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Il Fatto Quotidiano
10 12 2014

Aleah Chapin è un’artista americana che ha deciso di rompere con l’estetica dominante. Dipinge, a grandezza doppia del reale, donne nude non più giovani mostrandole nella loro autenticità fatta di macchie, cicatrici, smagliature, cellulite, rughe, pelle che cede alla gravità, peli pubici e capelli bianchi. Una scelta controcorrente nell’epoca della dittatura del fotoritocco che l’ha portata a vincere, nel 2012, il “Bp Portrait award”, prestigioso premio della National portrait gallery di Londra. Ed è proprio Londra ad averla celebrata nelle scorse settimane, con una personale appena conclusa alla Flower Gallery, intitolata “Maiden, madre, child and crone” (Vergine, madre, figlia e megera). La discussa mostra ha riunito ritratti giocosi di gruppo ( It was the sound of their feet), di coppie di madri e figlie (Jumanji and Gwen) e individuali (The tempest). Opere che, nel 2015, saranno esposte alla Gusford Gallery di Los Angeles.

Donne nude non più giovani mostrandole nella loro autenticità fatta di macchie, cicatrici, smagliature, cellulite, rughe, pelle che cede alla gravità.

Ad accaparrarsi i lavori di questa 28enne originaria di Seattle (adesso di base a New York) collezionisti di peso nel panorama internazionale come Frank Cohen e Chris Ingram, che l’hanno inserita nella tradizione di artisti come Stanley Spencer, Lucian Freud e Jenny Saville. I suoi lavori, che hanno raggiunto quotazioni comprese tra le 15mila e le 35mila sterline, non piacciono però a tutti. Come racconta la stessa Chapin in diverse interviste, ci sono persone che non sopportano di vedere i corpi femminili non idealizzati e che provano fastidio di fronte alla nudità iperrealista. Quel che lei mette in mostra è qualcosa che, in genere, non è pubblico, che si vede soltanto nel chiuso delle case, mentre si è da sole di fronte allo specchio. Anche Facebook ha considerato troppo espliciti i suoi nudi e così, nelle scorse settimane, le ha chiuso la pagina (arrivata a quasi 10mila like) per “violazione degli standard della comunità”. Gli amministratori del social network hanno però dovuto fare marcia indietro in seguito alle proteste dei fan che hanno ribadito che, di fronte ad un’arte che invita a riflettere e a mettere in discussione i canoni estetici dominanti, non ci può essere censura.

Anche Facebook ha considerato troppo espliciti i suoi nudi e così, nelle scorse settimane, le ha chiuso la pagina (arrivata a quasi 10mila like) per “violazione degli standard della comunità”.

Chapin seleziona le donne che finiscono nei suoi quadri tra le persone che conosce da anni. Il risultato finale non è sempre facile da digerire, per chi si è fatta ritrarre. Alcune donne hanno un momento di difficoltà appena si vedono. Purtroppo è normale che sia così, siamo tutte piene di insicurezze, ha detto di recente in un’intervista al Telegraph, ma è proprio per questo che è importante oltrepassare la norma estetica dominante. Uno dei progetti futuri di Chapin è dipingere anche figure maschili. Per ora sta lavorando con una coppia formata da marito e moglie ma, ha spiegato al Telegraph, non è semplice fare sentire a proprio agio un uomo nudo. Probabilmente la ragione è che ci sono pochi modelli di riferimento: nell’arte, così come nelle pubblicità, nei film e in tv, i nudi maschili sono meno rispetto a quelli femminili.

L'arte delle donne

Corriere della Sera
09 12 2014

Le donne, l’arte. In principio erano autrici solitarie, clandestine, relegate in una condizione di marginalità e destinate a essere dimenticate. Negli ultimi anni, le artiste contemporanee sono considerate tra le voci più significative dell’arte del nostro tempo. A premiarle, le fiere e le rassegne internazionali in occasione delle quali la loro produzione gode di una crescente centralità. E nei musei? L’arte al femminile non ha ancora trovato adeguata collocazione rimanendo nella storica subalternità rispetto a quella firmata dai colleghi uomini.

