo racconta in ‘La Città di Salerno’, Angela Sabetta che si era occupata della questione già nel giugno 2012. “Procederò con una denuncia, chiederò al sindaco Voza di avviare gli accertamenti per risalire ai responsabili dell’abbandono dei rifiuti”, sostiene Marina Cipriani, direttrice del Museo Nazionale e del Parco Archeologico. Insomma degrado e abbandono non sono un problema recente.

I più di 3 milioni di euro messi a disposizione dalla Regione Campania nell’ambito del POR-Progetti Integrati “Grande attrattore Paestum-Velia” per “Acquisizione, scavo e allestimento ex Cirio”, non hanno prodotto alcun risultato. A parte l’acquisto del complesso industriale. Del “progetto di recupero dell’immobile moderno per destinarlo a sede museale di esposizione delle necropoli e dei materiali del territorio di Paestum ed a sede di servizi connessi con il Parco archeologico” nessuna traccia. Le indagini archeologiche avviate nel 1984 e protrattesi fino al 1985, tutt’altro che concluse.

paestumUn progetto che, nello Studio di fattibilità del 2000-2001, prevedeva un impegno anche maggiore. Più di 9 miliardi di lire dei quali 2,745 circa per l’“Acquisizione edifici e aree industriali e demolizioni edifici”, 1,2 per “scavo archeologico, restauro e musealizzazione” e 3,485 per “ristrutturazione, allestimento museale e sistemazioni esterne”. Bocciate queste misure, ci si è “accontentati” degli oltre 3milioni di euro. Così nell’agosto 2013 si è siglato un protocollo d’intesa tra il Comune di Capaccio e la Soprintendenza per i Beni archeologici di Salerno, che assegnava all’organo di tutela il compito di progettare e realizzare gli interventi relativi alla rifunzionalizzazione dell’ex Cirio.

Che intanto continua ad essere anche un’area di sosta comunale, inutilizzata. In attesa che si realizzi, con 4,5 milioni di euro di fondi comunali il sottopasso ferroviario per collegare parcheggio e città antica. Opera autorizzata dalla Soprintendenza ma avversata da Legambiente. Il prossimo 27 maggio la mobilitazione promossa dalla testata “Voce di strada”, alla quale ha aderito anche il Comune, permetterà di liberare dalle sterpaglie l’area archeologica. Per tutto il resto ancora in sospeso non resta che aspettare.

“Finalmente, incerti, se camminavamo su rocce o su macerie, potemmo riconoscere alcuni massi oblunghi e squadrati, come templi sopravvissuti e memorie di una città una volta magnifica”. Così appariva Paestum a Goethe, nel 1787. Non è cambiato poi molto da allora.

Manlio Lilli

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