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Il Fatto Quotidiano
17 04 2015

Naviga in cattive acque l’Olimpiade di Rio 2016, in programma dal 5 al 21 agosto dell’anno prossimo. Migliaia di pesci morti sono infatti saliti a galla sulla superficie del lago Rodrigo de Freitas, situato a due passi dal Parco Olimpico, dove tra poco più di un anno dovrebbero tenersi le gare di canoa e canottaggio. Lo spettacolo è terrificante alla vista, l’odore nauseabondo all’olfatto.

L’assessore cittadino all’ambiente ha spiegato che la cosa è dovuta all’innalzarsi del livello del mare, che ha provocato un aumento della temperatura del lago, collegato all’Oceano su cui affaccia da un canale che permette l’ingresso dell’acqua. Ma gli abitanti della zona da tempo hanno denunciato l’inquinamento, gli scarichi abusivi e la spazzatura che stanno ammorbando le acque cittadine, compreso il lago Rodrigo de Freitas. E domenica scorsa c’è stata una manifestazione di protesta cui hanno partecipato migliaia di persone.

Il lago, infatti, è gestito in appalto da qualche anno da una compagnia privata, parte della multinazionale brasiliana Ebx, cui spetterebbe la bonifica delle acque. Ma, protestano gli abitanti, poco nulla è stato fatto. Altrettanto tragica è la situazione di Baia de Guanaraba, dove invece dovrebbero disputarsi le gare olimpiche di vela e windsurf. Settimana scorsa il quotidiano locale O Globo ha pubblicato le foto di una barca a vela che si è ribaltata dove essersi scontrata contro un ammasso di spazzatura che galleggiava nella baia. L’immondizia è ovunque: sporcizia, inquinamento, strani liquidi e carcasse di animali morti ammorbano la superfice delle acque e la spiaggia di Gloria Marina all’interno della baia. Tanto che il velista olimpico austriaco Nico Delle Karth, giunto sul posto per allenarsi, se n’è andato definendola “una fogna a cielo aperto”.

Nel prospetto olimpico la città di Rio s’impegnava a pulire l’inquinamento della Baia di Guanaraba dell’80%, ma il mese scorso l’appena insediato ministro regionale dell’ambiente ha dichiarato: “Non riusciremo mai a ripulire una percentuale così alta dell’acqua della baia, ma posso assicurare che non ci saranno problemi per gli atleti”. Il sindaco Eduardo Paes, dopo aver stimato in oltre 4 miliardi di euro i costi per ridurre anche solo del 50% l’inquinamento, poche settimane fa ha ammesso a Sport Tv che non sarà possibile farlo in tempo per le Olimpiadi, aggiungendo che anche lui non vede alcun problema per le gare. Oltre agli atleti, non sono ovviamente d’accordo gli ambientalisti e i residenti della zona, che denunciano il continuo spreco di fondi e di soldi pubblici destinati alla bonifica. La spazzatura che infesta Baia di Guanaraba e pesci venuti a galla nel lago Rodrigo de Freitas sono infatti un’immagine che vale più di mille parole. Tra i mille problemi del mega evento che Rio ospiterà il prossimo anno, non c’è però solo quello ambientale.

Ieri numerosi reparti della polizia in tenuta antisommossa hanno sgomberato con violenza uomini, donne e bambini che da una settimana occupavano un palazzo disabitato che dovrebbe essere trasformato in un hotel di lusso per i Giochi. L’edificio, di oltre venti piani, era un ex complesso residenziale rimasto disabitato dal 2012 quando è fallito l’impero del suo proprietario: l’ex industriale Eike Batista ora sotto processo per insider trading. Lo sgombero evidenzia l’altro enorme problema di una città da 12 milioni di abitanti desiderosa di farsi un make up in vista delle Olimpiadi, quello dell’abitare. Una vera e propria operazione di pulizia etnica, cominciata con la Confederations Cup del 2013 e continuata con i Mondiali del 2014 ha costretto buona parte della popolazione ad abbandonare le proprie case per l’insostenibile aumento dei prezzi. E le Olimpiadi sono l’ultima scintilla di una situazione esplosiva. “Stanno spendendo una marea di soldi per gli eventi sportivi e il lusso che li dovrà circondare – ha detto ieri Veronica Castro, che occupava l’edificio per dare un tetto ai suoi quattro bambini -, ma non investono in case, salute e educazione”.

