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Judith Malina, il corpo della rivoluzione

  • Martedì, 14 Aprile 2015 14:17 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache del garantista
14 04 2015

Judith Malina è uscita di scena non come avrebbe meritato, con tutti gli onori, ma in un ospizio per artisti dove aveva trovato rifugio da un po’ di anni nel New Jersey. O forse, ripensando alla sua vita, sempre contro il sistema, è vero il contrario: è andata via come ha vissuto, senza i riconoscimenti, gli onori, i soldi, il clamore che una grande artista come lei avrebbe meritato. Gli applausi però li ha sempre presi, tanti, in tutto il mondo. Applausi che dovrebbero continuare all’infinito: perché Judith Malina è stata unica, speciale, una stella che ha attraversato il Novecento teatrale, culturale, politico.

L’incontro decisivo della sua vita arriva prestissimo, intorno ai vent’anni. Malina conosce Julian Beck con il quale fonda il Living Theatre nel 1947. New York in quegli anni è tutta un fermento di attività d’avanguardia. La norma è bandita, la sperimentazione è la strada privilegiata per inventarsi qualcosa di nuovo, che butti all’aria le convenzioni. I due, entrambi di origine ebraica (la famiglia di lei era fuggita dalla Germania nazista), si amano, ma soprattutto condividono la stessa voglia di mettersi in gioco, di vivere il teatro come un’arte totale.

La loro compagnia diventa una sorta di comunità, di laboratorio di idee e di vita. Ed è così che nascono i primi lavori, il successo, la fama mondiale. I loro spettacoli non sono spettacoli. Sono pugni nello stomaco, sono provocazioni, sono arte e sono vita. The brig (fine anni 50) racconta la violenza della vita militare, è un’opera pacifista, una messa in scena del sadismo, una denuncia in prima persona dell’odio che ci portiamo dentro. Il Living è così. Non c’è un noi e un voi. La messa in gioco è totale, l’indagine sull’essere umano parte da se stessi e coinvolge tutti gli aspetti del fare teatro. Seguono, per citare qualche titolo, Mysteries and Smaller PiecesParadise Now, Antigone, Prometheus. Con queste opere arrivano anche in Europa e in Italia. Vanno negli ospedali, nelle carceri, vanno in mezzo al movimento studentesco e pacifista che dalla fine degli Sessanta mette a soqquadro la società.

Oggi è difficile raccontare quell’esperienza. Sembra lontana, quasi mitica. Di quella grande stagione resta poco, soprattutto nel mondo del teatro. La sua eco arriva fino ai 90, poi a poco a poco si affievolisce. Julian Beck muore nell’85, Malina va avanti e lavora con altri registi tenendo vivo il Living Theatre. Solo per pochi anni ancora il fermento che la loro storia rappresenta costituisce un elemento propulsivo, non solo nel ricordo, ma nell’esperienza reale di tanti artisti. È un modo di intendere il teatro. La scena borghese salta: salta la divisione tra chi guarda e chi recita, salta la contrapposizione tra vita e finzione. Salta tutto. Provate oggi a pensare a uno spettacolo teatrale. Arrivate, vi sedete in platea, si apre il sipario, ci sono due tavoli, due sedie, qualche attore o attrice. Bene, è esattamente quello che non avreste mai trovato in uno spettacolo del Living. Loro credono nella rivoluzione, nella pace, credono che il loro lavoro possa cambiare la realtà. E la cambiano. Per intere generazioni sono un punto di riferimento, un simbolo di lotta e di futuro.

È con queste idee in testa e le immagini dei loro spettacoli impresse per averle viste e studiate all’università che arrivo la prima volta a vedere Judith Malina. A Roma, fine anni Novanta, al teatro Vascello. La grande artista è in scena con un piccolo spettacolo di cui è regista un’artista italiana, Lorenza Zambon. È tratto da Il diario di Jane Somers di Doris Lessing e si chiama Maudie e Jane, racconta il rapporto tra una giovane donna e un’anziana signora un po’ toccata. Malina, ormai anche lei davvero anziana, non ha paura di stare in scena nuda. È lì capisco una cosa: il teatro del Living è grande per tutte le ragioni che ho detto. Ma è grande soprattutto per un’altra ragione.

