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Articolo Tre
12 06 2014

I 'meninos de rua', i bambini di strada in Brasile sono oltre sette milioni, ma ve ne sono almeno altri potenziali 30 milioni, i minori che vivono in famiglie con un reddito mensile inferiore ai 7° dollari.

Un’esistenza fatta di violenza impunita, ogni giorno quattro bambini vengono assassinati e i loro carnefici non sono neppure perseguiti in un Paese dove vige la più assoluta mancanza di regole.

Bambini nel mirino dei poliziotti, dei gruppi di sterminio finanziati da commercianti e imprenditori con mire espansionistiche all’interno delle favelas, dei giustizieri che hanno il controllo del traffico di droga e dello sfruttamento della prostituzione minorile.

Bambini e bambine schiavizzati e reclusi in postriboli, oppure costretti a lavorare in condizioni disumane nelle miniere d’oro.

Una realtà paragonabile alla punta di un iceberg: i bambini di strada sotterranei sono molto più numerosi di quelli che si vedono, ma non infastidiscono una società civile colpevolmente indifferente.

Nel Nord Est del Brasile, la zona più povera del paese sudamericano, è assolutamente regola che bimbe di nove, dieci anni, siano prelevate dalle famiglie con la promessa di un lavoro come cameriera, per ritrovarsi poi in qualche sordido lupanare ad alimentare il mercato della prostituzione minorile, prede di orchi senza scrupoli in arrivo dall’Europa, dagli Usa o dal Giappone.

Rio, la capitale, guida la tragica classifica dei massacri, con 350 omicidi in sei mesi, poi San Paolo, Fortaleza, Brasilia. Ragazzini accoltellati o freddati a revolverate per le strade che cominciano ad essere invase dai turisti che assisteranno, ignari oppure no, ai mondiali di calcio.

Il Brasile sta volando in termini di aumento del Pil e benessere economico, inversamente proporzionale la condizione sociale del ceto medio basso dei suoi abitanti.

Fino a pochi anni fa gli abitanti delle favelas metropolitane erano il 30% della popolazione totale del Brasile, oggi raggiungono il 70%. Ghetti dove vivono decine di migliaia di persone ai limiti della sopravvivenza, con la disoccupazione al 50% e l’analfabetismo al 90, inurbamento dove il crimine è pane quotidiano.

E i meninos de rua vivono in strada, per sopravvivere, per lavorare, dove lavorare non significa altro che furto, spaccio, prostituzione, rapine. Piccoli delinquenti senza possibilità di scelta e che, ammesso che ci arrivino, diverranno adulti criminali. Per questo, la società civile li teme, li combatte, li sopprime: null’altro che un problema da risolvere, non importa come, ci pensano gli squadroni della morte.

Lo scenario è infernale, una ragazzina di quindici anni violentata brutalmente da un poliziotto che l’aveva arrestata, un’altra dilaniata dai cani aizzati dalla polizia all’interno di una chiesa, dove la piccola aveva cercato riparo dopo aver rubato un orologio. Un’altra ancora che mostra i seni devastati dall’Aids per sfuggire allo stupro.

Ragazzini che vivono tutti insieme, nel terrore di essere massacrati dalla temutissima Rota, i reparti speciali della polizia brasiliana, che ogni anno fa strage dei minori senza diritti.

Meninos de rua che sniffano colla o smalto per sfuggire all’orrore della realtà che sono costretti a vivere, ragazzine che non si accorgono neppure di essere violentate, prima le addormentano con il gas, meno grane.

Bambine di poco più di dieci anni costrette a masturbare poliziotti quarantenni, quindicenni incinte al settimo mese che perdono il figlio dopo essere state prese a stivalate nella pancia mentre dormono sul marciapiede sotto un cartone, colpi di frusta distribuiti alla cieca sui corpi addormentati.