Sono i numeri a dirlo. Nessuna grande istituzione ha provato a pareggiare i conti. Non esistono strategie specifiche indirizzate all’incremento percentuale delle opere realizzate dalle donne. E, anche quando si investe in modo considerevole per ampliare la collezione nel suo complesso, l’impegno economico a favore del versante maschile appare comunque più che doppio. Con la conseguenza che l’equilibrio tra i sessi risulta invariato e lo scenario non cambia.

Nemmeno nella scelta delle artiste esistono aperture inattese. Presenti nelle esposizioni permanenti in maniera consistente sono sempre le stesse: Louise Bourgeois, Barbara Hepworth, Doris Salcedo, Cindy Sherman e poche altre. Ognuna rappresentata da una limitata selezione di opere, se valutata in rapporto a quella riservata agli uomini. Sono figure entrate a far parte della storia dell’arte, certo. Insufficienti da sole, però, a raccontare l’eterogeneo contributo femminile alle arti visive.
Al di là di alcune cautele legate a questioni di genere occorre, forse, interrogarsi sull’esistenza di un più ampio continente dell’arte. Sull’importanza di indagare gli episodi che sembrano trasgredire la storia fatta dai soli artisti uomini. Un territorio incomprensibile finché nei musei italiani come nella collezione d’arte contemporanea più visitata al mondo (quella della Tate di Londra), lo spazio riservato all’altra metà dell’arte continuerà a essere ancora molto meno della metà.


Di seguito vengono pubblicati i primi risultati di una più ampia ricerca, condotta dal Dipartimento in Arti e media dell’Università Iulm di Milano, volta a delineare una mappa della presenza dell’arte femminile nelle collezioni contemporanee internazionali e italiane.

Definiti l’orizzonte in cui muoversi, il periodo di interesse e il tipo di materiale da prendere in esame, il primo step si è concentrato sull’analisi quantitativa dei dati provenienti da questionari sottoposti ai musei. Riferimento internazionale di questa fase è la Tate di Londra, il museo con la collezione d’arte contemporanea più visitata al mondo. In Italia, l’indagine si è soffermata sui principali musei con un totale o significativo orientamento verso il contemporaneo: il MAXXI di Roma, gestito da una Fondazione istituita dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Mart di Rovereto, istituzione che prova a coniugare arte moderna e contemporanea, e il Castello di Rivoli, il primo museo in Italia interamente dedicato al contemporaneo.

Considerando, per esigenze di uniformità, “contemporanei” gli artisti attivi dagli anni cinquanta, è stata registrata la composizione della collezione permanente al 2014 e verificato l’andamento delle acquisizioni in cinque anni, a partire dal 2009. In questo arco di tempo, si è provato a restituire il peso della presenza delle artiste contemporanee nelle rispettive collezioni, misurare eventuali variazioni nelle acquisizioni delle loro opere a fronte dei relativi dati sulle opere di artisti uomini e in rapporto alle acquisizioni totali effettuate da ogni museo.


La presenza degli artisti (86%) e delle artiste (14%) nella collezione contemporanea della Tate al 2014 è di gran lunga a favore degli uomini e in linea con quello relativo al numero di opere (rispettivamente 96% e 4%); con una lieve differenza a vantaggio degli uomini a cui corrispondono più opere acquisite per un ogni artista.

Dall’analisi dell’andamento delle acquisizioni negli ultimi sei anni, si evince una crescita dell’investimento complessivo sulla collezione. Ma se, nell’arco degli anni presi in considerazione, nella colonna riferita agli uomini le cifre aumentano in maniera significativa (da 144 opere a 743), in quella delle donne semplicemente raddoppiano o poco più (da 71 a 155) approfittando di un trend positivo misurato sulla collezione nel suo complesso. Interessante è che prima della stagione presa come riferimento iniziale, 2008-2009, la presenza delle artiste nella collezione contemporanea era pressoché inesistente: il 95% delle loro opere attualmente in mostra alla Tate è stata acquisita proprio a partire da questa data.