Luca Pisapia
Twitter @ellepuntopi

Huffington Post
02 04 2015

Gabriela Moreira, giornalista brasiliana dell'emittente sportiva ESPN, zittisce in diretta un tifoso omofobo sgridandolo perché ha apostrofato gli avversari come "gay".

Ci troviamo in Brasile, di fronte allo stadio Palestra Itália poco prima dell'incontro di calcio che vedrà contrapposti Palmeiras e San Paolo. L'inviata si trova davanti ad un tifoso della squadra di casa, e gli chiede cosa ne pensi del match in procinto di iniziare. La risposta del ragazzo lascia l'inviata di stucco.

"Buonasera, mi chiamo Felipe. Oggi contro i gay vogliamo vincere, 2 a 1, dobbiamo vincere!"

La giornalista prontamente interviene: ""Ragazzo, non so se vuoi vincere... ma no all'omofobia. Quanti anni hai, 25? Ecco, prova a modernizzare il tuo pensiero".

Il presentatore John Carlos Albuquerque, dallo studio tv, elogia la collega per il suo pronto intervento commentando: "Il ragazzo è disinformato".

La storia di Gabriela ricorda molto l'intervento di Rima Karaki, la giornalista che interruppe in diretta il collegamento con un eminente Imam, anche se quella volta non si trattava di omofobia ma di discriminazione nei confronti delle donne.

Brasile, dacci oggi il nostro massacro quotidiano

Il Fatto Quotidiano
16 11 2014

di Flavio Bacchetta 

Secondo le statistiche divulgate da blogger e Ong brasiliane, solo nello Stato di San Paolo, la polizia militare ha ucciso negli ultimi 18 anni 10.152 persone. Una media-scudetto di 45 morti al mese, in una sola città. A fronte di 5 militari caduti, non solo in servizio, ma anche per via di conflitti privati all’interno delle forze dell’ordine, causati dalla connivenza di alcuni dei suoi membri con le bande criminali. Dal 2008 al 2013, l’incremento degli omicidii extra-giudiziari è stato del 32% circa, cinque volte più di quello degli Stati Uniti. In questi anni, il numero delle esecuzioni extra-giudiziarie a San Paolo ha superato l’intero Stato del Sudafrica, 2176 contro 1623.

Il governatore dello Stato è Geraldo Alckmin, Psdb, dei socialdemocratici che, alle recenti elezioni presidenziali, erano quasi riusciti nel colpo grosso, quello di sconfiggere l’attuale presidente Dilma Rousseff, attingendo la maggior parte dei consensi proprio qui, dove si concentra la parte più ricca della popolazione brasileira, la quale delega alle tropas especiales il lavoro sporco. Codeste si esibiscono in performances continue, come quella di gennaio a Campinas, 99 km. dalla città, dove, in poche ore hanno fatto fuori 12 persone, durante un raid notturno.

Seconda in graduatoria, non poteva mancare Rio de Janeiro, a livello di ammazzamenti di poco inferiore. La cosiddetta “pacificazione” delle favelas di Providência e Rocinha, ricettacoli di spaccio della droga, ha mietuto vittime anche tra la gente comune, modello israeliano. Dopo gli stermini quotidiani operati durante la dittatura da Os Esquadrao da Morte, e un breve periodo di relativa calma, gli eccidi ripresero in pompa magna nel 1993 a Rio, dove, tra luglio e agosto di quell’anno, furono trucidati a sangue freddo in trenta, nove bambini che dormivano sulla scalinata della chiesa di Candelària, e 21 tra adulti e ragazzi, nella favela di Vigàrio Geral.