E le bambine che rimangono incinte rifuggono l’aborto, nessun menino de rua ha mai abortito spontaneamente, è una regola non scritta, un codice di comportamento: un figlio significa rompere la solitudine e la mancanza di affetto.

E’ l’affetto la costante tra tanta violenza, la voglia di tenerezza, perché comunque rimangono bambini, come raccontano i volontari che tentano di occuparsi di loro “Dovreste vedere i loro occhi quando ascoltano per l'ennesima volta la loro fiaba preferita: il brutto anatroccolo. In fondo è così che si sentono: ma sperano ancora di poter diventare uno splendido cigno".

Brasil. In defense of democracy and freedom

  • Martedì, 10 Giugno 2014 08:22 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
10 06 2014

A pochi giorni dall'inizio del Mondiale in Brasile, mentre continuano le rivolte e le manifestazioni nelle strade, pubblichiamo l'appello multilingue in difesa della democrazia e della libertà, contro le speculazioni e le violenze poliziesche.

The proximity of the World Cup and elections brings the prospect of intensification of street demonstrations and mobilizations, launched in June 2013 throughout the country. Since then, a kind of “pedagogy of revolt” developed, which stimulated the poor, excluded and marginalized, to increasingly resist the misruling that came from the “blind spots” of Brazilian democracy, in an effort to make it more real. This is also the case for protests against state violence in the suburbs, as well as the “rolezinhos” and other diversified forms of mobilization and expression.

At the moment we are particularly concerned with the deepening of the repressive response to the protests by the powers that be. This response is reflected in the misguided attempt to deliverto the police, and possibly to the Armed Forces, the mediation of what could be an opportunity for dialogue with the streets and “peripheries,” as trials and ongoing preparations have showed. They have expressed a new and vigorous thirst for freedom, equality, and justice that the state, in all levels, responds to in a repeatedly and unreasonably repressive mode. The legislative measures of judicial organization and the expansion of the use of the regime of exception to “guarantee law and order,” confirms this unfortunate and pernicious trend.

Of great concern is the presidential and congressional desire to advance in defining new crimes and strengthening punishment, clearly targeting demonstrations: the threat of restriction of the right to strike, creation of “ad hoc” centers to catch protests in the act, the expansion of anti-protest forces, and trivialization of imprisonment without trial. This all evokes and suggests the return of the 50-year-old authoritarian rubbish of the military dictatorship, inspired by the dreadful doctrine and crystallized in the hideous national security laws.

We do not intend to carry into the future the burden of omission in the light of what is happening in slums and occupations, if there is no greater wisdom and balance from the authorities. We believe that the people’s uprisings have brought many positive contributions to democracy and the common good. Mistaken and unfair decisions by public authorities were (at least partially and temporarily) reviewed, and public spaces have been preserved. The public attention was attracted to essential topics such as the transportation model, education and health services, the system of political representation, the displacement of the poor population, police brutality, and the racial and social apartheid. Without the demonstrations, the dead of Favela da Maré would barely be remembered. And the Case Amarildo may not have reached the outcome and the ramifications it has. Without the demonstrations, free media would not have spread. Commercial, corporate and government media would not have been compelled to cover the protests and rectify some of their versions of episodes of violence.

 

A promising aspect of the positive cycle of demonstrations and protests, essential for us, is the major and occasional leading role played by a new generation of citizens, a young, generous, creative and combative crowd, sensitive to social ills, supportive and willing to devote themselves to the defense of common rights and freedom. The youth in revolt are promoting a powerful critical action on the established state, city, justice, security, and development models. In the vast majority of times, they achieve this with good humor and irreverence, beauty and creativity, and respect for life and autonomy. For the first time, protesters hold their own posters. We think it is the desire for change and improvement that the protests are expressing in reference to the World Cup. It is not about being “against Brazil,” against soccer and joy, but rather against authoritarian, technocratic and socially unjust ways that are imposed by the association between FIFA, the state and the great “national” and multinational groups. The latter harms the sport itself and prevents people’s access to the stadiums.