In Italia, per il MAXXI, dove al 2014 il rapporto tra la presenza di artisti e artiste e delle rispettive opere è di 73% a 27%, le acquisizioni maggiori sono avvenute in occasione della fondazione del museo. In seguito, indipendentemente da indirizzi di genere, non si rilevano importanti investimenti sulla collezione.

Anche al Mart, che ha la particolarità di essere sede di un ricco archivio ed è deposito e collettore di prestigiose collezioni private, le percentuali per artisti e opere nella collezione al 2014 (rispettivamente 88% contro 12% e 83% contro 17%) premiano l’arte al maschile. Una forte crescita delle acquisizioni dal 2009 al 2012 punta quasi esclusivamente sulla produzione creativa degli uomini, fatta eccezione per il 2010 in cui si registrano cifre elevate anche per le donne. Tra il 2013 e il 2014, la campagna acquisizioni appare in netto calo anche se, nel 2014, a fronte di questa decrescita generale l’investimento sull’arte al femminile registra un incremento positivo rispetto ai dati precedenti e anche in relazione con quelli maschili dello stesso anno.

La presenza di artisti e opere nella collezione permanente del Castello di Rivoli al 2014 assegna una percentuale del 67% agli uomini e il 33% alle donne. Il museo, fondato nel 1984, presenta un andamento fluttuante nell’ultimo periodo con una campagna di acquisizioni molto ridotta negli anni esaminati.

In conclusione, tra i casi presi in considerazione, non è rintracciabile una strategia che regoli le acquisizioni di opere eseguite da artiste. Tra il 2009 e il 2014, l’andamento delle acquisizioni di opere di artiste non registra un incremento significativo e il numero di acquisizioni di opere da loro eseguite è sempre ampiamente inferiore a quello di opere eseguite da artisti. Con la conseguenza immediata che nella collezione permanente dei musei esaminati, il numero di opere eseguite da artiste è sempre di gran lunga inferiore a quello di opere eseguite da artisti.

Le prossime fasi della ricerca prevedono un considerevole ampliamento dei casi studio che arricchisca i dati a livello italiano e si concentri, in particolare, sul panorama internazionale. Esame e analisi comparativa dei materiali raccolti restituiranno un più esaustivo quadro della presenza dell’arte al femminile nelle collezioni d’arte contemporanea più visitate al mondo.

L’arte delle donne – Le artiste nelle collezioni museali contemporanee è un progetto nato nell’ambito del Dipartimento in Arti e Media dell’Università IULM di Milano e coordinato da Vincenzo Trione, direttore del Dipartimento e vicepreside della Facoltà di Arti, turismo e mercati-IULM.

La ricerca è curata da Anna Luigia De Simone, ricercatore in storia dell’arte contemporanea presso la Facoltà di Arti, turismo e mercati -IULM con la collaborazione di Lucrezia Di Donfrancesco, Giulia Gregnanin e Anna Zuliani, studentesse del Corso di Laurea Magistrale in Arti, patrimoni e mercati.

Lipadusa, l'altra faccia dell'isola dei migranti

  • Giovedì, 04 Dicembre 2014 11:22 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
04 12 2014

Una ricerca sulla vera identità di Lampedusa, che la scolli dall'immaginario consolidato di migrazione, tragedie di mare, disperazione e miseria. Un progetto, un libro e una mostra per raccontare l'isola nella sua unicità. Questo lo scopo di Lipadusa, storie di vita e di mare, personale di Calogero Cammalleri, realizzata in collaborazione con Fabrica, centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group.