Il corpo. Sì, Judith Malina e Julian Beck sono grandi per questo, soprattutto per questo, per come sanno usare il loro corpo, ricrearlo, farlo parlare, uscire dagli schemi. Non sono gli unici, non sono in assoluto i più grandi. Ma vedendo Malina, che non ha timore di mostrarsi vecchia, capisco che la sua forza è soprattutto questa: mettersi nuda, affrontare le convenzioni, uscire dagli schemi con quello che ha di più prezioso: se stessa. Per la sua generazione il corpo era un’arma pacifica, uno strumento nonviolento per scagliarsi contro i valori non condivisi. Oggi quel corpo è stato ricoperto, è stato sottratto allo spazio della libertà, della rivendicazione, della lotta. Si lotta per coprire il corpo, si rivendica la sua integrità e dignità. Forse Judith Malina starebbe con chi fa questa operazione.

Farebbe parte di quella generazione che dice: “Sì è vero, abbiamo lottato per la libertà. Ma la libertà è liberta solo se risponde a questo o quel criterio, a questa o quella regola”. Forse. Ma potrebbe anche far parte di quelle donne che non rinnegano le proprie battaglie. Non lo sappiamo bene. Ma chi se frega, poi. Un’altra cosa che ho imparato vedendo lei e tanti altri grandi del teatro internazionale è che un artista vale non per quello che pensa, ma per ciò che produce nella tua testa. A me Malina ha insegnato la libertà senza condizionamenti.

Quando nasce l'avanguardia?

  • Mercoledì, 08 Aprile 2015 10:05 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
08 04 2015

Il film Turner, ancora per poco nelle sale, ci offre una lettura interessante della vita e dell'opera del paesaggista inglese che proprio ora, nel 2015, sta risalendo la china del successo dopo più di 150 anni. Contemporaneamente alla realizzazione del film, fino al 25 gennaio 2015 è stata allestita alla Tate Britain di Londra una mostra sui suoi ultimi vent'anni (dal 1835 al 1851), Last Turner, gli anni della sperimentazione sul colore, della scomposizione del soggetto, della distruzione della forma, della predominanza della luce. La mostra ha avuto uno straordinario successo, e la simultaneità di questa e del film fa pensare a Turner come artista che dal passato diventa simbolo del nostro presente.

Il regista Mike Leigh si concentra sugli ultimi anni della vita di un pittore ormai già noto e affermato, vicino al punto di svolta che alla fine dell'Ottocento aprirà la porta alla grande stagione delle avanguardie artistiche. È Timothy Spall a interpretare superbamente la personalità contraddittoria di Turner, vincendo il premio al Festival di Cannes come miglior interprete. Molti elementi accomunano i due personaggi: entrambi di origini inglesi, provengono da una famiglia della classe operaia ma, soprattutto, hanno “il senso del mare” (Spall ha letto moltissimo Dickens e possiede una barca con cui naviga spesso intorno alla Gran Bretagna).

Rude e bofonchiante ma allo stesso tempo geniale, sensibile e fragile, William Turner ha una personalità complessa e molto spesso respingente ma, cosa più importante, ha rivoluzionato il senso della rappresentazione rinunciando quasi del tutto alla forma.

Nato in pieno illuminismo ai tempi della rivoluzione georgiana, muore nell'era dell'esaltazione dei valori dell'Inghilterra vittoriana e delle memorie preraffaelite. Eppure si disgusta davanti alla nostalgia di quegli anni, convinto che la conoscenza sia data dai sensi e dall'esperienza e che “si completi con memorie, associazioni e immaginazione”.


Nei primi anni della sua carriera artistica sarà apprezzato dal pubblico e dalla critica, aderendo in pieno allo stile gradito in quei tempi. Le sue opere erano infatti esposte ogni anno alla Royal Accademy, il rigido filtro che determinava il gusto e lo stile dominanti. Ma la spinta all'osservazione e alla penetrazione negli elementi naturali, nella luce e nel colore lo porteranno a rivoluzionare la sua arte.

Voleva rappresentare la “totalità organica del mondo: l'aria, la luce, lo spazio, gli uomini, le montagne”. In questo senso Turner ha anticipato di almeno cinquant'anni le provocazioni e le sperimentazioni delle avanguardie, destando dubbi e critiche negative.

In Tempesta di Neve del 1842, realizzato dopo aver attraversato realmente una tempesta a bordo della nave Ariel, la critica arriverà a dire: «in precedenti occasioni questo signore ha scelto di dipingere con la panna, il cioccolato o il tuorlo d'uovo o la gelatina di ribes, - qui egli usa tutti i suoi ingredienti della cucina. Ove sia il battello – dove inizi il porto, o dove finisca – quali siano i segnali e quale l'autore nell'Ariel...sono tutte cose che esulano dalla nostra comprensione» (Athenaeum, 14 maggio 1842).