We condemn, as abhorrent, all excesses of violence repeatedly committed by military police against the protesters and against the general population. We consider the widespread police tendency to harass or intimidate anyone who opposes the acts of brutality, or makes them visible, unacceptable, including free media activists, lawyers and volunteer rescuers. We consider the indiscriminate arrest of demonstrators for simply wearing masks or costumes, or being present in a place of confrontation that they did not cause, unacceptable. We consider the dissolution, and removal by force, and without a lawful court order, of peaceful occupations in public spaces and other forms of exercising freedom of assembly, of movement and expression, unacceptable. We consider the indiscriminate use of weapons, including the so-called “non-lethal” (in truth just “less lethal”, as they can maim and impair), unacceptable. We believe that guns cannot replace the duty of listening and dialogue, which should be respectfully met by agents of the order.


We support the freedom of thought, expression, critique, movement, reunion, assembly, and expression. We support the rights to physical and psychological integrity of all in demonstrations. We advocate for demilitarization and retraining of the security forces, based on respect for human rights of citizens in general, including the poor and protesters. We advocate restraint and accountability of unjustifiable acts of police violence, especially against those who are physically or socially vulnerable. We advocate good employment of public matter and its proper management in the interest of the common. We defend the right to truthful information. We advocate respect from the powers that be to constituent actions of citizens in the streets.

We affirm that this crowd of young and poor have the sacred right to dream of a city, a state, a country, and a better world for all of us, and to fight for those dreams properly. We invite everyone to read, and to consider with serenity and autonomy, the points of reflection presented here, inspired by a debate among a few dozen friends and people who share a basic commitment to freedom and democracy. This is a non-corporate and non-partisan initiative, although people linked to professional and corporate parties may sign. Those who share this perspective can also subscribe to it, sending with their signature their name and form, by which they want to be identified.

With the hope that tolerance, respect, serenity, balance, and enlightenment prevail, instead of their opposite, we fraternally greet all and everyone.

Rio de Janeiro, May 1st, 2014.

Diamo la precedenza a donne sole con figli che fuggono da situazioni di violenza domestica. Un portiere vigila che non arrivino i mariti a riprenderle. Poi molti haitiani, la nuova immigrazione, ma anche moltissimi paulisti con redditi bassissimi. ...

Globalist
09 06 2014

di Simone Tinelli

In televisione la rete Globo ricorda entusiasta che mancano 10 dias para a copa do mundo (10 giorni ai mondiali). Annuncia la formazione brasiliana che compierà le stoiche gesta. Presenta l'allenatore che in poche settimane potrà essere proclamato eroe nazionale o maledetto collettivamente. Esalta gli sforzi dell'esercito nella riappacificazione delle favelas di Rio. E rassicura che tutto sarà pronto per quel atteso 12 giugno quando i riflettori si accenderanno sulle grandi città brasiliane; mentre si spegneranno per il resto del paese, che continuerà a doversi preoccupare dei problemi quotidiani per arrivare a fine del mese.

Thalita invece è appena tornata da scuola e cerca di riposare tra zanzare e galline schiamazzanti. Ha dieci anni e vive nel nord dello stato di Espírito Santo, in una regione chiamata Sapê do Norte. I suoi genitori hanno deciso di costruire la casa dove vivono come simbolo. Simbolo della resistenza per il proprio territorio. Loro, infatti, come altre 1.200 famiglie (erano 12.000 negli anni '70), sono quilombola (discendenti degli schiavi neri arrivati dall'Africa durante la schiavitù, abolita ufficialmente - ma non di fatto - nel 1888). Tutto intorno alle loro comunità, solo alberi fini e slanciati che oscillano, scricchiolando, al vento. Sono eucalipti, solo un'altra delle grandi colture dell'agrobusiness brasiliano che da sola occupa 962 milioni di ettari in sei stati nel centro e sud del Brasile. L'area intorno alla casa è un monito passato e futuro. I ceppi di eucalipto mozzati durante l'occupazione del 2008 fanno sembrare una terra fertile un cimitero di battaglia.