La media annua brasiliana si aggira intorno ai 2000 omicidi polizieschi. Nel continente americano, sono due le nazioni al vertice di questo triste primato: Brasile e Giamaica; quest’ultima, con i suoi quasi 300 cittadini uccisi dalla polizia annualmente, lotta strenuamente per il podio più alto: parliamo di 200 milioni di abitanti contro i tre scarsi della piccola isola caraibica. Atrocità a go-go. Una campionatura succinta, per ragioni di spazio, di alcuni dei crimini polizieschi più efferati, dal 1992 a oggi:

Carandiru: nel carcere di massima sicurezza di San Paolo, per sedare una rivolta che non aveva provocato vittime nel corpo di guardia, la polizia militare irruppe sparando all’impazzata, uccidendo 111 detenuti, alcuni dei quali inseguiti fin dentro le proprie celle, e finiti con un colpo alla nuca. Nessuno degli autori dell’eccidio ha pagato con una condanna definitiva. Al triste episodio fu dedicato il film omonimo diretto da Héctor Babenco. L’anno successivo le stragi di Candelària e Vigàrio Geral di cui abbiamo già parlato.

Dal 2008 a oggi la recrudescenza degli omicidi extra-giudiziari, con particolare riferimento alle favelas di Rio, ha raggiunto il suo apice. Providência: il 14 luglio del 2008, tre giovani, tra i quali un minorenne, furono sequestrati dalla polizia e torturati per dodici ore; venduti poi a una banda di trafficanti, che li finirono. David da Silva, Marcos Campos, e Gonzaga da Costa, estratti a sorte nella roulette delle esecuzioni a scopo intimidatorio, che provocarono, nelle favelas di Providência, Rocinha e Baixada Fluminense, oltre 2.000 morti, dal 2007 al 2008. Human Right Watch, cita, nel suo rapporto del 2009, 11.000 persone assassinate dalle forze dell’ordine, a Sao Paulo e Rio, dal 2003. 1.137 solo a Rio nel 2008. Numeri da cine-brivido.

Maré: il 25 giugno del 2013, 400 agenti del Bobe irruppero dentro la favela di Maré, uccidendo a sangue freddo tredici persone dentro le loro case. Le manifestazioni di protesta che seguirono, furono sedate con bombe lacrimogene e arresti di massa.

Alemão : nella roccaforte del Comando Vermelho, una delle più spietate tra le gang narcotrafficanti, la polizia si è macchiata quest’anno di due crimini aberranti; a marzo, durante una protesta, ha ucciso Claudia Ferreira, una donna madre di quattro figli, gettando poi il corpo in un fossato. Il 22 giugno, un ragazzino di 14 anni, Lucas Lima, è stato freddato solo perché intralciava, a dire degli agenti, un inseguimento. Un delitto simile nel modus operandi, a quello di Ferguson, nel Missouri, dove un suo coetaneo, Michael Brown, fu ucciso dalla polizia Usa. Mentre i media locali e internazionali hanno condannato apertamente l’episodio americano, in Brasile la morte del ragazzo è passata quasi inosservata. Il problema-chiave in Brasile, è quello della stampa: le testate più importanti, come O Globo, Folha de S.Paulo e Veja, si sono apertamente schierate con Aécio Neves, leader del Psdb (che scrive come editorialista per Folha) durante le ultime presidenziali. O Globo del gruppo Marinho possiede anche radio e televisione; la sua coerenza conservatrice è tale che nel 1964 sostenne apertamente il golpe militare. Le tv nazionali propongono fino allo sfinimento le operazioni di polizia, con gli arrestati in manette; ma che io sappia, si astengono dal raccontare gli abusi delle autorità. Le cronache alternative sono affidate al coraggio dei blogger, spesso sottoposti a censure e violenze fino all’eliminazione fisica. Gli assassinii nel 2012 di Décio Sa, blogger del Maranhao e di Randolfo Lopes, direttore del portale di Barra de Piraì, lo testimoniano.