La mostra, dal 7 dicembre all'8 marzo al Museo Civico di Castelbuono, presenta una selezione di fotografie tratte dal libro Lipadusa, pubblicato da Fabrica lo scorso settembre, dopo un soggiorno di Cammalleri a Lampedusa durato otto mesi. Le foto raccontano l'unicità di Lampedusa: geograficamente già Africa, ma politicamente ancora Italia. E ritraggono lo scorrere della vita di pescatori, bambini e animali di Lampedusa, impressioni oniriche, attimi colti in bianco e nero, sfocati nella trasfigurazione di una realtà senza tempo. Diventato una presenza familiare per gli isolani, Cammalleri è riuscito a superare l'iniziale diffidenza di chi ha visto troppe telecamere e macchine fotografiche alla ricerca di uno scoop. Calogero è lui stesso un migrante di ritorno: partito a tre anni con la sua famiglia dalla Sicilia per la Germania, torna nella sua terra dopo diciassette anni a cercare le sue origini.

Lipadusa è parte di Sciabica, progetto di slow journalism prodotto da Fabrica, all’indomani del naufragio del 3 ottobre 2013, quando 368 persone morirono nel Canale di Sicilia. Nelle settimane immediatamente successive alla tragedia, quando per i ritmi serrati della cronaca ormai Lampedusa non faceva più notizia, Sciabica ha narrato la vita di migranti e lampedusani, fatta di convivenza, emergenza e solidarietà.

Il tesoro nascosto di Napoli

  • Venerdì, 21 Novembre 2014 11:52 ,
  • Pubblicato in Flash news
Internazionale
21 11 2014

La prima cosa che noto è il teschio umano. Scintilla bianchissimo al sole accanto a due tibie incrociate.

E' finto, scolpito nella pietra. Una cosa che non ti aspetti di trovare sulla facciata di una chiesa. La parete è di mattoni rossi e al centro c'è una grande macchia verde: un fungo sta mangiando le tubature arrugginite nascoste sotto i mattoni. ...

Firenze capitale del cinema balcanico

  • Martedì, 18 Novembre 2014 13:17 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
18 11 2014

Comincia oggi il Balkan Florence Express, punto sullo stato della settima arte sull'altra sponda dell'Adriatico e soprattutto festa che partecipa alla bella iniziativa dei “50 giorni di cinema”, collana di festival fiorentini scanditi dal 30 ottobre al 14 dicembre

Il ponte è l'immagine flash del Balkan Florence Express, rassegna del cinema balcanico (terza edizione, 17-20 novembre). Un ponte ideale e materialissimo che collega i fantasmi della prima guerra mondiale, cent'anni dopo l'attentato a Francesco Ferdinando, a quelli del conflitto fratricida della Jugoslavia dissolta. Ma a collegare le due sponde dell'Adriatico c'è anche il presente gioioso di visioni e profumi condivisi, film, musica, mostre fotografiche, cucina etnica, danza, un programma polifonico declinato nelle quattro giornate del festival fiorentino (cinema Odeon), promosso da Oxfam Italia, direttori Cecilia Ferrara e Simone Malavolti.


Il rinascimento dei Balcani ha lo sguardo della cineasta bosniaca Jasmila Zbanic che presenterà in anteprima italiana Love Island, il suo esordio nella commedia dopo i drammatici Il segreto di Esma (Orso d'oro 2006) e Il sentiero, storie di donne combattenti contro violenza di genere e integralismo islamico. Zbanic sa maneggiare bene la materia sulfurea - satira, comicità surreal-grottesca - della scena bosniaca, in antagonismo virtuale con l'Emir Kusturica che scelse il fronte serbo, ma che sa distillare le tonalità graffianti del luogo d'origine. Passioni e tradimenti, carnevale di equivoci, una pochade liberatoria nell'incanto di un'isola croata, “l'isola dell'amore” che riconduce Jasmila, nata quarant'anni fa a Sarajevo, alle memorie di quand'era burattinaia nel Vermont.