Gli alberi vengono piantati dalla Fíbria, impresa oggi brasiliana, prima produttrice mondiale di cellulosa e carta. Gli alberi sono piantati in file ordinate e parallele, a perdita d'occhio, così come insegna il manuale della buona monocoltura. Insieme alla soia e alla canna da zucchero, questa "agricoltura" si prende milioni di ettari di terre antiche e storicamente occupate da popolazioni indigene o discendenti di schiavi neri, come nel caso del Sapê do Norte. In questa regione la Costituzione del 1988 e la Convenzione 169/2002 dell'OIC dichiarano che la terra appartiene a tali popolazioni tradizionali e che è dovere dello stato riconoscerne la proprietà. Inoltre, nei casi specifici, dovranno essere prese misure speciali per salvaguardare il diritto delle popolazioni interessate di utilizzare le terre che non si trovino oggi di loro uso esclusivo. In casi di conflitto di interessi in una determinata area lo stato deve dunque dare precedenza e garantire le attività e la sussistenza di tali comunità. Il caso della presenza illegale della Fíbria in territorio quilombola rappresenta l'ennesimo caso di corruzione e fallimento delle politiche pubbliche in Brasile.

La Fíbria arriva negli anni '70, a braccetto con la dittatura. Con il nome di Aracruz, l'impresa norvegese risponde all'idea di sviluppo regionale basato sulla monocoltura in larga scala. La coltivazione di eucalipto è vista come una necessità e un reddito proficuo nel mercato della carta. Inoltre, grazie al clima tropicale, in Brasile questa pianta riesce a crescere nella metà del tempo abituale. In soli sei anni raggiunge 25m ed è pronta per essere abbattuta, ripulita e tagliata. Dopo di che, i camion la portano verso piccoli porti dove, caricata su grandi navi, raggiunge, insieme ai 5,3 milioni di tonnellate di produzione annua, la fabbrica nell'omonimo distretto di Aracruz. Anche qui, dove ora si trovano i camini fumanti e le vasche di cloro dell'impresa, è terra indigena. Fino a pochi anni fa vivevano centinaia di persone, formando il villaggio indigeno Aldeia do macaco. Ora ci si trasforma il legno in cellulosa. La cellulosa poi arriva in Europa ed è trasformata in carta - fogli, carta igienica, riviste, carta fotografica - prima di essere venduta in tutto il mondo (Brasile compreso).

I genitori di Thalita sono grandi attivisti nella lotta per la terra quilombola. Fuori dalla loro casa è appeso uno striscione che ricorda che "noi non mangiamo eucalipto!". La vita nel deserto verde di piante è difficile. Tra gli eucalipti non cresce niente. Ovviamente gli alberi non si possono abbattere, ma non si può nemmeno raccoglierne i rami e gli avanzi della raccolta, non ci si può avvicinare, non si può cacciare, non si può costruire e non si può coltivare. Quello che si può fare sembra essere illegale. Si possono abbattere alcuni di questi eucalipti, appiccare incendi, fare manifestazioni, bloccare strade, ripulire aree per lasciare posto all'agricoltura. Ed è quello che le comunità del Sapê do Norte fanno da anni. Lottano per riavere la loro terra. Una terra che una volta era una foresta tropicale e che fu acquisita dall'impresa, con l'aiuto dello stato (all'inizio e della dittatura fino al 1975), con l'inganno. Molti piccoli contadini videro nel cedere la terra che tradizionalmente gli apparteneva una risposta immediata alle loro necessità. Oggi quello che si ritrovano sono piccoli appezzamenti schiacciati tra le fila di eucalipto.

