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In Italia 340mila bambini sfruttati

  • Venerdì, 12 Giugno 2015 11:43 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Bambini lavoroAvvenire
12 giugno 2015

I bambini costretti a lavorare invece di andare a scuola e di giocare sono una realtà ancora largamente diffusa in questo terzo millennio, come se i progressi fatti nel campo dei diritti non siano ancora riusciti a strappare i più piccoli dalla schiavitù e dallo sfruttamento. ...
Quattro chili. Bisogna tenere d'occhio questa soglia: quando il peso forma mantenuto a lungo aumenta di almeno quattro chili deve scattare un campanello d'allarme. Non va bene, cambia la taglia, ma il problema non è nel guardaroba da adeguare o nella linea perduta. Forse sta succedendo qualcosa di più grave e difficilmente recuperabile.
Giampiero Rossi, Corriere della Sera ...

Huffington Post
05 06 2015

Un laboratorio per bambini autistici, che aiuta anche i loro genitori. Grazie ad Aita il gioco diventa apprendistato per la vita

Tutti i lunedì, salendo al terzo piano di un palazzo in via Donatello a Roma, basta spingere una porta per entrare in contatto con un realtà molto forte. Incominci dal corridoio, dove siedono in attesa dei genitori che hanno completamente votato la propria vita al benessere del figlio. Entri in una stanza e trovi dei ragazzi, medici e artisti, che sono riusciti a far del gioco un percorso terapeutico. Con loro - chi più in disparte, chi più “movimentato” - ci sono otto bambini affetti da autismo ad alta funzionalità, dotati quindi di buone capacità cognitive ma con un deficit relazionale.

“Volevamo creare uno spazio volto alla socializzazione, attraverso esercizi e giochi, che dessero loro dei modelli relazionali da seguire”, ha spiegato all’Huffington Post la Dottoressa Laura Fatta, ideatrice del progetto sostenuto dalla onlus Aita.
“La cosa più difficile è stata gestire i loro momenti di frustrazione. Spesso non capiscono cosa vogliono gli altri bambini, li rifiutano perché non riescono a decodificarne l’atteggiamento e possono rimanere infastiditi anche solo da uno scoppio di risate improvviso”.

Gli psicologi, aiutati da musicisti e attori, hanno provato a insegnare loro a comprendere il messaggio dell’altro, attraverso un percorso diviso in due fasi, con un passaggio dal concreto all’astratto: nella prima parte dipingere e creare li ha aiutati a migliorare competenze motorie e a sviluppare la creatività, la seconda fase, quella del musica e del teatro, si è spinta su un lato più intimo, per dar voce alle emozioni.

E la socializzazione ha favorito la creazione di un gruppo. “La differenza in questo laboratorio l’ha fatta l’altro bambino”, ha continuato la dottoressa, “Lentamente hanno cominciato ad affezionarsi e fidarsi dell’altro, trainandosi a vicenda nelle attività”.
Le famiglie, poi, sono state un altro elemento essenziale alla funzionalità del progetto: “I genitori sono stati una colonna portante. Abbiamo sempre comunicato prima le attività che avremmo svolto nel corso del lunedì, loro le anticipavano ai figli, favorendo così un prevedibilità, essenziale per i bambini autistici”.

Alcuni di questi genitori trascorrono in corridoio tutte e tre le ore di durata del laboratorio. “Venire qui è servito anche a noi”, ha spiegato la mamma di Luigi, “Spesso ci si sente soli, dei pesci fuor d’acqua, invece aspettando fuori dalla porta insieme agli altri genitori a poco a poco abbiamo iniziato a parlare, a confrontarci e l’attesa è diventato un piacere. È difficile imparare a convivere con questa situazione. Una madre o un padre inizialmente non vogliono rendersene conto. Io avevo notato delle stereotipie in Luigi sin da piccolo, ma non avevo capito o non volevo capire”.

Con Luigi a giocare nella stanza c’è anche la sorellina più piccola, non affetta da autismo, ma che non perde occasione per seguire il fratello. “La sorella l’ha aiutato a condividere”, continua la madre, “Quando ho saputo di essere incinta per la seconda volta ho pensato al fatto che anche lei potesse avere il problema del fratello. Ma non avevo paura. Se uno ha paura o vergogna è la fine. Superarle significa aiutare il bambino”.

Il papà di Lorenzo annuisce al fianco della signora mentre lei parla, anche la sua esperienza di genitore di un bambino autistico è passata attraverso le fasi del rifiuto, dell’imbarazzo di portare in giro un bambino che non si comporta come gli altri e della totale dedizione alla sua vita. “Ho abbandonato la professione di giornalista per seguire meglio Lorenzo e per amore di mia moglie. Questa è il voto di un genitore per il figlio: amarlo, salvaguardarlo e alleggerirlo da ogni peso. È un lavoro che dura tutta la vita”.
Il pensiero di entrambi è rivolto al futuro, quando non potranno più assistere Luigi e Lorenzo, ma la preoccupazione non offusca la speranza, motore invisibile del loro andare avanti: “Il bicchiere va visto mezzo pieno. Sono convinto che prima o poi riuscirà a trovare un equilibrio e diventare autonomo. Ogni giorno fa un passetto in avanti. Noi veniamo qui con la speranza e non con negatività, questo ci tengo che sia chiaro”.