Il ponte ritorna, presenza non solo simbolica, nel secondo film in cartellone della regista, For Those Who Can Tell No Tales (2013) sui crimini di guerra nascosti dietro la bellezza di Visegrad, la città del ponte sulla Drina, scoperti fuori dalle mappe turistiche da una viaggiatrice australiana, interpretata da Kym Vercoe, co-sceneggiatrice. Ed è ancora volo oltre i confini nel film collettivo I ponti di Sarajevo, evento speciale al festival di Cannes, tredici episodi di 9 minuti l'uno coordinati dal critico francese Jean-Michel Frodon e diretti, tra gli altri da Jean-Luc Godard, Teresa Villaverde, Ursula Meier, Leonardo di Costanzo, Vincenzo Marra e da Ajda Begic, un altro occhio bosniaco sul lungo assedio di Sarajevo ('92-'96). Si va dal “ponte latino” dove Gavrilo Princip sparò all'arciduca austro-ungarico e innestò la miccia della Grande Guerra fino al tenero stupore di un bambino che per recuperare il pallone finisce nel “giardino di pietra”, il cimitero dove scorrono bianche le lapidi dei caduti.

Tra tutti incanta il collage di materiali misti di Godard, “Le Pont des Soupirs”, incursioni spazio-temporali, scratching visionari, pensiero espanso su civiltà e barbarie. Fiancheggia il film, un incontro sul centenario dell'attentato fatale, “Il secolo di Sarajevo”, e sul passato che disegna un'Europa sanguinaria e un futuro di pace, che ancora non si vede. Anzi. Non solo il corpo a corpo continuo di Bruxelles sull'identità mancante e gli scontri monetari, ma anche i fuochi degli ultrà, serbi e albanesi l'altro ieri, croati ieri a San Siro, per la partita ”amichevole”, che rievocano la Croazia nera e bellica. Ci penseranno gli studiosi convenuti alla tavola rotonda, tra i quali l'ambasciatore della Bosnia Erzegovina, Zlatko Dizdarevic, a illuminarci sul destino del continente.

Il Balkan Florence Express, però, è soprattutto una “festa” che partecipa alla bella iniziativa dei “50 giorni di cinema”, una collana di festival fiorentini scanditi nello stesso periodo dell'anno dal 30 ottobre al 14 dicembre, per ottimizzare i costi e attirare gli spettatori. Intanto, Firenze si gode le delizie balcaniche, a cominciare dalla selezione ufficiale, dove troviamo, per esempio, il titolo di Goran Vojvonic in prima nazionale, Cefurji raus!, scritto insieme al poeta Abdullah Sidran, sceneggiatore del primo Kusturica, e Seduce Me di Marko Santic, scelto dalla Slovenia per l'Oscar. Occasione speciale, la proiezione di Figlio di Nessuno, per la prima volta sugli schermi italiani dopo il passaggio alla Mostra di Venezia (Settimana della critica, premio Raro Video del pubblico), e in attesa di uscita nelle sale il 16 aprile 2015. Diretto dal serbo Vuk Rsumovic (presente a Firenze), è la storia di un “ragazzo selvaggio”, evocando Truffaut, cresciuto nei boschi e ritrovato nell'89 tra le montagne della Bosnia. Lo aiuteranno a diventare “umano” in un orfanotrofio di Belgrado, ma quando tre anni dopo scoppia la guerra, il ragazzo-lupo verrà rispedito all'inferno e il “richiamo della foresta” sarà più forte e più dolce della vita tra gli uomini.

Sugli schermi dell'Odeon, una selezione di documentari del Festival dei Popoli, rassegna storica della città, che colleziona opere recenti del panorama balcanico, da Mama Europa della slovena Petra Seliksar, l'Europa vista da una bambina di sei anni, a Men With Balls, storia sorridente di un villaggio rom che ritrova l'orgoglio della comunità in una partita a tennis. E proprio alla cultura rom è dedicata la mostra fotografica “Il pellegrinaggio dei gitani”, realizzata in collaborazione con Rolling Film Festival, rassegna di film rom a Pristina.

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