Sperare nel processo legislativo non sembra fattibile: da anni il governo ha riconosciuto l'appartenenza di tali terre alle comunità quilombola, ma il processo di legalizzazione, quando procede, è lento e macchinoso. Fino ad oggi sono state riconosciute 32 comunità, ma nessuna ancora ha riavuto la terra. I relatorii sono complessi e pesanti. Per dimostrare che una terra appartiene tradizionalmente ad una comunità di discendenti di schiavi neri, l'iter è un travaglio. Dal rapporto antropologico iniziale, fino alla mappatura dell'area, l'iter può durare anni. Il caso della comunità Linharinho, una delle più attive, è esemplare. Dopo dieci anni di attesa, Brasilia sospende il tutto. L'impresa contesta che qualcosa non va, si deve ricominciare l'intera procedura. Senza molte spiegazioni, la speranza di decine di famiglie crolla. Per ora - dicono - palla al centro e si ricomincia.

Neppure cacciare è possibile, le poche zone di foresta nativa rimanente intorno alle quali le comunità vivono sono dichiarate riserve protette. I contadini che cacciano tatu (armadillo) o i pesci di fiume che rappresentavano la dieta tradizionale, sono perseguibili dall'Ibama (Istituto Brasiliano di Ambiente e Risorse Naturali Rinnovabili). L'agricoltura in piccoli appezzamenti è ironicamente di sussistenza. Le tradizioni alimentari stanno andando perse. I valori nutritivi dei pasti pure. La resistenza non è solo territoriale, ma bensì culturale. Le tradizioni degli schiavi neri si sono tramandate in un cibo diversificato e frutto del lavoro della terra. Oggi le zie di Thalita mantengono queste tradizioni con il Festival del Beijú. Si sono inventate questo evento dodici anni fa per cercare di valorizzare e conservare un semplice e delizioso dolce di manioca ripieno di cocco. Ogni anno ad agosto questo dolce ricorda la storia passata e la necessità di resistere oggi. Insieme all'olio di dendê, alla manioca e al semplice e quotidiano riso e fagioli la coltivazione di questi alimenti è in pericolo a causa della mancanza di terra, dei pesticidi usati per l'eucalipto che inquinano acqua e avvelenano persone, e dalle restrizioni per la salvaguardia della "biodiversità" e dal cambiamento climatico (in cui certamente influisce la perdita della foresta tropicale originaria). Oggi la presenza della monocoltura di eucalipto nelle terre del Sapê do Norte è individuata come prima causa di insicurezza alimentare e nutrizionale di tali comunità. La trasformazione d'uso della terra ha causato un intenso processo di destrutturazione dei modi di vita tradizionali e del sistema di produzione agro ecologico che garantiva un'alimentazione diversificata e abbondante. Questa situazione ha portato le famiglie ad una grande dipendenza monetaria: la maggior parte degli alimenti consumati attualmente viene comprata nei supermercati delle città vicine.

Questo modello produttivo, però, non è nuovo. Nel sud del mondo - dall'India al Brasile - le monocolture stanno eliminando biodiversità e piccoli contadini. Già nello stesso Brasile, tale crisi si è verificata nello stato del Paraná dove la foresta naturale è stata anch'essa sostituita da piantagioni di abete e di eucalipto e i lavoratori che si occupavano del taglio degli alberi sostituiti da potenti macchinari. La maggior parte degli Indios e degli altri contadini che vivevano in quell'area a livello di sussistenza o come piccoli coltivatori, sono silenziosamente scomparsi, sono diventati poveri o andati ad ammassarsi nelle favelas attorno alle grandi città. Nel Sapê do Norte la Fíbria cerca di fare lo stesso da anni cercando di eliminare le comunità locali in vari modi. Qui però, con l'aiuto di ONG nazionali (come FASE, Movimento dei Senza Terra, Movimento Pequenos Agricultores) e attivisti internazionali, queste comunità hanno creato una Commissione Quilombola dando vita al proprio movimento. Non accettano di abbandonare o cedere le terre dei loro avi all'industria e al capitalismo. Vogliono resistere, vogliono lasciare ai loro figli e nipoti la stessa terra che i loro nonni lasciarono e che oggi è minacciata. Il movimento contro il deserto verde porta avanti ormai da anni molte denunce e proteste al grido di "monocultura não".

