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L'abbraccio

  • Venerdì, 29 Maggio 2015 09:32 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
29 05 2015

Una madre cattura con il cellulare l’abbraccio tra sua figlia Maliyah (a sinistra) e un’altra piccola ospite dell’ospedale oncologico di Pittsburgh, in Pennsylvania. Poi lo posta su Facebook. La foto fa il giro del mondo, toccando corde arrugginite ma ancora vibranti in molti cuori non completamente sfibrati dal cinismo.

Oggi il Buongiorno è questa immagine. Non c’è niente da aggiungere. Solo da condividere. Da quell’abbraccio affiora ciò che rende una vita degna di essere vissuta. Chiamatelo senso, chiamatelo amore, chiamatelo Dio. Al suo cospetto, ogni preoccupazione o aspirazione quotidiana assomiglia al paesaggio che le bambine osservano dalla finestra dell’ospedale: qualcosa di deperibile e secondario, in fondo inessenziale. Quell’abbraccio contiene già tutto. Il resto, a cominciare da queste, sono soltanto parole.

Massimo Gramellini

"Il portone va chiuso", e spara ai bimbi

Leggiamo tante parole, per la maggior parte condivisibili. Sentiamo analisi psicologiche sottili, che fanno riferimento a un malessere sociale profondo. Assistiamo a dotte disquisizioni in merito al covare della follia, un male inconsapevole coltivato nell'ombra di un'anima in pena, e alla fine all'esplosione della stessa, con una furia secondo la quale nulla deve sopravvivere. 
Maurizio de Giovanni, Il Mattino ...

Redattore Sociale
19 05 2015

Meno visibile di quella sul precariato e sulla riforma, è iniziata con la diffusione di testi sull’identità di genere e l’orientamento sessuale in attuazione di una strategia antidiscriminazioni. Tra accuse di censura e rifiuto della “teoria del gender”.

Da un po’ di tempo è in corso una battaglia dietro le quinte della scuola, meno visibile di quella sul precariato e la riforma, quella sui libri da leggere sin dall’infanzia. Apparsa come notizia di proteste e censure di singoli testi in asili e scuole sparsi per l’Italia, non si capisce se non se ne conosce l’origine: il Consiglio d’Europa sollecita (da anni) l’adozione di misure contro la discriminazione basate sull’identità di genere e l’orientamento sessuale, il dipartimento in Italia predisposto a questo scopo (l’Unar) elabora nel 2013 una strategia nazionale, dopo un lungo processo di consultazione e concertazione, da cui derivano un documento organico, opuscoli informativi da usare nelle scuole e consigli di lettura.

Così in classe, sotto forma di “progetto” come sempre avviene in una scuola che non riesce altrimenti ad affrontare la contemporaneità, compaiono fra il 2013 e il 2014 i primi segni di questa campagna di sensibilizzazione: si leggono libri in cui le famiglie hanno un solo genitore, si sentono storie in cui ad amarsi sono persone dello stesso esso, si discute di quanto uno si senta maschio o femmina al di là dell’anagrafe.


A questo punto scatta la contraerea: il Comitato Articolo 26 denuncia come intollerabile la relativizzazione della famiglia formata da mamma papà e figli e teme la “confusione sessuale” per storie di quel genere; un cartello di associazioni lancia una petizione contro la diffusione a scuola di quella che viene chiamata “teoria del gender” – che non esiste in letteratura; persino il Papa cade nell’equivoco di questa teoria anche se alla fine intende difendere il peso delle donne nella società; si diffondono ovunque gli appuntamenti delle “Sentinelle in piedi” in difesa della famiglia; il senatore Carlo Giovanardi lancia l’allarme in parlamento ecc. Ne consegue che alcune amministrazioni bocciano i progetti di sensibilizzazione, da qualche parte i libri e gli opuscoli vengono ritirati, alcuni insegnanti rinunciano a quelle letture, ma contemporaneamente le scelte di quei libri altrove sono sostenute, contro la censura intervengono bibliotecari e scrittori, se ne discute nelle librerie e nelle piazze, nascono contromovimenti come i “Sentinelli di Milano” contro la discriminazione Lgbt ecc.

Insulti

Chiunque frequenti i bambini della scuola primaria e i ragazzi della secondaria di primo grado avrà sentito il loro gergo, oggi “gay!” è uno dei primi insulti che ci si scambia da piccoli, esattamente come “finocchio” e “ricchione” lo era nella Milano di anni fa, e chissà cos’altro nelle varianti regionali e generazionali. Si usa – e si usava - per offendere, nell’ingenuità e nella crudeltà di quell’età, senza sapere e capire granché, così come da qualche mese è comparso “Isis!” nello slang dei bambini, per dire violenza, con ancora più incoscienza.