Belém: Non solo Rio; a seguito dell’uccisione di un sergente di polizia, si è scatenata a Belém, capitale dello Stato del Parà, la notte tra il 4 e 5 novembre 2014, una rappresaglia in stile nazista, conclusa con la mattanza di una trentina di persone, per la maggior parte adolescenti, tra le quali un handicappato. Le favelas di Terra Firme, Guamà, Jurunas e Sideral, sono rimaste tracciate da una scia di sangue, che riporta alla memoria le esecuzioni a freddo del 2002 in Giamaica, a Braeton Hill, quando in una sola notte le death squads di Reneto Adams finirono con un colpo alla nuca 27 sospetti.

E’ doveroso ricordare che la criminalità comune uccide una media di 50.000 persone per anno, soprattutto tra la comunità afro-brasiliana; la popolazione nelle metropoli vive in una costante apprensione, e la gente delle favelas in uno stato d’assedio permanente effettivo, tra guerre intestine di bande e presidi polizieschi. E’ tutto da dimostrare però l’effetto deterrente di rappresaglie come quella di Belém, considerando che le statistiche degli omicidi sono in salita costante. Sabe de nada: un modo di dire brasileiro, quando una persona prende una cantonata, recita: Sabe de nada, inocente cioè: “Non hai capito niente, tonto”. E’ mutuato da una canzone di E’ O Tchan, dedicata a un marito cornuto.

Nel caso in questione, le corna le indossano gli illusi, convinti che le proteste di giugno 2013 avrebbero portato dei miglioramenti a breve. In realtà il quadro post-elettorale è abbastanza fosco; il Parlamento brasiliano è presidiato da deputati e senatori di stampo conservatore che influenzano pesantemente l’opinione pubblica. Infarcito di pastori evangelisti omofobi e anti-abortisti (in Brasile l’aborto è ancora reato) e ufficiali dell’esercito promotori della pena di morte, oltre che fautori di una repressione costante nelle favelas. Già Marina Silva, la candidata socialista, si era distinta per la sua fede religiosa fondamentalista; per sorte beffarda, è caduta proprio a causa della sua tradizionale difesa delle minoranze indios, che le ha alienato le simpatie dei benpensanti. Difatti i latifondisti raddoppiano i propri rappresentanti, mentre quelli sindacali si dimezzano. Sebbene Lula, il fondatore del partito di governo, fosse un ex-sindacalista.

In effetti, si respira un perbenismo denso come una nebbia, che giustifica la repressione poliziesca e auspica una società meno garantista riguardo diritti etici. D’altro canto, l’insuccesso riscontrato dall’amministrazione post-Lula, specie nei confronti degli eccessi del liberismo finanziario che ha privatizzato in larga misura sanità e istruzione, acuisce il disagio sociale causato da razzismo e cristallizzazione delle classi.

I cosiddetti excluìdos, gli emarginati, specie afro-brasiliani, sono facile preda di quella criminalità che sembra offrir loro l’unica via di riscatto, ai fini di un potere d’acquisto tanto agognato. Un riscatto tinto di vermelho.

 

Brasile: violenza, nel 2013 un morto ogni dieci minuti

  • Giovedì, 13 Novembre 2014 14:59 ,
  • Pubblicato in Flash news

Atlas
13 11 2014

Il Brasile ha registrato 53.646 morti violente nel 2013, il che equivale ad una persona morta ogni dieci minuti a causa delle violenze, secondo i dati dell’Annuario Brasiliano di Sicurezza Pubblica, presentato questa settimana a San Paolo.