Questa realtà è conseguenza diretta di un sistema di produzione che sottostà unicamente alle leggi del mercato. Le monocolture sono frutto di un modello di sviluppo malato. Un modello che viene promosso dai paesi occidentali come miracoloso per la crescita e l'efficienza. Purtroppo però l'unica efficienza che sembra essere tenuta in conto è quella economica, che cerca la massimizzazione estrema dei profitti omogeneizzando processi produttivi e schemi mentali. Tale omogeneizzazione risulta inevitabilmente nella perdita di biodiversità. Vandana Shiva - grande scienziata e attivista indiana - afferma che la diversità dà luogo allo spazio ecologico del dare e del prendere, della reciprocità e della mutualità. Ed è proprio valorizzando la diversità che si rende un sistema resiliente e sostenibile. Sostituire una foresta tropicale che possiede elevatissimi tassi di biodiversità e rappresenta la fonte di sopravvivenza di piccoli contadini con una piantagione di alberi di una sola specie (eucalipto in questo caso) significa eliminare la diversità. La biotecnologia e la rivoluzione genetica in agricoltura e nelle foreste permettono l'uniformità e la centralizzazione (delle decisioni, dei poteri, dei profitti) che sono alla base della vulnerabilità e della rottura ecologica e sociale palesi nel Sapê do Norte. Tentando giustificare un illusorio aumento della produttività, si cancella per sempre il lavoro secolare delle comunità contadine nella preservazione degli habitat intesi come unione tra uomo e natura. Un lavoro che valorizza diverse specie di piante e semi, diversi metodi di agricoltura e diversi saperi locali, risultando in tecniche agricole sostenibili e di lungo termine.

Le comunità quilombola affermano che le loro tecniche tradizionali salvaguardano la foresta perché "è fonte di vita, ci siamo nati e cresciuti, conosciamo il suo reale valore, che va oltre al prezzo di mercato". Dal punto di vista della diversità, le monocolture comportano una diminuzione delle rese e della produttività. Sono sistemi poveri, altamente instabili e insostenibili. Le monocolture si diffondono non perché permettono di produrre di più, ma perché permettono di controllare meglio.

L'eucalipto, che basa il modello di produzione sull'uniformità, mostra come quest'ultima giustifichi controllo e profitto. Tale sistema ha ridotto tutti i bisogni ad uno solo, quello dell'industria della carta; e tutti i saperi ad uno solo, quello della Banca mondiale e della scienza occidentale.

Thalita tornando da scuola uno di questi giorni potrebbe non trovare più la sua casa. L'impresa potrebbe averla rasa al suolo con i suoi macchinari o con l'aiuto del sistema giudiziario. Ma tutto ciò, tra l'euforia, le grida e i fischi dei mondiali potrebbe passare inosservato. Le comunità quilombola del Sapê do Norte oggi resistono come fanno da anni, ma l'eucalipto tutto intorno cresce e stringe, rischiando di soffocare per sempre la loro agricoltura e le loro grida.

 

Il Fatto Quotidiano
21 05 2014

Dire “Chega de fiu fiu“, in Brasile, equivale a esclamare un sonoro “smetti di fischiare!”. Il “fischio” in questione è quello che i brasiliani (ma non solo) riservano alle donne che camminano in strada. Contro questo modo di fare la giornalista Juliana de Faria Kenski, ideatrice del think thank ‘Olga‘, ha scelto quindi lo slogan “Chega de fiu fiu” per la campagna che si propone di segnalare i luoghi dove le molestie sono più frequenti e il loro grado di pericolosità. Nell’immaginario comune si pensa al paese sudamericano come al luogo in cui bellissime donne passeggiano poco vestite su sfondi fatti di mare e spiagge. Ecco, sono quelle stesse donne a voler sfatare questo luogo comune con l’obiettivo di far capire agli uomini che fischi e apprezzamenti a sfondo sessuale – impliciti o espliciti – possono equivalere a offese in tutto e per tutto. E per evitare che queste stesse offese si trasformino in qualcosa di più grave è necessario partire dai piccoli gesti quotidiani, superando la concezione secondo cui la donna è un oggetto da ammirare e, per l’appunto, fischiare.