In tasca, sui loro smartphone, che hanno quasi tutti i bambini e le bambine dagli 11 o 12 anni, c’è tutta la pornografia che un tempo e a fatica toccava sbirciare in edicola. Quegli stessi bambini e quelle stesse bambine, fuori dalla scuola primaria almeno nelle grandi città, sono attese assai più da nonni e colf che da mamme e papà, mentre le organizzazioni scolastiche vanno in tilt nel raccogliere le deleghe di tutti gli adulti autorizzati ad andare a prendere ogni singolo alunno, nel terrore degli sconosciuti ma anche del genitore separato che preleva all’insaputa dell’altro. Ricordo la prima riunione all’asilo nido dei miei figli, su 15 bambini le coppie erano pochissime, così che le educatrici un po’ in difficoltà si trovavano a spiegare il programma pedagogico a single, nonni e colf di varie nazionalità.

Questi pochi indizi fra i tanti possibili ci restituiscono non tanto la “teoria del gender” ma quella del funzionamento della quotidianità: le cose ai figli non arrivano dal setaccio dei genitori ma dal mondo, perché sono figli del loro tempo almeno quanto di quei genitori, il filtro protegge a malapena l’ambiente domestico, ma il flusso degli incontri e dei discorsi è inevitabilmente esposto e i bambini hanno le antenne, implacabilmente captano i segnali nuovi. L’altro principio è quello della deformità: l’autoapprendimento, nobile per spirito e inevitabile nei fatti, non produce di per sé l’esito migliore, l’esposizione alla violenza abbassa l’empatia, quella alla pornografia sconcerta e disorienta, il conflitto fra i genitori spaventa se non si sa a cosa approda, ecc. Non resta, da adulti, che provare a dare una forma al mondo, ovvero spiegare lo spiegabile, rassicurare su ciò che fa paura, aprire all’immaginazione, prendere le distanze dall’intollerabile ecc. Ma se c’è una cosa perdente, è tacere.

Le parole e i regimi

Possono le parole cambiare la realtà, incidere sul mondo? Intendo oggi, nell’ipertrofia dei mezzi di comunicazione, nel regno delle immagini, nella proliferazione delle fonti e nella rottura delle regole sulla loro autorevolezza? Il filologo tedesco Victor Klemperer, all’indomani della seconda guerra mondiale, decide di analizzare puntigliosamente il linguaggio del Terso Reich per spiegare come funziona il dominio attraverso la parola, e racconta di averlo deciso dopo aver parlato con una donna di Berlino, reclusa in quel periodo “per delle parole” contrarie a Hitler e al nazismo. Nei suoi taccuini Klemperer ci spiega che il regime agisce non con l’introduzione di nuovi concetti, ma riducendo il lessico, forzando il significato di alcune parole e ripetendo all’infinito, fino a normalizzare le sue idee chiave. La neolingua di cui parla George Orwell è simile, riduce, semplifica, banalizza, fino a rendere impossibile l’espressione di concetti complessi, o diversi da quelli diffusi. Come a dire che tutte le volte che notiamo la reiterazione di parole, l’insistenza del messaggio, la ricorsività dei contenuti, la semplificazione rispetto alla varietà del reale dovremmo stare attenti.

Di più. Sappiamo che nelle carriere devianti di molti ragazzi c’entra il rapporto con il linguaggio, ovvero a minor patrimonio lessicale acquisito corrisponde il rischio di “finire nel penale”. Perché se non hai parole per dirlo – il tuo malessere, il tuo senso di ingiustizia, il tuo dolore o il tuo amore – fai fatica ad elaborarlo, a fartene una ragione, a dargli un senso e un posto nel mondo, a trovare consolazione. Sarà più facile “passare all’agito”, fare qualcosa che dia sfogo o risarcimento, e se così accade farai poi fatica di fronte ad un’autorità a dare spiegazioni, a dire le tue ragioni, a difenderti.

Non resta che dar nome alle cose, raccontare le differenze, ridurre l’enfasi del “normale” per non innescare sensi di inadeguatezza o non favorire la crudeltà fra ragazzi, anche attraverso i libri, perché si sa che le storie aiutano a costruirsi rappresentazioni del mondo. Si racconta che Hitler contattò Disney per averlo dalla sua parte, ma che questi, per fortuna, rifiutò.

Pediatri, riforma contro i bambini?

M.Denis-bambiniI pediatri non sono soltanto i nostri primi medici. Ci aiutano a cercare un senso a parole che dovremo affrontare durante tutta l'esistenza. [...] Perfino consolazione, ma diversa da quella del padre e della madre. E poi c'è quell'affidare il proprio corpo a un estraneo, la scoperta della fiducia. Domani i pediatri di famiglia scioperano. Sostengono che il rinnovo del contratto nazionale mette in discussione proprio quel rapporto fondamentale di fiducia tra il medico e il loro assistito. Ancora più delicato quando il paziente è un bambino. Sarà più difficile, dicono, scegliere il medico cui affidare i nostri figli
Ferruccio Sansa, Il Fatto Quotidiano ...
Sindrome Alienazione ParentaleLuisa Betti
13 maggio 2015

L'avvocata Giulia Bongionro aveva già chiesto l'ergastolo per i femmicidi tempo fa e ora insieme alla show girl svizzera Michelle Hunzikerchiama alle armi presentando una legge d'iniziativa popolare in cui chiede il carcere per chi si macchia di un crimine legato a una sindrome che non esiste e che sta devastando le donne e i bambini in Italia: quella dell'alienazione parentale.

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