Il dato, che comprende gli omicidi intenzionali e le morti in rapine, aggressioni e lesioni corporali nel 2013, rappresenta un aumenti dell’1,1 per cento rispetto al 2012.

Di questo totale, 2.212 persone sono state uccise in operazioni di polizia, ovvero una media di sei morti al giorno per mano di poliziotti, mentre 490 agenti hanno perso la vita in servizio.

Lo studio precisa che il 53,3 per cento dei morti in Brasile per atti di violenza aveva tra i 15 e i 19 anni si età, mentre il 93,8 per per cento era di sesso maschile e il 68 per cento era nero di pelle.

Per quanto riguarda gli stupri, nell’ultimo anno il Brasile ha registrato 50.320 casi, che rappresentano un lieve aumento dello 0,19 per cento rispetto ai numeri del 2012. Tuttavia, secondo lo studio la cifra potrebbe addirittura triplicare se si tiene presente che solo il 35,5 per cento delle vittime sporge denuncia presso le autorità competenti.

Il numero di persone incarcerate nel paese nel 2013 era di 574.207, di cui il 40,1 per cento è in attesa di giudizio, una delle cause del sovraffollamento carcerario che il paese soffre da decenni.

Luca Pistone

Huffingtonpost
27 10 2014

Grazie Brasile, grazie per non aver ceduto ai richiami di un passato da dimenticare. Grazie per non aver creduto alle lusinghe di una nuova destra, sorridente, vestita bene, ma incapace, come sempre, di parlare al cuore di una nazione, di difendere i diritti dei più deboli, degli emarginati, degli invisibili, dei ribelli e dei fuggitivi.

Grazie Brasile per aver creduto ancora a Dilma Rousseff, la ragazza coraggiosa che combatté, subendo la tortura e la privazione, una dittatura feroce e che ha saputo, da presidente, sulla scia di Lula, ridare al popolo orgoglio, dignità e futuro. Sì, è questa la notizia che risuona come campane a festa: Dilma Rousseff resterà al suo posto per altri quattro anni, ha vinto il ballottaggio con il conservatore Aécio Neves con il 51,6% contro il 48,4%. Soltanto San Paolo, tra le grandi metropoli, capitale della finanza, ha dato il proprio, largo consenso al nipote di Tancredo. Per il resto, leggiamo i primi risultati, Dilma è stata la vincitrice: e come poteva essere altrimenti?

Certo, il PT ha avuto i suoi problemi, le sue magagne: ma tutte affrontate con trasparenza, senza inganni. malgrado la solita stampa e la solita televisione "contro". Contano, soprattutto, i passi da gigante effettuati dal Brasile: dalla prima volta di Lula a oggi: settima potenza mondiale, una lotta vincente alla fame, un ruolo di prestigio nel panorama economico internazionale, aumento di poveri con il diploma e con la laurea. L'attuale inflazione non sta fermando il rinnovamento. Cos'era il Brasile prima di Lula e di Dilma? Un paese in mano a pochi, ricchi e potenti, che dominavano, incuranti della miseria, del dolore, dell'abbandono.

Il Brasile ha vinto, così, il suo vero Mondiale: quello della democrazia, del rispetto per i bisognosi, per una cultura plurale, aperta a tutti e non proprietà privata. Oggi, certo, la Nazione è divisa, come non mai. Mi basta leggere i commenti su Facebook dei miei parenti e dei miei amici. I sostenitori di Neves parlano di "lutto", annunciando di "voler andare via", accusando il PT delle peggiori nefandezze. I sostenitori di Dilma parlano di "amore", pubblicano fiori e cuori, immagini di Lula e Dilma in trionfo. Già si mormora di preoccupazioni per i mercati: come sempre, niente di nuovo sotto il sole.

Grazie, dunque, mio Brasile. E, coraggio, Dilma: c'è ancora tanto lavoro da fare, ma il popolo, il popolo di chi lavora, spera e lotta, è dalla tua parte.

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