Un piano ambizioso, certo, ma organizzato fin nei minimi dettagli dal team Olga e animato dall’idea che ogni donna debba essere libera di camminare per la strada senza temere di essere fermata o importunata. Il punto di partenza è una mappa in cui è possibile segnalare in forma anonima la località e il tipo di molestia subita, dalla minaccia verbale, all’intimidazione, dall’attacco al pudore, finanche allo stupro. Accedendo a chegadefiufiu.com.br, infatti, non solo è possibile raccontare l’accaduto, ma anche scoprire il grado di pericolosità di un luogo in base al numero di segnalazioni ricevute.

Navigando sul sito ci si imbatte in episodi di minaccia verbale: “Un pomeriggio ero per strada quando una macchina ha iniziato a seguirmi – si legge nella segnalazione – L’uomo che guidava comincia a rivolgersi a me chiamandomi ‘bella’; io ho continuato a camminare, cercando di ignorarlo. Ma lui ha insistito, dicendo che mi avrebbe dato volentieri un passaggio. In quel momento ho avuto paura e ho attraversato la strada per allontanarmi. Desideravo tornare a casa e non uscire mai più“. Non mancano neppure gli esempi di aggressione fisica vera e propria: ”Anni fa un uomo si è avvicinato per conoscermi, ma io l’ho rifiutato – racconta un’utente – Allora, offeso, mi ha afferrato il braccio e mi ha tirato verso di sé, cercando di baciarmi. Un mio amico, che aveva visto la scena, si era avvicinato per difendermi, ma l’uomo, ubriaco, ha reagito tentando di schiaffeggiarmi, fortunatamente senza riuscirci”.

Come si può intuire da queste e da altre testimonianze lasciate sul sito, le intimidazioni (e non solo quelle verbali) sono piuttosto diffuse in Brasile. Lo conferma anche un sondaggio pubblicato il marzo scorso da Ipea che ha destato molto scalpore: il 58,5% degli intervistati ha dichiarato, infatti, che se le donne “si sapessero comportare adeguatamente”, non sarebbero vittime di molestie. Una risposta che fa assomigliare il Brasile più all’Egitto – dove, nonostante una legge appena approvata punisca gli autori delle molestie sessuali, l’opinione comune prevalente continua a criminalizzare le donne per l’abbigliamento provocatorio – che a un Paese aperto e progressista in procinto di ospitare l’evento sportivo più importante del mondo dopo le Olimpiadi. Nel dibattito è intervenuta anche la presidente Dilma Rousseff dichiarando che, in questo senso, “la società brasiliana ha ancora molta strada da fare”.

Nel resto del mondo non mancano iniziative simili a “Chega de fiu fiu”: ad esempio “Hollaback!”, il movimento nato nel 2005 e diffuso a livello globale, si propone di combattere le molestie in strada sempre attraverso lo strumento di denuncia online. Oppure “Women under siege“ (“Donne sotto assedio”, ndr) sviluppato in Siria dal Women’s media center e “HarassMap“, associazione guidata da Rebecca Chiao in Egitto: entrambi i progetti hanno sviluppato delle crowdmap: mappe interattive in cui vengono indicati con un bollino rosso i casi di violenza sessuale segnalati dagli utenti.

Per il Sud America si tratta certamente di un passo in avanti verso un maggiore rispetto della donna. Del resto, come spiega uno degli slogan della campagna, “camminare in uno spazio pubblico non rende pubblico il corpo di una donna”.

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