D'altro canto però ebbe dalla sua anche fedeli sostenitori fra cui John Ruskin, che lo esaltò nel maggio 1843 in Modern Painters e non tardarono ad arrivare anche commenti positivamente stupiti.

In Pioggia, vapore e velocità del 1844 Turner raggiunge il massimo livello di sperimentazione, accogliendo lo stupore, la paura e la novità della velocità. Proprio in quegli anni infatti l'Inghilterra veniva solcata dai primi treni a vapore e avrebbe visto poco più tardi la sfida architettonica del Crystal Palace (1852) e le prime sperimentazioni fotografiche: i dagherrotipi.


«Turner ha compiuto un prodigio più grande di tutti i precedenti prodigi. Ha fatto un quadro con pioggia vera dietro la quale c'è un sole vero e da un momento all'altro ci si aspetta di vedere l'arcobaleno. Intanto ti sta venendo addosso un treno, che realisticamente avanza alla velocità di cinquanta miglia orarie, e il lettore farebbe bene ad andare a vederlo prima che schizzi fuori dal quadro...Tutte queste meraviglie sono espresse con mezzi non meno mirabolanti degli effetti. La pioggia...è composta di macchie di stucco sporco sbattuto sulla tela con la cazzuola […] Quanto alla maniera in cui è stata fatta la velocità, meno se ne parla e meglio è; ma rimane il fatto che abbiamo un treno a vapore che marcia a cinquanta miglia orarie . Il mondo non ha mai visto nulla di simile a questo quadro» (Fraser's Magazine, giugno 1844).

Nei dipinti di Turner l'energia impetuosa delle tempeste incarna il senso del sublime in termini dinamici. Un sublime da sempre legato alla potenza della natura e questa volta invece rappresentato dalla forza dell'invenzione e della macchina, dalla velocità del treno. La locomotiva, forse per la prima volta raffigurata in un quadro, diventa il nuovo soggetto rappresentativo della potenza umana. La luce rende l'immagine sfocata e inconsistente e i colori divengono i veri protagonisti del quadro.

La sua visione della pittura è incredibilmente moderna, la linea della ferrovia che taglia trasversalmente la tela anticipa gli impressionisti; il senso della velocità e del movimento fanno pensare persino a tratti del Futurismo.

Turner sarà innovativo anche nella stesura del suo testamento, in cui richiederà che tutti i suoi quadri finiti diventino proprietà della National Gallery e che siano collocati in stanze appositamente costruite e chiamate “Galleria di Turner”. Nel caso non fosse stato possibile sarebbero dovuti rimanere in casa sua e il pubblico essere ammesso gratuitamente.

Festival a Tor Sapienza, arte dopo la rivolta

  • Venerdì, 20 Marzo 2015 10:01 ,
  • Pubblicato in Flash news
la Repubblica
20 03 2015

Dopo le drammatiche vicende che hanno investito il quartiere a novembre e che hanno portato all'allontanamento dei giovani immigrati del centro di accoglienza, Tor Sapienza prova a riscattarsi con la cultura.

Più di 200 palloncini ad elio illuminati a led volteggeranno su uno spazio di oltre 500 metri sulle note del musicista Nohista: è lo spettacolo che questo weekend aprirà il Festival Urban Map ideato da Michele Cinque. ...
Ogni click, uno scatto di civiltà. Ogni foto, un racconto. Dai disastri della mafia alle dimore dei gattopardi. Senza perdere di vista gli occhi interrogativi dei bimbi. Dai quartieri popolari di Palermo alle strade di Panjim o Bombay. Con un intreccio di Sicilia e India in cui si specchiano le vite di Letizia e Shobha, madre e figlia, spesso lontane, ma vicinissime per le tante battaglie della Battaglia. 
Felice Cavallaro, Corriere della Sera ...

Le versioni di Tamara

  • Giovedì, 19 Marzo 2015 14:33 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere della Sera
19 03 2015

Davanti a una macchina fotografica. I capelli corti, le lacche, le mani curatissime, il collo nudo. E' bella, ma non è quello.

E' lei, è solo lei, è Tamara de Lempicka, non ne esisterà un'altra.

I suoi occhi non è detto che ti guardino. Capita anche nei suoi dipinti. I corpi ti offrono tutto, labbra rosse, braccia solide, sane, seni deliziosi o gambe forti, inguini luminosi, vestiti eleganti.

Ma gli occhi quadrati, grandi, non ti guardano spesso. Sono altrove, soli, magnifici, incerti o finalmente felici. E se incrociano il tuo sguardo, è per chiedere; amore, quasi sempre, in tutte le sue forme, la maternità, l'intelligenza, il tormento. ...

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