I genitori, così come i bambini, si sono mostrati entusiasti del progetto, in particolare della seconda fase, quella del teatro. “Recitare è comunicazione, interazione, stare insieme e muoversi insieme. Tutte carenze di questi bambini, che ho cercato di sviluppare attraverso le attività”, racconta Desirée, una delle ragazze che hanno partecipato al laboratorio, “Ho sfruttato poi anche quello che a loro appartiene di più, ossia le stereotipie, la ripetizione. Molti esercizi erano basati soprattutto su questo, volevo che facessero esperienza dell’imitare gli altri, in modo che avessero coscienza non solo del loro corpo, ma anche di quello dell’altro”.

I bambini hanno risposto bene alle attività il che ha permesso a Desirée di sperimentare ulteriormente: “Ho cercato di stimolare il loro lato emotivo. Questi bambini tendono a essere molto soli, ad avere dei momenti bui. Uno di loro li chiama “nuvole nere”. Quando me ne ha parlato la prima volta mi sono sentita disarmata, non sapevo come aiutarlo, mi ripeteva che non era bravo a far nulla, che a scuola glielo dicevano tutti. Poi parlandoci son riuscita a convincerlo che non era veroe dopo un po’ è tornato a giocare con gli altri”.

Alla fine del percorso i bambini si sono affezionati a lei, qualcuno l’ha abbracciata chiedendole di ritornare: “È stato molto bello e emozionante, sia per loro che per noi. Lo scopo alla base era estremamente ludico, ma in piccolo credo di essere riuscita a far crescere la percezione dell’altro. Ho visto in quelle ore un’interazione sempre più autentica. Recitare in inglese si dice ‘to play’ e questa doveva essere la chiave di tutto: il gioco. Il gioco come apprendistato per la vita”.

Silvia Renda

Huffington Post
04 06 2015

Christian McPhilamy, 8 anni: "Mi trattavano come una femminuccia, ma i miei capelli lunghi serviranno a salvare i bambini malati di tumore"

Spesso i bambini hanno molto da insegnarci. Christian McPhilamy è un bambino della Florida di 8 anni che ha deciso di farsi crescere i capelli per aiutare gli altri. In che modo? utilizzando la sua lunga chioma bionda per fare parrucche destinate ai bambini sottoposti a chemioterapia.

Christian aveva sei anni e rimase colpito da un spot televisivo del St Jude Children's Research Hospital di Memphis nel Tennessee. Da quel momento sono passati due anni e la sua lunga chioma bionda diventerà lo strumento per rendere più sostenibile la dura malattia di coetanei più sfortunati di lui. Le sue ciocche di capelli sono destinate a Children With Hair Loss, un'associazione americana che vuole aiutare i piccoli pazienti malati di tumore, leucemia e cancro.

Ma la sua missione non è stata semplice. In quei due anni, Christian è stato oggetto di critiche e insulti da parte dei suoi coetanei, o dei genitori dei suoi compagni di classe. Ma nonostante tutto, aveva un obbiettivo e lo ha raggiunto. 30 cm di capelli, divisi in 4 ciuffi di colore biondo cenere da destinare ad uno dei 335 pazienti seguiti dall'associazione, che vanno dai 2 a i 20 anni.

"Ha deciso di fare ricerca a modo suo e di dare un aiuto, e ha raggiunto il suo scopo", ha raccontato a Florida Today, la madre Deeanna Thomas. "I suoi amici lo insultavano e lo trattavano come una femminuccia, e i genitori arrivavano ad offrirmi soldi per tagliargli i capelli. Ma lui non ci ha mai ripensato, deciso com'era a portare avanti il suo obbiettivo, e non si è mai tirato indietro nel far capire agli altri, il perché della sua scelta.

I bambini ci insegnano a camminar leggeri

Pawel-Kuczynski-Bambini"Davvero, uno si chiede cosa facciamo ai bambini, per costringerli a diventare quegli adulti ottusi e prevaricatori che tanto spesso ci affliggono l'esistenza!". [...] A cinque anni o poco più i bambini sanno anche la bellezza della natura, son poeti senza bisogno di scuola, imparano e ci insegnano con sapienza un poco saccente l'arte del separare, differenziare, riciclare. Ci rimproverano se sbagliamo a conferire una plastica senza il simbolo giusto. Sanno il bene della terra, la fragilità dell'aria che possiamo inquinare irreparabilmente, la responsabilità della nostra sciatteria di umani senza gratitudine.
Mariapia Veladiano, Avvenire ...

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